Archivio di aprile 2010

La replica di Carlo Ferrini (e del suo avvocato)

Il bravo Francesco Arrigoni, nel suo blog sul Corriere della Sera, ha intercettato Carlo Ferrini e il suo avvocato Bernardo Losappio (lo stesso dell’azienda Banfi) dopo avere letto la pagina 131 de Il Vino degli altri.
Arrigoni voleva accertarsi di quanto fossero vere le parole di Massimo D’Alessandro sulla vicenda. Mi pare che abbia scoperto – ancor più dopo la replica di Brancaia – che non fossero invenzioni. Non lo affermo io ma l’avvocato Losappio: “Ferrini è oggetto di indagine della Procura di Siena per una faccenda che riguarda la presunta contraffazione di vini IGT Toscana” (cito Arrigoni). E lo stesso Ferrini (“due anni fa era stato sentito come persona informata sui fatti per la vicenda del Brunello e oggetto, allora di un avviso di garanzia, e di essere ancora nell’ambito un’inchiesta”, riporta Arrigoni).
Mi piace riportare integralmente il post, ricordando una volta di più che – a pagina 132 – ribadisco di credere nella presunzione di innocenza e di non avere mai parlato di sentenze definitive o colpe accertate (“La giustizia farà il suo corso, non entro nel merito e non arrivo a conclusioni, mi limito a riportare quel che so”, così D’Alessandro; “A prescindere dalle implicazioni giuridiche, dalle persone direttamente coinvolte. Tutti, fino a prova contraria, sono innocenti”, così io).
Ho solo riportato un fatto rivelatomi da un intervistato: l’esistenza di una inchiesta. Anzi, di più di una (e non sono io a rivelarlo). In altre parole: ho solo dato una notizia ai lettori. Che è esattamente ciò che fa (o dovrebbe fare) un giornalista. Mai scritto “Ferrini è colpevole” o simili. Non sono un pazzo.
Ribadisco anche di avere riportato le parole (si direbbe ampiamente fondate) di un affermato produttore, non le mie opinioni o i pettegolezzi del circondario.
Qualora Carlo Ferrini o il suo avvocato volessero dare dettagliatamente la loro versione dei fatti, sarà mia premura pubblicarla integralmente su questo spazio.
Ecco il post del 22 aprile di Francesco Arrigoni.

Avviso di garanzia a Carlo Ferrini, uno dei più famosi enologi italiani, per una faccenda di un vino toscano fatto con vino abruzzese. Così avevo sentito dire un mese fa. Ma non ho voluto crederci, pensavo che fosse una delle tante voci maligne che circolano nell’ambiente del vino, alle quali nella mia carriera non ho mai detto retta perché altrimenti ogni giorno dovrei occuparmi di fatti che il più delle volte si rivelano una bufala. A maggior rgaione non ho dato peso alla cosa perché a riferirmi la notizia era un altro enologo concorrente di Ferrini.
Ora però la notizia sarebbe non solo confermata, ma aggravata. L’ha scritta Andrea Scanzi nel suo ultimo libro “Il vino degli altri” (ne ho avuto notizia grazie al blog  
Vino al Vino di Franco Ziliani e ora anche grazie a Scanzi che pubblica nel suo blog la pagina di quel libro (vedi qui) dove Scanzi riferisce le parole di un produttore di Cortona.
“E’ molto più di una inchiesta. In breve si è scoperto – secondo l’accusa – che un grande enologo, Carlo Ferrini, faceva vino in Toscana utilizzando vino proveniente da altre regioni….”
Prima di tutto va detto che questa non è una frase tratta dal blog dell’ultimo provocatore, ma da un libro e un libro non è un articolo di giornale, scritto da Scanzi che è un bravo giornalista e certo non uno sprovveduto.
Qui però si parla di un’accusa che sarebbe stata accertata e getta una pessima luce su Ferrini, insieme a gravissime considerazioni sul vino toscano.
Però prima di proseguire ho voluto sentire il diretto interessato Carlo Ferrini. Il quale mi dice di essere stupito e amareggiato della cosa. Mi dice che il suo nome insieme a quello di altri è stato trovato in un elenco ritrovato in una delle cantine indagate per l’ultima vicenda del vino toscano contraffatto (di cui aveva parlato Zaia all’inaugurazione del Vinitaly) e che poi mani misteriose si sono premurate a spedirlo a tutte le migliori cantine toscane. Però anche mi comunica anche che due anni fa era stato sentito come persona informata sui fatti per la vicenda del Brunello e oggetto, allora di un avviso di garanzia, e di essere ancora nell’ambito un’inchiesta.
Ora sappiamo tutti che ricevere un avviso di garanzia non significa automaticamente avere una condanna a carico. Però certo non è una bella notizia né per l’interessato né per il settore del vino.
Più tardi mi ha raggiunto telefonicamente l’avvocato di Ferrini, Bernardo Losapio, del Foro di Siena che ha meglio precisato. Cioè che Ferrini è oggetto di indagine della Procura di Siena per una faccenda che riguarda la presunta contraffazione di vini IGT Toscana. Ferrini nella sua attività di enologo per alcune delle più importanti aziende vitivinicole toscane, che non solo producono vino ma ne acquistano, riceve dei campioni di vini, vini che poi utilizza per la realizzazione di alcuni vini. Secondo la Procura di Siena alcuni di questi vini pervenuti a Ferrini non proverrebbero dalla Toscana (ma la cosa sarebbe ancora da provare analiticamente). Ferrini quindi sarebbe attore inconsapevole della faccenda. L’avvocato Losapio ha annunciato che si riserva (dice che si riserva non che certamente farà) di dare querela a Scanzi per quanto riferito nel libro e per la violazione del segreto istruttorio.  Quindi la vicenda non è ancora ben definita e le responsabilità da accertare. Ritengo sia bene attendere si celebri un processo e attendere una sentenza prima di trarre conclusioni che potrebbero essere gravissime.

Recensione: L’Espresso

Ecco la recensione uscita venerdì scorso su L’Espresso. Lo stesso giorno, la rubrica del Tg2 Eat Parade ha parlato de Il vino degli altri.

Come sono i vini degli altri: i francesi, gli americani, i vini del Sudamerica? Di cosa sanno, cosa rappresentano, cosa vogliono comunicare?
Dopo Elogio dell’invecchiamento, il giornalista Andrea Scanzi prosegue il suo viaggio alcolico ad alto tasso di rock e cinema, con i vini esteri: Il vino degli altri (Mondadori), alla scoperta dei migliori vini del mondo.
Vini selezionati per storia, per grandeur, per mistero. O semplicemente perché piacciono a lui. Accostati a un rivale nazionale: se lo Champagne fosse italiano cosa sarebbe? Se il Bordeaux trasmigrasse da noi, dove andrebbe? E se la Borgogna fosse una nostra regione, dove si collocherebbe?
Un gioco, certo: all’insegna del piacere e del divertimento. “Il vino? Un viaggio sull’altalena”.

La replica di Brancaia (e poi la mia)

Ho appena saputo di aver vinto il Premio Durruti 2010. Il libro è partito bene: piace, si vende, fa parlare. Stasera farò di nuovo la pasta in casa, toccando una volta di più con mano il potere terapeutico e catartico della cucina.
Va tutto bene. Ed è proprio in questi casi che arriva qualcosa a disturbarti il quasi-Nirvana. Funziona così, occorre far media.
Franco Ziliani ha pubblicato – nel suo blog Vino al Vino – la replica dell’azienda di Brancaia al mio libro. Cioè, no: all’unica pagina che (forse) hanno letto.
La pubblico anch’io. E poi, con la consueta dovizia, la commento.
Brancaia scrive:

A causa di una pubblicazione del giornalista Andrea Scanzi questa settimana, ci sentiamo obbligati a fare una comunicazione formale.
Da molti anni lavoriamo con passione e con tanta energia per produrre il miglior vino possibile dal nostro terroir – con il massimo rispetto per tutte le risorse della natura e con una dedizione totale da parte del nostro team. Produciamo tre vini di punta: Brancaia IL BLU (IGT), Brancaia Chianti Classico (DOCG) e ILATRAIA (IGT).
Per questi vini utilizziamo soltanto uve prodotte nei nostri vigneti – provenienti dai 25 ettari vitati della nostra proprietà nel Chianti Classico e dai 40 ettari vitati della nostra proprietà in Maremma.
Il nostro vino di pronta beva, Brancaia TRE (IGT), comprende tutte le uve che non possono essere selezionate per i nostri vini di punta.
Visto il successo e la richiesta di Brancaia TRE, in aggiunta alle uve di nostra produzione, da qualche tempo acquistiamo uve e vino sfuso (entrambi a IGT Toscana). Questo non è un segreto e decisamente non è un reato.
Ecco i fatti:
– Due commercianti toscani di vini sfusi sono indagati per aver venduto vini con falsa documentazione (frode).
– Di conseguenza, tutti i vini sfusi, anche già ceduti a produttori, sono stati bloccati.
– Poiché avevamo acquistato in buona fede da questi commercianti, il vino che è stato utilizzato per Brancaia TRE è stato bloccato.
– Durante i controlli abbiamo esibito tutti i documenti richiesti e risposto a tutte le domande.
– Al termine dei controlli, Brancaia TRE è stato sbloccato.
– Acquistiamo solo una piccola quantità di vino sfuso e solo per Brancaia TRE.
– La selezione di uve acquistate e di vino sfuso è prevista dalla legge e basata su alti standard qualitativi.
– Tutti gli altri nostri vini sono fatti solo con uve di nostra produzione. Riteniamo di esserci comportati sempre correttamente e chiaramente rifiutiamo le affermazioni di Massimo D’Alessandro così come riportate da Andrea Scanzi.
In ordine a tali affermazioni, peraltro, ci riserviamo di tutelare il nostro buon nome e la nostra professionalità in tutte le sedi competenti.
Barbara e Martin Kronenberg Widmer

Ringrazio i signori Widmer per l’attenzione (per interposta persona, visto che a me non è stato spedito nulla). Mi preme però dirgli subito che tale replica è del tutto pleonastica, al di là di una media piacevolezza dello scritto, ribadendo in tutto quello che ho riportato nel libro (in merito a Brancaia, almeno) e confutando al tempo stesso tutto ciò che nel libro non c’è scritto.
Nel caso migliore è la classica smentita che non smentisce, in quello meno desiderabile un esempio (l’ennesimo) di toppa peggio del buco.
Ricordando ai coniugi Widmer, cognome curiosamente vicino all’ineffabile Charles Widmore di Lost, che “la pubblicazione del giornalista Andrea Scanzi” è in realtà un libro, Il vino degli altri, edito da Mondadori (non da Scaramacai), uscito non “questa settimana” ma il 6 aprile e ideale seguito del bestseller Elogio dell’invecchiamento, desidero rimembrar loro che nell’unica pagina che (forse) hanno letto o sbirciato, non faccio che riportare  i commenti del produttore Massimo D’Alessandro (peraltro amico dei coniugi Widmer).
In tali commenti, a pagina 131, D’Alessandro non lancia accuse o dà sentenze, ma informa me e i lettori di una inchiesta che riguarda anche l’enologo Carlo Ferrini (della cui consulenza si avvale Brancaia).
Nello specifico, e sintetizzando, D’Alessandro dice che: 1) esiste un’inchiesta atta ad accertare irregolarità nella fattura di alcuni vini toscani; 2) alcuni commercianti sono sotto inchiesta per frode; 3) alcune bottiglie sono state sequestrate.
Tali punti, in toto, vengono confermati dai coniugi Widmer nella loro replica.
Il libro nomina Brancaia solo in un passaggio: “Sono stati fatti sequestri ovunque (parla D’Alessandro). Sono amico di Brancaia, mi hanno detto che da loro hanno sequestrato 75mila bottiglie già vendute agli americani”. Fine. Su Brancaia non c’è altro. E sottolineo null’altro. Non ho mai scritto (né D’Alessandro mai detto) che l’azienda Brancaia fosse giuridicamente colpevole o non innocente.
Tali parole vengono appunto confermate dai coniugi Widmer: “Due commercianti toscani di vini sfusi sono indagati per aver venduto vini con falsa documentazione (frode). – Di conseguenza, tutti i vini sfusi, anche già ceduti a produttori, sono stati bloccati. – Poiché avevamo acquistato in buona fede da questi commercianti, il vino che è stato utilizzato per Brancaia TRE è stato bloccato“.
Appunto. Quindi: 1) esiste un’inchiesta; 2) l’inchiesta parla di vini toscani contraffatti; 3) l’inchiesta ha riguardato e/o riguarda (anche) Carlo Ferrini e l’azienda Brancaia.
Appunto.
L’unica differenza è nel chiamare “bloccate” delle bottiglie “sequestrate”. Questione di semantica. O di scaltrezza.
Non ho mai scritto, né D’Alessandro ha mai detto, che tali bottiglie sono state buttate al macero o distrutte.
Prendo comunque atto di tale smentita, nella quale peraltro si ammette candidamente di acquistare disinvoltamente (“in buona fede”, ovvio) del vino sfuso proveniente dall’esterno dell’azienda. Una bella notizia per i consumatori (e peraltro a buon mercato).
Un’ultima cosa. I libri, gentili coniugi Widmer, constano di molte pagine. Non solo di una. Se aveste avuto la bontà e la pazienza di leggerlo tutto, o anche solo il capitolo che incidentalmente cita la vostra gloriosa nonché sommamente stentorea azienza, avreste potuto leggere come finisce il passaggio.
Lo scrivo qui, a vostro (e non solo vostro) uso e consumo:
“E’ anche per queste parole, caro Gigi Garanzini, cari amici lettori, che mi sento un toscano apolide. A prescindere dalle implicazioni giuridiche, dalle persone direttamente coinvolte. Tutti, fino a prova contraria, sono innocenti“.
E più avanti, dopo aver parlato di Carlo Ferrini e di una sua intervista alla rivista Sommelier Toscana, chiudo così: “Massimo rispetto (per Ferrini e le sue aziende, NdA), ma mi permetto di guardare altrove. Come, se non ho capito male, guarda altrove Massimo D’Alessandro”.

Se non vi crea troppo dispiacere, gentile famiglia Widmer, permetta che “il giornalista Andrea Scanzi” abbia l’ardire e professi l’eresia di guardare altrove. Ancor più dopo questa vostra replica.

Georges Laval Brut Premier Cru

Ecco un altro Champagne da provare. Ma qui devo dilungarmi un po’.
Georges Laval è un vigneron biologico (non biodinamico) di Cumières, a pochi chilometri da Epernay, sul versante destro della Marna. Un Premier Cru, non un Grand Cru.
Ha molti estimatori ed è ritenuto, per territorialità, uno degli Champagne più personali e “veri”. Soprattutto Les Chenes, il millesimato Blanc de Blancs, quindi da sole uve Chardonnay. Molti lo paragonano ad Anselme Selosse (di cui però non è allievo, a differenza di Jacques Prèvost).
Laval ha una produzione alta che, oltre al Les Chenes, racchiude altri due Champagne in purezza: Les Hautes Chèvres (Pinot Noir) e Les Meuniers de la Butte (Pinot Meunier).
Non so il prezzo di queste bottiglie. In Italia è importato da Moon.
Il base della produzione è il vino che ho bevuto. Acquistato – ancora – alla Casa del Parmigiano di Erasmo Gastaldello. Prezzo 49 euro.
A differenza della fascia alta, il base è un blend di tutti e tre i vitigni (Chardonnay 50%, Pinot Noir e Pinot Meunier 25%). Può essere Brut Nature (meno di 3 grammi di zucchero per litro) o Brut (5 grammi/litro di zucchero). Avrei voluto provare il primo, ho trovato il secondo. Paziernza.
E’ un grande Champagne, ma ha una strana caratteristica: è molto meglio da solo che non durante il pasto. E questo, per me, è  inedito. All’esame visivo è bello cristallino, pulito, perlage abbastanza numeroso e persistente (non troppo: le bollicine, negli Champagne fatti con lieviti autoctoni e non selezionati, sono sempre meno durature).
Al naso domina la crosta di pane (non dite “pan briochato”, sapete che non lo sopporto). Poi fiori e frutti gialli, non maturi. Una nota tropicale. Sciroppo di dosaggio percettibile, non predominante.
Splendido al gusto, soprattutto per progressione e persistenza. Uno Champagne davvero lungo, che si distende e rimane, nitido, anche quindici-venti secondi dopo averlo deglutito. Fresco, sapido, di giusta morbidezza, equilibrato e di carattere.
Perfetto? Quasi, perché poi durante la cena è diventato improvvisamente timido. Voi direte: che ci hai mangiato, un mattone? No. La “solita” fonduta di pesce, con le salse. Quello che mangio quasi sempre con gli Champagne.
Questo Laval è forse più adatto a cose meno forti: formaggi freschi, frittura di pesce, affettati, pesce non troppo elaborato. Non saprei.
Per curiosità, l’ho poi bevuto (e finito) da solo, dopo cena. Ed è tornato splendido.
Quello che mi sento di dirvi, è di berlo come se fosse un vino (lussuoso) da aperitivo, o addirittura di godervelo senza niente, quando avrete voglia di festeggiare non so che. E’ uno Champagne così pieno di carattere che vuole ballare da solo, come la divina Liv Tyler in quel vecchio (neanche troppo) film.
Piccola nota negativa: il giorno dopo avevo un piccolo mal di testa. Spero non dipenda da un eccesso di solforosa, tipico dei vini francesi ma – teoricamente – non tipico dei vini biologici.

Donnas Vieilles Vignes

Ne Il vino degli altri parlo dei Vini Outtake. Uno dei miei molti conii (?) nel mondo del vino, assieme al Vino Muccino, il Vino Povia e quant’altri (??).
Cosa sono? I Vini Outtake sono quelli che, come le canzoni outtake, nascono un po’ sfigati. Poco noti, misconosciuti, mai illuminati dalle luci della ribalta. Però, se li incontri, scopri che meritano. Come le canzoni outtake di Bob Dylan nei Basement Tapes, i nastri dello scantinato, quelli con The Band.
L’altro giorno, anzi sera, ne ho incontrato un altro. Viene dalla Valle d’Aosta, terra di grandi vini outtake (e non solo outtake). E’ il Vieilles Vignes Donnas, della Caves Cooperatives di Donnas.
Donnas è un paese al confine con il Piemonte, quindi nella parte est della Valle d’Aosta. Il luogo prediletto per un vitigno che lì chiamano Picoteneur e che, di fatto, è Nebbiolo. Il vino Donnas risulta così una sorta di “Barolo Valdostano”.
La Cooperativa vinifica vigne vecchie, come lascia intendere il vino. Sono bottiglie che purtroppo si trovano quasi solo in loco, difetto (inevitabile) di tutti i vini valdostani, ma posso garantirvi che merita. Oltretutto costano poco, sui 10-15 euro.
Il Picoteneur è un Nebbiolo meno ruvido e strutturato, più ingentilito. Sopporta bene la barrique (questa bottiglia ci sosta per 20 mesi). L’annata che ho provato era la 2002. Non esattamente una vendemmia epocale (o forse sì, ma in negativo).
Ebbene (cit): che gran vino. Dopo otto anni aveva ancora un bel frutto sano, di frutta rossa matura ma non troppo. Fresco, sapido, dritto. Di corpo (al punto giusto), equilibrato, elegante e complesso. Bevibilità suprema, duttilità nell’abbinamento da benedirlo. L’ho bevuto con una tagliata di tonno al pepe verde (cucinata da me: sono in fase da ricetta compulsiva) e ne avrei/avremmo bevuto un secchio.
Gran vino e gran prezzo. Applausi.

Pagina 131

Franco Ziliani, qualche giorno fa, ha pubblicato nel suo blog Vino al vino la “famosa” pagina 131 de Il vino degli altri. Quella in cui il Dottor Massimo D’Alessandro allude a una inchiesta sui vini toscani ed esprime perplessità sulla “filosofia” di molti produttori.
Come scrivo nel libro, ci saranno dei processi e nessuno dà sentenze. Né intende generalizzare. E’ solo una notizia e l’opinione (legittima) di un bravo e coraggioso produttore.
Tengo anche a sottolineare come questa sia solo una pagina delle trecento e più de Il vino degli altri. Un libro anche forte, in alcuni passaggi, perché non amo i libri pavidi e gli opinionisti asserviti, ma anche e soprattutto un libro utile, ironico e appassionato. Che – spero – saprà farvi sorridere e al contempo insegnarvi qualcosa. E sono questi, per fortuna, i primi feedback che ho.
Ciò detto, pubblico anch’io pagina 131.
Cliccandoci, potete leggerla a tutta pagina.

Palazzo Lana

Ecco il secondo Metodo Classico che non mi ha convinto appieno, dopo il Methius. Palazzo Lana, Guido Berlucchi. Acquistato a 29 euro all’Enoteca Molesini di Cortona.
A Palazzo Lana, splendida struttura fortificata del XIV secolo a Borgonato (Brescia), cominciò la storia dei Metodo Classico Franciacorta tra Berlucchi e l’enologo Franco Ziliani.
Era il 1961, inizialmente si parlò di “Pinot di Franciacorta”.
In un certo senso, Berlucchi torna alle origini. Palazzo Lana è la linea deluxe. E’ o sarebbe, perché alcune guide come quella dell’Espresso – pur dando buoni voti a tutta la gamma – le preferiscono il Cellarius Rosè, un prodotto che si trova anche nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
Negli ultimi tempi Berlucchi ha cambiato strategia. La Cuvèe si chiama Franciacorta Storica ’61 Brut e, soprattutto, è nata la nuova collana Palazzo Lana. Brut (11mila bottiglie), Extreme (solo Pinot Nero, 5mila bottiglie), Satèn.
Le bottiglie, disegnate da Giacomo Bersanetti, si trovano soltanto in enoteche scelte personalmente dall’azienda. La prima annata in commercio è la 2004. Dall’anno prossimo uscirà anche la Palazzo Lana Rosè.
Io ho degustato la Brut 2004.
Nulla da dire all’esame visivo, colore e perlage convincenti.
Il naso, non complesso, tradisce la presenza dello sciroppo di dosaggio e lascia presupporre il “solito” Franciacorta morbido e un po’ sbroscioso.
No: al gusto è invece incredibilmente acido. Pure troppo, perché più che acido (e sarebbe un bene) risulta piuttosto aspro (e non è un bene), verde e con un finale amarognolo poco elegante. Limone e cedro per retrolfazione (?). Struttura media.
L’astringenza, non desiderabile in questi vini, deriva forse da un Pinot Nero poco nobile o da una vendemmia involontariamente anticipata.
Palazzo Lana, almeno la bottiglia che ho bevuto io, all’apparenza si presenta come una Cuvèe rotonda e gentile, desiderosa di piacere a tutti come gli Champagne delle Maison. Al gusto, però, è l’esatto opposto: un Metodo Classico fatto da un Vigneron volenteroso ma non ispiratissimo. E la degustazione non migliora col passare dei minuti.

Methius

Amo i Metodo Classico (si sarà capito). Ma non amo tutti i Metodo Classico.
Mi piace cercare nuove bollicine, anzitutto in Trentino e Alto Adige, terre non ancora pienamente valorizzate (e conosciute). L’Alto Adige, in particolare, sa colpirti spesso al cuore: basta non fermarsi allo stereotipo-Seppi.
Bene Haderburg e Arunda Vivaldi, un po’ meno questo Methius.
L’ho acquistato su consiglio di un enotecaro di Fiè allo Sciliar, a Capodanno. E’ un Metodo Classico da 30 euro. Ha vinto qualche premio.
L’azienda è nata nel 1986 per volere di due amici, Carlo Dorigati ed Enrico Paternoster. Si trova a Mezzocorona, paese vocato alla spumantistica trentina. Il nome Methius, leggo dalle informazioni, “deriva dalla ricerca di un toponimo locale che accomuna l’origine del prodotto aziendale al territorio di nascita”.
Non chiarissimo. Riproviamo: “L’etimo del nome scelto si perde nella storia. Si sa che già nel 1150 (Principe Vescovo e Mainardo II conte di Tirolo) il nome delle due borgate site nella “Piana Rotaliana” erano: Methius Coronae -oggi Mezzocorona e Methius Sancti Petri (oggi Mezzolombardo) ove il radicale comune “Methius” deriva dal celtico e latino volgare”. Già così va un po’ meglio.
Il Methius, di cui ho degustato il millesimato 2001 Brut, è 60% Chardonnay e 40% Pinot Nero. Un blend classico dei Metodo Classico e Champagne. Quattro-cinque anni di affinamento sui lieviti, sei-otto mesi di sosta in bottiglia dopo la sboccatura.
Tutto bene? Non esattamente.
Il Methius è uno spumante sin troppo educato. Nelle bollicine, per nulla aggressive (bene) ma non troppo percettibili (meno bene). Nei profumi, di frutta matura gialla e poco più. Più ancora, nel gusto: poca acidità e sapidità, grande morbidezza, un “dolcino” sin troppo evidenziato (dato dallo sciroppo di dosaggio e, azzardo, dalla barrique in cui sosta lo Chardonnay).
Non è uno spumante cattivo, tutt’altro, ma è uno spumante con poca spina dorsale e scarsa personalità.
Per i miei gusti, sin troppo affettato e garbato.

P.S. Franco Ziliani, nel suo blog Vino al vino, ha pubblicato la pagina (131) in cui si parla dell’inchiesta sui taroccamenti del vino toscano. Mi sarei giocato uno zebedeo (cit) che quella pagina non sarebbe passata inosservata. Sempre in quel capitolo, a pagina 139 c’è un odioso refuso. Quando il Dottor Massimo D’Alessandro afferma che “il Consorzio dovrebbe fare di più. Purtroppo é in mano a Frescobaldi e La Calonica. Frescobaldi produce anche Merlot e altri vitigni, quindi non vuole che si punti sul Syrah”, in realtà si riferiva ad Avignonesi. Non a Frescobaldi. Colpa mia.
Chiedo scusa ai diretti interessati e ai lettori. Lo correggeremo nella seconda edizione.

Metti una cena alla Tana

Uno dei miei riti è festeggiare l’uscita dei libri alla Tana degli Orsi, luogo del cuore e dell’anima di Pratovecchio. Lo cito spesso, sia in Elogio che ne Il vino degli altri. E’ un posto meraviglioso, gli unici difetti sono la lontananza (da casa mia) e la musica a volte troppo alta (ma ultimamente non c’è: bene).
Venerdì scorso ho festeggiato con alcuni amici, i soliti. Eravamo cinque. C’era Chef Cumino, Giallu Gori, rigoroso sbagliatore di vini e tronfio consumatore di spezie esecrabili. C’era Alberto Fucci, detto Rambino, che sta alla degustazione come io alle infradito. C’era Gabriele Mori, bevitore dalla tolleranza alcolica superomica e feticista del cellulare (conosco feticismi migliori). E c’era Massi Bertozzi, che ultimamente fa la spola tra Italia e New York, e fossi in lui non so se tra le due sceglierei la prima.
In questi casi i vini li scelgo io. Credo che a loro vada bene. E se non gli va bene pazienza.
Queste cene sono sacre. Il rituale è quasi sempre lo stesso. L’aperitivo offerto da Simone e Caterina (i proprietari della Tana), il lattaiolo prima del dolce (che non prendo mai, ma in queste cene sì). Prima di andare, sapevo che avrei subito la mitraglia per la mia scelta – ribadita dall’ultimo libro di Safran Foer – di essere (tornare) vegetariano. La mitraglia c’è stata: e mi ha ribadito le convinzioni. Nulla mi convince più degli assolutismi altrui. L’agnello e il capretto mangiateli voi: io preferisco vivere (e far vivere).
E’ stata una galleria di vini sontuosa. Ecco la progressione.
Franciacorta Dosage Zero Faccoli 2004. Faccoli è una piccola azienda in Franciacorta, tra le poche che piacciono ai vinoveristi. Il suo vino migliore è forse l’Extra Brut. Questo Dosage Zero, cioè un Pas Dosè, è stata la rivelazione della serata. Costo 22 euro. Non brillava in perlage (sticazzi) e per progressione, ma era meraviglioso per acidità, eleganza, profumi (non solo lievito) e capacità finale di detergere.
Riesling Castel Juval 2007. Un piccolo capolavoro, a mio avviso il migliore Riesling italiano con Falkenstein (entrambi della Val Venosta). Nel libro ne parlo. Adoro i Riesling, soprattutto della Mosella. Castel Juval (proprietà di Reinhold Messner, bassa produzione) è un gioiellino, anche naturalistico. La 2007 è stata un’annata straordinaria, la degustazione l’ha dimostrata. Sapido e minerale, fresco ed equilibrato, profumi complessi (e non aveva neanche 3 anni). Una bottiglia da 18 euro (se il ricarico è onesto, e qui lo è). Applausi. Unico dispiacere: il Riesling, se fatto bene, andrebbe atteso per anni. Altrimenti è sempre un po’ un infanticidio.
Sassella Rocce Rosse Ar.Pe.Pe. 1997. Ah, i vini di Pelizzatti Perego. Sia lode ad Arturo e ai suoi figli. Sia lode alla Valtellina vera e alla Chiavennasca (Nebbiolo) d’altura, viticoltura eroica che qui non segue le mode (Sfursat). I vini di Ar.Pe.Pe. brillano per drittezza, eleganza e personalità. Un vino di 13 anni a 26 euro. Rapporto qualità/prezzo da spellarsi le mani. Bevibilità suprema. C’mon.
Barolo Brunate-Le Coste Rinaldi 2004. Rinaldi non si discute: si ama. Anche quando fa il burbero (lui e i suoi vini). Il Barolo paradigmatico. Io forse preferisco l’altro, il Cannubi-Boschis, e questo 2004 era senz’altro giovane (perdonami, Beppe) ma che creatura meravigliosa. Costo 38 euro: li vale e per un Barolo è poco.
Passito di Pantelleria Ferrandes 2005. Ecco, io per i vini dolci – come noto – non ho un debole. Non mangio quasi mai dolci e non bevo quasi mai vini dolci. Il mio preferito è il Tokaj, poi lo Sciacchetrà (chi ha letto il libro lo sa). E il Sol di Cerruti. Fare passiti di pregio è un’arte quasi scomparsa. Ferrandes, altro vinoverista, la conosce. Prezzo 26 euro (bottiglia da 0,375 lt).
Buona domenica a tutti.

Recensione: A Life Uncorked

Ho trovato questa bella recensione de Il Vino degli altri. Appare nel blog A Life Uncorked. Eccola.

[…] “Credo però, ora e sempre, al vino come compagno di viaggio. Come tramite per la conversazione, la conoscenza, il sapere. Come trip per la scrittura. Come amico fragile nell’inverno (e inferno) del nostro scontento.
Credo nel vino che invecchia con me, spero meglio di me.
Credo nel vino che, nei casi migliori, anche quando meno te l’aspetti, ha l’allungo degli assoli dei Lynyrd Skynyrd in Free Bird. L’equilibrio commovente dell’album d’esordio di Damien Rice. La progressione ampia e maestosa, dannatamente malinconica, fatalmente definitiva, delle trame dei Sigur Ros.
Credo che il vino sia uno dei pochi vaccini al nichilismo.
Un viaggio sull’altalena. Un miraggio conosciuto. Quasi sempre un bel bere.” […] (Andrea Scanzi, Il Vino degli altri).

Un libro davvero delizioso, appena uscito e letto tutto d’un fiato. Seguito ideale di “Elogio dell’invecchiamento” ma con un approccio migliore, più ironico, romantico, scanzonato, come piace a me.
Un viaggio nei vigneti di tutto il mondo, dove ogni singola uva o bottiglia ha una sua storia, una sua particolarità. Ogni capitolo è alternato ad una digressione nelle produzioni italiane, quasi a tracciare un filo immaginario che in qualche modo lega il vino di tutto il mondo. Spiegazioni teniche si incastrano alla perfezione con battute fulminanti.
Alla fine c’è anche un test per vedere a quale stile si appartiene, se Bordolese o Borgognotto.
Bellissimo. (A Life Uncorked)