Distillati

Sia lode alla Chartreuse

fullsizerender-4Due settimane fa, a Cremona, mi sono imbattuto in un bar dedicato pressoché interamente alla Chartreuse. Ero lì per due date del mio spettacolo, Il sogno di un’Italia, nel mitico Teatro Ponchielli. Il bar si chiama “Bar Italiano” ed è davvero la mecca della Chartreuse. Qualcuno si domanderà: di cosa stai parlando? Avete ragione: non la conoscono certo tutti. Della Chartreuse mi aveva più volte parlato Giulio Casale, amico e collega di teatro. E’ un liquore francese, prodotto in origine dai monaci certosini nella cantina della certosa Grande Chartreuse, nelle prealpi della Chartreuse a Voiron. Ora è prodotto da una fabbrica nei pressi di Voiron, sempre però sotto la supervisione dei monaci certosini e comunque in quantità modica. L’artigianalità è stata più o meno salvata. Come spiega Wikipedia, “La Chartreuse nacque nel 1605 quando i monaci certosini di Vauvert, nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, rinvennero un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita”. La ricetta, molto complicata, fu effettivamente studiata solo a partire dal 1737. Ancora oggi, i soli a conoscere tale ricetta sono i monaci certosini: per l’esattezza due o tre, non di più. Ne esistono varie versioni. Le principali sono quella gialla (40 gradi, sui 30 euro) e quella verde (55 gradi, sui 42 euro). C’è anche la boccetta di Elisir Vegetale della Grande Chartreuse, 71 gradi, direttamente dalla ricetta fullsizerender-5originaria, che si usa come “sciroppo” – non dimenticate che nacque come medicinale, addirittura come elisir di lunga vita – ed è densissima. Il colore diverso è dato dalla diversa miscelazione delle erbe (130). Esistono poi alcune versioni speciali. Per esempio la Chartreuse 1605, uscita due anni fa per festeggiare i 400 anni dalla scoperta della ricetta e sorta di versione deluxe della Chartreuse verde: la trovate attorno ai 50/55 euro. Non troppo dissimile è la Liquer du 9e Centenaire, in rete sui 58 euro, realizzata per il nono centenario della fondazione della Grande Chartreuse: stesse caratteristiche della verde, ma più morbida.  Poi c’è la Chartreuse VEP, che è la mecca della Chartreuse: sempre versioni gialla e verde, però invecchiata 12 anni. Costa tanto, la boccetta da mezzo litro viene 80 euro. Ma è pazzesca. Parlo con cognizione di causa, avendole provate tutte e avendo acquistato la Chartreuse 1605 (su Amazon), la 9e Centenarie (online su Terra in Cielo) e la VEP verde (alle Carovaniere di Arezzo). In Italia è distribuita da Velier.
Cos’ ha di speciale la Chartreuse? Tutto. Usata anche nei cocktail, servita liscia o con ghiaccio, può ricordare lo Strega. Ma solo vagamente: è molto meglio. Carattere deciso, ora speziata e ora pungente, lo zucchero residuo non fa sentire l’alcol e la mattina successiva non la senti. La Chartreuse è inspiegabilmente magica, evocativa e personalissima. Più ancora: è lussuriosa. Più che un liquore, è un invito continuo e gioioso a fare sesso. Una meraviglia.

Il mondo del gin

gin londonMi ha sempre dato fastidio non conoscere bene le cose. Se mi piaceva una canzone di un artista, dovevo conoscere tutta la sua discografia (e prima di Internet non era facile). Se chiedevo un vino al ristorante, non mi piaceva affidarmi docilmente al ristoratore (e infatti sono diventato sommelier). E adesso che magari chiedo un gin tonic, detesto non sapere cosa ci sia dentro. Che gin? Quale acqua tonica,? In che percentuali? Così, dopo i single malt scozzesi (Islay soprattutto) e i whiskey americani (bourbon e non solo), sto ora studiando con attenzione i gin.
E’ un mondo molto affascinante e sottovalutato. Il gin, come noto, (cito Wikipedia) “è un distillato forte, chiaro, tipicamente incolore prodotto dalla distillazione di un fermentato ottenuto da frumento e orzo in cui viene messa a macerare una miscela di erbe, spezie, piante e radici: i botanicals. Tra queste sono presenti bacche di ginepro che caratterizzano il profumo e il gusto. Il nome del distillato deriva dal nome delle piante di ginepro che producono le bacche“. E’ nato nei Paesi Bassi verso la metà del Seicento, inizialmente come cura (teorica) per le febbri di cui soffrivano i soldati olandesi nelle Indie Orientali. Anche il gin tonic ha avuto una genesi simile; la stessa acqua tonica (a base di chinino) doveva servire per curare la febbre. Non a caso l’acqua tonica più nota – e probabilmente più buona – del mondo, nata nel 2004, si chiama proprio “Fever Tree” (è inglese e in Italia è importata da Velier). Dopo i Paesi Bassi il gin invase l’Inghilterra, che lo celebrò e fece suo anche come risposta al cognac degli odiati (da loro) francesi.
Il gin è fondamentale nei cocktail ma non si beve quasi mai puro. Il cocktail più noto, e diffuso, è il gin tonic. Ognuno ha la sua ricetta e anch’io – mi sto specializzando – ho la mia. Se si beve come aperitivo meglio diminuire la dose di gin e farlo più leggero, dopo cena vale il contrario. Si parla di un 6/10 di acqua tonica e 4/10 gin, più una fetta di limone e ghiaccio. Io preferisco stare 1/3 gin e 2/3 acqua tonica, scendendo a 1/4 (ma pure 1/5) gin e 3/4 (0 4/5) acqua tonica come aperitivo. Sul limone ci sono varie teorie: chi mette solo la fettina, chi un po’ di succo di limone e la fettina, chi solo il succo, chi direttamente un’acqua tonica già limonata. Il succo di limone rende più torbido il succo, quindi capisco chi metta solo la fettina e l’acqua tonica già limonata. Io metto una fettina di lime, lo spremo in buona parte sul bicchiere vuoto e poi strofino la fettina sul bordo e sul fondo. Quindi lascio la fettina come guarnizione. Si suole mettere anche una fettina di cetriolo (lo consiglia la Hendrick’s), oppure bacche di ginepro e – più raramente – qualche piccola scorza di zenzero (ginger). Alcune ricette consigliano di aggiungere al tutto una o due gocce di angostura bitter, un amaro concentratissimo – per questo ne va usato poco – ottenuto dall’infusione di galipea cusparia (pianta medicinale anche nota come angostura trifoliata), chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, essenza di arance amare e china. Si trova in boccettine da 0.10 e 0.20, si usa soprattutto nel Manhattan Cocktail e deve il nome a una cittadina venezuelana dove era di stanza il dottore – al soldo di Simon Bolivar – che, pure lui, cercava una cura per i soldati ammalati di febbre e problemi intestinali. L’angostura, di cui esistono non poche varianti artigianali, sta bene anche nel gin tonic. Io ne consiglio due gocce alla fine, proprio come ultima cosa prima di girare e bere.
I due ingredienti principali, ovviamente, sono gin e acqua tonica. Non esageriamo coi sofismi: potete usare tranquillamente Schweppes, Recoaro, Tomarchio e al limite la Kinley (oddio, la Kinley forse no). Otterrette ottimi risultati. E’ però innegabile che la Fever Tree (più o meno 1 euro e 5 centesimi in rete, bottiglia da 0.20) garantisca un risultato difficilmente superabile. Troverete molte versioni, io consiglio la Fever Tree classica e la “Indian” (ma pure la Lemon). Di pregio, e tanto, anche l’acqua tonica Erasmus. Ovviamente va benissimo anche Lurisia. Nel gin tonic, che è meglio servire in un bicchiere balloon da vino – meno tradizionale ma più scenografico – si parte con la fettina di lime (o limone) e ghiaccio nel bicchiere. Limone o lime, oltretutto, permettono di legare meglio gli ingredienti, quindi è indicato metterli proprio all’inizio. Poi si aggiunge il gin (anche se qualcuno lo mette come prima cosa) e altre eventuali decorazioni tipo il cetriolo (se non si è messo lime o limone). Il gin comincerà subito a sciogliere il ghiaccio. Non male – come guarnizione – anche la scorza d’arancia, ma solo se il gin è particolarmente speziato. Infine l’acqua tonica, che può essere servita a parte nella boccetta da 0.20 (così uno la dosa come vuole) oppure direttamente nel bicchiere.
Resta, ovviamente, il gin. Quale scegliere? E’ un mondo sterminato, con bottiglie anzitutto inglesi e olandesi, ma pure tedesche, scozzesi, americane, dalla Groenlandia e ovviamente italiane. Si va dalle 15 euro alle 50. In casa ne ho una decina, ma ve ne consiglierò qui qualcuno in più (una trentina o giù di lì).
botanist-gin-1433-pOccitan Dry Bordiga. Lo cito subito perché è stato il primo che ho comprato. Buon entry level, bel rapporto qualità/prezzo (15 euro). Azienda storica di Cuneo, attiva dal 1888 e celebre anzitutto per il Genepy. L’Occitan Dry è il base. Ci sono poi tre Gin di livello superiore: Dry, Rosa e Smoke. Curioso l’ultimo, un po’ affumicato.
Marton’s. Un gin artigianale trevigiano, frutto della cocciutaggine e della visionarietà di Roby Marton, che ha puntato su un distillato eretico da quelle parti.
Vallombrosa. I frati di Vallombrosa, diocesi in provincia di Arezzo, fanno da sempre un gin di pregio. Ad Arezzo, la mia provincia, si trovava a prezzi accessibili nelle migliori enoteche. Tre anni fa alcuni turisti inglesi se ne sono innamorati e lì è partito il passaparola. Risultato: oggi tutto il Vallombrosa Gin lo distribuisce Velier, a prezzi ovviamente più alti, e gli inglesi hanno pure acquistato un po’ di quel ginepro particolarissimo – zona Sansepolcro – creando un gin monovarietale chiamato proprio “Arezzo”. Meritoriamente, nonostante le proposte economiche vantaggiose, i frati non hanno accettato di aumentare la produzione: avrebbe significato peggiorare il prodotto.
Caorunn. Gin scozzese, produzione limitata, ottenuto dall’infuso di cinque vegetali “della tradizione celtica”. E’ fatto dalla Balmenach Distillery, nel cuore delle Highlands scozzesei.
The Botanist. Ancora Scozia, stavolta Islay (infatti è un Islay Dry Gin). L’isola della torba. Qui la distilleria Bruichladdich produce questo gin, in Rete attorno ai 35 euro. E’ tra i miei preferiti.
Tanqueray No.10. Uno dei gin più celebri, si caratterizza per profondità e freschezza. Il No. 10 si distingue per le note di pompelmo, arancia e lime, oltre al solito ginepro e alla camomilla.
Hayman’s 1850 Reserve. La Hayman’s è una delle distillerie più importanti e antiche d’Inghilterra. Con lei si va sul sicuro. Il 1850 Reserve riproduce il gusto che aveva il gin quando nel XIXo secolo invecchiava in botti esauste di whisky. Una stranezza, perché il gin non deve invecchiare, ma al tempo si spillava dalle botti e capitava che sostasse “involontariamente” più del dovuto nella botte, finendo con l’acquisire un sapore particolare.
Old Tom Gin. La Hayman’s detiene anche gli storici Old Tom Gin, ancor più caratterizzati dalle note dei botanicals rispetto a qualsiasi altro gin precedente e successivo. Erano molto in voga nel XIX secolo. Spesso nella etichetta è raffigurato un gatto nero (Black Cat). Sono edizioni limitate e dal gusto “estremo”.
Hendrick’s. Forse il più usato e richiesto al momento in Italia, almeno tra i gin di livello. E’ scozzese e si caratterizza per il gran corpo, per la morbidezza e per gli 11 elementi – fiori, radici, semi, frutti – che ne costituiscono i botanicals. Decisive le essenze di cetriolo tedesco e l’olio di petali di rose della Bulgaria. Unisce due gin distillati separatamente con due metodi radicalmente diversi e dal sapore assai differente. Ha successo perché è davvero buono e perché è meno “difficile” di altri. Se volete andare sul sicuro, quando chiedete un cocktail scegliete lui.

hendrick'sBeefater 24. Uno dei più autentici London Dry Gin, perfetto per capire cosa intendono gli inglesi per gin. Distillato in alambicco a temperatura moderata, ingredienti di primo scelta (ginepro, radici di angelica, semi di coriandolo, anice stellato, agrumi).
Greenall’s Bloom. Molto morbido. Un gin “romantico” e dal gusto femminile, con note di arancia e miele.
Blackfriars Sainsbury. Altro London Dry Gin che difficilmente delude. Pluripremiato.
Monkey 47. Gin tedesco, per l’esattezza Schwarzwald Dry Gin. Prodotto nella Foresta Nera dalla Black Forest Distillers GmbH. Affascinante per la storia e per la zona di provenienza, per quel che vale lo adoro. Costo in Rete sui 35 euro.
Martin Miller’s. Nato dall’intento (appena ambizioso) di tre inglesi che, a Notting Hill, si sono uniti per ottenere il gin più buono del mondo. Alla consueta nota di ginepro si unisce una sfumatura di limone.
William Chase. Secondo il portale Myluxuy.it è il miglior gin del mondo. Inghilterra, Distilleria Chase nello Herefordshire. Doppia distillazione in alambicchi di rame. Note di agrumi, mele e caramello. Tra gli ingredienti principali: ginepro, buccia d’arancia, scorza di limone, mela verde, liquirizia, coriandolo, angelica, luppolo, fiore i sambuco e radice di giglio.
Bobby’s Schiedam Dry Gin. Il gin è nato in Olanda e questo, appunto, è un gin dei Paesi Bassi. Spezie dell’Indonesia, note limonate con ginepro, rosa canina, agrumi e spezie esotiche (tra cui il pepe di Giava).
Filliers Dry Gin 28. Viene dal Belgio. Il “28” si riferisce al numero dei botanicals presenti. Fatto a mano, 100mila bottiglie l’anno da mezzo litro.
Elephant Gin. Nato da poco, l’intento è quello di “catturare lo spirito dell’Africa”. L’etichetta ricorda un francobollo, tra i bothanicals ci sono l’assenzio africano, il baobab e la pianta di Buchu (tipo menta).
Darnley’s View. Altro London Dry Gin con cui non si sbaglia, attorno ai 40 euro in Rete. Distilleria Wemyss. Il nome è legato al primo incontro tra Maria Stuarda e il futuro marito Lord Danley, proprio nel castello di Wemyss.
Bunch Botanical. London Dry Gin tradizionale, in edizione limitata.
isjfordThe London No. 1. Lo riconoscerete per il caratteristico colore azzurro. E’ prodotto con un processo di tripla distillazione. Nell’ultimo passaggio vengono aggiunti 12 botanicals e solo in seguito avviene l’infusione con il fiore di gardenia, che gli dona il colore acquamarina luminoso (unico o quasi). In rete attorno ai 40-45 euro. Celebre anche il No. 3, dal caratteristico colore verde, ritenuto perfetto per il Martini Dry.
Langley’s No. 8. Definito “il gin più inglese tra i gin inglesi”, qualsiasi cosa voglia dire.
Bulldog. London Dry Gin che in Rete si trova sotto i 30 euro. Segnatevelo, perché la distilleria che lo produce opera da più di 250 anni e dunque il know how ce l’ha. Il sapore arriva da un mix di ingredienti che gli conferiscono caratteristiche assai specifiche: ginepro e iris dalla Toscana, coriandolo dal Marocco, limoni dalla Spagna, lavanda dalla Francia e l’eccentricità del Dragon Eye, un frutto di origine cinese simile al lichi, utilizzato nell’antichità come stimolante. Ci sono anche le foglie di loto, provenienti dalla Cina.
Gin Mare. Un gin mediterraneo aromatizzato con quattro “botanici” principali: basilico dall’Italia, timo dalla Grecia, rosmarino dalla Turchia, agrumi dalla Spagna e l’oliva Arbequina – cultivar tipica della Catalonia.
Bluecoat. Un Dry Gin americano. Botanicals segreti, alambicco in rame. Il nome è legato alle uniforme durante la Rivoluzione Americana.
Aviation. Dry gin americano, nato nell’estate del 2005 a Seattle. Il barista Ryan Magarian ricevette una infusione botanica estiva da un amico di Portland. Trovandola diversa da qualsiasi cosa avesse mai assaggiato in vita sua, si mise a cercare il produttore. Era la House Spirits Distillery. D’accordo col barista, la House Spirits creò uno stile di gin regionale quantomeno inusuale. E nel giugno del 2006, dopo una trentina di tentativi, è nato l’Aviation Gin.
Barrel Reserve. Altro gin americano, affinato nelle botti. Questo particolare tipo di invecchiamento, unito alla scelta dei botanicals, conferisce al gin un colore caramellato e una nota dolce inusuale (ma tipica del concetto americano di distillati).
Isfjord Premium. Un gin della Groenlandia. Forse al momento il mio preferito. Non costa poco, 40 euro in Rete o più, ma ha una storia davvero molto affascinante. Riporto dalla descrizione: “
Per oltre 180.000 anni, l’acqua utilizzata ad Isfjord è stata congelata ed è rimasta conservata sotto forma di ghiaccio nella calotta glaciale della Groenlandia. Con il passare dei secoli, Madre Natura ha rotto il ghiaccio in banchi fluttuanti, da cui milioni di iceberg naturali si sono dispersi nella regione Icefiord di Ilulissat. In questa zona unica, il ghiaccio è a portata degli abitanti locali che lo sciolgono per ottenere l’acqua naturale più pura. L’acqua viene poi utilizzata per la produzione del miglior gin, distillato 5 volte con i migliori elementi botanici e il frumento biondo“. La gradazione è di 44 gradi (il gin oscilla tra i 40 e i 47 gradi) ed è uno dei pochi gin che si può bere anche da solo.
Potrei citarne ancora tanti, ma per ora mi fermo qui. Stampatevi questo post e compulsatelo quando siete al bar e vi va un gin tonic, ma non vi va che siano gli altri a scegliere per voi. Siate competenti, siate esigenti (cit).

Il magico mondo dei torbati

ardbeg Questo articolo comincerà con uno sfogo salutare rivolto agli espertoni secondo cui “il vero whisky è senza torba”: ci avete rotto le palle. La torba è meravigliosa: vamos.
Esaurita questa promessa doverosa, e ringraziato una volta di più questo articolo di Suconlavite, vi segnalo i torbati più meritevoli. Provengono tutti – ovviamente – dall’isola scozzese di Islay. Fa parte delle Ebridi Interne: se guardate nella cartina la Scozia, sono le prime che trovate in basso a sinistra. Larga 40 chilometri e lunga 25, più che un’isola, Islay è una distilleria galleggiante. Le distillerie sono otto (dal 2006) e da sole producono ogni anno 25 milioni di bottiglie. Lo stile dei whisky di Islay non c’entra nulla con quello dei single malt di Highland (la zona più ampia, uno dei più noti è l’Oban), Island (Talisker, Isle of Jura), Speyside (Macallan, Glenlivet, Glenfiddich), Lowlands (Glenkinchie) e Campbeltown (dove, una volta, si faceva uso eccome di torba. E qualcuno sta ricominciando. Si pensi al notevole Longrow). I whisky di Islay hanno sentori di alga e iodio, per via della vicinanza delle distillerie al mare. E poi c’è quel sentore affumicato. Tutti, ad Islay, affumicano – chi più e chi meno – chicchi di malto d’orzo bruciando la torba. L’isola ne è ricca. La torba è un composto di resti vegetali, di fatto il primo stadio del carbone.
Ognuno ha i suoi gusti: c’è chi ama la torba accentuata, chi quella appena accennata. Nel mercato esistono decine di bottiglie particolari, figlie del gusto e della sensibilità dei selezionatori (Samaroli, Wilson & Morgan). Farò qui giusto un rapido accenno alle distillerie torbate (di Islay) da provare.
I più torbati.
port ellen
Lagavulin. Molti, come me, lo hanno scoperto leggendo Jean-Claude Izzo e il suo Fabio Montale. Di solito è l’entry level dei torbati, anche attraverso la bottiglia “base” che si trova al supermercato. Poi la si abbandona, cercando whisky più eleganti. Ma resta sempre un bel bere.
Caol Ila. E’ ritenuto da molti il più elegante tra i whisly “molto torbati”. Una sorta di sontuosa via di mezzo tra il troppo e il poco. Ottimo, ma non sono mai riuscito a metterlo al primo e neanche al secondo posto.
Laphroaig. Torbatissimo. O lo ami o lo detesti. La versione “base”, che si trova in ogni bar e supermercato, francamente non fa impazzire, ma salendo di livello – e avendo voglia di cercare – si trovano meraviglie. Durante il Proibizionismo era l’unico whisky non vietato, perché – per via della molta torba – i produttori potevano farlo passare come alcol medicinale.
Ardbeg. Forse il più torbato di tutti. Persino più di Lagavulin e Laphroaig. Ha sofferto varie vicissitudini finanziarie. Fondata nel 1815 e ciclicamente in crisi, nel 1997 è stata acquistata dalla Glenmorangie. Ne esistono vari tipi, come lo Uigeadail, invecchiato nelle botti di Sherry, e il Corryvreckan. Chi ama la torba non può non amarlo, anche se i puristi lo ritengono ormai troppo “commerciale” e un po’ imbastardito rispetto agli inizi.
Ileach. Bottiglia misteriosa, che ogni tanto incontrerete in qualche ristorante. Non è un blended malt: è proprio un Single Malt Peated di Islay. Solo che la distilleria non è dichiarata. Per forza: non esiste. O meglio, esiste, solo che non ci vogliono dire quale sia. Per un po’ si è pensato che l’Ileach Single Malt fosse un Lagavulin giovane (5 anni). Adesso che il Lagavulin non ha più botti da dare agli altri, il dubbio si ripropone: chi c’è dietro l’Ileach? Forse giovani partite di Laphroaig, forse di Caol Ila. In ogni caso, è un bel bere. (Un altro Single Malt misterioso di Islay è lo Smokehead. Anche questo non è un blended malt, ma proprio un Single Malt. E’ ritenuto una sorta di cugino minore del Lagavulin. Mai provato, ma ha buone recensioni e non costa un mutuo. Idem per il Peat’s Beast).
ileachPort Ellen. Distilleria mirabile, però con un grande difetto: è fallita e ha chiuso nel 1983. Fino a pochi anni fa si trovavano ancora tante bottiglie, considerata la grande quantità di merce da smaltire, ma sta diventando sempre più raro. Se non altro, la sua Malthouse continua a fornire malto alle altre distillerie locali. Insieme a certe tipologie Ardbeg, e forse anche di più, il Port Ellen è uno dei Single Malt di Islay che meglio si presta all’invecchiamento. Uno spettacolo.
I medio torbati.
Bowmore. Nata nel 1779, è la più antica distilleria di Islay. Oggi è anche una delle più moderne e turistiche. Mi è sempre sembrata né carne né pesce ed è forse – all’interno dell’isola – quella che sento meno vicina alle mie corde.
Kilchoman. L’ultima nata (2005) e la più artigianale. L’unica, ad Islay, a fare tutto da sola, dalla coltivazione dell’orzo all’imbottigliamento. Mai troppo torbata e sempre elegante, per quanto giovane mostra già potenzialità invidiabili.
I poco torbati.
Bruichladdich. Nata a fine 800, chiusa e riaperta nel 2001 da un gruppo di appassionati. Dal 2012 appartiene alla multinazionale Rémy Cointreau. Qualche bottiglia – ne esistono tante, e molto diverse tra loro – saprà stupirvi non poco. Il whisky più torbato dell’azienda si chiama Octomore (grazie ad Andrea Ferrari di Whiskynews.it per la dritta). La Bruichladdich produce anche un gin (The Botanist).
Bunnahabhain. Impronunciabile e ritenuta la meno rappresentativa dello stile di Islay. I suoi whisky sono i meno torbati dell’isola. Ogni tanto però escono delle bottiglie particolari, per esempio la Wilson & Morgan Heavy Peat 1997. Una sorta di “scarto” dell’azienda, che la reputava troppo torbata (appunto: heavy peat) per i suoi canoni. Ecco: ad averne di scarti così.
smokeyBlended Malt Scotch Whisky.
Big Peat. I “blended malt scotch whisky” sono i vecchi “vatted”, parola che non si può più usare. Non sono Single Malt e dunque non provengono da una singola distiilleria. Si tratta di assemblaggi di diversi whisky messi insieme per produrre un gusto particolare. Attenzione a confonderli con i “blended whisky”, che mettono nel calderone anche i dozzinali “Whisky Grain” (vietati nei “blended malt”). Si parla bene del Peat Monster, ma non l’ho provato. Il Big Peat, allo stato attuale, è senz’altro uno dei più ispirati. Fatto con un assemblaggio di Ardbeg, Bowmore, Caol Ila e Port Ellen, è senz’altro torbato ma senza minare l’eleganza e la complessità del prodotto.
Smokey Joe. Molto più torbato del Big Peat. Una sorta di parossismo di torba concentrata, quindi non adatto a tutti. E’ davvero come sorseggiare il mare affumicato.
Buone bevute.

Capovilla – Distillati

IMG_5256Quando penso alla passione, mi viene spesso in mente Gianni Capovilla.
Dal suo piccolo avamposto di Rosà, nel vicentino, ha creato la sua Macondo di distillati preziosi. Grappe, Brandy, distillati di uve e mille altri frutti, rhum e Bierbrand (distillato di birra). L’ho conosciuto tre anni fa, durante una presentazione de Il vino degli altri alla Libreria di Palazzo Roberti a Bassano del Grappa. A inizio marzo 2014, durante il mio mese di Ramadan alcolico, ho resistito non so come ai suoi inviti a degustare i distillati direttamente dai serbatoi. Quel giorno c’era anche Josko Gravner, che apriva vini incredibili. Non so davvero come abbia fatto a non cedere alla tentazione (prima foto).
Per il mio 40esimo compleanno, due settimane fa, sono tornato a trovarlo. Stavolta con licenza di assaggio. La sera prima avevamo messo in scena Le cattive strade a Oderzo, la sera stessa lo spettacolo era in programma al Creberg di Bergamo. Vittorio detto “Gianni” ha aperto di tutto. Non solo i suoi distillati. Ricordo distintamente la progressione dei vini: Champagne Brut Blanc de Blancs Vincent Bliard (con uve in gran parte del 1997), l’Ottocento Bijelo 2007 (bianco macerato croato) e una commovente Coulée de Serrant 2006. Gli strani casi della vita hanno fatto sì che il mio compagno di viaggio a teatro, Giulio Casale, sia genero di Capovilla. Questo ha ulteriormente facilitato i rapporti con il Maestro.
IMG_5707La visita alla sua piccola azienda non va mancata, è un viaggio anzi che consiglio a tutti: per la competenza appassionata con cui Capovilla illustra il suo lavoro e per la qualità di distillati e rum. Si arrampica tra un serbatoio e l’altro (seconda foto) e si apre un mondo. Capovilla potrebbe parlare ore ed ore di quel tipo specifico di distillato di albicocche del Vesuvio, oppure di pesche Saturno marchigiane, di Sorbo dell’Uccellatore o ancora di susine Mirabelle. La tipicità di ogni frutto è nitida, al naso e al gusto. Ottimo – e premiatissimo – anche il rhum Liberation. La produzione di Capovilla è fatalmente limitata: agire diversamente significherebbe precludersi quei livelli qualitativi.
Dietro ogni bottiglia ci sono anni di ricerca, storie e sperimentazioni. L’Italia è un paese allo stremo delle forze, e proprio per questo è ancor più
incredibile che continuino a resistere questi focolai – neanche troppo isolati – di smisurato talento.

Grappa e torba?

Ieri e venerdì ho portato Gaber se fosse Gaber a Latisana e Maniago. Amo il Friuli e l’affetto è stato ampiamente ricambiato, con teatri felicemente pieni.
Non ho visitato cantine, limitandomi a provare alcuni vini. Qualche Friulano discreto, la conferma di Franco Terpin (anche la Ribolla Gialla “base”, degustata alla Trattoria Vecchia Maniago, si è rivelata splendida).
A differenza del solito, non ho detto “no” alle grappe. Dopo tanti anni ho riprovato la Storica Nera di Domenis: mi piace ancora. Splendida la Borgoscuro, la più vicina al mio gusto.
Poi mi sono imbattuto in una grappa che i puristi detesteranno. Una grappa torbata, molto torbata. Una novità del mercato. La produce Mangilli, antica distilleria – e da più di 30 anni produttrice di vini – con sede a Flumignano di Talmassons (Udine). In Internet si trova sui 16 euro (bottiglia da 70 cl). Ci è stata offerta dalla proprietaria del Ristorante Al Cacciatore di Maniago.
Nell’etichetta c’è scritto, dichiaratamente, “Torba”. Non ce ne sarebbe bisogno: il sentore della torba è dominante, senz’altro troppo presente – oltre che innaturale – per chi ama la grappa “vera”. Per certi aspetti è come mangiare un piatto di spaghetti alle vongole con dsoi massicce di parmigiano sopra. E so bene che i puristi non amano la torba neanche nei whisky che non possono non averla (tipo Ardbeg).
Eppure, lo confesso, a me è piaciuta. E’ una grappa tamarra, “aromatizzata”, decisamente truzza. Se volete anche turistica, o comunque furbetta. La torba non si lega benissimo al gusto, risultando in qualche modo aliena a ciò che bevi. Ma l’ho bevuta con medio piacere. E credo che la riberrei. Sia perché sono un torba-addicted, sia perché l’azzardo (innegabile) alla fine aveva il suo perché.
Per la cronaca, lo stesso giudizio è stato anche dato da un amico che, a differenza mia, è abbastanza esperto di grappe. E non ama la torba nel whisky.
Non posso arrivare a consigliarvela, ma – questo sì – vi suggerisco di provarla.

Kilchoman (il whisky “giovane”)

Mi trovo ancora a parlare di whisky perché, in questi giorni, ho partecipato a qualche festa e ho quindi avuto modo di provare nuovi superalcolici. Certo, ho bevuto anche vino, ma non posso recensirvi per l’ennesima volta la Ribolla Gialla di Gravner (ma quanto, quanto, quanto era buona la 2005. Nonostante la “gioventù”).
Il whisky di cui parlo oggi è un torbato di Islay. E’ poco conosciuto perché appena nato. Quando un mio amico è andato a visitare la distilleria, nulla era ancora in commercio. C’è un motivo: la Kilchoman Distillery ha cominciato la produzione soltanto nel 2005. Ne consegue che, al momento, si trovino soltanto il 3 anni e il 5 (quello che ho bevuto io).
Kilchoman è la distilleria più ad ovest di Scozia.  Produce un Islay Single Malt ed è per questo paragonabile ai sette colleghi più noti: Ardberg, Bowmore, Bruichladdich, Bunnahabhain, Caol Ila, Lagavulin, Laphroaig.
Io ho bevuto il “2006 Vintage Release”. Un cinque anni uscito a fine 2011. Non ne conosco il prezzo, mi è stato regalato. Credo sui 35 euro.
Si presenta splendidamente: come confezione, logo e forma della bottiglia è uno dei whisky più accattivanti.
E dentro? Il gusto com’è? Ecco: io lo consiglio per capire quanto sia importante l’evoluzione anche nel whisky. In particolare quello torbato. Il Kilchoman è un whisky infante, acerbo, palesemente non pronto. Ma – per certi versi – parte del suo fascino risiede proprio in questa sua squilibratura.
E’ ovvio che non ha la complessità e la misura dei whisky migliori, ma sotto il profilo didattico insegna molto. Pregi e difetti. E – garantisco – tutto è fuorché stucchevole.
Se non amate la torba, esentatevi. Se vi intriga, la torba provatelo subito: vi farà l’effetto di un vino che non ha ancora smaltito il legno, ma che lascia intuire potenzialità considerevoli. A mio avviso è una distilleria da seguire con attenzione.
(E poi la torba, anche da giovane, è mooooolto più “buona” del legno derivante da barrique troppo tostata).

P.S. Per pura cronaca, annoto a margine che il Kilchoman è stato preso d’assalto alla festa. Attraendo anche chi non ama il whisky (lo so cosa state per dire, lo so: “proprio come i vini legnosi piacciono anche a chi non ama il vino”).

Calvados Le Compte – 12 anni

Ieri sera, con alcuni amici, ho aperto il miglior Calvados che abbia bevuto sinora.
E’ stato degustato dopo una cena in cui ci siamo trattati bene. Pas Dosè Cavalleri, Ribolla Gialla 2003 Gravner.
Poi è toccato al Calvados Le Compte 12 anni. Dell’azienda avevo bevuto soltanto il 5 anni. Pochi per un Calvados, ma sufficienti per farmelo apprezzare.
Il 12 anni è un prodotto discretamente celebrato. E’ stato anche il superalcolico cool servito nella business class dei Concorde.
L’ho acquistato qualche settimana fa a Le Carovaniere, la whiskeria (e non solo) di Arezzo. Non ricordo il prezzo esatto, mi pare attorno ai 50-60 euro. Sarò più preciso.
Il Calvados è il mio superalcolico preferito dopo il whisky e prima (molto prima) di grappa, rum, cognac e armagnac. E’ un brandy di mela, fatto nella Bassa Normandia, scoperto (lo so, l’ho già scritto) grazie alla saga dell’Alligatore di Massimo Carlotto. Uno dei più pregiati è il Pays d’Auge. Può essere millesimato. Migliora enormemente col tempo: i Calvados inferiore ai cinque anni (ad esempio il Fine o Trois Pommes) sono dolciastri e poco emozionanti (ma più facili). Viene spesso usato nei cocktails.
Il Calvados Le Compte è un Pays d’Auge. Il 12 anni non è il più impegnativo: esistono anche il 15, il 20 e il Millesimato 1982.
Il 12 anni spicca per eleganza. Ha note evidenti di cannella – il Calvados resta sempre un po’ “dolcino” e per questo non da tutti amato – ma anche cardamomo e soprattutto noce moscata.
Io l’ho trovato splendido e mi permetto di consigliarvelo.

Bourbon Whisky: si può?

Gli amanti del whisky sono perfino più snob, e netti, di quelli del vino. Esiste solo il whisky scozzese, Single Malt e possibilmente non troppo torbato. Siamo d’accordo (fino a un certo punto), ma ogni tanto è bello spaziare.
Ho più volte scritto che i miei whisky preferiti sono sì scozzesi, ma decisamente marini e torbati. E spesso Vatted (Blended) e non Single Malt.
Ho provato dei whisky giapponesi discreti, ad esempio il mediamente celebre Nikka, mentre sono ignorante su quelli irlandesi (che si chiamano “whiskey” con la “e”).
Il whisky inaccettabile, per gli esperti, è il Bourbon (o “whisky rye“, whisky di granturco). Quello americano. In effetti, come gusto, è un po’ un’americanata. Più facile, più dolciastro, più obeso. Dipende in gran parte dal cereale maggiormente usato: non l’orzo, ma in larga parte mais/granturco (di solito il 70 percento, comunque non meno del 51).
Il Bourbon che rispetta le regole, ed è stato invecchiato per almeno due anni, può chiamarsi Straight Bourbon. Quello che è invecchiato almeno un anno nel Kentucky, la patria del Bourbon (ma non l’unico luogo dove si fa), è definito Kentucky Bourbon.
Tutti, o quasi, hanno provato il Jack Daniels (che è un Tennessee Whisky). Ogni tanto lo bevo ancora, addirittura on the rocks, quando ho voglia di trash. Non ho mai amato il Southern Comfort, sorta di Morellino di Scansano dei whisky, superalcolico perfetto per la ventenne che “non amo il whisky ma questo mi piace perché è dolce e profuma“: infatti non è neanche un whisky, ma un liquore.
Qualche giorno fa, alla Compagnia del Taglio di Modena, ho provato il (lo?) Knob Creek. Non lo conoscevo. In Internet si trova sui 42-43 euro, in qualche duty free addirittura a 20. Cinquanta gradi alcolici (è un 100 proof, che dà vita a whisky più alcolici del canonico Bourbon 80 proof da 43 gradi). Un Kentucky Straight Bourbon. Non è il prodotto di punta della James B. Bean Distilling, che produce anche Booker’s (70 euro), Baker’sBasil Hayden’s. E’ nato nel 1988. Invecchiato nove anni (non poco, per un Bourbon). Nel 2010 è stata messa in commercio anche la versione Reserve (120 proof). Il (lo?) Knob Creek è uno small batch, che mette cioè insieme barili diversi e li assembla, mentre il Reserve è un Single Barrel.
E’ piacevolissimo. Non troppo dolce, poco ruffiano, accattivante quanto basta, discretamente complesso. Mi sa che lo riproverò.

P.S. Quello stesso giorno ho bevuto anche un sorso di Ardbeg Blasda. Prodotti non paragonabili, ma ovviamente un altro mondo.

Islay Super Heavy – High Spirits

Bevo ormai di rado superalcolici. Li ho sempre amati meno del vino e, più in generale, ho molto diminuito con gli alcolici (vino compreso).
Avere però un negozio fornitissimo, e molto competente, come Le Carovaniere ad Arezzo non aiuta. Per “fortuna”, ad Arezzo non ci sono quasi mai. Altrimenti cadrei spesso in tentazione.
Qualche giorno fa sono andato in negozio da Francesco Mattonetti. Ho comprato varie cose, tra cui gli imperdibili sale rosa delle Ande e sale affumicato dell’Ontario (quando c’è da comprare una cazzata, sono sempre in prima fila).
Gli unici superalcolici che ancora mi concedo sono whisky e Calvados. Niente grappa, Cognac, Armagnac, Rum, etc. Il Calvados scelto è stato un Le Compte 12 anni. Devo ancora aprirlo, ma non ho dubbi: era già più che dignitoso il 5 anni e il 12 anni era la bevanda-figa che servivano nelle business class del Concorde.
Riguardo ai whisky, ho un debole dichiarato per i torbati. Questa storia secondo cui i veri whisky non devono essere torbati è una sciocchezza. E’ come per la barrique: tutto sta in come la usi (e il whisky, a differenza del vino, è un prodotto largamente costruito dall’uomo. Come la birra).
Dipende dalla distilleria, dal luogo, dal gusto di chi lo ha fatto – e di chi poi lo beve.
Stavoltta ho optato per un Whisky Vatted. Un whisky “italo-scozzese”, nel senso che a imbottigliarlo è stato un italiano: Nadi Fiore, ora proprietario di High Spirits (a Rimini) e tra i primi imbottigliatori di whisky italiani nei Sessanta. Silvano Samaroli è divenuto famoso ovunque, Fiore è più noto in Scozia che in Italia. Eppure cominciarono assieme.
La bottiglia scelta, tra le molte possibili, è stata una Islay Super Heavy. “Super Heavy (Peat)” sta per torbatissimo. Cento per cento Islay selection. La zona di Islay, nell’arcipelago delle Ebridi, è quella più torbata. Nel 2006 le distillerie ancora attive erano otto (le mie preferite, e non solo mie): Bowmore, Caol Ila, Bruichladdich, Kilchoman e Bunnahäbhain  (leggermente torbati, anche se esistono eccezioni); e poi Lagavulin, Ardbeg e Laphroaig (più torbati e marini).
Il costo dell’Islay Super Heavy è di 60 euro, la gradazione 46 gradi.
Non è solo un Blended Malt, ma un Vatted Malt (o “whisky da tino”:”vat” vuol dire “tino”). Il Vatted viene fatto da malti diversi, sì, ma anche provenienti da distillerie diverse. Lo si fa per tipicizzare una zona di produzione o, più spesso, per calibrare varie caratteristiche. Come si legge sul portale Whisky.it, “Uno dei più famosi vatted in commercio (..) sposa insieme quattro diversi malti: uno per il profumo, uno per il sapore, uno per il corpo e l’ultimo per la sua proprietà di fonderli tutti e quattro in un sapore armonico e pastoso”.
Nadi Fiore non ama whisky troppo torbati, ma in quel periodo ne faceva. O gli venivano. Il Super Heavy in oggetto è fatto da malti del 1988, invecchiati 19 anni: 55% Bowmore ’88, 45% Laphroaig ’88, 5% Caol Ila ’88.
L’unico difetto – al di là del prezzo: questi whisky non sono mai economici – è l’etichetta. Fiore scattava foto in Scozia e poi le attaccava sulle bottiglie. Senza troppo gusto. C’è perfino un whisky, nella sua collezione, con la foto del furgone del latte immortalato da dietro.
A parte questo, è uno dei migliori whisky che ho bevuto. Lo metto appena sotto il Bunnahabhain 1997 Wilson & Morgan  Barrel Selection Heavy Peat, che avevo recensito mesi fa (e che ho citato citato sia ne I cani lo sanno che in Happy birthday, Nebraska).
Se amate il whisky, cercatelo.

P.S. La bottiglia è già a metà perché ho commensali che l’alcol lo trangugiano. Non è colpa mia (cit).

Bunnahabhain – 1997 Wilson & Morgan

Heavy Peat“. Quando lo trovate scritto, vuol dire che quel whisky sa particolarmente di torba. I tromboni del whisky dicono che la troppa torba è inaccettabile. Un po’ come la troppa barrique. E’ vero. Ma il loro concetto di “troppo” è paragonabile a un deputato piddino quando parla di “troppo” antiberlusconismo.
Quindi non ascoltateli.
Le distillerie stanno diventando tutte uguali. Per trovare delle differenze, bisogna cercare annate vecchie e maestri dello spirito particolari. Uno è Silvano Samaroli, di cui ho parlato nel post precedente. Un altro è Fabio Rossi, quello – con Luca Chichizola – di Wilson & Morgan.
Selezioni speciali di botti speciali di whisky speciale (la ripetizione è voluta).
Bunnahabhain, nome impronunciabile, è la distilleria di Islay meno torbata. Per uno come me, che amava i migliori Lagavulin, Laphroaig, Caol Ila e Ardbeg, un approdo non proprio del cuore. Di solito, almeno.
Ma esistono le eccezioni.
Qualche giorno fa, Francesco Mattonetti, proprietario de Le Carovaniere di Arezzo, mi parla con insistenza di una partita particolare 1997. Heavy Peat. Un’anomalia riuscita all’interno di Bunnahabhain. Torbata, torbata bene bene.
Lo acquisto, a 44 euro. Molte di più, in qualsiasi enoteca.
L’ho aperto stasera con alcuni amici. Quarantasei gradi.
Fumavo la pipa. Una pipa molto figa, in radica. Un tributo a Pertini, Giorgio Gaber e Vittorio Arrigoni.
La musica del mio nowhere cortonese dava Paris, Texas. La colonna sonora di Ry Cooder. Non so da quanto non la ascoltate, o se l’abbiate mai ascoltata, ma sono note che ammaliano e straziano. Roba da fine del mondo, però felici. She’s Leaving The Bank: è la traccia 7. Ascoltatela e poi piangete. Funziona così. Whisky For The Holy Ghost, cantava Mark Lanegan.
Così uno somma un po’ di cose. La pipa, Brookefield Tobacco. Il bottleneck di Ry Cooder (è erotico che devasta, lo slide di Ry Cooder). Il vino bevuto poco prima. E il whisky. Questo whisky. Questa benedizione torbata e miracolosamente bilanciata di Bunnahabhain 1997 Wilson & Morgan Barrel Selection Heavy Peat.
Somma tutte queste cose. E pensa che, a volte, vivere non è neanche così male.