Degustazioni

Ognostro 2012 – Tinessa

schermata-2016-11-21-alle-23-06-41Ci risiamo. Sono alla Cieca di Via Vittadini, Milano, con Perfect39 e partiamo coi bianchi. Poi arriva Michele e ci riprova con uno di quei rossi che “okay che son rossi, ma piacciono anche a voi che ormai bevete solo bianchi”. Se lo dice lui, può esser vero. Proviamo.
Ci propone così questo Ognostro 2012, dicendo che è fatto da un giovane mago della finanza – Marco Tinessa – pieno di soldi e di vini pazzeschi in cantina (non ha detto proprio così, ma col tempo ho imparato la sintesi brutale). La presentazione, in sé, non è sinonimo di gran vino. Anzi: mi aspetto un vino yuppie, apparentemente naturale ma fighetto e piacione. Oltretutto è Aglianico in purezza, vitigno splendido che però di rado mi appassiona appieno. Tannini duri, acidità elevata: non è certo un vitigno complicato, e la tendenza alle rese troppo alte e a non aspettare la maturazione piena (spesso a inizio novembre) per non rischiare di perdere il raccolto per via della pioggia complica il tutto. Oltretutto qui il nome, Ognostro, allude dichiaratamente all’inchiostro. Fatale, e inevitabile, pensare a un vinone concentrato e iperalcolico.
E invece.
Ti ritrovi questo nettare che ha sì un colore molto carico, e pure 14.5 gradi, ma è dotato di una freschezza e di una eleganza pazzesche. Un vino ben fatto, difetti zero al gusto al naso e pure all’esame visivo, che ha carattere e freschezza (prodigiosa), buona (non enorme) mineralità e grande complessità olfattiva. Bevibilità suprema, alcol che c’è ma non lo senti. Ha un che di Etna, anche se non dovrebbe entrarci molto, ma poi capisci (un po’) perché: le uve vengono da vigneti a Montemarano, provincia di Avellino, ma la vinificazione è effettuata nelle cantine asettiche di Cornelissen nel cuore dell’Etna (Munjebel eccetera). Il prezzo in enoteca è sui 30 euro, qualcosa meno. La produzione al momento è irrisoria, 600 bottiglie che col tempo potranno salire a 1000/2000, ma non troppo di più. Un passatempo, più che una produzione vera e propria. Ma un gran bel passatempo.

Vino di Anna – Palmento 2014

schermata-2016-11-16-alle-19-59-44E’ abbastanza curioso come scriva ormai pochissimo in questo blog, sebbene cerchi e scandagli il mondo del vino molto più di prima. Ormai ho trovato le mie fonti, i miei locali, i miei distributori. Perle su perle. Il tempo è sempre meno e lo sapete, ma in fondo per raccontare un vino possono bastare anche poche parole. Quindi riproviamoci.
Curiosamente il vino che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere qui, sperando che il post non resti troppo isolato, è stato un rosso. Dico “curiosamente” perché il 98% dei vini che bevo e compro, da ormai quattro anni, è bianco. Sia esso surlì, petillant, frizzante, cremant, Metodo Classico o Champagne. E invece domenica sera mi sono imbattuto in questo Vino di Anna Palmento 2014. Ero con Perfect 39 ed ero alla Cieca di Via Vittadini, uno dei luoghi che mi fa amare Milano, ormai mia seconda casa dopo Arezzo (sempre ammesso che un tipo ramingo come me possa parlare di casa, ma questo mi porterebbe lontano e adesso vorrei essere breve). Dopo la solita girandola di bianchi, avverto l’inusuale desiderio di bere un rosso. Rosso dei miei, eh, quindi Pinot Noir o parenti più o meno stretti. Tipo il Nerello Mascalese. Così Michele, il proprietario, mi propone questo classico “rosso che però in fondo non è così rosso”.
Il Palmento 2014, con l’annata nascosta nel numero romano sull’etichetta (XIV), è il classico vino che nelle commissioni viene segato subito. Se lo incontri a un corso da sommelier, ti dicono di bombardarlo. Ci sta: al naso la volatile ti invade e l’acetica regna. Il vino non è filtrato e si presenta quindi pure torbido. Per forza che è “solo” un vino da tavola.
Anna Martens non è certo nata coi vini naturali, avendo lavorato per Ornellaia. Poi però si è invaghita dell’Etna e si è inventata questo vino naturale, laddove la parola “naturale” vuol dire “solo per bevitori parecchio impavidi”. Lo stesso uvaggio è una stravagante sciarada: Nerello Mascalese, ma anche Nerello Cappuccio e Grenache. Fin qui classico uvaggio da Etna Rosso, poi però trovi anche uve bianche come Minella, Catarratto e Insolia.
Fin qui, me ne rendo conto, sembra che stia descrivendo una follia sbilenca e dunque sgradevole. Al contrario: ne avrei bevuto a secchi. Un vino glou glou, che ha al tempo stesso carattere e personalità. L’acidità mitiga la componente alcolica, i profumi rimbalzano come dentro un flipper e il corpo è quello di quei vini felicemente polposi che sanno proprio – e veramente – di uva. Per certi versi mi ha ricordato un Menjebel che non se la tira e per altri il prodigioso Pikadè di Pane e Vino.
Quindi, riassumendo: cercatelo, bevetelo. E godete tutti.

Elogio breve dei vini naturali

Schermata 2016-08-21 a 15.47.05Dieci anni fa erano nicchia, ora molto meno. Il concetto di “vino naturale” è per certi versi poco chiaro, quando addirittura equivoco. E può certo nascondere la mera voglia furbastra di “farlo strano”, magari per andare incontro all’ultima moda del momento. E’ però positiva, nonché salutare, questa riscoperta delle tradizioni e – al contempo – questa attenzione alla salute. In Italia abbiamo centinaia di vitigni autoctoni, ma spesso il vino che beviamo è tutto uguale. Statico e perfettino. Incapace di emozionarci e pure poco digeribile. Perché un “solo” bicchiere ci fa bruciare lo stomaco o ci regala la mattina dopo quel mal di testa come se avessimo appena passato una notte alla Bukowski? Perché dentro certi vini, quelli che costano (troppo) poco e quelli che costano (inutilmente) troppo, c’è di tutto. Chiarificazioni oscure, sofisticazioni chimiche, solfiti in abbondanza. Volersi bene significa bere vini buoni, certo. Ma vuol dire anche bere “vini sani”, che non è necessariamente un ossimoro. Ecco allora la galassia dei cosiddetti “vini naturali”, caratterizzata peraltro da viticoltori spesso simpatici e intellettualmente stimolanti. Sono vini ricchi di identità e poverissimi di sofisticazioni, genuini e sorprendenti, con il concetto di “beva facile” al primo posto. Inizialmente potranno spiazzarvi, perché talora un po’ bizzarri e non sempre bellissimi all’esame visivo o nei profumi. Poi però scopri un mondo: un bel mondo. E a quel punto non torni più indietro. E’ come per la musica: se ascolti tutta la vita Antonacci, magari Antonacci ti sembra persino bravo. Poi un giorno ti imbatti per caso in John Coltrane. All’inizio non lo capisci, ma poi ti innamori. E di Antonacci neanche ti ricordi più. (Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2016)

Lo spritz? E’ il cinepanettone degli aperitivi

Schermata 2015-12-08 a 12.36.29E’ lecito dire, con rispetto parlando, che dello spritz non se ne può più? Per carità, ognuno può bere quello che vuole. C’è persino gente che trova divertente Siani, quindi tutto è lecito. Lo spritz non è certo il problema maggiore. E magari a qualcuno piace. Sì, ma quelli a cui piace lo sanno che c’è tanto – praticamente tutto – di meglio? Anzitutto: cos’è lo spritz? La risposta dotta è “un tipico aperitivo originario del Veneto”. La risposta corretta è “la maniera più scaltra con cui i bar smaltiscono le loro scorte di bianco orrendo”. Sì, perché lo spritz è una mescolanza tale per cui alla fine il vino viene ampiamente offuscato dal resto degli ingredienti. Lo spritz – ricorda GialloZafferano – “nasce durante la dominazione austriaca nel lombardo-veneto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Sono infatti i soldati austriaci che hanno diffuso questa bevanda, aggiungendo al vino Veneto, ritenuto da loro troppo forte, del seltz per diluirlo. Il nome spritz deriva dal verbo tedesco “spritzen” che significa appunto spruzzare”. Le proporzioni sono 1/3 vino bianco secco, 1/3 Aperol, 1/3 seltz. Più 6 cubetti di ghiaccio e mezza fetta d’arancia. Molti al posto dell’Aperol mettono il Campari e – ancor più – il Prosecco è spesso preferito al vino bianco. E qui, doppiamente, casca l’asino. Anzi lo spritz. Quale Prosecco? Quasi sempre il peggiore: quello da supermercato, quello da un euro a bottiglia, quello buono e sano come una colica renale. E quale vino bianco? Idem come sopra, tanto il sapore (va be’) verrà dominato da Aperol e seltz. Ne consegue che, fatti salvi rari e meritevoli casi, lo spritz è un accrocchio modaiolo con cui si suole fare (goffamente) Schermata 2015-12-08 a 12.36.38i fighi mentre si beve una mezza schifezza. E per giunta abbastanza cara. Lo spritz ha poi senso se lo si beve a Padova o Treviso, dove è nato e dove lo fanno molto meglio che altrove. Non si capisce invece per quale motivo si debba berlo a Milano, Roma o Catania. Ci saranno senz’altro gli adepti del genere, che lo reputeranno migliore di qualsiasi alternativa. Buono a sapersi. Rispetto massimo. Però fidatevi: c’è di meglio. Certo, a volte lo spritz costa meno di un bicchiere di bianco, ma sempre troppo se si sa – e spesso non si sa – cosa ci sia dentro. Lo spritz è il cinepanettone degli aperitivi. E neanche un cinepanettone passabile: uno di quelli con Enzo Salvi e Biagio Izzo, uno dei più scontati. Piccolo consiglio: emancipatevi da questo “sciroppetto” inutilmente e stancamente frizzante. Convertitevi al gusto del (buon) Metodo Classico, buttatevi nel magico mondo dei (buoni) Gin Tonic. O anche “solo” provate il bianco della zona (non della casa). Sarà sempre – sempre – meglio di qualsiasi spritz. (Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2015)

Premio Galvanina 2015

Schermata 2015-11-17 a 19.56.13Elogio dell’invecchiamento, per quanto ristampato questa estate negli Oscar Mondadori, è ormai lontano otto anni e Il vino degli altri più di cinque. Nel frattempo sono successe tantissime cose equasi tutto è cambiato. Permane però il mio amore per il mondo del vino, come pure di alcuni distillati, e questa pagina viene ancora seguita con passione. Molti, tra voi, mi chiedono un terzo libro sul vino (no) e più aggiornamenti su questa pagina (sarà dura, considerato la vita che faccio, ma ci proverò). C’è davvero tanto affetto, e la cosa non smette di stupirmi. Come mi ha stupito, e al tempo stesso onorato, sapere che quest’anno sarò io il vincitore del Premio Galvanina. Lo ritirerò domenica 22 novembre a Bologna, ore 16, all’interno del Festival della Cucina Italiana.  Di seguito la motivazione e la mia dichiarazione.

Schermata 2015-11-17 a 19.58.38“E’ conosciuto per i graffianti commenti su politica, spettacoli, costume e cronaca italiana, firma di punta de Il Fatto Quotidiano, opinionista su La7. Ma quanti sanno che Andrea Scanzi nutre una profonda passione per la cucina e il vino? Basterebbe guardare la bibliografia di alcune sue pubblicazioni per capire che sa maneggiare con professionalità e competenza anche questa materia. E’ proprio per la sua capacità di saper comunicare argomenti enogastronomici con acutezza e originale senso critico, in un panorama di sostanziale conformismo, che il Festival della Cucina Italiana ha deciso di conferirgli il Premio Nazionale Galvanina nella sezione giornalismo“Accolgo questo premio così importante con un piacere particolare. Ho scritto i miei due libri sul vino, Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, rispettivamente nel 2007 e 2010. Hanno avuto più fortuna di quanto credessi e il primo è stato addirittura ristampato questa estate negli Oscar Mondadori. Sono libri nati due o tre mie vite fa, ero molto diverso e lo era anche la comunicazione del vino. Spero però che siano invecchiati bene: non dico come il Pinot Nero della vita, ma almeno come un buon Barolo sì. Scrivo ancora di vino, soprattutto in Rete, e vado – eccome – ancora in cerca di cantine ricche di storia. Un tempo era lo sport a nascondere parabole sature di epica e dunque perfette per venire eternate in un libro: penso ai Garrincha, ai Senna, ai McEnroe. Oggi, se hai voglia di scovarla, l’epica la trovi dove sono in pochi a cercarla: per esempio nelle storie di piccoli artigiani del vino che, contro tutto e tutti, hanno prima salvato patrimoni culturali e poi regalato miracoli enologici. Il mondo del vino, qua e là, mantiene una salvezza – e una bellezza – che quasi commuovono. Per me scrivere di vino era e resta divertimento. E’ un gioco, una giostra, una passione. Una boccata d’ossigeno. E un gran bel vivere. Grazie, di cuore”.

13 bourbon da provare

IMG_2526Non so quando è successo, credo in buona parte per colpa della serie Justified che ho consumato avidamente, ma d’un tratto mi sono scoperto appassionato (che non vuol dire esperto) di bourbon whiskey. Ovviamente continuo a bere anche whisky, quasi sempre scozzese e quasi sempre di Islay (sì, amo la torba). Il bourbon, però, mi affascina sempre più.
In materia c’è molta ignoranza. Il bourbon, essendo fatto a maggioranza mais (almeno 51%) e dovendo invecchiare in botti di rovere nuove e bruciate internamente, è fatalmente più “dolce” e caramellato del whisky scozzese. Se poi troverete un whiskey a maggioranza mais (corn whiskey, mais almeno 80%), sarà ancora più dolce. Per chi ama i Bourbon più rustici l’approdo naturale è il rye, ovvero a maggioranza segale (51%), che era peraltro il whiskey sgraziato del west. Solitamente un bourbon classico è fatto attorno al 70 percento da mais e il resto è costituito da segale (e/o grano) e orzo maltato. Il nome – anche se l’origine è controversa – viene da Bourbon County, facente parte dal 1792 dello Stato del Kentucky. Ancora oggi la capitale di Bourbon County è Parigi. I riferimenti alla dinastia borbonica e alla Francia furono un ringraziamento a Re Luigi XVI per il supporto durante la rivoluzione americana.
IMG_2528I bourbon sono un regalo degli emigranti irlandesi e scozzesi, che conoscevano il whisky. Non trovando l’orzo, o trovandolo poco, sfruttarono i cereali più diffusi in quelle nuove terre: mais e segale. Il bourbon ha un minimo di invecchiamento di due anni (Straight Bourbon). Sotto i 4 anni si deve dichiarare obbligatoriamente dell’invecchiamento, sopra i 4 anni è facoltativo. Il distillato è inizialmente incolore, acquisendo poi il giallo dorato – anno dopo anno – grazie principalmente al contatto col legno nuovo. Invecchia meno degli scotch perché l’escursione termica stagionale è decisamente maggiore e perché il legno nuovo e tostato velocizza (pure troppo) i tempi, ma in giro si possono trovare dei bourbon molto vecchi e in gran forma. Il mondo dei bourbon è molto affascinante e va al di là della realtà del Kentucky, che resta comunque capitale e riferimento. Il bourbon si può fare in tutti gli Stati Uniti. Nel Kentucky il cereale dominante è il mais, in Pennsylvania diventa la segale. Domenica scorsa sono stato al Whisky Day alla Villa Reale di Monza e ho focalizzato l’attenzione proprio sui bourbon whiskey (sì, in questo caso va aggiunta la “e”). Di seguito, senza tanti tecnicismi, vi segnalerò tredici bourbon (anzi qualcuno in più). Stanno tutti, più o meno, in una fascia economica tra le 20 e le 45 euro (il bourbon, lasciando stare bottiglie mitiche tipo il Pappy Van Winkle, è meno caro dei Single Malt). Sarò felice se, tra i commenti, vorrete anche voi segnalare bourbon meritevoli.
Maker’s Mark. Abbastanza facile da trovare, resta uno degli entry level più indicati per scoprire la tipologia. Pulito e un po’ ammiccante, difficile che non piaccia.
Knob Creek. Idem come sopra. E’ stato uno dei primi che ho scoperto. Al tempo mi piaceva molto, adesso un po’ meno. Immagino dipenda dal fatto che, nel frattempo, ho scoperto altro. Esiste anche l’etichetta nera: è un Rye, che però non mi ha fatto impazzire. Lo Knob Creek è uno dei 4 small batches della Jim Beam. Dei quattro lo Knob Creek è il più economico assieme al Basil Hayden’s. Si sale – di qualità ma anche di prezzo – con il Baker’s (mentolato, dritto e sorprendentemente elegante) e il Booker’s. Quindi: partite con lo Knob Creek e poi volate con Booker’s e Baker’s.
Jim Beam. Appunto. Il più noto è l’etichetta bianca, sin troppo facile e “base”. Lo si trova praticamente ovunque. Già col 12 anni Selected si sale e tanto. Come quasi sempre capita per le grandi distribuzioni, se non ci si ferma alle etichette più commerciali si trovano delle meraviglie (vedi anche punto precedente sui 4 small batches).
Jack Daniel’s. Vale lo stesso discorso del Jim Bean: più sei disposto a salire col prezzo e più cresce la qualità. Senza arrivare al Sinatra, consiglio il Single Barrel e il pulitissimo (e meno caro) Gentleman Jack. Tenete comunque conto che il Jack Daniel’s sarà sempre più “dolcino” degli altri. Viene fatto nel Tennessee ed è sottoposto al charcoal mellowing. E’ la caratteristica che differenzia i Bourbon whiskey dai Tennessee whiskey. Questi ultimi vengono sottoposti a una filtrazione goccia a goccia attraverso tre metri di carboni attivi di acero. Ne risulterà un distillato ancora più “bianco”, ma soprattutto ancora più morbido e rotondo. Per la cronaca, il fondatore della Jack Daniel’s – Jasper Newton “Jack” Daniel – morì nel 1911 a furia di prendere a calci la cassaforte. Si era dimenticato la combinazione e, dalla rabbia, si ruppe un dito. Il piede non fu curato, andò in cancrena e lui morì. E’ vero che l’etichetta nera è un tributo alla sua morte e ne sancisce il lutto inconsolabile, mentre la storia della cassaforte e del piede in cancrena è probabilmente una sciocchezza tramandata nel tempo.
Wild Turkey. Altra etichetta che si trova in molti pub. Il base è l’81 Proof. “Proof” è la gradazione americana ed equivale al doppio della gradazione italiana, quindi un 81 Proof è un 40.5 gradi alcolici europei. Più appagante il 101 Proof, adatto anche ai cocktail. Tra quelli più facilmente reperibili, il top è il Rare Breed. Da poco è arrivato in Europa anche il riuscito Rye (potete usarlo anche nel Manhattan, la cui ricetta prevede appunto il Rye Whiskey).
IMG_2529Benchmark. Marchio storico di proprietà Sazerac, la stessa dell’Eagle Rare e del Buffalo Trace (buon rapporto qualità/prezzo). E’ distribuito in Italia da Velier, come pure lo Hudson Whiskey che però – al di là della bottiglia molto fighetta – mi convince poco. Tra tutti segnalo il Benchmark 8 Brand Kentucky Straight Bourbon Whiskey.
Michter’s. Pregevole distilleria a Louisville, Kentucky. Più artigianale e dunque meno facilmente reperibile. Distribuita da Velier e non economica. Il nome Michter’s (o Bomberger‘s, e prim’ancora Shenk’s) è storico come l’Old Fitzgerald, anche se in realtà i produttori nuovi non c’entrano nulla e pure la sede storica è stata spostata dalla Pennsylvania al Kentucky. I due alambicchi originale usati dalla storica Michter’s, i Copper Pot Still, sono stati ritrovati quasi per caso 25 anni fa in un granaio nel Kentucky e ora vengono usati da una piccola distilleria nell’Ohio celebre anche per il distillato di sidro di mele Applejack (Tom Foolery). Fallita nel 1989 dopo essere nata nel 1753, l’attuale Mitcher’s è ripartita nel 1990 con nuovi produttori. Si tratta comunque di un prodotto di pregio. Segnalo in particolare il Michter’s US*1 Sour Mash, che deve il nome a uno specifico processo di fermentazione del bourbon (“sour mash”, letteralmente “miscela acida”: sta al bourbon come il lievito madre alla panificazione). Il sour mash non è obbligatorio nei bourbon, che possono seguire il procedimento di fermentazione “canonico” (lo stesso degli Scotch). Il sour mash ha due pregi: permette il controllo del Ph e in via (non troppo) teorica garantisce profumi più eleganti. Solitamente, ancor più dal 2005, i bourbon più nobili seguono il processo sour mash per la fermenteazione, mentre la distillazione è a ciclo continuo con alambicco a colonna.
Dad’s Hat. Distillato in Pennsylvania e distribuito in Italia da Velier. Il Rye (etichetta nera) è riuscito.
High West. Distilleria nello Utah, a 7mila piedi d’altezza. E’ una delle migliori distillerie di small batch whiskey  ed è l’unica a essere raggiungibile anche sciando. Il Double Rye! (sì, col punto esclamativo) è reputato uno dei migliori segale americani. In Italia è distribuito da Ghilardi. Da provare, ma qui il prezzo sale (dai 60-70 euro). I Rye vengono usato in Italia principalmente nei cocktail, ma è un utilizzo semplicistico e spesso sminuente. Segnalo anche il Campfire, azzardato blend tra bourbon, rye whiskey e single malt di Islay (quindi torbato).
IMG_2542Roughstock (Montana Whiskey). Meravigliosa distilleria nel Montana. I continui sbalzi di pressione della regione permettono di affinare al meglio i whiskey, che non vengono poi filtrati a freddo. Lo Spring Wheat (grano almeno 51%, tipo le Weiss nella birra) è una chicca e non è l’unica. Distribuito da Ghilardi, arduo da reperire. Da provare e riprovare, ma anche qui il prezzo sale (dai 60-70 euro in su).
McCormick. Distilleria nel Missouri celebre per il corn whiskey (solo mais) Platte Valley, caratterizzato da una splendida bottiglia di ceramica. Morbido, molto morbido.
Blanton. Qui torniamo nel Kentucky. E’ stata la prima a introdurre il Single Barrel, ovvero whiskey proveniente da una sola botte. La bottiglia ha la forma di un diamante e il contenuto non è meno prezioso.
Woodford Reserve. E’ la più piccola distilleria del Kentucky e produce uno dei più grandi bourbon whiskey del mondo. E’ stata acquistata dalla Brown-Forman, la stessa del Jack Daniel’s, ma l’approccio artigianale è rimasto più o meno lo stesso.
Buone bevute.

Il novello? Se ne può fare a meno

novelloCi sono cose che fatichi a spiegare. Non te ne capaciti, non sai fartene una ragione. Perché Gasparri è vicepresidente del Senato? Perché Galliani è ancora amministratore delegato del Milan? E poi: a chi piace il vino novello? Perché, a novembre, ci si sente in colpa se non si ama quel vino rosso porpora strampalato e spesso deludente? Il novello è una brutta tassa alcolica che tocca scontare d’autunno, con la scusa che “sta bene con le castagne”. Che è anche vero, ma ci sono tante altre tipologie che ben si adattano a castagne e castagnaccio: per esempio un buon vino dolce. O magari il vino nuovo, cioè appena fatto e quindi giovanissimo, che non è il novello. Già, ma cos’è il vino novello? “La qualificazione di “novello”, regolamentata da un decreto del 1992, può essere attribuita solo a vini I.G.T. e V.Q.P.R.D. bianchi o rossi leggeri, prodotti con la tecnica della macerazione carbonica per essere imbottigliati e immessi sul mercato immediatamente dopo la vendemmia (inizio di novembre) e comunque entro il 31 dicembre dello stesso anno. Si tratta di vini dal sapore fruttato e fresco, con titolo alcolometrico totale minimo di almeno 11° e residuo zuccherino non superiore a 10 g/l”. Le parole chiave sono “macerazione carbonica”, una tecnica particolare che dovrebbe caratterizzare il novello. Nella vinificazione naturale le uve vengono pigiate meccanicamente, nel novello no: “L’uva viene fatta fermentare senza pigiatura degli acini di uva, trasformando così meno zuccheri della frutta in alcol cosa che terrà basso il valore alcolico del vino che ne verrà prodotto, conferendogli il classico gusto fruttato e amabile classico del vino novello” (dal sito Vinovini.it). Messa così potrebbe anche essere un vino curioso e in qualche modo tipico. Lo è però di rado, non solo perché nasce come vino di immediata fruizione e senza troppe pretese. In Italia, per chiamarsi novello, un vino può essere fatto anche solo con il 30% di uve sottoposte a macerazione carbonica. E le altre? Le altre non si sa. Ovviamente un vino novello sarà tanto più buono quanto la percentuale di uve sottoposte a macerazione carbonica sarà alta. E – altrettanto ovviamente – il novello che trovato a un euro al supermercato non sarà mai un gran novello. Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: “Perché il novello francese vi piace e il nostro no?”. Semplice: perché il celebre Beujolais Nouveau sottostà a una regolamentazione ferrea e deve essere fatto col 100% di uve sottoposte a macerazione carbonica. In Italia, tanto per cambiare, si è appena più elastici. Ne deriva un vino quasi sempre prescindibile. Fidatevi: anche con le castagne scegliete altro, e se avete voglia di qualche bollicina facile sceglietevi un buon Lambrusco o un bel Prosecco col fondo. (Il Fatto Quotidiano, 12 ottore 2015)

Un vino buono per l’estate (cit)

Schermata 2015-08-07 a 14.41.19Sperando che gli astemi non si arrabbino, e con essi quei bacchettoni in servizio permanente che vorrebbero mettere al bando tutto ciò che contiene anche solo l’1% di alcol, tra le cose da salvare c’è e ci sarà sempre il vino. Oltretutto, di questi tempi, è uno dei pochi refrigeri sicuri. Un refrigerio parziale e dall’effetto per certi versi controproducente, perché dopo aver bevuto (per via dell’alcol) senti più caldo di prima. Pazienza: il buon bicchiere di vino è sempre lì, pronto ad aspettarti. Anche d’estate. Certo, in questo periodo è da preferirsi il bianco. O al limite il rosato, sempre ammesso che se ne trovino di degni (è dura ma non impossibile). Il panorama ampelografico italiano, anche dopo il flagello della fillossera, resta ricchissimo. Nei rossi come nei bianchi. Meglio puntare sui vitigni autoctoni: diffidate degli Chardonnay, quasi sempre opulenti in Italia, e non puntate sui bianchi faciloni dai profumi immediati ma alla lunga stancanti (Gewurztraminer). La temperatura dovrà essere bassa: gli espertoni vi diranno che più un vino è freddo e più se ne uccidono i profumi, mascherando peraltro l’effetto dell’alcol e rendendo dunque il corpo umano meno vigile di fronte al rischio sbornia. Tutto vero, ma un bianco va bevuto comunque freddo, che sia spumante (secco), frizzante o fermo. D’estate non sono consigliabili i bianchi macerativi, quelli cioè che fanno contatto con le bucce e hanno tannini e più struttura: sanno essere meravigliosi, ma la bevibilità ne risente (ancor più col caldo). Le bollicine sono perfette: puntate sui Metodo Classico (rifermentati in bottiglia) e non sul Metodo Martinotti Charmat (rifermentati in autoclave e meno affascinanti). Se proprio amate i rossi puntati su certi Lambrusco ispirati, magari di Sorbara, meno “colorati” e spesso più eleganti. Non avvicinatevi ai vini dolci, col caldo vi stuccheranno più del solito. Sia poi lode al bianco frizzante, ancor più se un po’ sghembo e bruttino. Si pensi ad alcuni frizzanti non filtrati del parmense, oppure a quei Prosecco “sur lie” ovvero “col fondo”, rifermentati in bottiglia come si faceva un tempo (infatti li chiamano “ancestrali”). Si presentano non proprio bellissimi, ma vanno giù che è un piacere e hanno un ottimo rapporto qualità/prezzo. Lo Champagne, se ben scelto (e non è facile), non delude mai. Un vitigno autoctono che non cessa mai di stupire è il Timorasso. Di pregio alcune rarità citrine della Valle d’Aosta, una garanzia (quasi sempre) il Riesling. Cantava Ivano Fossati ne I treni a vapore: “Fra un bicchiere di neve e un caffè come si deve/ quest’inverno passerà”. Sostituite “vino” a “neve” ed “estate” a “inverno”. E il gioco – un bel gioco – è fatto. (Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2015)

Vini ostinati e contrari: Pico La Biancara

pico-angiolino-maule-la-biancara-2008-300x225Raccontando al pubblico la genesi del suo Mondovino, film che ha cambiato non poco la maniera di raccontare (e probabilmente concepire) l’universo enologico, il regista Jonathan Nossiter non mancava quasi mai di ricordare quanto fosse rimasto stupito dalla piacevolezza di un bianco italiano. Quel bianco – poco costoso e non troppo famoso – appariva un po’ strano, appena torbido, vivificato da un giallo dorato così distante dalla neutralità asettica dei troppi “giallo paglierino” in commercio. Quel bianco era il Pico dell’Azienda Agricola La Biancara di Gambellara, in provincia di Vicenza. Dietro l’azienda si cela la famiglia Maule, dominata dal padre Angiolino. Personaggio vulcanico, di gran talento e grandi spigoli, sinceramente appassionato (per qualcuno pure troppo). Era e rimane uno dei grandi pionieri del vino naturale, allievo di Gravner (con cui poi puntualmente ha litigato) e dominus della meritoria associazione VinNatur (nata da una scissione con Vini Veri). La Biancara produce anche rossi e Recioto, ma il meglio lo dà nei bianchi, tutti Garganega in purezza. Un vitigno di indubbio pregio, ma spesso banalizzato da aziende più interessate alla quantità che alla qualità. Si possono scegliere tre Garganega: il base Masieri, il medio Sassaia, il cru Pico. Sono vini di una piacevolezza, e di una grazia, davvero rare. Maule rispetta la natura come pochi e non smette mai di cercare. La sua è un’azienda semplicemente irrinunciabile. (Il Fatto Quotidiano ha cambiato grafica, al lunedì, e anche la rubrica del vino va in cantina. Qui, però, continua. Ogni settimana, o giù di lì).

Vini ostinati e contrari: Chiarofiore Tunia

FullSizeRenderTunia è una giovane azienda immersa nella Val di Chiana. Animata da due ragazze, nessuna delle quali nata nella provincia aretina, cerca di valorizzare un territorio non poco sottovalutato. I vini sono naturali e Tunia fa parte dell’associazione Vin Natur animata da Angiolino Maule, ma i prodotti messi in commercio hanno una pulizia che li rende accattivanti per chi non ama troppi azzardi (ma al tempo stesso li rende “troppo poco strani” per chi beve solo vini spigolosi e al limite quasi del difettoso). Azienda meritoria e coraggiosa, migliora di anno in anno. Oltre a un Sangiovese felicemente bevibile e ispiratamente umile, a spiccare è il Chiarofiore. È un orange Wine, un bianco macerativo a maggioranza Trebbiano e con un’aggiunta di Vermentino. Le prime annate erano gradevoli ma un po’ opulente, mentre col passare delle vendemmie si nota una crescita di bevibilità e di equilibrio. È’ frutto di 4 diverse vendemmie, la prima a inizio settembre (per sfruttare l’acidità del Trebbiano non ancora maturo) e l’ultima per inserire nel blend una piccola porzione di Trebbiano sovramaturo e attaccato dalla muffa nobile (per dare corpo e morbidezza: scelta comprensibile, ma forse azzardata). Le quattro parti vengono vinificate separatamente. Il vino affina in acciaio sulle fecce fini per 12 mesi e poi in bottiglia per altri 6 mesi. Non ancora troppo noto, il Chiarofiore è un vino inizialmente spiazzante, ma che difficilmente delude e non ammalia. (Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2015. Trentesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)