Enoteche e Ristoranti

La Taste (Seregno)

La scorsa settimana è stata molto densa. Presentazioni del nuovo libro, I cani lo sanno, a Roma e Firenze. Articoli, tivù, interviste (fatte e ricevute). E poi le due rappresentazioni teatrali del mio spettacolo, Gaber se fosse Gaber, in luoghi che videro Giorgio cominciare 41 anni fa con il Signor G: Collerezzo e Seregno, in Brianza.
A Seregno, sabato sera al Teatro San Rocco, c’erano 700 persone. E’ stato molto bello.
Qualche giorno prima avevo ricevuto una mail da Alberto Lorenzi. Diceva di essere un mio lettore e mi parlava di un locale che aveva aperto proprio a Seregno, assieme a 4 amici. Gli avevo risposto, ma non lo avevo più sentito.
Poi, sabato pomeriggio, mi ha chiamato Carlo Tabarrini. Un amico e vigneron umbro, di cui qui ho parlato (la sua azienda si chiama Cantina Margò). Mi ribadiva che il locale di Alberto, chiamato La Taste, era meritorio. Alla fine sono riuscito ad accordarmi e, a mezzanotte, dopo lo spettacolo, ho cenato lì con alcuni amici della Fondazione Gaber e Perfect39.
Posso confermare: La Taste è uno dei luoghi più originali che abbia incontrato negli ultimi anni. Un’oasi nella Brianza. Non è solo ristorante – e bistrot al pomeriggio. E’ anche “supermercato” deluxe, con un ventaglio di proposte enogastronomiche straordinario. Grande attenzione a cibi biologici, vini naturali e prodotti del territorio (vini, affettati, pane, formaggi).
L’arredamento è sontuoso, i prezzi non troppo economici ma visto il posto non potrebbe essere diversamente. Non ho provato molti piatti cucinati, ma l’erbazzone era dignitoso e il tagliere di formaggi e salumi impeccabile. Bene i vari tipi di pane fatto in casa (da applausi quello alla zucca gialla), nulla da dire – ovviamente – sulla carta dei vini (e delle birre artigianali). Bel finale con l’Highland Park 18 anni.
Nel prossimo post vi parlerò di un orange wine che mi ha colpito, provato proprio sabato sera – e riprovato la sera dopo con amici.
Intanto, qui, ci tengo a ribadire che La Taste di Seregno è un luogo sicuro e prezioso.

Osteria da Gianni (Il Disastro)

Prendete nota: ho la risposta a una delle domande eterne. Qual è il peggior ristorante d’Italia? Io forse posso dirvelo. E il bello è che non ci ho neanche mangiato. Avrei voluto, ma non ho potuto.
Ieri ero a La Spezia. La presentazione a Porto Lotti è stata splendida. Una delle migliori.
A pranzo, volevo provare uno slowfood. Di solito sono piccoli garanzie. Di solito.
Opto per L’Osteria da Gianni, nel quartiere Umbertino. Lo scelgo anche perché, da vegetariano, ci sono molti piatti erbivori e di pesce: testaroli al pesto, torte di verdura. C’è scritto nella guida, non lo invento: pagina 350 dell’edizione 2011.
Prenoto, per puro scrupolo. Dico alle 13.15, arrivo alle 13.30. Entro. Il locale è povero e bruttino. Tavolini di marmo. La conduzione vede impegnati il titolare Gianni e la moglie Rosa Angela in cucina.
Dentro non c’è praticamente nessuno. La saletta iniziale è tipo alimentari, c’è un banco a sinistra con qualche piatto e, giusto dietro la porta, un avventore solitario. Giri a destra e c’è la sala vera e propria, comunque piccola, 30 coperti al massimo. L’arredamento è scarno, i prezzi bassi. Menu fisso a 11 euro, prezzo medio 10-15. Non si accettano carte di credito.
Ad accogliere (va be’) i clienti (va be’) c’è la figlia dei proprietari. Si chiama Elisa e credo fosse lei quella che ho visto. Ingrugnata, scazzata: allegra come Toni Capuozzo sotto un bombardamento.
Entro e chiedo scusa per il piccolo ritardo. Non mi fila e non mi parla. Cominciamo bene: daje.
Poi mi indica la sala. Che è vuota, a parte una coppia di stranieri che stanno finendo. Ci sono almeno 6 tavoli già apparecchiati, da 4 e da 6. Chiedo se posso andare in un tavolo appartato da 4, lontano dai due turisti. No, dice lei: “Non si può”. E mi indica, con la nettezza dei nazisti, il tavolino da due attaccato a quello dei turisti. Che non era neanche apparecchiato.
La ragazza denota l’elasticità dei Big Bubble arrostiti al sole. E poi è simpatica. Simpaticissima. Travolgente, la sua gradevolezza.
Vado in bagno a lavarmi le mani. Torno e non ha ancora apparecchiato. Non riesce a spostare le chiavi e il cellulare. Un’operazione improba, in effetti: mettere la tovaglina spostando le mie cose, è roba da laurea in filosofia teoretica. Come minimo.
La ragazza sta sbagliando tutto, ma non fa né pena né tenerezza: è semplicemente lo spot vivente dell’incapacità ospitale.
Mi chiede cosa voglio da bere, sempre con il garbo di una molotov. Dico acqua. Poi torna, dopo due minuti. Butta là l’acqua (bottiglietta da mezzo litro). E mi chiede stancamente cosa voglio. Domanda difficile, visto che il menu non c’è. A quel punto lei, infastidita, snocciola con entusiasmo obitoriale i piatti. Gli antipasti non ci sono. I primi sono tre: minestrone di verdure, che va benissimo da morti, penne all’arrabbiata e “ragù” (non si sa con quale pasta). Chiedo se c’è nulla senza carne. Lei: no. Come no? Puoi farmi qualcosa senza carne? No. Noooo? Neanche pasta al burro, all’olio e parmigiano? No. No.
La ragazza sta scrivendo un capolavoro indelebile nella storia della crassa insipienza. Andrebbe quasi applaudita.
Chiedo, stremato, cosa c’è di secondo. Anche solo un contorno. Anche solo una bietola lessa. No: due secondi di carne e verdure ripiene. Ripiene di che? Uffff (testuale), mortadella, altro. “Altro”.
Insisto: quindi non c’è nulla per chi non mangia carne? Lei: no. No? Be’, c’è il minestrone (e poi magari la mela cotta e una bella flebo).
Tento l’ultima mossa, indeciso se invadere la Polonia o tirare tre disinvolti inni al Signore: davvero non c’è proprio niente? Eh, no (detto con trasporto rutilante). Allora me ne vado? Silenzio annoiato. Okay, me ne vado.
E l’ho fatto. Mi sono alzato e me ne sono andato. Cinque minuti di vita vissuta pericolosamente.
Ora:  io so che esistono le giornate storte. So che lo stereotipo ligure non è esattamente quello del regionale ospitale. E so anche che, magari, la cucina di quel luogo è straordinaria e il rapporto qualità/prezzo incredibile. Tutto può essere.
Ma una simile incapacità, una simile maleducazione totale: be’, in uno slowfood non le avevo mai incontrate.
Disastro.

P.S. Alla fine, prima di fare una degustazione a Riomaggiore e poi la presentazione, ho pranzato velocemente in un locale segnalato su Slowfood: Basta Curve. Ho provato i testaroli (i panigacci li facevano solo a cena: che palle). Carino.

Ristorante Bandini (Portacomaro, Asti)

Uh-oh. Attenzione: ho appena mangiato in uno dei dieci migliori slowfood italiani (l’ho sparata grossa, lo so: ma so cosa scrivo). Mi ci ha portato Ezio Cerruti, il produttore del Sol passito, a cui devo ormai troppi favori e ancor più debiti. Con noi doveva esserci Federico Ferrero, ma nuovamente si è fatto sconfiggere dalla pigrizia. Preferendo una telecronaca qualsiasi su Eurosport alla grandeur delle libagioni – ovviamente sto scherzando: avesse potuto, ci sarebbe stato anche lui. Anteponendo il buon cibo all’insipienza tecnica della miserrima tennista Petkovic.
Il ristorante in questione è Bandini, nome letterario assai. Cinque minuti da Uscita Asti Est. Portacomaro, frazione Cornapò. Da fuori non gli daresti niente. Dentro migliora. Musica jazz, Moto Guzzi d’epoca in bella mostra. Carta dei vini notevole, molto vicina ai vini veri. E’ slowfood dal 2002: e con merito. Il miglior ristorante dell’astigiano con Ai Binari di Mara Bione, dove sarò venerdì per la cena dei rossi scapigliati piemontesi.
La cucina è encomiabile, i prezzi dei piatti onesti, i ricarichi sulle bottiglie non bassissimi ma neanche scriteriati. Ezio ed io siamo vegetariani, quindi della carne (bleah) non so dirvi. Però, però. La mousse di robiola – l’aperitivo – mi ha commosso. Il tortino di sedano con fonduta era monumentale. I cardi con bagna cauda e uovo da antologia. L’Enkir (pare il cereale più antico del mondo: tipo farro, ma meglio) da strapparsi le vesti. I secondi e i dolci non lo so, non mi interessano. Sono piatti irrilevanti per chi scrive.
Vini. Partenza con un Domaine Laureau 1999 Cuvèe de Genets, Doc Savennieres. Loira, zona Nicolas Joly (che non vinifica solo Savennières: lo so, non fate i sangiorgiani). Venticinque euro alla carta. Lo importa Caves De Pyrene. Strepitoso, a dodici anni di vita esprime il meglio: acido, sapito, al naso zafferano, persistenza e bevibilità. Allez.
Poi una piccola chicca langarola: Azienda Agricola Accomasso, Barbera d’Alba 2006 Pochi Filagn. Storico produttore de L’Annunziata, frazione de La Morra. E’ finita da sola, nonostante i 14 gradi e mezzo. Pulita, bel corpo, discreta acidità. Fronzoli zero. Un vigneron d’altri tempi, Accomasso, da scoprire e riscoprire (del suo Barolo mi hanno parlato benissimo, oltretutto).
Il Ristorante Bandini non ha difetti. Solo pregi. Va vissuto. Come le pagine di John Fante.

Una settimana intensa

Il Vino degli altri Tour 2010 è finito. Ci saranno forse due piccole propaggini, una a Treviso e una a Cortona, ma saranno comunque cose diverse.
Da mercoledì scorso a domenica ho passato giornate intense. Meritano di essere raccontate.
Mercoledì. Dopo avere ospitato il cantautore Luigi Mariano a casa mia il giorno prima, con tanto di mini-concerto unplugged per pochi intimi, parto per Modena. Alle 20.30 c’è una degustazione di 4 Moscatisti alla Compagnia del Taglio. Marina è una garanzia e ogni sua presentazione è un capolavoro. Oltretutto a Modena ho tanti amici. E tanti ricordi berselliani. La serata è piacevole. Sul piano tecnico, pasteggiare a solo Moscato è dura. Puoi farlo con i formaggi stagionati ed erborinati se il Moscato è Passito, come il Sol (botritizzato e no) di Ezio Cerruti. Puoi farlo come si usa fare col Moscato, abbinandolo ai dolci natalizi: in quel caso il massimo sarà Paolo Saracco, industriale quanto si vuole ma oggettivamente impeccabile nella categoria. Negli altri casi, è una tipologia che soffre. Gli altri due moscatisti erano Alessandro Boido, che con la sua Ca’ d Gal ha dimostrato come perfino il Moscato può invecchiare, e il ghiribizzo (l’ennesimo) di Walter Massa, che vedo molto più a suo agio con il “suo” Timorasso.
Giovedì. Decido di far pranzo, anche se la fame era zero, per provare un ristorante consigliato da Marina. Prima di partire, acquisto alla Compagnia del Taglio i lisergici Torroni Baci del Cavalier Borrillo (semper fidelis) e il Panbriacone della Pasticceria Bonci (lode a te). Il ristorante è Da Faccini, Sant’Antonio di Castell’Arquato. Nel piacentino. Uscita Fiorenzuola d’Arda. C’era la neve (a Berlino Est, cit). Gran posto, di tradizione secolare e buoni prezzi. Antipasto vegetariano, con tortino alle verdure e un flan con porri. Quindi caramelle ricotta e spinaci, fatte in casa. Da bere, un dignitosissimo Gutturnio Vivace 2009 di Casa Benna. Rifermentato in bottiglia, 5 euro. Piccolo residuo zuccherino a renderlo più ammiccante, bel profilo organolettico (?) di frutto e spezie. Dal Gutturnio non ti aspetti che ti cambi la vita, ma che sia onesto e vero. Questo lo è. Come il luogo in cui l’ho bevuto.
Alla sera, cena di Natale all’Ais di Lodi con presentazione del Vino degli altri. La delegazione di Lodi è stata molto gentile e ha avuto l’ardire di scegliere come cantina Lopez de Heredia. L’azienda spagnola di cui parlo nel libro. Il bianco era del ’92, il rosso dell’81. Da loro – nella Rioja – funziona così: sono pazzi. L’annata più giovane ha come minimo dieci anni (per smaltire il legno e non solo). Il bianco ha ovviamente deluso (a me è piaciuto non poco), il rosso era un capolavoro di austerità, freschezza e mineralità. Ed aveva 29 anni. Chapeau. A loro, a chi mi ha invitato e a Guido Invernizzi, vulcanica prima firma Ais con cui ci si rivedrà (spero) perché le affinità elettive non sembrano mancare.
Venerdì. Il giorno della presentazione a Torino, Circolo dei Lettori, del libro di Vauro (Farabutto). Ho grande stima di Vauro ed è stato un momento splendido. Ad averne, di momenti così. Non ne parlo molto qui, perché non è il luogo adatto, ma è di ciò che si vive.
Alla sera, facendo un po’ le corse, cena monumentale (ero digiuno dalla sera prima a Lodi) a Borgomale. Langa, e Langa è vita. Borgomale è il feudo di Silvio Pistone, pazzo scatenato – e sosia di Franz Di Cioccio – che un bel giorno ha abbandonato il suo lavoro abitudinario (piastrellista) e si è messo a fare tome. 50 pecore – ora 30 -. Fa tutto da solo, anche pane e polenta. La cena è stato il trionfo dei suoi formaggi. Un godimento quasi violento. Pistone è anche uno dei protagonisti di un documentario – Langhe Doc – in uscita in questi giorni. Da vedere.
A cena c’erano Ezio Cerrutti, Federico Ferrero con la sua compagna e suo padre (storico compagno di viaggio di Beppe Rinaldi). Dulcis in fundo Sobrino, che ha portato i suoi vini. Mi hanno positivamente colpito la sua Barbera 2004 e i Barolo 2003 e 2001. Di Sobrino mi aveva parlato bene già il proprietario del Bunet di Bergolo. Accennavo a lui in Elogio. Cerruti ha portato i suoi Sol passiti (applausi), oltre a due bianchi decisamente apprezzabili: l’esordiente calabro Montonicoz 2008 dell’azienda L’Acino (da seguire) e il 2006 Carco Blanc dello storico produttore naturalista corso Antoine Arena. Sontuoso – anche se giovanissimo – il Barolo Rinaldi 2006, portato quasi en primeur. Di serate così ce ne vorrebbe una alla settimana, come minimo.
(ora che ci penso: mentre mangiavamo, in stalla è nato un agnello. L’ho visto. E ho visto tutti quegli animali. Mi chiedo, una volta di più: come cazzo fate a mangiarli?).
Sabato. Pranzo ad Alba con Federico Ferrero, anche se pranzo è una parola grossa. Giusto un piatto di tajarin burro e salvia alla Piola (ennesima slowfood) nel centro di Alba. Piatto ben fatto.
La sera sono all’enoteca Tredicigradi di Luserna San Giovanni, sopra Pinerolo. Presento il libro, con due librai di Torre Pellice, e poi cena. Mi è piaciuta la voglia del giovane proprietario, Luca Coucourde. Sa scegliere vini, ha passione. E poi ama Roddolo, quindi va bene a prescindere. Visitare piccoli luoghi vuol dire incontrare tanti piccoli sogni. Una cosa bella. Sabato non ha fatto eccezione.
Apprezzabile la scelta degli aperitivi, dal Brut di Larmandier Bernier al Drazna Belo 2006, un orange wine del Carso dello sloveno Cotar (malvasia, vitovska e altri vitigni): deludente al naso, ma buon corpo e buona bevibilità.
Per cena era stato scelto un altro slowfood, La Nicchia, a Cavour. Gran posto e grandi vini. Avrei solo da ridire sul pizzico di boria del proprietario, un po’ troppo affettato e non esattamente spontaneo. Magari ho visto male io. Discutibile anche l’idea di aprire il Barolo Case Nere 1999 (non buonissimo: troppo legno e poca personalità) lontano da noi e scaraffarlo senza mostrare il gesto. Per una bottiglia da 55 euro, è il minimo che ti aspetti. Ottimi i piatti – segnalo i plin al seirass – e, nel profluvio di vini, mi piace citare il Ginestrino di Conterno Fantino e il Briccolero di Quinto Chionetti. Mi sono portato a casa una bottiglia di Ramiè, vanto locale come la Barbera Pinerolese Merenda con Corvi 2006, che però non mi ha proprio convinto (eufemismo).

Ringrazio chi mi ha invitato in queste settimane. Ora ho bisogno di letargo, ma continuerò a scrivere (e bere). E prima o poi ci ritroveremo anche dal vivo.

Locanda Manthonè

Mi preparo a un’altra settimana a tutta velocità. L’ultima del 2010. Poi, dal 6 dicembre, andrò in letargo un mese e ricaricherò le pile. Ho mantenuto ritmi devastanti.
Ovviamente, anche a dicembre, continuerò a scrivere nei tre blog.
Mercoledì sera parteciperò alla degustazione di 3 moscati (Ca’ d Gal, Cerruti, Saracco) alla Compagnia del Taglio di Modena.
Giovedì sarò l’ospite d’onore (?) alla cena Ais della delegazione di Lodi.
Venerdì presenterò alle 18 l’ultimo libro di Vauro, Farabutto, al Circolo dei Lettori di Torino (un incontro ad alto tasso di criminosità). Poi, a cena, farò una fuga in Langa, dove ci sarà una mattanza inusitata di formaggi e vino dall’amico Pistone, con i sodali Ezio Cerruti, Federico Ferrero e il re dei tajarin talebani Musso.
Infine, sabato presenterò il libro nell’enoeca centrale Tredicigradi di Luserna San Giovanni (ore 17.30).
Ricordàti – anzitutto a me stesso – i miei impegni, e aggiunto che a Lodi c’è il tutto esaurito da settimane mentre a Luserna San Giovanni c’è ancora posto, mi piace fare un accenno alla serata di venerdì scorso.
A Pescara, dove ho ritirato il Premio Abruzzo Wine, è stata una splendida serata. Mi sono presentato, in maniera inaccettabile, nel Palazzo Comunale con la mia Tavira. C’era un sacco di gente e il contesto non era adattissimo ai cani. Ma Tavira è brava, figa e meravigliosa. Infatti alla fine era assurta (?) a mascotte di tutti.
Tra i tanti produttori c’era anche Francesco Valentini. Mi ha stretto la mano, sorridendo. Entrambi un po’ imbarazzati. Credo che il “caso” nato dopo il libro sia stato uno dei più grandi nulla del mondo. Avendo di lui, e del suo lavoro, grande stima, sono felice che questo gigantesco malinteso – alimentato pateticamente da qualche trombone che non ha più nulla da dire, eppure continua a dirlo (e sempre male) – sia finito. Al prossimo brindisi, Francesco. E rileggiti, oggi serenamente, quel capitolo. E’ uno dei più belli del libro e non so se altri ti dedicheranno mai pagine così sinceramente vibranti. Lo riscriverei identico e lo sai.
La cena si è svolta alla Locanda Manthonè di Luca Panunzio, un pazzo scatenato che avevo conosciuto la settimana precedente per il convegno Qualità Abruzzo. La sua osteria è nella guida slowfood e comincio a conoscerne tante in Abruzzo: Villa Maiella (da poco stellata Michelin), Taverna de li Caldora, Beccaceci. Posti strepitosi. Locanda Manthonè non fa eccezione.
Della cena, protrattasi piacevolmente tra ospiti illustri, sorsi di Kurni Oasi degli Angeli, rossi come si deve di Torre dei Beati e una bella Ribolla Gialla di Venica & Venica, ricordo tutto. Anche il Trebbiano d’Abruzzo 2005 di Valentini, un bianco pazzesco da commuoversi. Da commuoversi (per me i Valentini sono anzitutto bianchisti, con buona pace di chi pensa il contrario).
Ma ricordo soprattutto un piatto perfetto. Era buono tutto, okay. E io, si sa, non mangio carne (e neanche dolci: che due palle, Scanzi). Era tutto buono, davvero. Ma quell’antipasto, cacigni con fagioli tondini del Tavo e peperoni dolci croccanti, era la Perfezione. Madre misericordiosa, che portento. Un piatto da gridare al miracolo. Un capolavoro incredibile. Così semplice, così territoriale. Così geniale. I cacigni, per la cronaca, sono un’erba spontanea che cresce nelle campagne abruzzesi. Il resto d’Italia la chiama tarassaco.
Se andate da Luca Panunzio (foto), provatelo. E’ un posto – e un pasto – che non tradisce. Mai.
Il mio amore per l’Abruzzo cresce sempre di più. Che terra intatta e dolorosa. Splendida. Come il pranzo, il giorno dopo, con la famiglia Graziani a Teramo. La Teramo di Ivan, il grande Ivan. Conoscerli è stato come chiudere un cerchio, aperto quando da piccolo ascoltavo Pigro sul vinile.
Tutto perfetto, come Tavira (“lei è la numero uno“, l’ha battezzata Panunzio a fine serata). Tutto giusto, a parte la locanda slowfood che avevo scelto. Villa del Pavone, a Pescara. Pulita, prezzi onesti, carina. Okay. Se però mi dici che accetti i cani, e poi smusi quando vedi il cane perché è troppo grande (troppo grande rispetto a chi? A un carlino lillipuziano?), allora mi piaci meno. Allora io mi inalbero. Non poteva fare i bisogni fuori (che avrei ripulito, ovviamente). Non poteva stare libera neanche cinque secondi. E la padrona di casa aveva un senso dell’ospitalità non esattamente pronunciato. Bocciati.
Pazienza. L’incanto della due giorni resta. Come la neve, poco distante, a far da vestito al Gran Sasso.

La Barchetta & La Ghironda

Non sono bravo ad innamorarmi. Mi viene meglio affezionarmi. E col vino, coi ristoranti, capita spesso.
Nei miei continui viaggi a Milano, ho trovato due posti sicuri. Entrambi slowfood.
Il primo, La Barchetta, è appena fuori l’uscita di Campogalliano (Modena). L’avevo scoperto tre anni fa, scrivendo Elogio dell’invecchiamento. Non so dirvi perché, ma ci sto bene. Anche se i bagni sono alla turca e i primi 9 volte su 10 sono un po’ scotti (ma io mangio crudo, più che al dente). Però ci sto bene. Perchè è un posto tranquillo, perché ci sono i vini al bicchiere, perché i Lambrusco sono scelti con cura. E perché c’è uno degli antipasti più buoni del mondo. Il gelato al parmigiano reggiano con sopra una punta di aceto balsamico tradizionale modenese. E’ un incanto.
Giusto anche il prezzo. Mi è perfino capitato di riavere due euro. Il proprietario si era accorto che, la volta prima, mi aveva sbagliato il conto di quella cifra. Un posto onesto, in tutti i sensi.
L’altro locale che adoro è La Ghironda di Montecchio Emilia. Nel reggiano. Dovete uscire a Campegine. Un posto più elegante (ma non fastidiosamente chic). Prezzi medi. Il proprietario è un appassionato di vini e distillati. Mi ha fatto anche provare la grappa Storica Domenis, Bianca (da uve bianche) e Nera (da uve nere: ovviamente).
Io che però amo poco i distillati, se non i whisky torbati, sono rimasto colpito da altre cose. Dall’erbazzone, piatto reggiano che mi fa impazzire. Più ancora, da un piatto di lasagne bianche con ripieno di zucca che ho trovato eccellente. Bella la carta dei vini. Ho provato il Picol Ross di Rinaldini, un Lambrusco raro di quelle parti, e il proprietario mi ha poi regalato il Nero di Cio della Tenuta La Piccola. Un’azienda di Montecchio Emilia. Il Nero di Cio, 10 euro, è Lambrusco Salamino e Maestri, Malbo Gentile e Ancellotta. Funziona, l’ho bevuto qualche sera fa. Immaginate una mediazione tra Lambrusco Reggiano e Modenese. Colorato e vivo come il Reggiano, ma non concentrato e con una freschezza (quasi) come i migliori Sorbara. Bella bevibilità, prodotto riuscito.
Se passate da quelle parti, sono due approdi sicuri.

Enoteca La Botte (Caserta)

(Ecco il terzo post del giorno: ma non fateci l’abitudine).

La cosa più buffa, della presentazione all’Enoteca La Botte giovedì scorso a Caserta, è stata quando Marco Ricciardi, proprietario e Delegato Ais, mi ha detto a serata conclusa: “E’ la prima volta che i partecipanti bevono tutti i 4 vini e non lasciano nulla. Facciamo degustazioni di continuo, ma qualcosa avanza sempre. Li hai plagiati: erano così condizionati da quello che dicevi che avrebbero bevuto di tutto”.
Era una battuta, ovviamente, ma mi ha fatto – e fa – riflettere. Quando mi trovo davanti più di cinquanta persone, dal semplice lettore al grande produttore, disposti a spendere 40 euro per 4 vini e una presentazione (la mia), be’, qualche domanda te la fai. Evidentemente – inutile nascondersi – i due libri hanno germogliato e creato aspettative. Più ancora: appartenenza.
Mi fa paura e al tempo stesso piacere che molti di voi provino a scatola chiusa vini che mi hanno emozionato, che il capitolo sullo Champagne vi serva come guida, che anche per voi bere un vino sia scoprire il carattere della persona che lo ha fatto. Pretendete da me un ruolo più da amico consigliere che non da espertone tritauallera: ciò che voglio, ma mi costringete a non abbassare mai la presa. Ci proverò.
Tutto questo per ringraziare chi mi legge, chi mi ha dato (bontà vostra) questo status e chi, a Caserta, è stato per più di due ore ad ascoltarmi e bere con me. Un Verduno Pelaverga 2009 di Marina Burlotto, un Dolcetto d’Alba Superiore 2007 di Flavio Roddolo, un Barolo base di Elio Altare 2004 e un Barolo Ginestra Casa Matè 2006 di Elio Grasso.
E’ stato un bel momento, che spero non abbia deluso, in contesto “alto” (una splendida enoteca davvero) e con il servizio dei sommelier Ais che colpevolmente mi sono dimenticato di ringraziare: lo faccio adesso.
La serata è poi proseguita in un ristorante poco distante, La Locanda delle Trame a San Leucio (promossa a pieni voti), dove i presenti hanno aperto bottiglie antiche e impossibili. Qualche volta siamo inciampati nel tappo sbagliato, altre volte ci siamo stupiti di fronte a un Syrah francese come si deve. Un bel vivere, quando ci è concesso.
Grazie ancora. A tutti voi.

P.S. Marco e il suo amico Francesco De Paola – la cui cantina è un potente inno alla vita – mi hanno regalato un rosso che sta facendo gridare al miracolo. Un Nanni-Copè 2008 Sabbie di Sopra il Bosco. Igt Terre del Volturno. La cantina è a Vitulazio, nel casertano. Il proprietario, Giovanni Ascione, è alla sua prima annata dopo una carriera da degustatore e critico. Il Sabbie di Sopra il Bosco è già stato eletto Vino Slow dalla prima edizione della Guida Slow Wine (parentesi: bella guida, perfettibile ma bella). Uvaggio di pallagrello nero, Aglianico e Casavecchia. Poco interventismo, naso elegante e anzitutto fruttato, buona progressione e chiaro equilibrio. Decisamente giovane, andrà aspettato e riguardato tra qualche anno. La piccola percentuale di Casavecchia viene da ceppi di – addirittura – 130 anni. Ho avvertito ancora il legno dei tonneua nuovi, che per ora ne limitano la potenzialità acida e l’eleganza. Per ora è un vino da 6.5 (chi l’ha bevuto con me darebbe voti maggiori, sono il solito noioso). Se smaltisce la vaniglia e il lieve surplus di morbidezza può dare soddisfazioni maggiori. Anche se preferisco i vini monovitigno.

P.P.S. Qui trovate una una bella recensione. E’ tratta dal blog di Luciano Pignataro. Se solo la collega Tonia Credendino, peraltro brava e gentile, mi chiamasse “Scanzi” e non “Scansi”, sarebbe quasi perfetta.

Ristorante Veritas (Napoli)

I due libri sul vino hanno aperto varchi spazio-temporali di cui continuo a stupirmi. Uno di questi si chiama Flavio Roddolo. In tanti sono andati in pellegrinaggio da lui, a Monforte d’Alba, dopo aver letto Elogio dell’invecchiamento. In tanti.
Tra questi, i proprietari del ristorante Veritas a Napoli. E’ andata così: una coppia fa qualche giorno di vacanza, passa per le Langhe, si ricorda del mio libro e decide di provare finalmente “questo famoso Roddolo”. Va da lui e lo trova (bontà loro) come lo avevo descritto. Da Flavio c’erano anche i coniugi Garanzini.
Nasce un’amicizia, anche grazie al mio primo libro enologico. I due ristoratori di Napoli vanno a pranzo dai Garanzini, pochi mesi dopo Gigi e Maria fanno una degustazione dei loro vini al Veritas di Napoli. Il feeling cresce e, poco dopo, anche Gianni Mura visita il locale. Due volte. Con il vecchio chef e con quello nuovo (presente da settembre di quest’anno, quindi non considerate le recensioni antecedenti a questa data che trovate sul web). Gianni rimane colpito dalla cucina, dal locale e dai prezzi. Ne scrive sul Venerdì di Repubblica.
Stefano, il proprietario, chiede il mio numero telefonico. Vuole ospitarmi. Troviamo un giorno buono, mercoledì scorso, a metà tra le mie apparizioni a Pescara e Caserta. Mi ospitano al Grand Hotel Parker’s, un cinque stelle bellissime in Corso Vittorio Emanuele. Il traffico è devastante, piove da giorni e sapete quanto efficace sia stato il governo Berlusconi a risolvere il problema dei rifiuti. In più vengo da Pacentro (vedi post precedente), sono un po’ stanco e mangiato più di quanto solitamente mangi a pranzo (quasi nulla).
Potrebbe andare male, va benissimo. Arrivo al Veritas, adiacente al Grand Hotel Parker’s (Corso Vittorio Emanuele 141), poco dopo le 21. Mi attendono Stefano e la sua compagna.
La cena, dall’antipasto al dolce, è impeccabile. Non mangiando carne, si gioca su pesce e verdure. Tutto al punto giusto, porzioni né lillipuziane né abbondanti, stile ricercato ma non troppo. Carta dei vini sontuosa, qualche birra artigianale, arredamento di chi sta emancipandosi (giustamente) dal concetto di winebar only.
Poiché non sono un critico gastronomico, ma un cazzaro a forte grado alcolico, non parlerò qui delle varie pietanze (alcune buone, altre impeccabili) ma dei vini. Non li ho scelti io, me li sono fatti scegliere dal maitre. Lo rifarei, perché la lettura della carta dei vini mi era bastata per capire che dietro alla scelta c’erano amore per le persone, rispetto della natura e ricerca garbata per la particolarità.
Il primo vino bevuto è stata una Falanghina Gallicius 2009 di Tenuta Spada. Classica Falanghina dalla schiena dritta, verticale, da aperitivo. Bella sapidità, ottimo prezzo, vino “basico” da tutti i giorni che d’estate ne berresti a secchi. Da provare.
Ho poi intuito che il maitre aveva un debole per una cantina beneventana, I Pentri. Mi ha fatto provare due vini aziendali, il Gran Momento di Flora 2002 e l‘Iss 2007. Il primo è una Falanghina botritizzata, ma vinificata secca. Quando me l’ha descritta, ho temuto quei bianchi un po’ grassi. L’ho trovata, a dire il vero, proprio così. I bianchi secchi da uve botritizzate non mi convincono quasi mai, non capisco perché a un bianco si debba dare un surplus di opulenza. Ancor più se il vitigno ha di per sé morbidezze spiccate (la Falanghina non è lo Chardonnay, ma neanche un Riesling della Mosella). Sarebbe come regalare una meringa a un obeso: che bisogno c’è? Mica ne ha bisogno. Sta già messo bene di suo. Per questo l’ho trovato un po’ stancante e in debito di eleganza e acidità. Anche l’Iss, vino da dessert a base di Fiano e Malvasia di Candia, non mi ha esaltato, soprattutto per un sentore finale di caramello bruciato che proprio non doveva esserci. Oltretutto io amo un vino dolce su cento, quindi non partivo entusiasta.
Il vino che invece mi ha convinto è l’Adam 2005 di Cantina Giardino. Un Greco macerato 4 giorni sulle bucce (lo so, ragazzi, lo so: state pensando che con questi orange wines ho un po’ rotto le palle. Non avete torto). Mi è parso un bianco di spessore e struttura, con morbidezza decisa, magari appena meno snello di quanto avrei voluto, ma riuscito e originale.
La serata è andata avanti fino a mezzanotte. Nel frattempo, ci avevano raggiunto Luca Miraglia, lettore casentinese-campano che da queste parti passa spesso, e sua moglie.
Una bella cena, un bel locale. Non posso che confermare quanto detto e scritto dai Garanzini e dai Mura, e non è una novità.

P.S. Non pago della sua gentilezza rara, Stefano mi ha portato il giorno dopo a pranzo al Timpani e Tempura, bottega-slow food nel cuore del centro storico di Napoli. Del pranzo ricordo la torta rustica napoletana, con pasta sfoglia (dolce) e ripieno di scarola, pinoli e uvetta. B-u-o-n-i-s-s-i-m-a. E ricordo ancor di più il monumentale Poliphemo di Luigi Tecce. Un Taurasi, annata 2006, naturale e spietato. Vinificato con tutti i crismi. Lieviti autoctoni, sfecciatura in acciaio, no filtrazione. Giovanissimo, ma con un talento che ne bastava la metà per fare cortei. Speziatura sottile, rabarbaro a seguire il giusto fiore e frutto rosso. Di equilibrio e miracolosa beva. Gran persistenza. Uno dei migliori rossi del sud Italia, e lo dico anche pensando al prezzo – sui 35 euro al ristorante – e consapevole che mi sono reso vittima di infanticidio, bevendo una bottiglia bambina.

Que viva Abruzzo

Ho scoperto tardi l’Abruzzo e me ne sono innamorato. Ho un debole per le terre povere e selvagge, che nascondono perle intatte. E’ qualcosa che mi scatta quando sono in Carnia e, per motivazioni non poi così distante, proprio in Abruzzo.
Martedì scorso, con Gianni Mura e altri amici, ho partecipato a Pescara al convegno – dedicato alla convivialità – con cui è stata inaugurata l’associazione Qualità Abruzzo. Una maniera attraverso la quale ristoratori e pasticceri si sono riuniti per salvaguardare e valorizzare il territorio.
E’ stata una giornata molto piacevole e non posso che ringraziare chi mi ha invitato, a partire da Andrea Beccaceci e Luca Panunzio.
Dopo il convegno, si è svolta la cena a Villa Maiella. Un celebre slowfood a Guardiagrele, nel chietino. La cucina abruzzese è molto carnivora, c’è tanto agnello (che mi vanto di non avere mai mangiato) e quindi potevo essere fuori contesto. Tutt’altro. Splendide le pallotte cacio e uova al sugo di pomodoro (provate durante l’aperitivo), i formaggi, i ravioli con burrata e tartufo bianco, le uova strapazzate (pure quelle con tartufo bianco). Un posto da provare subito, anche in virtù della bella veduta e della gentilezza del patron Peppino Tinari e di sua moglie Angela.
I vini, in qualche “imposti” dal Consorzio delle Colline Teramane, non ci hanno cambiato la vita (non erano esattamente le etichette più ispirate), ma il finale per pochi intimi col Villa Gemma 2001 (mi pare) di Masciarelli e soprattutto col Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2000 (ancora giovanissimo) è stato prodigioso. Segnalo anche la presenza di una sala sigari, perfetta per i radical chic come me che ogni tanto si tolgono quello sfizio.
Mi piace la gentilezza senza fronzoli che trovi in questi posti, l’orgoglio di chi in Abruzzo c’è nato. E mi piace andare per luoghi sconosciuti. Il presidente regionale di Slow Food mi ha consigliato, per il pranzo del giorno dopo, una visita a Pacentro. Uno dei borghi più belli d’Italia, quasi inaccessibile. La strada era pure interrotta. Otto chilometri dopo Sulmona, affacciato sulla Valle Peligna, ai piedi del Morrone. Per la cronaca gossippara, era da Pacentro che veniva anche il padre di Madonna (intesa come cantante).
Qui troverete la Taverna De Li Caldora, posto incantevole. Peccato non sia entrato nell’associazione Qualità Abruzzo (ho intuito che tra qualche ristoratore c’era – e rimane – della ruggine). Bella carta dei vini, menu a voce raccontato dal proprietario Carmine Cercone. Dopo di lui, mi ha detto, il ristorante chiuderà perché i figli hanno altri interessi: quanto patrimonio perderemo, quante storie simili ho incontrato e incontro. Quanto la mia generazione (e successive) non sembra all’altezza delle precedenti.
Il prezzo finale, 25 euro, è stato ridicolo e forse è dipeso da un favore personale verso il giornalista “celebre”. Non credo, il rapporto qualità/prezzo mi era sembrato invidiabile a prescindere. Come la cucina. Inderogabili gli antipasti, che da soli saziano, dall’insalata di baccalà e prezzemolo al fritto di fiori di zucca. Anche qui ho provato l’uovo in camicia con tartufo bianco e, per una volta, mi sono fatto imporre il dolce (il Pan dell’Orso). Da bere, un tranquillo Montepulciano d’Abruzzo Marina Cvetic 2007 di Masciarelli – a margine: sta crescendo la mia stima per l’azienda Torre dei Beati).
Sarò felice di tornare in Abruzzo, ancora a Pescara, già venerdì.  A breve dirò perché. Nel frattempo, grazie ancora a chi mi ha invitato.

Osteria Ardenga & L’Officina

Sabato e domenica ho provato due nuovi ristoranti.
Andando a Milano, sabato mi sono fermato a pranzo in uno slowfood nel parmense. Si chiama Osteria Ardenga ed è a Diolo, vicino Soragna, uscita autostradale Fidenza.
Non faccio quasi mai pranzo, quindi mi sono forzato (e poi ho saltato cena, puntuale). E’ un locale che mi è piaciuto. Non ho avuto fortuna nella cameriera, poco “empatica”, e ho preso solo due piatti. Antipasto e primo.
Ho cominciato con un trionfo di funghi, serviti in ogni maniera, come bruschetta e come barchetta, come sformatino e quant’altro. Insieme, un po’ di verdure sott’olio dell’orto di Mamma Maria (giardiniera e cipolline). Piatto impeccabile, che basta e avanza per sfamarsi. Chi poi è carnivoro, lì giunto potrà sfamarsi pantagruelicamente con salumi sontuosi (siamo a due passi da Zibello) e secondi di vario tipo.
Il primo, un tortello alle erbette burro e salvia, era troppo cotto per i miei gusti e un po’ scolastico. Non ho scelto il piatto migliore dalla carta, temo. Per vino, un semplice Lambrusco della casa, fatto dai proprietari. Un Lambrusco parmense senza infamia e senza lode. Ho saltato il dolce, anche se il cacio alla bavarese pareva monumentale. Chiusura con caffè e nocino.
Bello il clima all’interno della sala, anche se la presenza di un onorevole – non so chi e sto bene così – ha forse dirottato troppe attenzioni sul tavolo illustre (si fa per dire).
L’osteria è a fianco del museo dedicato a Giovanni Guareschi e merita una visita.
Ieri, dopo la bella presentazione a Eurochocolate, Matteo Grandi (relatore e direttore di Piacere Magazine) mi ha portato all’Officina, Ristorante Culturale di Perugia. Un ristorante recensito (bene) da Gianni e Paola Mura su Venerdì di Repubblica. Lo abbiamo scelto per la splendida carta dei vini, molto attenta ai vini naturali.
Con me e Matteo c’erano il fido Alberto Rambino Fucci, due colleghe perugine – Chiara e Giorgia – e un giovane produttore che di notte fa i Baci alla Perugina (non è una battuta) e quasi per passatempo ha messo su una piccola etichetta vinicola. Lui si chiama Carlo Tabarrini (nessuna parentela con il Tabarrini che fa il bianco Ad Armando) e l’azienda Cantina Margò. Mi ha dato alcuni suoi vini, alcuni dei quali sperimentali e naturali. Li degusterò, vi racconterò.
La serata è stata gradevole e stupefacente, merito dell’alchimia – invero delirante – creatasi tra i commensali. Dieci e lode a chi c’era, fantasmi e odori elettrici (cit) compresi.
Riguardo al ristorante in sé, non mi ha cambiato la vita. Servizio molto lento, piatti ben fatti ma troppo estetizzanti. Il proprietario non mi è sembrato un mostro di simpatia e quando come primo vino mi consigli un Gewurztraminer (con la scusa che ben si abbina al foie gras – ordinato dagli altri: lo specifico per Luc Marsel), non guadagni punti. Ha poi dirottato per un Soave 2007 di Pra’, ma ho bevuto di meglio. Tipo il Galantuomo 2007 di Collecapretta, con cui abbiamo chiuso la serata.
Di foie gras, agnelli e angus non posso dire. Garantisco sulla bontà degli spaghetti di carrube (Rambino dixit) e sull’antipasto con vari tipi di patate e topinambour (grande invenzione, il topinambour).
Notevole i ravioletti al nero di seppia con vongole e pomodorini. Onesti i ricarichi. Buono il prezzo.
Più pregi che difetti, ma anche più prosa che poesia (cit).

P.S. Confermo che la presentazione a Tolmezzo avrà luogo venerdì prossimo, 22 ottobre, alle ore 19. Poi cena (bisogna prenotare). Domani pubblicherò il comunicato stampa. Aggiungo che il 16 novembre sarò a Pescara con Gianni Mura per un convegno sui prodotti tipici abruzzesi. Si presenterà (informalmente) anche il mio ultimo libro.