Archivio di aprile 2010

Viva la torba

C’è una cosa che non sopporto (tra le molte): del mondo degli alcolici: i postulati. Si va, come in quasi tutti i campi della vita, per mode, leggi sbagliate non scritte e presunte regole del buon gusto.
La barrique? A prescindere inaccettabile. Molti la pensano così.
Il vino col pesce? Sempre bianco. Molti la pensano così.
E il whisky? Mai con la torba. Altrimenti rovina tutto.
A tutto ciò rispondo: che due palle.
Non  sono un esperto di whisky, ma un po’ lo conosco. E so bene che, per gli “espertoni”, la torba sta ormai al whisky come la barrique nuova per il vino. Non va usata, non ci deve essere, altrimenti il whisky sarà falsato. Me lo ripetono anche gli amici della Tana degli Orsi di Pratovecchio, Simone e Caterina, dove peraltro andrò stasera con alcuni amici. “Il whisky vero non sa di torba”. Ma anche no.
E’ una regola che detesto. La accetto solo in parte, laddove si ricerchi un sentore esagerato e totalizzante (?) di torba. E’ un po’ come il parmigiano sopra certi sughi: se aggiunto un po’ li esalterà, se messo in abbondanza lo ucciderà.
Ad Arezzo ci sono buoni rivenditori di whisky. Uno dei migliori si chiama Carovaniere, in pieno centro. Ha anche buoni vini, è lì che ho ritrovato il Lambrusco Vigneto Saetti (di cui già ho parlato) e lo Champagne Aubry (che mi scolai per i cinquant’anni di Enzo Cerruti, con lui e Federico Ferrero: nel libro ne parlo). 
Lì ho comprato, giorni fa, un Laphroig Triple Wood, edizione limitata, bottiglia da un litro e prezzo sui 65 euro. Si trova solo nei Duty Free. L’ho degustato ed è meraviglioso.
Ho incontrato molti santoni, pronti a dirmi che i Single Malt di Islay sono troppo torbati. Mi hanno fatto provare i loro nettari del cuore, distillati rari e carissimi, senz’altro buoni. Eppure mai – mai – li ho amati come i miei whisky torbati del cuore: Ardbeg (recentemente acquistata dai proprietari di Moet et Chandon, non credo sia un bene), Laphroig, Caol Ila (il meno torbato del gruppo) e Lagavulin.
So che parliamo di gusti personali. So che molti ne sanno più di me. E so che, nel mio amore per il Lagavulin, c’entra molto la fascinazione per il Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, lettura necessaria e dolorosa.
Le so, tutte queste cose. Conosco bene la mia fallibità. Ma – ora e sempre – grido Viva la torba, con quel tocco di fumo e mistero che sta così bene con le nottate pensierose dell’anima.

La recensione dell’ANSA

Domani, giovedì 15 aprile, sarò alla Fnac di Verona alle 18. Presenterò Il Vino degli altri e ci sarà poi una degustazione di tre vini francesi. Accorrete numerosi (cit).
Sto ricevendo molte belle lettere, per questa nuova fatica, e vi ringrazio.
L’ANSA ha pubblicato una bella recensione, che pubblico oggi.

Il libro del giorno: Il Vino degli altri (Mauretta Capuano, Ansa)

I vini francesi sono davvero troppo cari? E, quelli italiani sono i migliori del mondo? I vini piu’ buoni sono sempre rossi? Andrea Scanzi, 36 anni, giornalista de La Stampa, compie un viaggio per conoscere meglio i vini degli altri attraverso il confronto con i nostri, senza stabilire graduatorie perche’ ”il vino migliore non esiste” dice l’autore che Mondadori ha pubblicato proprio nei giorni della 44/ma edizione del Vinitaly a Verona che si inaugura oggi.
Quello che e’ certo e’ che a Scanzi gli astemi fanno paura, ”ma da quando ho scoperto – spiega – che Fernanda Pivano era astemia, un po’ mi sento in colpa. Solo un po’, pero': anche i grandi, ogni tanto, sbagliano”.
Nel libro, dedicato a Clint Eastwood, si va dalla Franciacorta all’Etna, dalla Toscana a Bordeaux, dalla Mosella all’Abruzzo alla scoperta dei vini e delle storie che stanno dietro e dentro di loro: le sperimentazioni, i metodi di produzione, gli uomini e le donne che in molti casi hanno dedicato la loro vita al vino e le rivalita’ fra i diversi enologi.
I vini e i luoghi in cui vengono prodotti diventano le tappe di un viaggio in cui non mancano anche i consigli di degustazione e la musica di accompagnamento: cosi’ per lo champagne, definito dall’autore ”il punto G della degustazione”, viene suggerito l’ascolto di ‘A Love Supreme’ di John Coltrane perche’ questo vino e’ ”il jazz di Enolandia” e per la Plenitude Franciacorta di Cavalleri, ”uno dei migliori Chardonnay italiani spumantizzati”, la musica giusta e’, secondo l’autore, ‘Una mattina’ di Ludovico Einaudi. E c’e’ anche l”’uva unplugged che viene dal freddo (Riesling renano)”.
Divertente, senza alcuna pretesa di essere un libro per raffinati enologi, ‘Il vino degli altri’ e’ un po’ come un viaggio on the road dove il vino e’ anche il motore per conoscere tutto quello che ci ruota intorno. E dove sono benvenuti gli accostamenti audaci fra vini italiani ed esteri come quello fra Champagne e Metodo Classico o Chenin Blanc e Garganega. Dove anche chi non ha una grande conoscenza dei vini degli altri puo’ scoprire le cento cose da sapere attraverso un questionario in cento domande proposto da Scanzi. Fra queste: quante sono le regioni vitivinicole della Francia? La Germania produce solo Riesling? Cos’e’ un vino da meditazione?
Inevitabile il confronto fra Italia e Francia per chi si occupa di vini e da cui viene fuori nel libro che sicuramente i francesi sanno vendersi meglio degli italiani. Un capitolo a parte sono le Langhe con la segnalazione di vini poco conosciuti che non hanno nulla da invidiare alle etichette piu’ rinomate.
In chiusura un test, tipo quelli che si fanno sulla spiaggia d’estate, per scoprire se ”sei Bordolese o Borgognotto”, ovvero se ti piacciono i vini ”morbidi, vellutati, corposi” oppure se del vino ”ti importa che sia masochista, che trasudi sofferenza, che sappia di terra e dolore”. E che dire del Bevitore-Damigiana, cioe’ contadinesco ruspante, o del Bevitore-Buddha nelle cui vene scorre il Riesling della Mosella?

 

Champagne Jérome Prévost

Sono in Qatar, e in Qatar non c’è niente. Voi direte: sì, ma allora che ci stai a fare? Per lavoro, men. Moto, inviato, giornale. Articoli scritti in dieci minuti, interviste rubate, quotidianità in sala stampa. Cose così. Cose da scribi.
In Qatar non c’è nulla di alcolico, se non in qualche hotel. In questi giorni ho corso venti chilometri in tre giorni, mangiato quasi niente, perso tre chili e sognato Champagne.
Ecco, oggi parlo di uno di loro. Uno dei miei preferiti.
Non sono allegro, anzi mi girano. Molto. Ho perso un amico, che conoscevate anche voi. Si chiamava Edmondo Berselli ed eravamo amici. Gli devo tanto. Lo cito anche ne Il vino degli altri, proprio nel Backstage finale. Un’idea che gli avevo rubato: il dietro le quinte di un libro. Certe idee venivano solo a lui. Gli era piaciuto Elogio e gli sarebbe piaciuto anche questo. Ma non l’ha letto. E mi fa male, anche questo.
Eddy amava il vino, ma da autodidatta e senza mai eccellere in entusiasmo. Spesso mi chiedeva consigli. Riceveva decine di bottiglie pazzesche in regalo, qualcuna la apriva subito, altre aspettava.
Lo Champagne non lo amava, ma solo perché gli dava fastidio l’aria sborona dei francesi (certi francesi). E allora, con lui e Beppe Cottafavi, le due persone che più quattro anni fa si mossero per mettermi in contatto con Mondadori, a Modena bevevamo Lambrusco di lusso. Il Lambrusco Metodo Classico, cioè champagnato, tipo Bellei o la fascia sontuosa di Chiarli e Cavicchioli. Dovevamo anche fare una sfida, chiarlisti contro cavicchiolisti. Poi non si è fatta. Tante cose, poi, non si fanno.
Qualche giorno fa, a casa con Linda, ho bevuto uno Champagne. L’abbiamo amato. Era La Closerie Les Beguines di Jérome Prévost. Prevost è l’allievo di Anselme Selosse, il più famoso dei vinoveristi. Selosse è così famoso che ormai costa un mutuo. Fa soprattutto Champagne da Chardonnay.
Prevost, no. Lui vinifica il più sfigato dei tre vitigni dello Champagne: il Petit Meunier. Di solito si usa più che altro come agente matrimoniale tra Chardonnay e Pinot Noir. Quasi mai in purezza. Qualcuno sì, nel libro faccio i nomi (non posso dirvi tutto qui, altrimenti poi chi mi compra?).
Ecco: La Closerie è un gioiello. Pinot Meunier in purezza. Di esso ha corpo e vinosità, ma non quella latente grezzaggine. Elegante, anzi, e dritto. Quasi come uno Chardonnay. Lungo, complesso, fresco. Di gran mineralità. Versatile nell’abbinamento. Non esito a ritenerlo superiore all’Initiale di Selosse (il base di Selosse, che però costa 100 euro: base una mazza).
Pure La Closerie non costa poco, io l’ho preso a 60 euro alla Casa del Parmigiano di Erasmo Gastaldello (e scrivo il prezzo sperando che un editorialista del Giornale o un pasionario stinto del Mucchio si increspi schifito, scrivendo – con quella solita prosa insopportabilmente verbosa e pallosa – che “Scanzi predica bene ma razzola male”: a me queste cose mi caricano, cit). Non costa poco, lo so, ma l’arte si paga e questa è arte.
Oggi, qua in Qatar, con sei chilometri appena sudati e un nulla attorno, mi manca La Closerie. Mi manca quella drittezza.
Mi manca che, probabilmente, Eddy mi avrebbe pure smonato, con ‘sta storia degli Champagne. E avrebbe anche fatto bene.

Lambrusco Vigneto Saetti

Scrivo dal Qatar e penso a un vino bevuto giorni fa, prima di partire: Vigneto Saetti. Dove l’avevo già visto, sentito, degustato? All’osteria slowfood Tre Spade, Correggio. Terra di Ligabue (due) e Lambrusco (e popcorn, non è così facileeeee, cit). Mi era piaciuto. E mi aveva colpito, per il vezzo dell’etichetta in tessuto. Decisamente non comune.
Ho ritrovato il Lambrusco Vigneto Saetti a Le Carovaniere, whyskeria (e non solo) nel centro storico di Arezzo. Uno di quei posti pieni di rarità.
Ne aveva solo una bottiglia, era per prova. Sette euro. Mi ha visto così entusiasta che me l’ha regalata (ma nel frattempo avevo acquistato un Laphroig Triple Wood da 64 euro, tuoni e fulmini).
Amo il Lambrusco, si sa. Vitigno oltremodo sottovalutato. Il Vigneto Saetti è un Salamino di Santa Croce. Il Lambrusco più colorato e fruttato, di buon corpo, molto diverso dal Sorbara. Rientra in componente maggioritaria nel Lambrusco Reggiano, ma questo viene da Soliera, nel modenese.
Oltre all’etichetta, la particolarità del Vigneto Saetti sta nella concezione dichiaratamente vinoverista. Lieviti autoctoni, rifermentazione in bottiglia, niente solforosa, vigne di 30-40 anni. Lo si può paragonare ai più noti frizzanti di Camillo Donati, nome di culto porthosiano nel parmense.
Confesso che, soprattutto nei Lambrusco, la disciplina vinoverista è particolarmente controversa. Ne nascono sempre vini molto diversi da quelli a cui sei abituato. Ovviamente non somigliano alle schifezze da supermercato, ma nemmeno alle tante bottiglie di pregio più “normali”.
Il Vigneto Saetti che ho bevuto era un 2008, agricoltura biologica certificata. Sboccatura il 15 maggio 2009. Bel colore, buona spuma. Naso molto diverso dal Salamino canonico (o stereotipato?). Meno frutto e polpa, più lieviti e fiori rossi. Anche al gusto c’è come un dimagrimento.
Il corpo spumeggiante è qui declinato in una trama più sottile, elegante ma forse un po’ trattenuta. Rispetto ai frizzanti di Donati c’è una maggiore precisione gusto-olfattiva ma anche  minore personalità.
E’ un Lambrusco che vi consiglio di provare, per farvi la vostra idea e cercare di capire – poi – se è questo quello che cercate. O se, alla fine, preferite un Concerto Medici Ermete, un Campanone Lombardini o altri nomi (notevoli) similari.
In ogni cosa, buona bevuta.

Il vino degli altri: l’anticipazione

La Stampa anticipa oggi a tutta pagina Il vino degli altri (Mondadori), il mio nuovo libro, in uscita martedì prossimo 6 aprile.
Ecco l’estratto. Da oggi a giovedì sarò in ferie (e magari inseguito da Emilio Fede), ci sentiamo al mio rientro.
Un abbraccio.

(..) Perda Rubia è una di quelle cose che ti capitano per caso (..). Come i Malbec d’Argentina, nasce da viti a piede franco. (..) Per questo si parla del Perda Rubia come ultimo dei Cannonau. Il solo capace di raccontare un gusto, una storia e una matrice organolettica che facciano tornare indietro alla notte dei tempi.

    (..) In questa landa povera dell’Ogliastra era passato anche Mario Soldati. Vino al vino, terzo viaggio, 1976. C’era ancora il fondatore dell’azienda, Mario Mereu. “ (..) Il suo vino è un Cannonau, lui lo ha battezzato Perda Rubia, corruzione del sardo Perda Arrubia: cioè pietra rossa. Nel libro di sir Cyril trovo un grande elogio: ‘Perla Rubia, a particularly fine example of Cannonau”. Malgrado la svista del proto, si potrebbe dire davvero che si tratta di una Perla”.
     (..) L’azienda agraria si trova nella provincia dell’Ogliastra, tra i comuni di Cardedu, Taluna e Baunei. Nel sito internet, il Perda Rubia non è solo l’ultimo dei Cannonau: è anche il vino “dedicato a chi non ha ancora il telefonino”. Proprio come chi, oggi, il Perda Rubia lo fa.  Renato Mereu, figlio di Mario.
     Capelli corti, brizzolati. Fisico asciutto, voce sicura, piccola inflessione sarda. Passione genuina. Feroce adesione al territorio, come le viti a piede franco. “Una mia scoperta, ho lavorato all’individuazione di una vite che potesse vivere senza piede americano. Posso dire di avere raggiunto il genoma del Canonau vero, quello autentico, il più antico vitigno dell’area del Mediterraneo. Chi beve Perda Rubia, beve un vino d’altri tempi, a partire dalla pianta che ne produce il frutto”.
     (..) Si tende a dare per certo che il Cannonau sia il nome dato dai sardi a ciò che gli spagnoli chiamano Garnacha, i francesi Grenache, i liguri Granaccia, i maremmani Alicante e i vicentini Tocai Rosso. Renato Mereu ha dedicato meticolose ricerche alla storia del vitigno. “Non ho basi scientifiche per poter confutare questa tesi, ma la ritengo falsa. Il Cannonau è stato trovato nei più antichi nuraghe, è l’uva con più storia del bacino mediterraneo. Dicono che venga dalla Spagna perché gli spagnoli sono stati in Sardegna, ma dimenticano che molto tempo prima furono i greci ad approdare in Spagna”.
      (..) E’ possibile riconoscere un vino ottenuto da viti a piede franco? La risposta di Mereu è netta. “Certo che è possibile. (..) Provate a fare una degustazione alla cieca tra una serie di Cannonau: il Perda Rubia lo riconoscerete. A partire da quella sensazione inconfondibile di frutto speciale”.
     Frutto speciale: siamo all’intraducibile. La parola frutto rimanda a sensazioni precise, è più gestibile, nel Perda Rubia vuol dire ad esempio il dolcino dell’uvaspina.
    Speciale ha invece a che fare con il soggettivo. Con l’immaginazione. Ognuno ha l’onirico che si merita. L’utopico di riferimento. Non ci sono più regole, solo un tenero fantasticare.
     Occorre assaggiare e assaggiare ancora. E’ forse allora che scorgi davvero qualcosa di speciale. Non solo il prezzo irrisorio di 10 euro. Ha qualcosa di antico, rimanda sul serio a quella percezione di vino contadino, prodotto da un nonno abbastanza umile da sapere che non basta essere vecchi per saper invecchiare.
      Il Perda Rubia è la Sardegna che fu scudo agreste per Fabrizio De André, sequestrato come Mario Mereu e non per questo meno innamorato di lei – dell’Hotel Supramonte, della sua donna in fiamme – dopo la violenza subita. E’ la terra-mangiabarche dentro cui Massimo Carlotto, dopo decenni di calvari esistenziali e ancor più giudiziari, seppe rinascere, autentica e forse unica resurrezione laica italiana. E’ un Gran Torino dove alla fine Walt Kowlaski non muore, perché in questo nuovo nuraghe non avverte più l’obbligo del sacrificio per sopravvivere.
      E’ una DeLorean alcolica, sì, ancora quella uscita chissà come dal set di Ritorno al futuro, stavolta grande al punto da farci salire tutti sopra. A patto di stare al gioco. Di avere abbastanza fantasia. Rispetto. Follia.
      Il Perda Rubia è allora e forse il vino che, se le osterie di fuori porta fossero aperte come un tempo, servirebbero ancora, in boccali contadini e bicchieri privi di convenevoli, tovaglie comuni e parole d’epoche già troppo distanti. Parole, sintagmi, fonemi capaci di germogliare: dare senso a un’idea, vita a un progetto. Carburante buono per mettere in moto la DeLorean alcolica, scivolando indietro nel tempo con lei, come pietre rosse che rotolano giù, fino all’attimo in cui – se poi mai è esistito – tutto funzionava. Quando eravamo ancora, e miracolosamente, intatti.