Archivio di marzo 2010

Champagne Paul Bara (Grand Rosè)

Paul Bara è uno dei nomi di culto dello Champagne. E’ un vigneron, però così potente e noto da essere ormai quasi una Maison. Io ho provato il suo Grand Rosè, da Pinot Nero. Un Grand Cru, a Bouzy, l’enclave prelibata e perfetta di Pinot Noir assieme ad Ambonnay.
Il produttore, nel sito, lo definisce “vino da donne”, che non sai mai se sia un pregio o un difetto.
Non sono Champagne economici, l’ho acquistato a 49 euro alla Casa del Parmigiano di Erasmo Gastaldello. Però è un gran vino. Spicca al colore, un rosa cristallino e intenso, perlage persistente e fine. Al naso dominano i sentori che ti aspetti: fragola selvatica, lampone, frutti di bosco, ciliegia. Finale di amarena.
La crosta di pane si sente meno che altrove, le bollicine in bocca non sono aggressive.
Al gusto è fresco, non troppo sapido, di buon corpo per essere uno Champagne. Giusta lunghezza, equilibrio preciso.
Forse alcuni Rosè Saignèe di vignerons più “naturali” mi avevano colpito di più (Boulard, Larmandier-Bernier), ma lì si va proprio a gusto. Sintetizzando, questo ha un po’ meno carattere e più educazione.
In ogni caso, mi sento di consigliarvel. Quando avrete voglia di spendere qualche euro in più per un Rosè di pregio.

Etna Passopisciaro

Uno dei capitoli de Il vino degli altri è dedicato ai vini etnei. Me li sono fatti raccontare da Salvo Foti, maestro e mentore della zona. Per molti è proprio la zona etnea la nuova Borgogna d’Italia (e infatti stanno provando a piantarci il Pinot Noir).
La galassia di Etna rosso (e bianco: Carricante RuleZ) è varia e quasi sempre convincente. Nel libro troverete molti nomi. Tra questi, il Passopisciaro.
Non lo fa Salvo Foti, ma Andrea Franchetti della Tenuta toscana di Trinoro.
Siamo poco sotto i mille metri, versante nord del vulcano. L’annata 2007 è stata particolarmente premiata dalla Guida dell’Espresso.
Io ho provato la 2005, forse andava ancora aspettata ma mi è parsa in gran forma. Prezzo 30 euro al ristorante (La bottega del vino, Castiglion Fiorentino), sui 25 euro in enoteca.
E’ un Nerello Mascalese intenso ed elegante, di buona persistenza e giusta morbidezza, equilibrato, rosa canina (?) al naso e finale lievemente tannico.
Vino pressoché perfetto, forse meno sanguigno e nervoso di altri colleghi (penso, ad esempio, al Vinupetra o ai rossi del belga Frank Cornelissen), ma davvero splendido.

Chianti Classico (Cinciole, Rentennano)

Quanti Chianti Classico buoni conoscete? Pochissimi.
E’ un altro aspetto che affronto nel nuovo libro: la situazione (spesso) deplorevole della mia Toscana enologica.
Fortuna che qualcuno resiste. L’altra sera, alla Bottega del vino di Marco Sensitivi e Claudio Amadori, ne ho provati due. Entrambi 2006. Sono andato a colpo sicuro. Le Cinciole da una parte, San Giusto a Rentennano dall’altra. La prima, a Panzano in Chianti, è a conduzione biologica. L’azienda è condotta da Valeria Viganò e Luca Orsini. La seconda, dei Fratelli Martini di Cigala, si trova a Gaiole.
Ho provato i base delle due aziende, di solito sono proprio loro a dare il polso della qualità di una cantina.
Il Chianti Classico 2006 di Le Cinciole, più nota per il Riserva Petresco e un Supertuscan che non mi fa impazzire ma è ben fatto (Camalaione), costa sui 13 euro in enoteca. Al ristorante, se è onesto, poco sotto i 20. Li vale. E’ Sangiovese con piccola aggiunta di Canaiolo, uva che nel Chianti c’è sempre stata (anche se di per sé dona poco).  A distanza di quattro anni, è ancora un po’ chiuso e non lunghissimo, ma spicca per bevibilità, equilibrio, giusto frutto e un finale lievemente asprigno  tipico del Sangiovese.
Dall’altra parte, il Chianti Classico 2006 di San Giusto a Rentennano, azienda che apprezzo soprattutto per il Riserva Baroncole e (più ancora) per il Percarlo, uno dei migliori Sangiovese in purezza che si possano incontrare. Il prezzo è più o meno identico al base de Le Cinciole, forse qualcosa in più. Qua la matrice del Sangiovese è ancora più spiccata e asprigna: per alcuni più tipico, per altri meno piacevole. Io lo preferisco, seppur di poco, ma son gusti (cit).
Se vi trovate in Toscana, o vi va di provare due Chianti sicuri (e veri), questi lo sono. Non ne troverete – ahimé – molti altri.

Pagadebit Campo al Lago

Ristorante Donatello, Bologna, davanti al Teatro Arena del Sole. E’ lì da quasi cent’anni. Domenica pranzo. Poco distante ci sono il Cantuccio e Serghei, più noti, ma chiusi quel giorno.
Così andiamo lì. Tortellini e salumi, si mangia bene. Prezzi discreti.
Cosa bevi? Dura, coi tortelloni in brodo. Ci sta male quasi tutto.
In questi casi mi affido all’abbinamento che preferisco: quello ad minchiam. Ho scelto un Pagadebit Campo al Lago Frizzante, anno 2007. Azienda Agricola Celli, Bertinoro. Prezzo dieci euro.
Il Pagadebit è un vitigno autoctono romagnolo bianco. Cresce nelle province di Forlì-Cesena e Ravenna, zone decisamente più note per il Sangiovese. Il nome esatto è Bombino Bianco, lo trovi anche a Ravenna. Lo chiamavano Pagadebit perché era produttivo perfino nelle annate più difficili e serviva come merce di scambio per pagare i debiti (infatti un altro suo nome è Straccia Cambiale).
Per alcuni è un parente povero del Trebbiano d’Abruzzo, che incontri molti chilometri più a sud nel litorale adriatico.
Quel Pagadebit non aveva nulla di straordinario. Era semplicemente onesto e umile. Come doveva essere. A volte, ai vini, devi chiedere solo di essere se stessi. Rispettandone i limiti congeniti e apprezzandone l’antica schiettezza.

I tortellini più cari del mondo

Non so quando è successo, forse cinque anni fa o prim’ancora, ma a un certo punto ho cominciato a non badare a spese per le primizie enogastronomiche.
Se c’è una cosa a cui non so rinunciare, delle molte e non tutte dicibili, c’è il prodotto di culto in cucina. Aceti balsamici tradizionali (di Modena e di Reggio Emilia), Prosciutti e Salami di Grigio del Casentino, formaggi rarissimi. Farine, gomasio, lieviti naturali. I sali, ecco, i sali: ne ho di tutti i tipi. dell’Himalaya, di Cervia, delle Maldive (rosso), della Danimarca (affumicato). Il burro salato francese. Il patè di sardina del Portogallo (ah, la Lusitania).
Sono una banca per i famolostranisti della cucina (e del vino, ma lì un po’ meno). In nome della difesa della tradizione, faccio delle cazzate che ne basterebbe la metà. Però sono cazzate che hanno buon sapore. Per sintetizzarla con gusto, sono un bischero, sì, ma quasi di talento.
Avevo passato uno splendido weekend con Linda e Daniele Luttazzi, a Bologna. Davamo aria al cervello, rimettevamo in circolo i neuroni assaltati da questo tempo devastato e vile (cit). Avevamo scoperto – tra le altre cose – pub in chiese sconsacrate, slowfood carini e ristoranti misconosciuti, tutti vicini al Teatro Arena del Sole: Il Cantuccio, La Baita, Donatello, Serghei.
Ho speso il solito mutuo alla Feltrinelli (quella sotto le torri, dove una volta intervistai Michele Serra, mi pare nel secolo scorso).
Volevo un po’ di tortellini, quelli veri. Li ho trovati in via dell’Indipendenza, al civico 70. “I famosi tortellini della nonna”, chef Alessandro Citeri.
Ha un bel negozietto, pieno di rarità. Mi ha anche regalato due-tre etti di tortelloni speck e radicchio (sublimi). Tra necessità personali e regali per amici, abbiamo comprato due chili di tortellini. Da cuocere rigorosamente in brodo (anche se poi li mangi asciutti: non fate errori, da queste parti vi sgozzano per molto meno). Undici minuti di cottura (dice Citeri: io, che mangio al dente, stacco al minuto 8 e poi altri due in padella col sughetto). Un capolavoro. Vero.
C’è solo un piccolo problema. Ho pagato quei tortellini, autentici, fatti in casa, veri e palesemente lisergici, 38 euro al chilo. Sì, avete capito bene. Trentotto euro al chilo. Una cifra folle. Assurda. Idiota (come me). Ma erano così buoni che, quando torno a Bologna, li ricompro subito.

Dolcetto RuleZ

Il Dolcetto non tradisce. Mai. E’ il vitigno autoctono italiano che più sento vicino. Ha il giusto frutto, la giusta beva, il giusto prezzo. Va benissimo quando è declinato a quotidiano, va anche meglio (ma non sempre) quando qualche produttore lo rende ambizioso, soprattutto a Dogliani.
E’ un’uva di cui ho parlato tante volte, nei libri e nei blog. Mi piace, che posso farci. Qualche sera fa i miei amici mi hanno detto di portare il vino. Me lo dicono sempre, e anche se non me lo dicessero lo porterei lo stesso: poche cose mi fanno arrabbiare come una bottiglia sbagliata (e i miei amici sanno sbagliare, soprattutto uno di loro, Gianluca Gori).
Ho portato tre Dolcetto, tutti del 2007. Li avevo comprati all’Enoteca Fracchia & Berchialla di Alba.  Il primo era un Dolcetto d’Alba di Elio Grasso, un vino senza pretese di un produttore noto per altre etichette. Ha fatto il suo. Poi abbiamo aperto uno dei Dolcetti più famosi, il Siri d’Jermu di Pecchenino. Succoso e fruttato, ricco, di buon muscolo (?). Garanzia.
Infine, uno dei miei preferiti: il Maioli di Anna Maria Abbona. Questa azienda di Farigliano non finisce mai di stupirmi: è adorabile.
Avrei chiuso volentieri con un Dolcetto di San Fereolo, forse la rivelazione della rassegna Vini Naturali di Roma di febbraio a Roma, ma non ce l’avevo.
Mi rifarò la prossima volta. Di Dolcetti sono ben fornito. Non potrei vivere senza.

Domaine de Montvac

A volte i vini ti stupiscono. Spesso, quando sei fortunato. Due anni fa visitai Provenza e Rodano Meridionale. La zona di Chateauneuf-du-Pape, bella e sin troppo turistica, mi colpì per certi (pochi) avamposti intatti. Non molti vini mi esaltarono, forse perché amo poco i blend e con la Grenache (il vitigno maggioritario in un uvaggio che riguarda più di dieci vitigni) sono particolarmente esigente. Più facile che mi affascini la Mourvèdre, che nella piccola appellation di Bandol trova massima realizzazione.
Nel sito di Porthos avevo trovato consigliato il piccolo Domaine De Montvac, dalle parti di Vacqueyras, sopra lo Chateauneuf-du-Pape. Meno nota e cara, ma si usano gli stessi vitigni e può stupirti. Passai una splendida giornata con il proprietario e me ne tornai  a casa con 6 Gigondas (appellation leggermente più famosa) e 6 Vacqueyras. Acquistai, mi pare a 15 euro l’una, l’annata 2003.
Quel vino, nonostante il clima torrido, mi piacque.
L’altra sera ho aperto l’ultima Vacqueyras 2003 rimasta: si è rivelata incantevole. Bevibilità incredibile, grande complessità olfattiva, progressione e struttura, carattere e persistenza. Uno dei migliori vini di questo mio 2010.
Se passate da quelle parti, fate un salto da Domaine de Montvac. Il base è l’Arabesque (quello che ho sentito io), poi si sale (Cuvèe Vincila, Variation). Provateli tutti. Non ve ne pentirete.

Champagne: Bollinger e Pol Roger

Ne Il vino degli altri mi sono occupato molto di Champagne. E’ una delle tipologie a me, oggi, più vicine. Quali preferire, Maison o Vigneron? La certezza di un sapore che conosci o il fascino (e i rischi) di uno Champagne artigiano?
Nel libro ho fatto molti nomi, dell’una e dell’altra categoria. Romanticamente sarei – sono – più vicino ai vigneron, però negli ultimi giorni ho aperto due Champagne di importanti e blasonate Maison. Le ho acquistate alla Casa del Parmigiano della famiglia Gastaldello. Da una parte il Bollinger Brut Special Cuvèe, dall’altra il Brut Extra Cuvèe Reserve di Pol Roger. Entrambi blend, entrambi a un prezzo di 49 euro. Il primo è famoso (anche) perché lo beve James Bond, il secondo perché è lo Champagne più amato dalla Casa Reale britannica (e da Winston Churchill).
Di fronte a un Bollinger, le disquisizioni ideologiche (e talora filosofiche) sugli Champagne cadono. Sessanta percento Pinot Noir, 25 Chardonnay, 15 Pinot Meunier. E’ un vino straordinario per eleganza, piacevolezza e ricchezza. Sarà sborone berlo, non avrà il masochismo affascinante di certi vigneron (che pure amo) come Jacques Beaufort e Anselme Selosse, ma è uno degli Champagne più appaganti e indimenticabili che abbia mai incontrato.
Il Pol Roger gli sta molto dietro, per carattere, persistenza e fascino. Forse era una bottiglia stanca (si dice così), ma ne ho bevuti di migliori (e a prezzo più vantaggioso).
Quindi oggi brindo a voi, con un Bollinger, quasi come James Bond. Le Maison, con la loro boria e i loro prodotti seriali, mi stanno pure un po’ antipatiche. Ma la qualità, in certi casi, parla – e ammalia – da sola.

Luciano Sandrone

Uh, sono quasi emozionato. E’ il primo post del blog de Il vino degli altri, a tre settimane dall’uscita in libreria. Non ho dubbi sull’argomento da trattare: la degustazione che ho fatto da Luciano Sandrone, a fine febbraio.
Sono stato ospite di Marco Pozzali e Federico Graziani, per una delle loro verticali di approfondimento all’interno del periodico Bar Business. Pozzali, insieme a Porthos e Arnaldo Rossi della Taverna Pane e Vino di Cortona, è stato un Cicerone imprescindibile del nuovo libro. Eppure non lo avevo mai visto, non di persona. I tempi del web funzionano così.

Luciano Sandrone e la sua famiglia ci hanno ospitato per una lunga mattinata. Non mi sono potuto fermare a pranzo, per impegni di lavoro, ma mi sono gustato tutta la degustazione nella nuova (e splendida) cantina ai piedi di Barolo, non distante da uno dei B&B che preferisco nelle Langhe, Il gioco dell’oca.
I Barolo di Sandrone sono stati tra i primi che ho conosciuto, in Toscana si trovano con agio nelle migliori enoteche. Col tempo mi sono avvicinato a Barolo forse più “tradizionali” (parola equivoca, lo so). Ho scoperto che, per alcuni, Sandrone è oggi troppo moderno (non è vero, casomai è innegabile che dei suoi vini la Barbera è quella più legnosa).

La visita in cantina e la degustazione mi hanno convinto della bontà dell’azienda. Luciano Sandrone è stato tra i pionieri della zona, ha creduto nel Nebbiolo molto prima che la parola “Barolo” portasse con sé l’immagine di un vino indimenticabile (e costosissimo). La creatura più celebre di Sandrone è il Barolo Cannubi Boschis. Un cru. Oggetto della degustazione era invece l’altro Barolo, Le Vigne, ottenuto da un blend di vari vigneti. Il costo è sugli 80-85 euro a bottiglia in enoteca (non pochissimo).

Il panel (?) contemplava sette annate: 2000, 1999, 1998, 1997, 1996, 1995, 1993. Pozzali e Graziani hanno distribuito ai presenti (una quindicina di appassionati e addetti ai lavori) la loro scheda di valutazione. Pozzali ama da morire le immagini romantiche. Anche nei suoi libri. Per questo, in luogo della solita scheda Ais, comparivano voci curiose come “l’ingresso del vino nel bicchiere”. Che suono fa? Come si muove? Una domanda a cui non puoi rispondere. Per questo, nella scheda, mi sono divertito a buttare là degli aggettivi grulli, tipo “virile”, “timido”, “pavido”. Uno scherzo da dozzina. Chissà se Marco se n’è accorto.

Alla fine, dopo la degustazione dei sette Barolo (a digiuno, attorno alle 12 di mattina), ognuno raccontava le sue impressioni ai colleghi e all’azienda. Un’impostazione passionale, e non ingessata, che mi è piaciuta (Marco e Federico sono bravi, non lo si scopre certo oggi).
Come ho detto a Luciano Sandrone, persona di grande gentilezza e rigore, da queste degustazioni si cerca anzitutto di trarre l’idea di una matrice comune. Si spera cioè che ogni bottiglia sia legata all’altra da una filosofia di fondo, ricollegabile al carattere di chi quel vino lo fa. In quei sette vini ho scorto il carattere di Luciano Sandrone e uno stile condiviso, ben definito, né troppo tradizionale né smodatamente moderno. Probabilmente il mio Barolo della vita somiglia a quello di Giuseppe Rinaldi, ma Sandrone è senz’altro un approdo sicuro (e non anonimo).

Delle sette annate, le più intriganti erano 1993, 1997 e 1999. In quest’ordine. La ’93 era paradigmatica, di vibrante acidità e carattere da vendere. Con ancora molti anni davanti. Portentosa. Il ’97 era il classico Barolo donna, anzi femmina, fatale e morbido, per alcuni quasi troppo (nel senso che mancava di quelle piccole “imperfezioni” solitamente legate ai Barolo indimenticabili). In questo senso il ’99 poteva appagare di più: mancava forse di una progressione definita, col passare dei secondi rimaneva soprattutto l’alcol e non tutto il vestito del vino, ma si rivelava annata viva e scorbutica, di corpo e nerbo. La 2000 e ’98 tradivano una sofferenza data dalle alte temperature dell’annata (soprattutto la 2000). Le ’95 e ’96 hanno diviso: per alcuni non esaltanti, per altri le rivelazioni.

E’ stata una bella esperienza. Da quel giorno ho un posto del cuore in più nelle mie Langhe, di cui non mi stancherò mai di parlare con smisurato affetto.