Il vino degli altri

Porto Cervo Wine 2013

DSCN0599Sono assente da questi spazi da più di due mesi. Imperdonabile, lo so (ma si può sopravvivere serenamente anche senza questo spazio, lo so).
Ammetto che in queste settimane non ho bevuto molti vini indimenticabili. Qualcuno sì, e ne parlerò.
Dedico però il post di oggi alla mia partecipazione al Porto Cervo Wine Festival. Ci andai anche l’anno scorso, e fui criticato. In effetti, con la Costa Smeralda, non è che io ci entri molto, per usare un eufemismo. E buona parte dei vini lì presenti è assai mainstream.
E allora perché ci sono andato un’altra volta?
Dieci motivi.
1) Perché lo scenario è splendido. 2) Perché nella vita, ogni tanto e possibilmente spesso, bisogna godere. 3) Perché spesso chi mi critica perché ci vado vorrebbe essere al mio posto. Tipo gli amici di Intravino, e in particolare il bravo Leonardo Romanelli, che un anno fa mi hanno mazzolato perché avevo osato andarci (scelta ritenuta non sufficientemente duraepura) e quest’anno c’erano (ops). 4) Perché ci incontro quasi sempre bella gente, vedi foto. 5) Perché (a proposito) capita di imbattersi in Arianna Occhipinti, con cui in passato mi sono scontrato per motivi che neanche ricordo bene, e a quel punto scopri reciprocamente che lui (o lei) non sono poi così cattivi . O meglio, io lo sono anche sul serio, ma forse lei non se n’è accorta. E comunque grazie, anzitutto per la dedica. 6) Perché l’addetta stampa, Raffaella Manca, è una delle 312 donne che amo follemente, e la sua eleganza mi fa puntualmente impazzire. 7) Perché la francese che sta al banco di Perriet Jouet non mi fila mai, ma proprio mai, ed è una sensazione per me così nuova che un po’ mi piace. Mi fa sentire Pigi Battista, permettendomi di comprendere nuovi mondi. 7) Perché ogni volta che mangio al Cala di Volpe – quest’anno c’era Rafael Gualazzi – ripenso a quando Zucchero mandò tutti a fare in culo, “Baraccone cassonetto bagascione” eccetera, e mi viene da ridere, soprattutto perché Zucchero – dopo una quintalata di insulti – quella volta disse “Vai” alla band e riprese a suonare come nulla fosse. Genio. 8) Perché qualche buon vino lo incontri. Qualcuno lo conosci già, come Franz Haas. Altri li scopri, come il Quartomoro Frizzante sui Lieviti, uno di quei vini glou glou che amo sempre di più. 9) Perché capita che al lunedì ti portino a pranzo nel cuore della Gallura, magari a Cantine Siddura, e mangi immerso nella natura, e scopri un Vermentino onesto (soprattutto lo Spèra, il più semplice) e un Cannonau piacevole. Che non è mica poco, di questi tempi.
10) Il decimo punto non me lo ricordo. Ma già che ci sono cito il ristorante Pomodoro, che è quello che se la tira di meno e quello in cui mangio sempre meglio.

Il futuro del vino (il mio intervento)

Come vi ho più volte raccontato, martedì ho partecipato al convegno “Il futuro del vino di qualità”, organizzato da Maurizio Zanella presso Ca’ del Bosco.
Ogni relatore poteva usufruire di 5 minuti. Non di più.
Sono stato uno degli ultimi a parlare.
Ovviamente l’argomento è smisurato, ma ho cercato in poco tempo – gaberianamente  – di “buttare lì qualcosa e andare via”.
Trovo che le parole chiave, pensando al futuro del vino, siano tre: “comunicazione”, “naturalità” e “qualità”. Macrotemi che, a cascata, aprono ulteriori scenari (e conseguenti scelte di campo).
Il mio intervento lo trovate qui.

Ca’ del Bosco (il futuro del vino)

Sono appena tornato dal convegno organizzato stamani da Ca’ del Bosco nella loro azienda. Titolo: “Il futuro del vino di qualità“.
Erano presenti gli addetti ai lavori (non il pubblico). Vari relatori si sono avvicendati. Cito, tra i tanti: (cito: Enzo Vizzari, Ian D’Agata, Marco Pallanti, Marco Sabellico, Luciano Ferraro, Serena Sutcliffe).
Con l’occasione, Ca’ del Bosco ha presentato la nuova collezione vintage di millesimati: Pas Dosè, Brut, Saten. Annata 2008. Nuova veste grafica, (soprattutto) nuovo sistema di pulizia avveniristico delle uve. “Le terme degli acini”. Abbattimento dei solfiti in bottiglia (con la cifra esatta dichiarata nel retroetichetta). Semplicemente strepitoso il Pas Dosè, ottimo il Brut, ben fatto il Saten. Encomiabile l’Anna Maria Clementi 2004 Rosè (e più ancora il Brut).
Maurizio Zanella, e tutta l’azienda, mi hanno parlato di questo convegno più di un mese fa. Ho cercato di dare il mio contributo. Desidero esprimere tutta la mia stima (pubblica: per quella privata ho già dato) nei confronti di Zanella. Pioniere vulcanico, per niente facile, geniale. Di rara correttezza.
E’ stata una bella esperienza.
Inutile soffermarsi sulla perfetta efficienza dello staff, oggi. Il catering era di Chicco Cerea, pluristellato Michelin e ritenuto uno dei migliori catering d’Europa. Menu d’altissimo livello.
Tra gli interventi del mattino, ho particolarmente apprezzato Fabio Giavedoni (Slow Wine) e Angiolino
Maule (La Biancara). Molto lucido il primo, felicemente provocatorio – ma rispettoso – il secondo.
Un plauso anche a Federico Quaranta, a cui devo delle scuse, perché ho spesso fatto coincidere la mia idea di Decanter (RadioDue) con quella  di Luca Maroni (che non ci collabora più da 5 anni). E’ stato bravo.
Molto bello rivedere Gigi Garanzini, nei confronti del quale ho una stima totale.
In generale è stato un dibattito alto, stimolante, vivo. Forse (a tratti) politicamente corretto, e non credo che fosse questo l’intento di Zanella, ma mi è piaciuta l’idea di far dialogare figure (teoricamente) distanti, convenzionali e naturalisti, su temi irrinunciabili: cos’è davvero la naturalità? Cos’è la qualità? Cos’è la comunicazione (e cosa deve essere) nel mondo del vino?
Continuo a pensare – da giornalista che non scrive solo di vino, e che per lavoro si trova perfino a doversi scontrare con le Meloni – che molti vignerons siano personaggi letterari casualmente usciti da libri. Scriverne è facile: basta rimetterli dentro le loro pagine. Maurizio Zanella rientra tra questi. Nei pregi, nei difetti. Nel sogno, nella follia. A prescindere da Ca’ del Bosco, che può piacere o non piacere (ed è nota la mia predilezione per le cantine più piccole), Zanella è stato (e rimane) il pioniere di Franciacorta. Il visionario. L’uomo che, ogni volta, alza l’asticella dei suoi vini. E quindi quella dei concorrenti. Rischiando, in nome della qualità, anche il rovescio aziendale. L’ho trovato – umanamente – persona corretta, schietta, stimolante. Colta. Vera. Ad averne.

Collisioni (domenica a Barolo)

Collisioni è uno dei festival culturali più belli d’Italia. Non per nulla si svolge in Langa.
In mezzo a nomi giganteschi, domenica prossima ci sarò anch’io. Alle 15.30, a Barolo.
Presenterò Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, giunti rispettivamente alla quarta e seconda edizione.
Più esattamente, parleremo di vino. A modo nostro. Senza troppe seriosità.
Sarò un po’ sbicentrato, visto che la sera prima avrò Gaber se fosse Gaber a Civita Castellana e arriverò domenica mattina in aereo, ma cercherò di essere quantomeno decente.
Se passate da quelle parti, a me fa piacere.
Mi fermerò anche il giorno successivo, per l’unica data italiana del 2012 di Bob Dylan (a Barolo, appunto).
Colgo l’occasione per comunicare che oggi è uscita la versione aggiornata e corretta di Ve lo do io Beppe Grillo, con prefazione di Marco Travaglio. E’ disponibile, come tutti i miei libri (compresi quelli sul vino), anche come ebook, a sole 4.99 euro. Qui.
Non solo: dopodomani verrà ristampato – da T.E.A.-Limina – il mio primo libro, Il piccolo aviatore, uscito una prima volta dieci anni fa e dedicato a Gilles Villeneuve.

Grazie (reprise)

Avevo scritto mesi fa un post analogo, lo so.
Ieri però mi è arrivato il rendiconto 2011 Mondadori. Era decisamente confortante.
Ho così scoperto che Elogio dell’invecchiamento è arrivato alla quarta ristampa e Il Vino degli altri alla seconda. Un successo, per entrambi, inatteso e quasi commovente.
Sempre ieri un amico mi diceva di essere andato in un’enoteca di Ferrara, la Enogalleria in via della Cittadella 22, e di aver trovato la proprietaria intenta a leggere Il vino degli altri, consigliandolo agli avventori come un testo di riferimento chiaro e divertente.
Al Vinitaly c’erano molti visitatori con Elogio dell’invecchiamento tra le mani.
Molti mi hanno detto di essersi avvicinati al vino, sommeliers novizi o meno, grazie – o per colpa – del mio libro.
Delle mie pubblicazioni, quelle enologiche sono state le più leggere e stupefacenti.
E’ stato un bel viaggio, che continua con questo blog (ma niente trilogie).
Grazie a voi. Davvero.

P.S. Oggi è uscito il mio nuovo e-book. Un piccolo racconto per Feltrinelli. Si intitola “Happy Birthday, Nebraska” e lo trovate solo sul web. Niente cartaceo. E’ una mia ulteriore manovra di avvicinamento al romanzo. Se lo leggete, mi fa piacere. Il 24 maggio verrà poi ristampato il mio primo libro, Il piccolo aviatore, Vita e voli di Gilles Villeneuve (Limina 2002).

Il mondo è piccolo

Ieri pomeriggio mi arriva un sms. E’ di Arnaldo Rossi, il proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona.
Mi scrive: “Ciao Andrea. Sono in Borgogna a cercare nuovi vini. Mi fermo lungo la strada dei Gran Cru di Borgogna. Domando una informazione ad un agricoltore. Mi risponde in italiano. E parlando mi dice: ‘Io ti conosco perché ho letto il libro di Andrea’. Il mondo è piccolo“.
E’ davvero piccolo. In Borgogna sono stato una volta e ignoro totalmente chi sia questo agricoltore. Così come ignoro, probabilmente, quanto i miei due libri sul vino abbiano germogliato e circolato.
Una bella cosa.
Grazie.

Questo blog

Qualche giorno fa ho ricevuto un commento che faceva così: “Caro Andrea, per un attimo avevo paventato la chiusura di questo blog, un appuntamento rilassante (non sempre, e non per colpa tua, ma perchè, come sai, “le mamme dei cretini …”) ed imprescindibile di aggiornamento, flash che si accendono, angoli bui che si illuminano, orange wines e quant’altro. Ti dirò, mi capita spesso di consultare ancora quello di Elogio, perchè, in fondo, la tua duplice fatica libraria in campo enoico è stata un work in progress inscindibile dai post dei blog, che ne costituiscono un’appendice di indubbio arricchimento. Auspicando, come è ovvio, il terzo volume, attendo il 21 mattina per essere, come già accaduto, il primo acquirente della nuova “opera” (si presterà all’avvio di un blog? Chissà, lo scopriremo solo vivendo“.
L’autore è Luca Miraglia, habituè di questo blog.
Il suo scritto, decisamente affettuoso, mi dà la possibilità di fornire alcune risposte.
Questo blog non chiuderà. Dubito fortemente che scriverò un terzo libro enologico, ho già dato e non avrei altro da aggiungere, ma proprio per questo il blog diviene (diverrà) la mia maniera di continuare a frequentare questo mondo.
Come ho avuto modo di appurare venerdì scorso a Cavaso del Tomba, durante la (per me splendida) presentazione all’Asolo Golf Club organizzata dai Saggi Bevitori, i miei due libri hanno creato un sèguito sorprendente e radicato. Hanno generato aspettativa (appartenenza?), permesso di scoprire personaggi e mondi. Forse ho intuito (concretizzato?) una maniera diversa e “altra” di raccontare il mondo del vino.
Degli ambiti che frequento, per lavoro e no, quello enologico è il più leggero e maggiormente ricco di incontri stupefacenti. Lo attraverso con ironia e leggerezza: sarebbe da folli abbandonarlo. Non accadrà.
Il nuovo libro – di tutt’altro argomento e in uscita il 21 settembre per Feltrinelli – non coinciderà con un altro blog, bensì con un restyling del mio sito personale. E’ anzi probabile che presto i miei blog scenderanno da tre a due: questo e un altro (già esistente).
Vi ringrazio per tutto quello che mi avete dato in questi anni. Non perdiamoci di vista (cit).

Francesco Arrigoni

Questo blog ha avuto dei problemi tecnici. Il post di oggi l’ho scritto una settimana fa. Quando, con colpevole ritardo, ho scoperto due cose. Soltanto adesso posso pubblicarlo.
La prima è che Il Vino degli altri era nella sestina del Bancarella 2011 Vino. Non ha vinto: il premio è andato a Divinando di Andrea Gori e Giulia Graglia: due bravi e appassionati colleghi, se lo meritano.
La seconda notizia è terribile. Se n’è andato Francesco Arrigoni. Curava, tra le altre cose, le pagine web dedicate dal Corriere della Sera al vino.
Non lo conoscevo personalmente, giusto incrociato di sfuggita al Cervim 2009 e a Le Loro Maestà 2010 in Langa. Ci ho parlato veramente soltanto una volta. Accadde quando uscì Il vino degli altri, ad aprile di un anno fa. Franco Ziliani aveva rilanciato on-line la pagina del libro in cui Massimo D’Alessandro raccontava le sue perplessità su alcuni produttori toscani e alludeva a un’inchiesta che coinvolgeva nomi importanti. Ovviamente era tutto vero e altrettanto ovviamente nessuno ha mai smentito, ma in quei giorni i servi sciocchi e le cariatidi bollite si ersero a presidio del Potere.
Ricevetti minacce, scomuniche (e reazioni esilaranti, che fu divertente – e facilissimo – smontare).
Uno dei pochi colleghi che trattò la materia con attenzione e rispetto fu Arrigoni. Si informò, chiamò i diretti interessati, fornì una ricostruzione esatta e imparziale.
In quell’occasione mi chiamò – o lo chiamai io: non ricordo – e ci conoscemmo. Mi lasciò il suo numero di casa, che è ancora qui in rubrica e che mai ho usato.
In quella occasione, a proposito di un “premio” che alcuni colossi del vino dedicavano ai “critici” (a loro) più graditi, venne fuori che quel riconoscimento lo aveva vinto in passato anche lui. A sostenerlo fu una collega, chiaramente beneficiata da quel premio.
Francesco, su questo blog, riportò una replica memorabile, che riporto integralmente e con cui lo saluto. A conferma di un’onestà intellettuale rara, nel mondo del vino e non solo: “Il Comitato dei Grandi Cru d’Italia mi ha comunicato una nomination per il premio giornalistico indetto dal Comitato, invitandomi contestualmente alla cena di gala. Ma ho risposto con la seguente mail: ‘sabato 13/03/2010 19.19. Buona sera. Ringrazio i membri del comitato dei Grand Cru che hanno fatto il mio nome. Con la presente vi informo che non mi interessa alcuna nomination per il vostro premio nè tanto meno ricevere alcun premio. Vi invito cortesemente pertanto a rimuovere il mio nominativo dall’elenco delle nomination e da qualsiasi altra comunicazione da voi emessa. Non parteciperò alla cena di gala. Vi ringrazio per l’attenzione. Francesco Arrigoni”.

Mai più vino?

Stavo leggendo, giusto adesso, l’intervista che mi ha fatto Ludovica Schiaroli per la rivista In Fly. Una bella intervista. Una delle molte. Neanche se me la fossi organizzata da solo, avrei potuto orchestrare una simile accoglienza (critiche e invidie comprese) per i miei due libri sul vino.
Chiedo scusa per il silenzio di queste settimane. Sono stato inaccettabile. Le motivazioni sono puramente logistiche. Prima di tutto ho traslocato, attività esaltante come Chiara Gamberale a Radio2. Poi ho deciso di rendere il blog di MicroMega più attivo, e questo ha rubato altro tempo. E’ ricominciato il Motomondiale (che per me vuol dire viaggiare di continuo) e soprattutto sto ultimando il mio nuovo libro. A cui tengo moltissimo e che uscirà a settembre.
L’impegno è tale, e il tempo così misero, da impedirmi di andare questo weekend a Vinitaly e manifestazioni affini – che mi interessano molto più di Vinitaly. Peccato.
Il post di oggi ha il titolo che ha per un motivo molto semplice. Mi è capitato, sempre più spesso negli ultimi tempi, di ricevere la fatidica domanda: “E’ vero che non scriverai mai più di vino?”. Alcune volte la frase si tingeva di un velo quasi livoroso: “Ho sentito dire (da chi?) che hai affermato di esserti annoiato del mondo del vino, e quindi scriverai di altro“.
Urgono delle contestualizzazioni. Prima di tutto, io ho sempre scritto di altro e mai solo di vino. A chi mi chiede di specializzarmi, cioè parlare solo di vino, rispondo che non capisco la vostra cattiveria sadica nell’immaginarmi come un Luca Maroni qualsiasi. Se fossi uno specialista, non scriverei i libri che ho scritto. Se fossi uno specialista, non scriverei come scrivo (nel bene e nel male).
C’è poi un aspetto fondamentale, e cioè che non ho mai affermato di essermi “annoiato” del vino. Mai. A chi mi ha chiesto “Quale sarà il mio ruolo futuro nell’universo enologico“, rispondo che non lo so. Non mi interessano né i ruoli, né le etichette.
La realtà è molto semplice e sta così. Il mio prossimo libro non parlerà di vino. E neanche quello successivo. Forse non scriverò mai più libri sul vino. Non perchè mi sia annoiato, ma perché al momento ho già scritto tutto quello che dovevo/potevo e reiterarsi stancamente non è cosa che fa per me. Si deve sempre “lasciare” quando si è all’apice. Elogio è stato un libro nel suo piccolo epocale, come fenomeno di vendita e di rottura. Il vino degli altri è stato – spero – un degno non-seguito. Un terzo libro non avrebbe senso, non venderebbe quanto i precedenti. Non mi stimola e non ho urgenze enologiche da raccontare in un libro Volume 3.
La mia prossima pubblicazione avrà tutt’altro argomento e sarà mediamente vicina all’idea di romanzo. Continuerò però a scrivere di vino, perché mi piace, mi diverte e mi stimola. Perché mi piace raccontarmi e ascoltarvi, perché amo i vignerons e il semplice gusto del bere (bene). Lo farò tramite questo blog, che cercherò di aggiornare con una media di tre volte a settimana (a volte più, a volte meno). Un racconto delle bottiglie che mi hanno colpito, dei ristoranti che mi hanno stupito, delle persone che meritavano quantomeno un post.
Diraderò anche le presentazioni, sia perché ormai i libri sono “vecchi” di quattro e un anno, sia perché da settembre porterò in giro un’altra opera. E poi ci sono il teatro con Gaber, le mie sorelle labrador, il privato. La vita da inviato, gli amici, le serie tivù. Il 50 pollici HD 3D (sì, sboroneggio), l’iPod che suona, l’umano anelito al riposo. Come dire: ogni tanto, ho bisogno anch’io di tempo per vivere le mie otto vite da bipolare sciroccato.
Al prossimo post, dunque. Brindando con una Vitovska di Zidarich, bevuta giusto ieri, per annaffiare la nuova casa. 

Intervista – Vininaturali.it

Domani, 3 marzo, sarò a La Spezia (Porto Lotti, ore 21) per una presentazione. Giovedì prossimo sarò a Feltre (Belluno) e il giorno dopo a Bassano del Grappa.
A Feltre ci saranno anche Angiolino Maule e Franco Terpin. Per l’occasione ho ricevuto una intervista da Vininaturali.it, il portale curato da Francesco Maule. La pubblico anche qui.

(Vininaturali.it) Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1.    Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare gli Stones.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2.    Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3.    Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Qualcuno obietterà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4.    Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5.    Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.