Archive del 16 aprile 2010

Viva la torba

C’è una cosa che non sopporto (tra le molte): del mondo degli alcolici: i postulati. Si va, come in quasi tutti i campi della vita, per mode, leggi sbagliate non scritte e presunte regole del buon gusto.
La barrique? A prescindere inaccettabile. Molti la pensano così.
Il vino col pesce? Sempre bianco. Molti la pensano così.
E il whisky? Mai con la torba. Altrimenti rovina tutto.
A tutto ciò rispondo: che due palle.
Non  sono un esperto di whisky, ma un po’ lo conosco. E so bene che, per gli “espertoni”, la torba sta ormai al whisky come la barrique nuova per il vino. Non va usata, non ci deve essere, altrimenti il whisky sarà falsato. Me lo ripetono anche gli amici della Tana degli Orsi di Pratovecchio, Simone e Caterina, dove peraltro andrò stasera con alcuni amici. “Il whisky vero non sa di torba”. Ma anche no.
E’ una regola che detesto. La accetto solo in parte, laddove si ricerchi un sentore esagerato e totalizzante (?) di torba. E’ un po’ come il parmigiano sopra certi sughi: se aggiunto un po’ li esalterà, se messo in abbondanza lo ucciderà.
Ad Arezzo ci sono buoni rivenditori di whisky. Uno dei migliori si chiama Carovaniere, in pieno centro. Ha anche buoni vini, è lì che ho ritrovato il Lambrusco Vigneto Saetti (di cui già ho parlato) e lo Champagne Aubry (che mi scolai per i cinquant’anni di Enzo Cerruti, con lui e Federico Ferrero: nel libro ne parlo). 
Lì ho comprato, giorni fa, un Laphroig Triple Wood, edizione limitata, bottiglia da un litro e prezzo sui 65 euro. Si trova solo nei Duty Free. L’ho degustato ed è meraviglioso.
Ho incontrato molti santoni, pronti a dirmi che i Single Malt di Islay sono troppo torbati. Mi hanno fatto provare i loro nettari del cuore, distillati rari e carissimi, senz’altro buoni. Eppure mai – mai – li ho amati come i miei whisky torbati del cuore: Ardbeg (recentemente acquistata dai proprietari di Moet et Chandon, non credo sia un bene), Laphroig, Caol Ila (il meno torbato del gruppo) e Lagavulin.
So che parliamo di gusti personali. So che molti ne sanno più di me. E so che, nel mio amore per il Lagavulin, c’entra molto la fascinazione per il Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, lettura necessaria e dolorosa.
Le so, tutte queste cose. Conosco bene la mia fallibità. Ma – ora e sempre – grido Viva la torba, con quel tocco di fumo e mistero che sta così bene con le nottate pensierose dell’anima.