Enoteche e Ristoranti

I vini di D’Alema? Sono come lui

Non pochi personaggi famosi, in Italia e non solo, si red'alema 2inventano produttori di vino. Al Bano, Gad Lerner, Bruno Vespa. E Massimo D’Alema. Uno dei quattro vini che produce, chiamato “NarnOt” come crasi tra Narni e Otricoli (le località in provincia di Terni tra le quali sorge il feudo dalemiano), ha anche vinto i 5 Grappoli 2014. A novembre D’Alema ha presentato i suoi vini al Rome Cavalieri (ex Hilton). Aveva invitato anche i suoi (teorici) colleghi di partito, che però non si son visti.
L’azienda produce 45mila bottiglie. Il nome “La Madeleine”, in quanto poetico e evocativo, ovviamente non è di D’Alema ma di chi ha preceduto lui e la moglie Linda Giuva, che conducono l’azienda a nome dei figli Giulia e Francesco. Quindici ettari, di cui circa 6,5 impegnati a vigneto, acquistati nel 2008. Sia Libero che Intravino hanno raccontato come l’azienda di D’Alema abbia usufruito dei fondi della Comunità Europea: 57500 euro. Gianluigi Nuzzi, ancora su Libero, rivelò nel 2010 che inizialmente D’Alema aveva impiantato anche vitigni alloctoni non autorizzati, Marselan e (per dare colore) Tannat. L’azienda non è visitabile, e forse è un bene perché in questo modo non si rischia di essere morsi (“è un cane buonissimo, ma se percepisce il pericolo…uccide”: parola di D’Alema).
E’ conveniente acquistare i vini tramite il sito aziendale: ordine minimo 250 euro. I prezzi per i privati, comprensivi di Iva, partono dalle 9.50 euro del Cabernet Franc “Sfide” (il nome non è autoironico) alle 17.50 del Nerosè, un Pinot Nero Metodo Classico versione Rosè. I vini più ambiziosi sono il NarnOt (Cabernet Franc, 29 euro) e il Pinot Nero (33.50). Accade spesso che i vini somiglino a chi li fa ed è anche il caso di quelli di D’Alema: algidi, distaccati, assai fighetti e per nulla schietti. Significativa la decisione di farsi affiancare, come consulente, dall’enologo Riccardo Cotarella. L’Huffington Post lo ha definito “il migliore di tutti”, sottolineando la sua nomina a coordinatore del settore vino Italia al prossimo Expo. La realtà è forse diversa. Cotarella, anche direttore dell’azienda di famiglia Falesco, è “il migliore” se si ha un’idea di vino sempre uguale a se stesso: muscolare, rotondo e strutturato (quando non concentrato), con profusione di barrique e un gusto che ammalia al primo sorso ma stanca già al secondo.
Scegliere Cotarella come consulente – la stessa mossa di Vespa, che ha raccontato come D’Alema sia geloso “perché Riccardo segue più me di lui” – vuol dire inseguire un vino modaiolo e americanizzato, con buona pace della valorizzazione di territorio e vitigni autoctoni. Non senza quella furbizia (talora più presunta che effettiva) che lo ha caratterizzato in politica, D’Alema ha dato un contentino ai naturalisti creando il “vino senza solfiti” Sfide, che aderisce al programma Wine Research Team. Un programma non chiarissimo, ideato da Cotarella e – per quanto lodevole – non paragonabile a chi lavora per ottenere davvero un vino tanto “diverso” quanto “naturale” (le associazioni Vini Veri e VinNatur). Sarebbe ingeneroso, nonché ingiusto, asserire che i vini di dalemaD’Alema sono cattivi: molto più semplicemente sono un po’ respingenti e antipatici. Come lui. Impeccabili nella forma ma contraddittori nel contenuto, discutibili nell’impostazione e labili nella passione. Belli senz’anima, a meno che per “anima” si intenda l’effetto-vaniglia da spremuta di Pinocchio (barrique nuove, anzi nuovissime). Anche se i vitigni sono diversi, i rossi (con rispetto parlando) di D’Alema sembrano tanti figli grassottelli e meno ispirati del concentratissimo Kurni. Il più convincente è lo spumante Nerosè, didascalicamente perfetto ma apprezzabile. D’Alema si è poi altezzosamente disinteressato del percorso vitivinicolo dei “colleghi”, che nelle stesse zone stanno riscoprendo vitigni autoctoni (Ciliegiolo). Lui e Cotarella non sono certo banali agricoltori qualsiasi e, poiché nobili, hanno il mito della Francia. Che però è lontana da Narni: il Pinot Nero in Borgogna è un’altra cosa e il Cabernet Franc, vitigno “verde” come pochi, possono permetterselo in pochissimi (Le Macchiole a Bolgheri). Se non altro D’Alema non ha piantato Merlot, il vitigno più paraculeggiante del mondo: chissà, forse lo ritiene renziano. (Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2014. Extended Version).

Salone del Gusto 2014 – La dura vita dello scroccone

AgrodolceLa seconda giornata del Salone internazionale del Gusto e Terra Madre comincia con una piccola contestazione. Un’ora e più di fila all’apertura prevista per le undici. Chi fischia, chi impreca: “C’è una sola porta aperta. E’ uno scandalo, una roba così neanche nel Terzo Mondo”. Non sanno che stanno per entrare in una delle poche rassegne che, con passione e rispetto, cerca di aiutare quel mondo (a partire dal non chiamarlo “terzo”). L’invasione del venerdì è più massiccia di quella del giovedì e l’obiettivo dei 220mila visitatori in cinque giorni, come due anni fa, è a portata di mano. Il frequentatore del Salone si divide in tre categorie: quelli che son lì per lavoro e non gliene frega niente (quasi sempre giornalisti); quelli che baratterebbero il loro regno per degustare il pannerone di Lodi o la fragola di Tortona (quasi sempre invasati); e poi la maggioranza per nulla silenziosa, costituita dallo scroccone vorace. Egli dà l’assalto al Salone del Gusto come al Vinitaly, un po’ per interesse e un po’ perché – una volta pagato il biglietto 20 euro per entrare – avrà l’unico obiettivo di rastrellare ogni assaggio gratuito. Lo scroccone è un animale simbionte, che si adatta all’ambiente circostante con elasticità invidiabile. Può essere uno studente, può essere un giornalista (che peraltro entra gratis), può essere (eccome) un riccone: lo scroccone può essere chiunque. E’ in grado di trangugiare tutto quello che gli si presenta (gratis) davanti, fregandosene di abbinamenti e progressioni gustative: anche ieri era facile incontrare gente che passava dal cioccolato fondente 99% alla bruschetta di olio polacco, puntando poi sul cannolo siciliano e infine sul sedano di Trevi e sullo sfratto dei Goym. Se un alieno osservasse queste scene, si chiederebbe com’è che a Torino gli esseri umani non mangiano da mesi, e una tale carestia li ha costretti a siffatte abbuffate pantagrueliche. Ovviamente lo scroccone ingurgita tutto quello che può, da “vampiro nella vigna sottrattor nella cucina” come cantava Capossela, salvo poi dileguarsi non appena l’azienda produttrice gli fa capire che – dopo l’assaggio – qualcosa andrebbe comprato. Anche solo una pralina, una tisana verde o un fagiolo di Controne. I luoghi più amati dallo scroccone, nel magico mondo ideato da Carlin Petrini (che ieri passeggiava su e giù per i padiglioni con un sorriso grande così), sono la Cucina di strada e l’Enoteca. Entrambi i microcosmi, per lo scroccone, hanno un grande difetto: non sono gratis. Però costano poco e risultano mediamente salone3vantaggiosi: un sacrificio si può dunque fare. Orde di nuovi barbari, già mediamente storditi da plotoni di birre artigianali, sbranano con avidità inusitata piadine e tigelle, bombette e olive ascolane, cacciucchi e focacce di Recco. E’ un’orgia di odori e sapori, un’ordalia di fritti che satura l’ambiente e costituisce l’acme popolare del Salone. L’Arca del Gusto è certo più affascinante, ma lo scroccone rifugge intimamente le implicazioni culturali applicate al cibo: non gli interessa tanto mangiare, quanto far scempio di qualsiasi odioso afflato dietetico. Così, dopo avere sbranato cubetti mirabili di Monte Veronese e bicchierini di distillato di miele, si dirige con postura incerta verso l’Enoteca. Quest’ultima è un luogo inizialmente ostico, perché le regole paiono scritte da un legislatore ubriaco (pure lui). Per bere bisogna comprare un bicchiere e una mini-parannanza agghiacciante bordeaux (2 euro). Poi occorre acquistare i buoni-bevuta. Ogni buono costa un euro. I vini che si possono assaggiare, distillati inclusi, sono addirittura 896. Ogni vino ha un numero e un colore nel catalogo tascabile: quelli col pallino verde valgono 3 buoni (cioè 3 euro), quelli col pallino rosso 4; pallino giallo uguale 5 buoni, blu 6 e nero 7. Frigoriferi asettici proteggono bianchi e bollicine. Ogni vino è servito dai degustatori Fisar, che qua e là sacramentano perché “Il vino 312 è finito, porca miseria, e ora come si fa?”. Qualche visitatore solleva polemiche livide perché tra le bollicine non ci sono gli Champagne: “Vergogna, che senso ha?”. Quando gli fanno notare che gli Champagne ci sono eccome, solo che vanno richiesti allo stand “Compagnia dei Caraibi”, il polemista non chiede scusa ma se la prende con “la scelta folle degli organizzatori”. Nel frattempo lo scroccone ha bevuto di tutto, dall’Olumbra Metodo Classico al Brigante Bianco. Intanto, sottobanco e non senza una certa drammaticità, ha luogo il baratto di buoni-bevuta: “Me ne dai altri 4, così provo il Refosco dal Peduncolo Rosso?”. Qualcuno invita gli astanti a una degustazione di Chianti Gallo Nero. Altri, stoicamente, si inebriano di Amaro Mandragola. Poi, anche sulla seconda giornata petriniana, scende il tramonto. (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2014) Leggi il resto di questo articolo »

Salone del Gusto 2014 – Reportage minimo

salone gustoIl signore di mezza età, appassionato e brizzolato, si guarda attorno con aria circospetta. Tiene stretto qualcosa di verosimilmente prezioso: forse una pepita, forse la pietra filosofale. Chissà. Si avvicina ancora, accenna un sorriso. Poi, all’acme della tensione, cede con affetto quasi marziale quel che custodiva gelosamente tra le mani: “Mi raccomando, cuocia a fuoco lentissimo, almeno un’ora”. Il dono, o per meglio dire la presunta pepita, si rivelerà essere un chilo di preziosissima “farina da polenta biancoperla macinata a pietra”. Il mulino è a Feltre, l’azienda a Castelfranco Veneto. Scene così, al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre (da ieri a lunedì al Lingotto di Torino), accadono di continuo. Utopici della tradizione, tradizionalisti dell’enogastronomia o anche solo – solo? – rivoluzionari che sussurrano alle mandorle di Toritto. E’ una rassegna enorme e imponente, invasa da un pubblico trasversale, che va dalla scolaresca ingorda di tigelle all’appassionato che si commuove di fronte al miracolo della cipolla gigante di Giarratana. Siamo ben dentro la celebrazione, quasi sempre motivata, della nicchia e della diversità: dell’alimento spesso “anomalo”, che molto ha da raccontare e dunque per questo merita la salvezza (o anche solo la non estinzione). Tre padiglioni raccolgono le eccellenze italiane. Laboratori del gusto, gallerie visitatori, sale avorio. Aleggia una certa grandeur, la stessa che trasforma semplici punti ristoro in “Lurisia acqua point”. La terra di mezzo che unisce Italia e mondo è il limbo della cucina di strada, regno delle “migliori olive all’ascolana” (se lo dicono da soli, forse a ragione), osterie del Gran Fritto (sì, maiuscolo) e Associazioni Cacciucco. Qualche passo ancora e appare l’universo Oval: Europa e America Latina, Asia e Nord America, Africa e l’abracadabra proletario – il vanto vero di Carlin Petrini, che mercoledì sera al varo di Terra Madre c’era ma ieri si è visto poco – che risponde al nome di Arca del Gusto. Ovvero quel che andrebbe salvato da un’apocalisse alimentare forse neanche troppo ipotetica. Al centro dell’arca, con la sua Canon a tracolla, incontri Oliviero Toscani. Eterna volti e sguardi non ancora omologati per il suo progetto “La razza umana”. Chiede a un agricoltore cileno di non essere teso, ti parla felice: “Resto fino a lunedì, in un posto così posso fare almeno trecento scatti incredibili”. Poco fuori dall’arca, pronto a salire a bordo, c’è Piero Sardo. E’ il presidente della Fondazione Slow Food: “Questa è l’undicesima edizione, una ogni due anni, la prima in contemporanea con Terra Madre”. Si aspetta la stessa gente del 2012: “Più o Salone del Gusto 2014 - foto di Gabriele Bolognesi06meno 220mila persone, anche se qualcuno non è venuto per paura dell’Ebola. Ci hanno attaccato perché abbiamo invitato anche gli africani. Però, giusto stamani, ci ha contestato anche il Movimento 5 Stelle: il consigliere comunale di Torino ci accusa di avere ostacolato Burkina Faso e Serra Leone. Roba da matti, e sì che io son pure un po’ simpatizzante”. Del Burkina Faso? “No. Dei 5 Stelle. Per molti eravamo meglio prima, ma in questi casi te lo dicono sempre: ti colpevolizzano del successo. In questi venti anni la cultura enogastronomica è cresciuta molto, anche se confusamente e non abbastanza. Ormai le guide non hanno più senso, fosse stato per me non avrei neanche rifatto la Slow Wine. Non è detto però che con Trip Advisor e i blog la situazione stia migliorando: in Rete si leggono delle cazzate incredibili”. Dicono che Slow Food è per i fighetti e Eataly per il renzismo nazionalpopolare. “Una semplificazione discutibile, e poi Eataly ci copia o comunque si ispira a noi. Cosa ne pensa Petrini? E che ne so, non lo vedo da tre mesi”. Forse il Salone del Gusto non resterà a Torino anche nel 2016: “A parte la prima edizione, siamo sempre stati qui. Certo, a Milano faremmo più del doppio di visitatori, credo 500mila persone. Si vedrà. Torino è una citta particolare”. Particolare come questa kermesse, sorta di Vinitaly meno invasata, ricca e per certi versi stordente. Ogni stand – 2500 euro per cinque giorni – racconta storie e sfide. Presidi che non demordono, figli che non intendono disperdere le memorie di nonni e padri. La celebrazione è oltremodo trasversale. Ieri mattina Renzi e Chiamparino non c’erano, impegnati a Roma nel confronto Stato-regioni, ma il Presidente del Consiglio conta di fare una sorpresa nel weekend. Michelle Obama ha detto che è merito di Slow Food se si è fatta l’orto, Papa Francesco ha plaudito l’impegno contro la fame. Perfino gli astronauti, nello spazio, non si nutriranno più di scatolette ma di legumi Slow Food: piattella canavesana, lenticchia di Ustica, fava di Carpino e cece nero della Murgia carsica. Benvenuti nel regno del marginale e del quasi dimenticato, della pera cocomerina e dell’impronunciabile (ma buonissimo) trdelnik ceco, della tonnarella di Camogli e del Graukase della Valle Aurina, della fava cottòra dell’Amerino e della fagiolina del Trasimeno. E’ una toponomastica curiosa e bizzarra, che racconta un microcosmo frammentato e al tempo stesso coeso: avamposti che da soli non fanno numero, ma che praticano una collettività – si direbbe – convinta. Brigate sparute di artigiani felicemente anacronistici e miracolosamente ispirati. Una comitiva vagamente ebbra sgomita per il convegno sulle “radici del genever e del gin”; c’è grande attesa per la sfida odierna tra “Fagiolina e fagiolone” nello stand Regione Lazio; si intuisce addirittura entusiasmo per il simposio sul “recupero dei boccaccielli”. Qualcuno sorriderà, ma anche questa è resistenza. Tra le poche rimaste in Italia, peraltro. (Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2014)

Ops, sto quasi diventando vegano

Muscolo-di-Grano-009Sono vegetariano dal 2001. Ho avuto delle fasi, molto brevi, in cui ho ricominciato a mangiare un po’ di carne. E’ accaduto tra il 2009 e il 2010, durante la stesura de Il vino degli altri, quando mi capitava di essere all’estero e partecipare a degustazioni. Dal 2010, leggendo Se niente importa di Jonathan Safran Foer, sono tornato vegetariano. Atipico e discutibile, perché due o tre volte al mese mangio ancora pesce (al ristorante; a casa non lo compro).
Ogni tanto mi è capitato di partecipare a festival vegani, presentando per esempio il mio libro I cani lo sanno nel 2011. Mi incuriosiva sapere come facessero a vivere senza neanche uova e formaggi. A febbraio di quest’anno mi sono messo a dieta, non per motivi clinici ma per un puro desiderio estetico: banalmente, avevo messo su 3 o 4 chili di troppo per i miei gusti. Ho azzerato ogni forma di grassi e a distanza di quasi quattro mesi – e oltre dieci chili in meno – non posso dire che dolci, formaggi o salse mi manchino. Per niente. Ho praticamente smesso anche di mangiare pane e pasta, e non ricordo neanche più quando è stata l’ultima volta che ho aggiunto olio o burro a un piatto. L’unico peccato che mi concedo è il vino. E continuerò a concedermelo. Il vegetariano ha un grande difetto alimentare: se non sta attento, si rimpinza di formaggi e si ritrova in un amen sovrappeso e con colesterolo e trigliceridi a mille. E’ per questo che ho cominciato a comprare prodotti per vegetariani e vegani. Li si trova anche all’ipermercato, ormai. Dalla cotoletta di soia surgelata ai burger di miglio, di soia, di farro, di spinaci. Fino alle (mini)cotolette alla milanese di seitan o al tofu classico o aromatizzato, passando per il seitan fresco o alla piastra. I carnivori, che hanno sempre questo atteggiamento da bulli quando si trovano davanti un vegano, sono convinti che queste pietanze facciano schifo e rispondono col sempiterno “fatti una fiorentina”: al contrario, sono prodotti quasi sempre buonissimi. Ho capito perché i vegani stanno bene: perché mangiano sano, sì, ma pure perché mangiano bene. Ho studiato e provato molti alimenti vegani e di seguito mi divertirò a riportare una elencazione breve delle varie tipologie.
Soia. E’ alla base di quasi tutti i prodotti per vegetariani e vegani. La si trova come burger, cotoletta alla milanese, affettato vegetale e negli ingredienti di quasi tutti i prodotto sotto elencati. Oltre al rischio ogm, la soia presenta forse altre controindicazioni. Si legge per esempio su Medicinenon: “Durante la dinastia Chou (dal 1134 al 246 AC) la soia era considerata uno dei cinque grani sacri, insieme a orzo, frumento, miglio e riso. Tuttavia, il pittogramma per la soia, che risale ai tempi precedenti, indica che non è stata mai impiegata come alimento, perché mentre i pittogrammi per gli altri quattro grani mostrano la struttura del seme e dello stelo della pianta, il pittogramma per la soia mostra la struttura della radice“.
Tofu. Di fatto è il formaggio di soia. Insipido e poco invitante se non aromatizzato, rientra anche lui nella composizione di molti burger vegetali.
Seitan. E’ ricavato dal glutine del grano di tipo tenero, o farro, o khorasan. Molto proteico e per nulla grasso. Viene cotto ed insaporito in acqua con salsa di soia (shoyu o tamari), alga kombu e sale. Ricco di glutine e dunque non per celiaci. L’alta concentrazione di glutine è anche il suo limite, perché l’organismo umano non possiede gli enzimi necessari alla scissione del glutine e una dose alta di seitan può quindi – a lungo andare – rivelarsi controproducente (assottigliamento delle pareti dell’intestino, gonfiore, intolleranza e celiachia nei casi peggiori). Il seitan si può fare da soli, ma ci vogliono tre giorni di ferie. Rientra anche lui nella composizione di burger e cotolette alla milanese (ottime). Tali piatti hanno grassi attorno al 10% circa come media. E’ spesso il componente decisivo – con la soia – anche degli affettati vegetali.

mopurAffettati vegetali. Sembra un controsenso, in realtà ce ne sono di tutti i tipi. Freschi, affumicati, aromatizzati con la canapa. La bresaola vegetale, il wurstel vegetale (alcune marche sono prodigiose), il salame, la soppressata e il chorizo (alcune varianti sono incredibilmente buone). Il colore rossastro è dato dalla paprika. I grassi sono attorno al 15%. Due ottime marke sono Wheaty Topas e Vegourmet.
Formaggi di soia. Quasi sempre deludenti. Dei prodotti per vegani, sono quelli che mi convincono di meno. Chi vuole, comunque, può provare il Cheddar vegano o il parmigiano vegan da grattugiare.
Muscolo di grano. Un marchio inventato da un signore calabrese a cui avevano diagnosticato il diabete. Lui non è rimasto a guardare e si è inventato una linea di prodotti dal gusto simile alle cose che lo avevano fatto ammalare, però leggere e dunque mangiabili. Anche per un diabetico. Un genio. Il muscolo di grano è a base di farina di frumento pregiato, arricchita con farina di legumi (soia, lenticchie, piselli ecc.), olio e aromi vari. My Personal Trainer, molto utile in questo settore, spiega le sue particolarità nutritive: “Il muscolo di grano viene commercializzato in formati di diverse dimensioni e sapori, che ricalcano la forma dei tradizionali alimenti carnei: bistecche, filetti, spezzatini, tagli per arrosto, affettati ecc, da passare in padella. Grazie all’integrazione delle proteine dei cereali con quelle dei legumi, il muscolo di grano vanta un buon valore biologico, dato che le carenze delle varie farine vengono colmate reciprocamente. Il frumento è infatti povero di lisina, mentre i legumi sono poveri di amminoacidi solforati (metionina e cisteina). Per la presenza di glutine, il muscolo di grano, non è però adatto all’alimentazione del celiaco, mentre le proteine della soia lo rendono controindicato alle persone allergiche a questa leguminosa“. Come gli altri prodotti per vegani, si possono degustare cuocendoli in padella o in forno, oppure cucinandoli come se fossero carne. I grassi sono praticamente inesistenti (0.75%) e il prodotto genera sazietà. Esempio: gli “straccetti” di Muscolo di grano sono composti da glutine di frumento, farina di legumi (lenticchie), farina di soia, erbe aromatiche (alloro, menta), peperoncino, melanzane, acqua e sale marino. L’origine calabrese dell’inventore e dell’azienda fa sì che il peperoncino sia onnipresente, ma non invadente, e che esista pure la ‘nduja. C’è il sito ufficiale e li si può acquistare anche qui. E’ il sito che utilizzo per rifornirmi, non solo di Muscolo di grano.
Mopur. Simile al Muscolo di grano, lo si può acquistare per esempio qui. Il mopur, anche detto “carne vegetale”, è ottenuto dalla lavorazione del frumento, dei ceci e dell’olio vegetale (compreso l’olio d’oliva extravergine), fermentato poi con lievito naturale. Attraverso un processo di fermentazione abbatte la presenza di glutine di circa il 40%: questo lo rende ancora più digeribile del seitan, che è comunque fatto non da legumi e grano ma solo dal glutine del grano cotto. I legumi usati per il mopur, spesso farina di ceci, garantiscono il giusto apporto tanto di tempehcarboidrati (grano) quanto di proteine (legumi). Lipidi sotto il 10% e senso di sazietà garantito. Salsicce, bistecca, filetto, spezzatino, arrosto, carpaccio fresco e stagionato: strepitosi. Mopur, 
in sanscrito, identifica lo spirito che presiede alla germinazione dei semi di terra e di acqua. E’ altamente proteico.
Lupini. Medaglioni di lupini, salame di lupini, arrosto di lupini. Perfino la maionese di lupini. Davvero buonissimi. Li trovate per esempio qui.
Tempeh. Anche detto “carne di soia”, è fatto con i semi di soia fermentati. Più esattamente è un alimento fermentato ricavato dai semi di soia gialla, molto popolare in Indonesia e in altre nazioni del sud-est asiatico. In qualche modo simile al tofu, ma leggermente più saporito, si presenta con i semi di soia chiaramente visibili nel prodotto e quasi miniaturizzati uno accanto all’altro. Come spiega sempre My Personal Trainer, “per produrre il tempeh è necessario cuocere parzialmente i semi di soia; in seguito si procede con l’aggiunta di aceto e poi con l’inoculazione di microorganismi fermentanti. Questi sono rappresentati fondamentalmente da un micete (muffa) appartenente alla famiglia Mucoraceae“. I grassi sono sotto il 10% e il prodotto è conservato in salamoia. E’ discreto ma non indimenticabile.
Raw Food. Cibo crudo. La cottura dei cibi, tra le altre cose, uccide gli enzimi digestivi, modifica il pH (acidificando il cibo) e rende la digeribilità più difficoltosa. Il movimento Raw Food è nato negli Stati Uniti. Barrette, gallette, cioccolata modicana, crackers. La galassia vegana è variegata e sconfinata. In rete si trova di tutto. E’ un bel cercare e un bel mangiare, sano e leggero ma senza soffrire (io no, almeno). Purtroppo la stragrande maggioranza dei ristoranti non è minimamente attrezzata e la risposta più frequente, per uno come me che viaggia molto e dunque spesso mangia fuori, è sempre la stessa: “Ah, è vegetariano? Tranquillo, abbiamo tanti formaggi e pesce“. L’Italia, anche in questo senso, è indietro anni luce. Non sto dicendo che sono vegano (anche se adesso qualcuno lo scriverà). Sto dicendo che, adesso che ho scoperto tardivamente questo mondo, essere vegetariani tout court – e al tempo stesso restare magri – è più facile. La trovo anche una scelta coerente col mio avvicinamento al mondo dei vini naturali: se vuoi bere sano, non vedo perché parallelamente devi mangiare per nulla sano. Neanche ho più sensi di colpa quando guardo i miei cani. Non cerco certo proseliti né intendo ergermi dalla parte del giusto: ma sto meglio. In tutti i sensi.

Vamos.

P.S. Tutte le foto ritraggono prodotti rigorosamente vegetali.

 

Enoteca La Torre

IMG_4092Da molto tempo sono assente in questi lidi, e non posso promettere che d’ora in poi non accadrà. Di sicuro lo spazio resterà attivo, questo sì.
Torno a scrivere perché, in questi giorni, tra un libro in uscita (non sul vino) e una presenza in tivù, ho avuto modo di visitare luoghi cari. Sono tornato da Cavalleri e poi da Faccoli, facendo scorta di alcuni dei Metodo Classico Franciacorta che preferisco.
Domenica scorsa, il giorno dopo la replica di Gaber se fosse Gaber portata in scena a San Benedetto del Tronto, ho poi avuto modo di scoprire un’enoteca splendida: La Torre, a Mosciano Sant’Angelo, provincia di Teramo. Proprietari gentilissimi, vini di pregio e totale sintonia di gusti: Cavalleri, i Riesling della Mosella di Muller-Catoir, il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe, i Pinot Noir di Borgogna.
I miei due libri sul vino mi hanno permesso – molto oltre ogni mia speranza – di conoscere un mondo fatto di persone appassionate e sincere, che credono nel loro lavoro e nel valore della convivialità.
La mia prossima tappa sarà Archer, il nuovo locale di Marina Bersani, che dopo l’esperienza de La compagnia del taglio ha aperto questo nuovo spazio, sempre nel centro di Modena. Una volta andato, vi dirò cosa ne penso.
Riguardo ai vini bevuti in queste settimane (mesi), nessuna nuova scoperta. Colpa mia: avendo meno tempo per bere, e scrivere di vino, ho preferito scegliere aziende ed etichette “sicure”. Cioè a me care. Anche per questo non ho scritto nuove recensioni, che però arriveranno.
Alla prossima, e grazie di tutto.

Prezzi folli a Milano

Mi spiace molto scrivere questo post, ma credo sia giusto farlo.
Ieri sera sono stato a Enocratia, “Il Governo del vino” di Milano, Via Sant’Agnese 14. Un posto molto lodato. Lodi comprensibili e in parte meritate: la carta dei vini è ricca, fornita, ben scelta e sufficientemente originale. Con grande attenzione ai vini naturali. Bene.
I ricarichi non sono granché accettabili (9 euro per un bicchiere di Sol passito di Ezio Cerruti paiono una follia), ma a chi ama il vino e vuole un bicchiere buono nel centro di Milano lo consiglio.
Non lo consiglio però a chi vuole anche mangiarci. Non tanto per il cibo, ambizioso e discreto (non eccelso: discreto), ma per i prezzi. Francamente assurdi.
Eravamo in tre: io, Perfect39 e Marina (ex Compagnia del Taglio). Se non vi fidate di me, scrivete a Marina, molto più esperta su prezzi e ricarichi. A fine cena era shockata, e – anche – lei di ristoranti ne prova tanti, oltre a essere nel campo della ristorazione da 20 anni.
L’ambiente, da fuori, promette poco. Dentro migliora.
Si è accolti, se si vuole, con un aperitivo. Abbiamo scelto il Prosecco Coste Piane, che non delude mai. Insieme ti danno una focaccia calda, molto buona (come altri tipi di pane che spuntano durante la cena, servita al piano inferiore oppure a quello superiore).
Come ho scritto anche su TripAdvisor, Enocratia ha un immenso difetto. Da una parte è un posto che ama i vini naturali e “proletari”, le belle storie, le bottiglie (teoricamente) non care e gli outsiders. Questo atteggiamento è confermato dall’apparecchiatura scarna, dai tovaglioli di carta, dal look casual dei proprietari. Nulla di male, anzi: adoro i locali che non se la tirano. Se Enocratia fosse un’osteria informale e semplice, magari anche solo con taglieri e formaggi, sarebbe splendida. E soprattutto coerente. Invece si impone di fare una cucina elaborata, fighetta, contorta, ambiziosa, che non c’entra nulla con l’impostazione del locale.
Lo chef è giovane e bravo, anche se alcuni piatti sono totalmente scentrati mentre altri convincono: meglio i dolci del salato, meglio le verdure e i legumi del pesce.
Quando poi si arriva al conto, la delusione è cocente. Uno dei posti più cari su cui mai mi sia imbattuto. Menu degustazione (una decina di assaggi) a 75 euro (il prezzo lo scopri alla fine, non all’inizio: prima di cominciare ci è stato solo detto “in cucina facciamo noi, okay?“) e vini con prezzi surreali. Anche qui, specifico che il 70/80% dei vini bevuti sono stati scelti dai proprietari, e quando un proprietario sceglie il vino e te lo porge/”impone” come se te lo offrisse, non dico che deve poi regalartelo, ma metterlo a un buon prezzo sì. Oltretutto alcuni vini (gli ultimi 2) sono stati appena assaggiati. Gran parte delle bottiglie bevute avevano prezzi – in un mondo ideale – bassi o comunque non spropositati. Piacevole il Franciacorta Brusato Il Pendio (scelto dal proprietario come se ce lo offrisse), bello il Carat 2006 di Bressan (l’unico da noi scelto durante la cena, servito con un certo ritardo perché non aveva la temperatura di servizio ideale), una conferma il Jakot di Radikon 2005 (bottiglietta da 0.50 che non avevamo ordinato), deludenti il Cirò Aris di Sergio Arcuri 2009 (mai ordinato) e – ancor più – L’artiglio Dosage Zero 2009 di Cinque Campi, pure questo non ordinato e proposto misteriosamente – e masochisticamente – con i dolci. Il Cirò e L’artiglio sono rimasti quasi tutti lì. Alla fine è arrivato anche un ulteriore bicchiere, pure questo non ordinato, ma non l’ho bevuto e non ricordo cosa fosse.
Concludendo: con un menu degustazione di una decina di assaggi (piccoli) e una media di una bottiglia a testa (del valore teorico di 20-25 euro circa), senza caffè e amari o grappe, abbiamo speso cadauno – udite udite – 125,333 Euro a testa. Avete letto bene: 376 euro in tre. Una cifra che accetto – forse – se vado alla Francescana, o da Vissani, ma a quel punto ho un’altra apparecchiatura, un altro menu, un altro servizio. E soprattutto so che spenderò cifre più o meno analoghe (o addirittura superiori): ne sono anzitempo consapevole.
La bottiglia di rosso regalato alla fine – Bonavita Doc Faro 2010 – non può fare “media”.
Se dovessi dare dei voti. Cucina 6+, ambiente 6.5, carta dei vini 9, servizio 6.5, rapporto qualità/prezzo 1.5.
Il proprietario Davide Mingiardi è bravo, lo chef Eugenio Boer di buon talento (ma deve ancora crescere). Sono tutti giovani, appassionati e ambiziosi. L’idea di Enocratia è apprezzabile. Ma nei prezzi non riscontro un minimo di umiltà e/o correttezza. Verrebbe voglia di dire che sono cifre “immorali”, mi limito ad affermare che non hanno alcun senso della misura (anche se abbiamo sbagliato a non chiederli prima, piatto per piatto, bottiglia per bottiglia, bicchiere per bicchiere). E un’altra cosa: quando un cliente entra, è fastidiosissimo sentir dire dalla ragazza (credo moglie del proprietario) all’entrata “Vi diamo un Prosecco che sicuramente non conoscete, non è come quelli che bevete di solito“. Significa sottovalutare i clienti e ritenersi superiori ad essi.
C’è tanto, tanto, tanto da lavorare.
Quando il menu degustazione scenderà a 40/45 euro, il bicchiere di Sol di Cerruti a 4/5 e i ricarichi caleranno della metà (o quasi) rispetto alla situazione attuale, avrà senso tornare ad Enocratia.
Al momento, pur ringraziando lo staff per la gentilezza (rivolta anche ai miei libri) e augurando loro buona fortuna (gli intenti, mi ripeto, sono meritori), non solo non ci tornerò, ma – con dispiacere – non potrò consigliarlo.
Grande, grande, grande delusione.
Peccato.

Sarfati Bar a vin

Uno dei siti che consulto di più, da quando passo molto tempo a milano, è “Enoteche a Milano“.
Qualche sera fa ho provato Sarfati Bar a vin, una piccola enoteca specializzata in vini naturali.
Si trova(va) davanti alla fermata metro Moscova. Una piccola dépendance della libreria Utopia. Lo spazio è (era) minimo, c’è (era) soltanto un tavolo e di fatto la cucina non esiste(va).
Si andava da Sarfati se si amavano i vini naturali, se si voleva spendere poco (un bicchiere costa in media 3.5-4 euro) e se piaceva la commistionevino/letteratura.
Mi sono trovato molto bene.
La clientela era abituale. All’entrata incontravi avventori fissi, magari sommelier Ais, che confermavano come l’Associazione Italiana Sommeliers – quantomeno la delegazione di Milano – fosse sempre più ricettiva nei confronti dei vini veri. Buona notizia.
La carta dei vini, più o meno una ventina in lista, cambia(va) continuamente. Quella che ho provato io la vedete nella foto. Con Perfect39 abbiamo degustato 7 tipologie. La mattina dopo, a conferma della digeribilità suprema di certi vini, nessun postumo.
Ecco le mie valutazioni.
Trebbiano dell’Emila frizzante 2010 – Camillo Donati. Non appartengo ai pasionari di Donati e mi infastidiscono – non poco – i vinoveristi che sostengono che Donati sia l’unico a saper fare i frizzanti emiliani. E’ una sciocchezza, sia perché ne esistono molti altri (naturali e non naturali) sia perché ogni tanto Donati sbaglia proprio bottiglia. Senz’altro è un produttore che stimo. E quel Trebbiano lì era piacevolissimo. Da berne un secchio (cit).
Pétillant Naturel “Bulle” – Hervè Villemade. Loira, appellation Cheverny.  Menu pineau, Pinot d’aunis come vitigni. Esile. Senza infamia e senza lode.
Marche Bianco Igt Terre Silvate 2011 – La Distesa. E’ sempre stato, e rimane, uno dei miei Verdicchio (vitigno tanto bello quanto sottovalutato) preferiti.
Campania Igt Bianco “Paski” 2010 – Cantina Giardino. Stimo molto l’azienda e la Coda di Volpe è un vitigno che mi diverte provare. Consigliabile.
Albarola dei Colli di Luni 2011 – Santa Caterina. Solita valutazione “positiva ma non estatica” per Santa Caterina. Ho sempre la sensazione che gli manchi qualcosa per raggiungere non tanto l’eccellenza, ma il vino emozionale che loro (credo) inseguono.
Lambrusco dell’Emilia Frizzante 2010 – Camillo Donati. Idem come sopra: quando Donati (spesso) indovina la bottiglia, è un bel bere. Semplice, piacevole, quotidiano.
Nebbiolo 2010 – Carussin. Delizioso. Semplicemente delizioso.

P.S. A conferma che siamo nati per soffrire, poco dopo avere scritto questo post ho saputo che Sarfati Bar a vin sta per chiudere.

Casa del Parmigiano (Marostica)

Martedì ho portato il mio spettacolo, Gaber se fosse Gaber, a Breganze. La patria del Torcolato.
C’erano più di 400 persone e ho provato l’ebbrezza – che prima o poi a qualsiasi teatrante capita – del microfono che non funziona. Poi, per fortuna, tutto è andato liscio.
La data di Breganze è stata fortemente voluta da Erasmo Gastaldello. Lo avevo visto, per la prima e fin lì unica volta, più o meno un anno fa. Avevo presentato Il vino degli altri alla Libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa. Si era unito alla cena. Dialogando, mi aveva chiesto cosa stessi facendo di nuovo. Gli avevo così parlato di Gaber se fosse Gaber, che aveva esordito pochi giorni prima a Voghera (e doveva rimanere una data unica).
Erasmo si era messo in testa di portare lo spettacolo dalle sue parti. Così, di punto in bianco. Mi capita spesso che me lo promettano, poi però la cosa finisce lì. Anche perché organizzare uno spettacolo teatrale non è facile.
Erasmo lo ha fatto davvero. Combattendo per quasi un anno. Ci ha creduto e ha messo in piedi un piccolo evento. Una serata splendida.
Vi scrivo tutto questo, fin qui poco enogastronomico, perché Erasmo Gastaldello è il proprietario della Casa del Parmigiano di Marostica. Un luogo che ho virtualmente scoperto per caso, tre anni fa, cercando luoghi dove fosse possibile acquistare ottimi Champagne per la stesura de Il vino degli altri.
Mi ha incuriosito tutto, di quel luogo poi citato nel libro. Un posto che si chiama Casa del Parmigiano, in un luogo che poco c’entra col parmigiano, specializzato in formaggi ma anche in grado di mettere a disposizione vini incredibili (e scelti con gusto “naturale”). Che razza di luogo poteva mai essere? Chi lo aveva concepito?
Ho avuto modo di conoscere Erasmo Gastaldello, degno figlio del fondatore del negozio. L’ho conosciuto poco, perché due incontri reali sono pochi. Ma sufficiente per scorgere in lui le stimmate, e l’utopia sottesa, dell’eterno sognatore. Dell’appassionato che sceglie i formaggi visitandone i luoghi, e apprezzandone le persone che lo creano. Del commerciante folle che si incaponisce per avere solo quel riso, e quel burro, e quel formai de mut – e che insegue a tutti i costi “il black butter” perché una volta l’ha sentito e gli è piaciuto.
Se c’è una cosa che mi è piaciuta, e piace, del mio attraversare il mondo enogastronomico con spirito corsaro, è il conocere queste persone libere e vere. Credo fermamente che l’Italia migliore, per parafrasare quel ministro tascabile uscito da una canzone di Fabrizio De André, sia proprio quella degli Gastaldello e dei Roddolo, dei Maule e dei Cerruti. Di chi sogna, di chi ci crede: di chi non dimentica l’intenzione del volo.
A ben guardarla, l’Italia è a volte – e perfino – un bel luogo.

Barba Toni (Orio Canavese)

Ho appena terminato una settimana molto intensa, che mi ha visto globetrotterare tra San Giusto Canavese, Milano, Colleretto Giacosa, Roma e Parigi. In sei giorni. O comincio a drogarmi, e al momento non ho voglia, o rallento. Bah.
Non molto da dichiarare sul piano enogastronomico, al di là di un assai dignitoso Barolo Sarmassa 2007. L’ho bevuto a Milano, con Perfect39. Ve lo consiglio, ha stile e bevibilità, tutto al posto giusto senza compiacere o inseguire stranezze frivole. Nella mia top 3 dei Barolo non c’entra, nella top 10 sì.
Ora però voglio parlarvi di uno slowfood. Mercoledì scorso mi trovavo a San Giusto Canavese per un reportage su Centovetrine. Il Canavese è senz’altro luogo da scoprire, ma non ti travolge per allegria. Soprattutto di gennaio, con nebbia e freddo.
Dopo una giornata di viaggi e lavoro, digiuno e non poco stanco, ho consultato la guida Slow Food. Il luogo più vicino era Barba Toni, Orio Canavese (To), segnalato in particolare per i grandi formaggi (che non ho mangiato) e il vino (ho provato un Erbaluce di Caluso Fiordighiaccio 2010, poco più di 10 euro, senza infamia e senza lode).
Barba Toni è una cascina di fine Ottocentro, nel centro di Orio Canavese. Quando sono arrivato io, non c’era nessuno. Neanche dopo.
Ero così stanco che ho sbagliato la porta d’ingresso, tentando di entrare dalla cucina – e uscendo, non per colpa del (poco) bere, ho scambiato la porta d’uscita per quella del bagno. La mia imbranataggine tocca livelli siderali, ormai.
E’ un bel locale. La carta dei vini è buona, ma può migliorare. Mi ha ricordato quella di un appassionato che vorrebbe osare, ma se ne vergogna ancora un po’.
Il servizio è garbato, pure troppo: capisco che ero solo, ma non c’è bisogno di controllare sette volte al minuto se ho finito di mangiare (come faceva la signora Sara, credo moglie del cuoco Alain Zanolo e proprietaria).
Davvero di pregio la cucina, in particolare il risotto carnaroli bio con pistilli di zafferano e liquirizia.
Un vegetariano parte svantaggiato, perché è quasi tutto (troppo) carne, e nel Canavese hanno poi questa fissa – inaccettabile – per il coniglio. Ma le cose da provare c’erano, dal flan di asparagi con fonduta di toma al carrello dei formaggi (e il riso, ripeto, era davvero buono). Pane fatto in casa. Giusto il rapporto qualità/prezzo.
All’uscita, lo chef mi ha raccontato di come molti “magnati” vogliano portare il locale all’estero. In Svizzera, in particolare. Di sicuro il locale sarebbe sempre pieno, a Ginevra o Zurigo. C’era però in lui l’amore per il luogo e l’ostinazione appassionata di difendere e valorizzare un territorio che contempla vanti e perle.
Se vi capita, provatelo.

Le carte dei vini (Nossiter e GQ)

Sta facendo molto discutere – si dice sempre così – l’articolo di Jonathan Nossiter sull’ultimo numero di GQ. In Rete non c’è, dovete comprare l’edizione cartacea (come dovreste fare sempre, altrimenti i giornali chiudono).
Il regista americano si è occupato della pochezza e della disonestà (morale/commerciale) delle carte dei vini nei ristoranti. Romani in particolare, ma non solo.
Qualche  considerazione.
Cito spesso Nossiter, lo facevo già in Elogio e figurarsi adesso che lo frequento. In linea di massima sono d’accordo 8 volte su 10 con lui.
Chi legge questo blog, e ha letto i miei libri, sa che le differenze risiedono soprattutto nell’approccio relativo ai vini naturali: entrambi li amiamo, ma lui in maniera più incondizionata di me. Se volessi usare una parola di moda, direi che lui è più “manicheo” di me sui vini naturali. Tollerandone non dico le imprecisioni, ma spesso gli errori veri e propri. Ora dicendo che “anche Pasolini sbagliava“, ora ricordando che “non si può criticare un’azienda dopo averne bevuto soltanto una bottiglia“.
Nel primo caso, rispondo affettuosamente a Jonathan che certi vini naturali sbagliati mi ricordano Bombolo, più che il neorealismo o Pasolini; quanto al secondo appunto, replico che la teoria della “bottiglia sbagliata” non mi ha mai convinto granché: è quasi sempre l’alibi più facile sfoggiato dal vigneron che ha fallito. E in ogni caso, anche se fosse solo “quella” bottiglia, vallo a spiegare al consumatore occasionale che l’ha pagato 20 o 30 euro. O addirittura di più.
Sto però parlando dei pochi aspetti che differenziano me e Jonathan. Nella maggioranza dei casi, oltre a essergli riconoscente (Mondovino andrebbe insegnato nelle scuole), lo ammiro per approccio, entusiasmo, iconoclastia e onestà intellettuale. Anche per questo trovo che la polemica, alimentata qua e là sul web, sia un po’ fine a se stessa. Per un motivo molto semplice: Nossiter scrive cose inattaccabili e perfino ovvie.
Ho letto che “Nossiter è un personaggio che divide, o si ama o si odia“, e anche questa è una frase fatta. In Italia, ormai, per dividere ed essere amato/odiato basta avere il coraggio delle proprie idee. In epoca paracula, e in paese pavido, chi prende posizione passa automaticamente per eretico. Che palle.
Nossiter non ha scritto un articolo da “o con me o contro di me“. Ha semplicemente fotografato lo stato delle cose. Frasi come “, segno evidente del rispetto – o del disprezzo – che un oste nutre per i suoi ospiti“, oppure “lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali“, sono (felicemente) banali nel loro essere inoppugnabili.
Qualcuno non avrà gradito l’ennesima tirata sui vini naturali, o si divertirà capziosamente a soffermarsi sulla parola (eccessiva) “tossico“, ma le 5 pagine di GQ (di cui due occupate da foto) non possono non essere condivise da chi ha anche solo un minimo di buon senso. E magari (magari, eh) non è in malafede.
Nello specifico:
– I ricarichi dei vini al ristorante sono, quasi sempre, inaccettabili. In Elogio pubblicavo la “griglia” che di solito viene seguita dai ristoratori. Andatela a ripescare. Non c’è nessuna giustificazione per ricaricare un vino del 150 percento (e potrei dire anche 100). Figurarsi del 200, o 500, 0 700 percento (come racconta Nossiter). Il ricarico deve esserci, ma minimo. Cosa dovrei pagare? Lo sforzo del polso per aprire il vino? L'”affitto” delle bottiglie in cantina? L’usura del cavatappi? La bella faccia (quasi mai tale) del sommelier che mi straparla di sentori di glicine e pan briosciato? Ma via, su. Chi opera in tal senso, dovrebbe vergognarsi.
– Esistono realtà più vocate alla enoristorazione e altre meno. Jonathan vive a Roma, io ci passo due giorni a settimana di media. E’ un posto con molti ristoranti, raramente però convincenti. Meno ancora sulle carte dei vini, troppo spesso sciatte e disoneste. Spiace dirlo, ma è così. Io non arrivo a 2/3 trattorie romane “del cuore”. Anche sulle enoteche: una volta che hai citato la “solita” Bulzoni, quanti altri nomi si possono fare? Pochi, pochissimi.
- Nossiter cita un sommelier – Francesco Romanozzi, proprio dell’Enoteca Bulzoni – per fargli dire che “Casal del Giglio è (…) come votare Pdl. E’ un tradimento. Un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al mondo“. Al di là dell’esempio laziale, si potrebbe legittimamente asserire lo stesso di tanti altri colossi (Nossiter nomina Zonin e Antinori). Qualche trombone potrà poi arrabbiarsi, come accadde dopo aver letto (male) alcune pagine de Il vino degli altri, ma è una piccosità che mette tenerezza. Di solito le aziende interessate ti scrivono (o ti fanno scrivere dai loro giornalisti “amici”). Usano puntualmente le stesse parole, un mix di mirror climbing e minacce a caso. E alla fine nulla cambia. I loro vini – opinione personale – rimangono quel che sono.
– L’attenzione dei ristoratori per i vini naturali rimane largamente minoritaria.
La carta dei vini non è un aspetto marginale di un ristorante. L’oste che, un po’ inalberato, ti risponde dicendo “i vini li so io a memoria“, e poi ti porta una Barbera imbarazzante spacciandola per “gran vino a buon prezzo“, ha sbagliato tutto. Non sei simpatico o “contadino” se non hai la carta dei vini: sei incapace. E pigro (tranne rarissimi casi, lo so). Una carta dei vini va scritta, stampata, ordinata con gusto e personalità, ben presentata. Forma e sostanza. Altrimenti fammi un regalo: cambia mestiere.
– Dalla scelta dei vini scritti sulla carta, si capisce perfettamente l’impronta ideologica (sì, ideologica) dell’osteria. Un po’ come le playlist musicali di Nick Hornby: se mi scegli una canzone dei Queen Anni Ottanta, tra i 31 brani della vita, ho già capito quasi tutto. E temo che tu sia il classico tipo da Merlot ciccione e tronfio. Aiutoooooo.
Potrei andare avanti, ma ha già scritto tutto Nossiter. Le polemiche che sono nate, denotano da un lato la calma piattissima del mondo del vino (un pregio e un difetto); dall’altro, quanta gente esista con la coda di paglia.

P.S. Ai fanboy(s) dei Queen: evitate di scrivermi che “in realtà erano bravi, soprattutto quelli dei Settanta”. I Queen stanno alla musica come i Supertuscans al vino.