Distillati

Velato Sur Lie Metodo Familiare – Furlani

Schermata 2020-04-02 alle 11.22.46Adoro i rifermentati, ve l’ho detto e scritto ormai tante volte. Tra i miei (tanti) preferiti c’è il Velato. Capire chi lo produca non è così intuitivo, perché sull’etichetta leggi “Vini dell’Angelo”. Quindi? L’azienda in realtà è quella Furlani di Vigolo Vattaro, in provincia di Trento, di cui ho parlato spesso (e sempre bene. Per esempio qui). Una garanzia.
Se non trovate subito il nome Furlani sull’etichetta del Velato, è perché la cantina realizza questa bottiglia in esclusiva per Proposta Vini. La locuzione “Vini dell’Angelo” è così spiegata: “Con questo progetto sono state recuperate tutte le varietà d’uva presenti in Trentino (in maniera non estemporanea) fino alla Grande Guerra, ne sono stati curati il reimpianto, la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione. (Ri)scoprire i vitigni storici è una risposta efficace al processo di omologazione e contribuisce a restituire dignità a queste uve. I consumatori e gli appassionati avranno modo di poter ritrovare radici culturali ma soprattutto antichi profumi e sapori, valorizzando la biodiversità viticola trentina”.
Il Velato Sur Lie Metodo Familiare, che in rete trovate sui 10 euro o giù di lì, è una bollicina da uve tutte italiane. Un po’ come bere un frizzante di prima della Grande Guerra, meglio ancora pre-fillossera, però con le conoscenze di oggi. Le uve, rigorosamente autoctone e antichissime (nonché rarissime), sono Lagarino Bianco e Valderbara. Affinamento in botti di acciaio. “La chiarifica avviene attraverso il freddo inverno della Vigolana” – riporto dal sito di Proposta Vini – “le botti vengono portate all’aperto nel mese di Marzo con l’aumento della temperatura, in fase di luna crescente, viene imbottigliato con l’aggiunta di mosto d’uva concentrato e lievito, in modo da indurre la seconda fermentazione in bottiglia. In 15 giorni manualmente si mette in sospensione il deposito formatosi in bottiglia e dopo 3 lune può iniziare la commercializzazione“.
Il Velato è un frizzante d’altri tempi. Semplice. Dritto. Allegro. Di beva prorompente. Viva!

Riesling Trocken “von der Fels” 2018 – Keller

Schermata 2020-03-18 alle 12.40.01Mi sono imbattuto in un Riesling tedesco strepitoso. E’ opera del grande Klaus Peter Keller, maestro dei Trocken (secchi) nella zona del Rheinessen, teoricamente meno vocata della Saar. Per certi versi Keller sta alla Rheinessen come Egon Muller alla Saar: sono due maestri, e dietro di loro (per fortuna) si è creata una nutrita selva di allievi.
Il capolavoro di Keller è il Riesling G-Max, uno dei vini più cari e mitici del mondo. Io mi sono fermato molto prima, provando uno dei suoi Trocken “base” (si fa per dire). L’ho scoperto grazie a Luca Martini, che li distribuisce in Italia. Si chiama “von der Fels”, annata 2018. Credo che in enoteca si trovi poco sotto i 30 euro.
Vecchie viti e rese estremamente basse: sono alcune delle caratteristiche chiave di Keller. Questo “von der Fals” brilla per una mineralità prodigiosa, che sconfina in una sapidità “totale” e davvero conturbante. Complesso e lungo, con la beva migliore dei Riesling migliori. Purtroppo il Riesling (che sia Francia o Germania) non ha mai solfiti troppo bassi, ma qui siamo dalle parti della naturalità. In breve: un Riesling Trocken irresistibile.

Oran-G – Il Cavallino

Schermata 2020-03-10 alle 16.09.01Da qualche anno l‘azienda Il Cavallino è una delle mie (non poche) certezze nel mondo dei vini naturali. Si trova in Val Liona, nel vicentino. Produce anche rossi, ma eccelle anzitutto nella declinazione della Garganega. Il vigneron è Sauro Maule, fa parte di VinNatur e ha per maestro Angiolino Maule, ma non sono parenti.
I suoi vini che più adoro sono lo Sgass, un rifermentato in bottiglia metà Durella e metà Garganega; il Pri, selezione della migliore Garganega dell’azienda proveniente da vigneti di 50 anni di età. E poi l’Oran-G. Maule lo descrive brevemente così nel suo sito: “Selezione da vigne vecchie (45 anni) di Garganega in purezza con 6 mesi di macerazione in acciaio; affinamento in legno per 12 mesi (botte da 10 hl), senza solforosa“. E’ un macerato scontroso e impegnativo, che parte senza concedersi per poi esibire tutto il suo fascino. Lungo, fresco, minerale. Di gran carattere e bella beva, ottimo carattere e un equilibrio tutto suo. Chi si diverte coi sentori olfattivi, ci troverà per esempio ginestra e liquirizia. In bocca è un piacere che invade e pervade. Imperdibile.

Sia lode alla Chartreuse

fullsizerender-4Due settimane fa, a Cremona, mi sono imbattuto in un bar dedicato pressoché interamente alla Chartreuse. Ero lì per due date del mio spettacolo, Il sogno di un’Italia, nel mitico Teatro Ponchielli. Il bar si chiama “Bar Italiano” ed è davvero la mecca della Chartreuse. Qualcuno si domanderà: di cosa stai parlando? Avete ragione: non la conoscono certo tutti. Della Chartreuse mi aveva più volte parlato Giulio Casale, amico e collega di teatro. E’ un liquore francese, prodotto in origine dai monaci certosini nella cantina della certosa Grande Chartreuse, nelle prealpi della Chartreuse a Voiron. Ora è prodotto da una fabbrica nei pressi di Voiron, sempre però sotto la supervisione dei monaci certosini e comunque in quantità modica. L’artigianalità è stata più o meno salvata. Come spiega Wikipedia, “La Chartreuse nacque nel 1605 quando i monaci certosini di Vauvert, nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, rinvennero un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita”. La ricetta, molto complicata, fu effettivamente studiata solo a partire dal 1737. Ancora oggi, i soli a conoscere tale ricetta sono i monaci certosini: per l’esattezza due o tre, non di più. Ne esistono varie versioni. Le principali sono quella gialla (40 gradi, sui 30 euro) e quella verde (55 gradi, sui 42 euro). C’è anche la boccetta di Elisir Vegetale della Grande Chartreuse, 71 gradi, direttamente dalla ricetta fullsizerender-5originaria, che si usa come “sciroppo” – non dimenticate che nacque come medicinale, addirittura come elisir di lunga vita – ed è densissima. Il colore diverso è dato dalla diversa miscelazione delle erbe (130). Esistono poi alcune versioni speciali. Per esempio la Chartreuse 1605, uscita due anni fa per festeggiare i 400 anni dalla scoperta della ricetta e sorta di versione deluxe della Chartreuse verde: la trovate attorno ai 50/55 euro. Non troppo dissimile è la Liquer du 9e Centenaire, in rete sui 58 euro, realizzata per il nono centenario della fondazione della Grande Chartreuse: stesse caratteristiche della verde, ma più morbida.  Poi c’è la Chartreuse VEP, che è la mecca della Chartreuse: sempre versioni gialla e verde, però invecchiata 12 anni. Costa tanto, la boccetta da mezzo litro viene 80 euro. Ma è pazzesca. Parlo con cognizione di causa, avendole provate tutte e avendo acquistato la Chartreuse 1605 (su Amazon), la 9e Centenarie (online su Terra in Cielo) e la VEP verde (alle Carovaniere di Arezzo). In Italia è distribuita da Velier.
Cos’ ha di speciale la Chartreuse? Tutto. Usata anche nei cocktail, servita liscia o con ghiaccio, può ricordare lo Strega. Ma solo vagamente: è molto meglio. Carattere deciso, ora speziata e ora pungente, lo zucchero residuo non fa sentire l’alcol e la mattina successiva non la senti. La Chartreuse è inspiegabilmente magica, evocativa e personalissima. Più ancora: è lussuriosa. Più che un liquore, è un invito continuo e gioioso a fare sesso. Una meraviglia.

Il mondo del gin

gin londonMi ha sempre dato fastidio non conoscere bene le cose. Se mi piaceva una canzone di un artista, dovevo conoscere tutta la sua discografia (e prima di Internet non era facile). Se chiedevo un vino al ristorante, non mi piaceva affidarmi docilmente al ristoratore (e infatti sono diventato sommelier). E adesso che magari chiedo un gin tonic, detesto non sapere cosa ci sia dentro. Che gin? Quale acqua tonica,? In che percentuali? Così, dopo i single malt scozzesi (Islay soprattutto) e i whiskey americani (bourbon e non solo), sto ora studiando con attenzione i gin.
E’ un mondo molto affascinante e sottovalutato. Il gin, come noto, (cito Wikipedia) “è un distillato forte, chiaro, tipicamente incolore prodotto dalla distillazione di un fermentato ottenuto da frumento e orzo in cui viene messa a macerare una miscela di erbe, spezie, piante e radici: i botanicals. Tra queste sono presenti bacche di ginepro che caratterizzano il profumo e il gusto. Il nome del distillato deriva dal nome delle piante di ginepro che producono le bacche“. E’ nato nei Paesi Bassi verso la metà del Seicento, inizialmente come cura (teorica) per le febbri di cui soffrivano i soldati olandesi nelle Indie Orientali. Anche il gin tonic ha avuto una genesi simile; la stessa acqua tonica (a base di chinino) doveva servire per curare la febbre. Non a caso l’acqua tonica più nota – e probabilmente più buona – del mondo, nata nel 2004, si chiama proprio “Fever Tree” (è inglese e in Italia è importata da Velier). Dopo i Paesi Bassi il gin invase l’Inghilterra, che lo celebrò e fece suo anche come risposta al cognac degli odiati (da loro) francesi.
Il gin è fondamentale nei cocktail ma non si beve quasi mai puro. Il cocktail più noto, e diffuso, è il gin tonic. Ognuno ha la sua ricetta e anch’io – mi sto specializzando – ho la mia. Se si beve come aperitivo meglio diminuire la dose di gin e farlo più leggero, dopo cena vale il contrario. Si parla di un 6/10 di acqua tonica e 4/10 gin, più una fetta di limone e ghiaccio. Io preferisco stare 1/3 gin e 2/3 acqua tonica, scendendo a 1/4 (ma pure 1/5) gin e 3/4 (0 4/5) acqua tonica come aperitivo. Sul limone ci sono varie teorie: chi mette solo la fettina, chi un po’ di succo di limone e la fettina, chi solo il succo, chi direttamente un’acqua tonica già limonata. Il succo di limone rende più torbido il succo, quindi capisco chi metta solo la fettina e l’acqua tonica già limonata. Io metto una fettina di lime, lo spremo in buona parte sul bicchiere vuoto e poi strofino la fettina sul bordo e sul fondo. Quindi lascio la fettina come guarnizione. Si suole mettere anche una fettina di cetriolo (lo consiglia la Hendrick’s), oppure bacche di ginepro e – più raramente – qualche piccola scorza di zenzero (ginger). Alcune ricette consigliano di aggiungere al tutto una o due gocce di angostura bitter, un amaro concentratissimo – per questo ne va usato poco – ottenuto dall’infusione di galipea cusparia (pianta medicinale anche nota come angostura trifoliata), chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, essenza di arance amare e china. Si trova in boccettine da 0.10 e 0.20, si usa soprattutto nel Manhattan Cocktail e deve il nome a una cittadina venezuelana dove era di stanza il dottore – al soldo di Simon Bolivar – che, pure lui, cercava una cura per i soldati ammalati di febbre e problemi intestinali. L’angostura, di cui esistono non poche varianti artigianali, sta bene anche nel gin tonic. Io ne consiglio due gocce alla fine, proprio come ultima cosa prima di girare e bere.
I due ingredienti principali, ovviamente, sono gin e acqua tonica. Non esageriamo coi sofismi: potete usare tranquillamente Schweppes, Recoaro, Tomarchio e al limite la Kinley (oddio, la Kinley forse no). Otterrette ottimi risultati. E’ però innegabile che la Fever Tree (più o meno 1 euro e 5 centesimi in rete, bottiglia da 0.20) garantisca un risultato difficilmente superabile. Troverete molte versioni, io consiglio la Fever Tree classica e la “Indian” (ma pure la Lemon). Di pregio, e tanto, anche l’acqua tonica Erasmus. Ovviamente va benissimo anche Lurisia. Nel gin tonic, che è meglio servire in un bicchiere balloon da vino – meno tradizionale ma più scenografico – si parte con la fettina di lime (o limone) e ghiaccio nel bicchiere. Limone o lime, oltretutto, permettono di legare meglio gli ingredienti, quindi è indicato metterli proprio all’inizio. Poi si aggiunge il gin (anche se qualcuno lo mette come prima cosa) e altre eventuali decorazioni tipo il cetriolo (se non si è messo lime o limone). Il gin comincerà subito a sciogliere il ghiaccio. Non male – come guarnizione – anche la scorza d’arancia, ma solo se il gin è particolarmente speziato. Infine l’acqua tonica, che può essere servita a parte nella boccetta da 0.20 (così uno la dosa come vuole) oppure direttamente nel bicchiere.
Resta, ovviamente, il gin. Quale scegliere? E’ un mondo sterminato, con bottiglie anzitutto inglesi e olandesi, ma pure tedesche, scozzesi, americane, dalla Groenlandia e ovviamente italiane. Si va dalle 15 euro alle 50. In casa ne ho una decina, ma ve ne consiglierò qui qualcuno in più (una trentina o giù di lì).
botanist-gin-1433-pOccitan Dry Bordiga. Lo cito subito perché è stato il primo che ho comprato. Buon entry level, bel rapporto qualità/prezzo (15 euro). Azienda storica di Cuneo, attiva dal 1888 e celebre anzitutto per il Genepy. L’Occitan Dry è il base. Ci sono poi tre Gin di livello superiore: Dry, Rosa e Smoke. Curioso l’ultimo, un po’ affumicato.
Marton’s. Un gin artigianale trevigiano, frutto della cocciutaggine e della visionarietà di Roby Marton, che ha puntato su un distillato eretico da quelle parti.
Vallombrosa. I frati di Vallombrosa, diocesi in provincia di Arezzo, fanno da sempre un gin di pregio. Ad Arezzo, la mia provincia, si trovava a prezzi accessibili nelle migliori enoteche. Tre anni fa alcuni turisti inglesi se ne sono innamorati e lì è partito il passaparola. Risultato: oggi tutto il Vallombrosa Gin lo distribuisce Velier, a prezzi ovviamente più alti, e gli inglesi hanno pure acquistato un po’ di quel ginepro particolarissimo – zona Sansepolcro – creando un gin monovarietale chiamato proprio “Arezzo”. Meritoriamente, nonostante le proposte economiche vantaggiose, i frati non hanno accettato di aumentare la produzione: avrebbe significato peggiorare il prodotto.
Caorunn. Gin scozzese, produzione limitata, ottenuto dall’infuso di cinque vegetali “della tradizione celtica”. E’ fatto dalla Balmenach Distillery, nel cuore delle Highlands scozzesei.
The Botanist. Ancora Scozia, stavolta Islay (infatti è un Islay Dry Gin). L’isola della torba. Qui la distilleria Bruichladdich produce questo gin, in Rete attorno ai 35 euro. E’ tra i miei preferiti.
Tanqueray No.10. Uno dei gin più celebri, si caratterizza per profondità e freschezza. Il No. 10 si distingue per le note di pompelmo, arancia e lime, oltre al solito ginepro e alla camomilla.
Hayman’s 1850 Reserve. La Hayman’s è una delle distillerie più importanti e antiche d’Inghilterra. Con lei si va sul sicuro. Il 1850 Reserve riproduce il gusto che aveva il gin quando nel XIXo secolo invecchiava in botti esauste di whisky. Una stranezza, perché il gin non deve invecchiare, ma al tempo si spillava dalle botti e capitava che sostasse “involontariamente” più del dovuto nella botte, finendo con l’acquisire un sapore particolare.
Old Tom Gin. La Hayman’s detiene anche gli storici Old Tom Gin, ancor più caratterizzati dalle note dei botanicals rispetto a qualsiasi altro gin precedente e successivo. Erano molto in voga nel XIX secolo. Spesso nella etichetta è raffigurato un gatto nero (Black Cat). Sono edizioni limitate e dal gusto “estremo”.
Hendrick’s. Forse il più usato e richiesto al momento in Italia, almeno tra i gin di livello. E’ scozzese e si caratterizza per il gran corpo, per la morbidezza e per gli 11 elementi – fiori, radici, semi, frutti – che ne costituiscono i botanicals. Decisive le essenze di cetriolo tedesco e l’olio di petali di rose della Bulgaria. Unisce due gin distillati separatamente con due metodi radicalmente diversi e dal sapore assai differente. Ha successo perché è davvero buono e perché è meno “difficile” di altri. Se volete andare sul sicuro, quando chiedete un cocktail scegliete lui.

hendrick'sBeefater 24. Uno dei più autentici London Dry Gin, perfetto per capire cosa intendono gli inglesi per gin. Distillato in alambicco a temperatura moderata, ingredienti di primo scelta (ginepro, radici di angelica, semi di coriandolo, anice stellato, agrumi).
Greenall’s Bloom. Molto morbido. Un gin “romantico” e dal gusto femminile, con note di arancia e miele.
Blackfriars Sainsbury. Altro London Dry Gin che difficilmente delude. Pluripremiato.
Monkey 47. Gin tedesco, per l’esattezza Schwarzwald Dry Gin. Prodotto nella Foresta Nera dalla Black Forest Distillers GmbH. Affascinante per la storia e per la zona di provenienza, per quel che vale lo adoro. Costo in Rete sui 35 euro.
Martin Miller’s. Nato dall’intento (appena ambizioso) di tre inglesi che, a Notting Hill, si sono uniti per ottenere il gin più buono del mondo. Alla consueta nota di ginepro si unisce una sfumatura di limone.
William Chase. Secondo il portale Myluxuy.it è il miglior gin del mondo. Inghilterra, Distilleria Chase nello Herefordshire. Doppia distillazione in alambicchi di rame. Note di agrumi, mele e caramello. Tra gli ingredienti principali: ginepro, buccia d’arancia, scorza di limone, mela verde, liquirizia, coriandolo, angelica, luppolo, fiore i sambuco e radice di giglio.
Bobby’s Schiedam Dry Gin. Il gin è nato in Olanda e questo, appunto, è un gin dei Paesi Bassi. Spezie dell’Indonesia, note limonate con ginepro, rosa canina, agrumi e spezie esotiche (tra cui il pepe di Giava).
Filliers Dry Gin 28. Viene dal Belgio. Il “28” si riferisce al numero dei botanicals presenti. Fatto a mano, 100mila bottiglie l’anno da mezzo litro.
Elephant Gin. Nato da poco, l’intento è quello di “catturare lo spirito dell’Africa”. L’etichetta ricorda un francobollo, tra i bothanicals ci sono l’assenzio africano, il baobab e la pianta di Buchu (tipo menta).
Darnley’s View. Altro London Dry Gin con cui non si sbaglia, attorno ai 40 euro in Rete. Distilleria Wemyss. Il nome è legato al primo incontro tra Maria Stuarda e il futuro marito Lord Danley, proprio nel castello di Wemyss.
Bunch Botanical. London Dry Gin tradizionale, in edizione limitata.
isjfordThe London No. 1. Lo riconoscerete per il caratteristico colore azzurro. E’ prodotto con un processo di tripla distillazione. Nell’ultimo passaggio vengono aggiunti 12 botanicals e solo in seguito avviene l’infusione con il fiore di gardenia, che gli dona il colore acquamarina luminoso (unico o quasi). In rete attorno ai 40-45 euro. Celebre anche il No. 3, dal caratteristico colore verde, ritenuto perfetto per il Martini Dry.
Langley’s No. 8. Definito “il gin più inglese tra i gin inglesi”, qualsiasi cosa voglia dire.
Bulldog. London Dry Gin che in Rete si trova sotto i 30 euro. Segnatevelo, perché la distilleria che lo produce opera da più di 250 anni e dunque il know how ce l’ha. Il sapore arriva da un mix di ingredienti che gli conferiscono caratteristiche assai specifiche: ginepro e iris dalla Toscana, coriandolo dal Marocco, limoni dalla Spagna, lavanda dalla Francia e l’eccentricità del Dragon Eye, un frutto di origine cinese simile al lichi, utilizzato nell’antichità come stimolante. Ci sono anche le foglie di loto, provenienti dalla Cina.
Gin Mare. Un gin mediterraneo aromatizzato con quattro “botanici” principali: basilico dall’Italia, timo dalla Grecia, rosmarino dalla Turchia, agrumi dalla Spagna e l’oliva Arbequina – cultivar tipica della Catalonia.
Bluecoat. Un Dry Gin americano. Botanicals segreti, alambicco in rame. Il nome è legato alle uniforme durante la Rivoluzione Americana.
Aviation. Dry gin americano, nato nell’estate del 2005 a Seattle. Il barista Ryan Magarian ricevette una infusione botanica estiva da un amico di Portland. Trovandola diversa da qualsiasi cosa avesse mai assaggiato in vita sua, si mise a cercare il produttore. Era la House Spirits Distillery. D’accordo col barista, la House Spirits creò uno stile di gin regionale quantomeno inusuale. E nel giugno del 2006, dopo una trentina di tentativi, è nato l’Aviation Gin.
Barrel Reserve. Altro gin americano, affinato nelle botti. Questo particolare tipo di invecchiamento, unito alla scelta dei botanicals, conferisce al gin un colore caramellato e una nota dolce inusuale (ma tipica del concetto americano di distillati).
Isfjord Premium. Un gin della Groenlandia. Forse al momento il mio preferito. Non costa poco, 40 euro in Rete o più, ma ha una storia davvero molto affascinante. Riporto dalla descrizione: “
Per oltre 180.000 anni, l’acqua utilizzata ad Isfjord è stata congelata ed è rimasta conservata sotto forma di ghiaccio nella calotta glaciale della Groenlandia. Con il passare dei secoli, Madre Natura ha rotto il ghiaccio in banchi fluttuanti, da cui milioni di iceberg naturali si sono dispersi nella regione Icefiord di Ilulissat. In questa zona unica, il ghiaccio è a portata degli abitanti locali che lo sciolgono per ottenere l’acqua naturale più pura. L’acqua viene poi utilizzata per la produzione del miglior gin, distillato 5 volte con i migliori elementi botanici e il frumento biondo“. La gradazione è di 44 gradi (il gin oscilla tra i 40 e i 47 gradi) ed è uno dei pochi gin che si può bere anche da solo.
Potrei citarne ancora tanti, ma per ora mi fermo qui. Stampatevi questo post e compulsatelo quando siete al bar e vi va un gin tonic, ma non vi va che siano gli altri a scegliere per voi. Siate competenti, siate esigenti (cit).

Il magico mondo dei torbati

ardbeg Questo articolo comincerà con uno sfogo salutare rivolto agli espertoni secondo cui “il vero whisky è senza torba”: ci avete rotto le palle. La torba è meravigliosa: vamos.
Esaurita questa promessa doverosa, e ringraziato una volta di più questo articolo di Suconlavite, vi segnalo i torbati più meritevoli. Provengono tutti – ovviamente – dall’isola scozzese di Islay. Fa parte delle Ebridi Interne: se guardate nella cartina la Scozia, sono le prime che trovate in basso a sinistra. Larga 40 chilometri e lunga 25, più che un’isola, Islay è una distilleria galleggiante. Le distillerie sono otto (dal 2006) e da sole producono ogni anno 25 milioni di bottiglie. Lo stile dei whisky di Islay non c’entra nulla con quello dei single malt di Highland (la zona più ampia, uno dei più noti è l’Oban), Island (Talisker, Isle of Jura), Speyside (Macallan, Glenlivet, Glenfiddich), Lowlands (Glenkinchie) e Campbeltown (dove, una volta, si faceva uso eccome di torba. E qualcuno sta ricominciando. Si pensi al notevole Longrow). I whisky di Islay hanno sentori di alga e iodio, per via della vicinanza delle distillerie al mare. E poi c’è quel sentore affumicato. Tutti, ad Islay, affumicano – chi più e chi meno – chicchi di malto d’orzo bruciando la torba. L’isola ne è ricca. La torba è un composto di resti vegetali, di fatto il primo stadio del carbone.
Ognuno ha i suoi gusti: c’è chi ama la torba accentuata, chi quella appena accennata. Nel mercato esistono decine di bottiglie particolari, figlie del gusto e della sensibilità dei selezionatori (Samaroli, Wilson & Morgan). Farò qui giusto un rapido accenno alle distillerie torbate (di Islay) da provare.
I più torbati.
port ellen
Lagavulin. Molti, come me, lo hanno scoperto leggendo Jean-Claude Izzo e il suo Fabio Montale. Di solito è l’entry level dei torbati, anche attraverso la bottiglia “base” che si trova al supermercato. Poi la si abbandona, cercando whisky più eleganti. Ma resta sempre un bel bere.
Caol Ila. E’ ritenuto da molti il più elegante tra i whisly “molto torbati”. Una sorta di sontuosa via di mezzo tra il troppo e il poco. Ottimo, ma non sono mai riuscito a metterlo al primo e neanche al secondo posto.
Laphroaig. Torbatissimo. O lo ami o lo detesti. La versione “base”, che si trova in ogni bar e supermercato, francamente non fa impazzire, ma salendo di livello – e avendo voglia di cercare – si trovano meraviglie. Durante il Proibizionismo era l’unico whisky non vietato, perché – per via della molta torba – i produttori potevano farlo passare come alcol medicinale.
Ardbeg. Forse il più torbato di tutti. Persino più di Lagavulin e Laphroaig. Ha sofferto varie vicissitudini finanziarie. Fondata nel 1815 e ciclicamente in crisi, nel 1997 è stata acquistata dalla Glenmorangie. Ne esistono vari tipi, come lo Uigeadail, invecchiato nelle botti di Sherry, e il Corryvreckan. Chi ama la torba non può non amarlo, anche se i puristi lo ritengono ormai troppo “commerciale” e un po’ imbastardito rispetto agli inizi.
Ileach. Bottiglia misteriosa, che ogni tanto incontrerete in qualche ristorante. Non è un blended malt: è proprio un Single Malt Peated di Islay. Solo che la distilleria non è dichiarata. Per forza: non esiste. O meglio, esiste, solo che non ci vogliono dire quale sia. Per un po’ si è pensato che l’Ileach Single Malt fosse un Lagavulin giovane (5 anni). Adesso che il Lagavulin non ha più botti da dare agli altri, il dubbio si ripropone: chi c’è dietro l’Ileach? Forse giovani partite di Laphroaig, forse di Caol Ila. In ogni caso, è un bel bere. (Un altro Single Malt misterioso di Islay è lo Smokehead. Anche questo non è un blended malt, ma proprio un Single Malt. E’ ritenuto una sorta di cugino minore del Lagavulin. Mai provato, ma ha buone recensioni e non costa un mutuo. Idem per il Peat’s Beast).
ileachPort Ellen. Distilleria mirabile, però con un grande difetto: è fallita e ha chiuso nel 1983. Fino a pochi anni fa si trovavano ancora tante bottiglie, considerata la grande quantità di merce da smaltire, ma sta diventando sempre più raro. Se non altro, la sua Malthouse continua a fornire malto alle altre distillerie locali. Insieme a certe tipologie Ardbeg, e forse anche di più, il Port Ellen è uno dei Single Malt di Islay che meglio si presta all’invecchiamento. Uno spettacolo.
I medio torbati.
Bowmore. Nata nel 1779, è la più antica distilleria di Islay. Oggi è anche una delle più moderne e turistiche. Mi è sempre sembrata né carne né pesce ed è forse – all’interno dell’isola – quella che sento meno vicina alle mie corde.
Kilchoman. L’ultima nata (2005) e la più artigianale. L’unica, ad Islay, a fare tutto da sola, dalla coltivazione dell’orzo all’imbottigliamento. Mai troppo torbata e sempre elegante, per quanto giovane mostra già potenzialità invidiabili.
I poco torbati.
Bruichladdich. Nata a fine 800, chiusa e riaperta nel 2001 da un gruppo di appassionati. Dal 2012 appartiene alla multinazionale Rémy Cointreau. Qualche bottiglia – ne esistono tante, e molto diverse tra loro – saprà stupirvi non poco. Il whisky più torbato dell’azienda si chiama Octomore (grazie ad Andrea Ferrari di Whiskynews.it per la dritta). La Bruichladdich produce anche un gin (The Botanist).
Bunnahabhain. Impronunciabile e ritenuta la meno rappresentativa dello stile di Islay. I suoi whisky sono i meno torbati dell’isola. Ogni tanto però escono delle bottiglie particolari, per esempio la Wilson & Morgan Heavy Peat 1997. Una sorta di “scarto” dell’azienda, che la reputava troppo torbata (appunto: heavy peat) per i suoi canoni. Ecco: ad averne di scarti così.
smokeyBlended Malt Scotch Whisky.
Big Peat. I “blended malt scotch whisky” sono i vecchi “vatted”, parola che non si può più usare. Non sono Single Malt e dunque non provengono da una singola distiilleria. Si tratta di assemblaggi di diversi whisky messi insieme per produrre un gusto particolare. Attenzione a confonderli con i “blended whisky”, che mettono nel calderone anche i dozzinali “Whisky Grain” (vietati nei “blended malt”). Si parla bene del Peat Monster, ma non l’ho provato. Il Big Peat, allo stato attuale, è senz’altro uno dei più ispirati. Fatto con un assemblaggio di Ardbeg, Bowmore, Caol Ila e Port Ellen, è senz’altro torbato ma senza minare l’eleganza e la complessità del prodotto.
Smokey Joe. Molto più torbato del Big Peat. Una sorta di parossismo di torba concentrata, quindi non adatto a tutti. E’ davvero come sorseggiare il mare affumicato.
Buone bevute.

Capovilla – Distillati

IMG_5256Quando penso alla passione, mi viene spesso in mente Gianni Capovilla.
Dal suo piccolo avamposto di Rosà, nel vicentino, ha creato la sua Macondo di distillati preziosi. Grappe, Brandy, distillati di uve e mille altri frutti, rhum e Bierbrand (distillato di birra). L’ho conosciuto tre anni fa, durante una presentazione de Il vino degli altri alla Libreria di Palazzo Roberti a Bassano del Grappa. A inizio marzo 2014, durante il mio mese di Ramadan alcolico, ho resistito non so come ai suoi inviti a degustare i distillati direttamente dai serbatoi. Quel giorno c’era anche Josko Gravner, che apriva vini incredibili. Non so davvero come abbia fatto a non cedere alla tentazione (prima foto).
Per il mio 40esimo compleanno, due settimane fa, sono tornato a trovarlo. Stavolta con licenza di assaggio. La sera prima avevamo messo in scena Le cattive strade a Oderzo, la sera stessa lo spettacolo era in programma al Creberg di Bergamo. Vittorio detto “Gianni” ha aperto di tutto. Non solo i suoi distillati. Ricordo distintamente la progressione dei vini: Champagne Brut Blanc de Blancs Vincent Bliard (con uve in gran parte del 1997), l’Ottocento Bijelo 2007 (bianco macerato croato) e una commovente Coulée de Serrant 2006. Gli strani casi della vita hanno fatto sì che il mio compagno di viaggio a teatro, Giulio Casale, sia genero di Capovilla. Questo ha ulteriormente facilitato i rapporti con il Maestro.
IMG_5707La visita alla sua piccola azienda non va mancata, è un viaggio anzi che consiglio a tutti: per la competenza appassionata con cui Capovilla illustra il suo lavoro e per la qualità di distillati e rum. Si arrampica tra un serbatoio e l’altro (seconda foto) e si apre un mondo. Capovilla potrebbe parlare ore ed ore di quel tipo specifico di distillato di albicocche del Vesuvio, oppure di pesche Saturno marchigiane, di Sorbo dell’Uccellatore o ancora di susine Mirabelle. La tipicità di ogni frutto è nitida, al naso e al gusto. Ottimo – e premiatissimo – anche il rhum Liberation. La produzione di Capovilla è fatalmente limitata: agire diversamente significherebbe precludersi quei livelli qualitativi.
Dietro ogni bottiglia ci sono anni di ricerca, storie e sperimentazioni. L’Italia è un paese allo stremo delle forze, e proprio per questo è ancor più
incredibile che continuino a resistere questi focolai – neanche troppo isolati – di smisurato talento.

Grappa e torba?

Ieri e venerdì ho portato Gaber se fosse Gaber a Latisana e Maniago. Amo il Friuli e l’affetto è stato ampiamente ricambiato, con teatri felicemente pieni.
Non ho visitato cantine, limitandomi a provare alcuni vini. Qualche Friulano discreto, la conferma di Franco Terpin (anche la Ribolla Gialla “base”, degustata alla Trattoria Vecchia Maniago, si è rivelata splendida).
A differenza del solito, non ho detto “no” alle grappe. Dopo tanti anni ho riprovato la Storica Nera di Domenis: mi piace ancora. Splendida la Borgoscuro, la più vicina al mio gusto.
Poi mi sono imbattuto in una grappa che i puristi detesteranno. Una grappa torbata, molto torbata. Una novità del mercato. La produce Mangilli, antica distilleria – e da più di 30 anni produttrice di vini – con sede a Flumignano di Talmassons (Udine). In Internet si trova sui 16 euro (bottiglia da 70 cl). Ci è stata offerta dalla proprietaria del Ristorante Al Cacciatore di Maniago.
Nell’etichetta c’è scritto, dichiaratamente, “Torba”. Non ce ne sarebbe bisogno: il sentore della torba è dominante, senz’altro troppo presente – oltre che innaturale – per chi ama la grappa “vera”. Per certi aspetti è come mangiare un piatto di spaghetti alle vongole con dsoi massicce di parmigiano sopra. E so bene che i puristi non amano la torba neanche nei whisky che non possono non averla (tipo Ardbeg).
Eppure, lo confesso, a me è piaciuta. E’ una grappa tamarra, “aromatizzata”, decisamente truzza. Se volete anche turistica, o comunque furbetta. La torba non si lega benissimo al gusto, risultando in qualche modo aliena a ciò che bevi. Ma l’ho bevuta con medio piacere. E credo che la riberrei. Sia perché sono un torba-addicted, sia perché l’azzardo (innegabile) alla fine aveva il suo perché.
Per la cronaca, lo stesso giudizio è stato anche dato da un amico che, a differenza mia, è abbastanza esperto di grappe. E non ama la torba nel whisky.
Non posso arrivare a consigliarvela, ma – questo sì – vi suggerisco di provarla.

Kilchoman (il whisky “giovane”)

Mi trovo ancora a parlare di whisky perché, in questi giorni, ho partecipato a qualche festa e ho quindi avuto modo di provare nuovi superalcolici. Certo, ho bevuto anche vino, ma non posso recensirvi per l’ennesima volta la Ribolla Gialla di Gravner (ma quanto, quanto, quanto era buona la 2005. Nonostante la “gioventù”).
Il whisky di cui parlo oggi è un torbato di Islay. E’ poco conosciuto perché appena nato. Quando un mio amico è andato a visitare la distilleria, nulla era ancora in commercio. C’è un motivo: la Kilchoman Distillery ha cominciato la produzione soltanto nel 2005. Ne consegue che, al momento, si trovino soltanto il 3 anni e il 5 (quello che ho bevuto io).
Kilchoman è la distilleria più ad ovest di Scozia.  Produce un Islay Single Malt ed è per questo paragonabile ai sette colleghi più noti: Ardberg, Bowmore, Bruichladdich, Bunnahabhain, Caol Ila, Lagavulin, Laphroaig.
Io ho bevuto il “2006 Vintage Release”. Un cinque anni uscito a fine 2011. Non ne conosco il prezzo, mi è stato regalato. Credo sui 35 euro.
Si presenta splendidamente: come confezione, logo e forma della bottiglia è uno dei whisky più accattivanti.
E dentro? Il gusto com’è? Ecco: io lo consiglio per capire quanto sia importante l’evoluzione anche nel whisky. In particolare quello torbato. Il Kilchoman è un whisky infante, acerbo, palesemente non pronto. Ma – per certi versi – parte del suo fascino risiede proprio in questa sua squilibratura.
E’ ovvio che non ha la complessità e la misura dei whisky migliori, ma sotto il profilo didattico insegna molto. Pregi e difetti. E – garantisco – tutto è fuorché stucchevole.
Se non amate la torba, esentatevi. Se vi intriga, la torba provatelo subito: vi farà l’effetto di un vino che non ha ancora smaltito il legno, ma che lascia intuire potenzialità considerevoli. A mio avviso è una distilleria da seguire con attenzione.
(E poi la torba, anche da giovane, è mooooolto più “buona” del legno derivante da barrique troppo tostata).

P.S. Per pura cronaca, annoto a margine che il Kilchoman è stato preso d’assalto alla festa. Attraendo anche chi non ama il whisky (lo so cosa state per dire, lo so: “proprio come i vini legnosi piacciono anche a chi non ama il vino”).

Calvados Le Compte – 12 anni

Ieri sera, con alcuni amici, ho aperto il miglior Calvados che abbia bevuto sinora.
E’ stato degustato dopo una cena in cui ci siamo trattati bene. Pas Dosè Cavalleri, Ribolla Gialla 2003 Gravner.
Poi è toccato al Calvados Le Compte 12 anni. Dell’azienda avevo bevuto soltanto il 5 anni. Pochi per un Calvados, ma sufficienti per farmelo apprezzare.
Il 12 anni è un prodotto discretamente celebrato. E’ stato anche il superalcolico cool servito nella business class dei Concorde.
L’ho acquistato qualche settimana fa a Le Carovaniere, la whiskeria (e non solo) di Arezzo. Non ricordo il prezzo esatto, mi pare attorno ai 50-60 euro. Sarò più preciso.
Il Calvados è il mio superalcolico preferito dopo il whisky e prima (molto prima) di grappa, rum, cognac e armagnac. E’ un brandy di mela, fatto nella Bassa Normandia, scoperto (lo so, l’ho già scritto) grazie alla saga dell’Alligatore di Massimo Carlotto. Uno dei più pregiati è il Pays d’Auge. Può essere millesimato. Migliora enormemente col tempo: i Calvados inferiore ai cinque anni (ad esempio il Fine o Trois Pommes) sono dolciastri e poco emozionanti (ma più facili). Viene spesso usato nei cocktails.
Il Calvados Le Compte è un Pays d’Auge. Il 12 anni non è il più impegnativo: esistono anche il 15, il 20 e il Millesimato 1982.
Il 12 anni spicca per eleganza. Ha note evidenti di cannella – il Calvados resta sempre un po’ “dolcino” e per questo non da tutti amato – ma anche cardamomo e soprattutto noce moscata.
Io l’ho trovato splendido e mi permetto di consigliarvelo.