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Vini ostinati e contrari: Trebbiano Casale

FullSizeRenderCertaldo è un luogo incantevole in provincia di Firenze, famoso per molte cose. Per aver nato i natali (pare) a Boccaccio e per una mostra del fumetto al cui interno, se cerchi bene, incontri Dylan Dog e Martin Mystère. Non è però nota, non immediatamente almeno, come luogo vitivinicolo particolarmente vocato. Per cambiare idea vale la pena arrivare a Località Casale, Via San Martino, Certaldo. La famiglia Giglioli-Rinaldi, qui, vinifica addirittura dal 1770. Azienda biodinamica dal 1979, e se non è un record in Italia poco ci manca, produce anche vin santo, grappa, olio e farro. Se vai a visitarla, e ne vale la pena, trovi anche molte damigiane con il vino sfuso e botti con dentro bianchi (Trebbiano) e rossi (Sangiovese) vecchi di decenni. L’Azienda Agricola Casale fa parte di VinNatur e vanta una conduzione felicemente ruspante e per nulla formale. Il vino che più colpisce è il Trebbiano Igt. Non si trova facilmente, 6mila bottiglie delle 12mila complessivamente prodotte ogni anno. Le viti hanno età media di 50 anni. Una settimana di macerazione sulle bucce (ma dipende dall’annata) senza follatura o rimontaggio. Maturazione sulle fecce per 6 mesi, leggera chiarifica e 2 mesi di affinamento in bottiglia. Ha un rapporto qualità/prezzo quasi imbarazzante, nel senso che – in tutta onestà – costa davvero poco. Non immaginatevi il vino della vita, ma piuttosto un vino quotidiano che non ti stanca mai e si lascia bere senza disturbare o stancare. Delizioso. (Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2015. Trentunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Anatrino Tanganelli

anatrinoVitigno usato e abusato, il Trebbiano toscano sa stupirti soprattutto quando proprio non te l’aspetti. Castiglion Fiorentino, provincia di Arezzo. L’azienda Carlo Tanganelli, ora gestita dal figlio Marco, produce poche migliaia di bottiglie. Fa parte dell’associazione VinNatur. Due le tipologie messe (poco) in commercio: Anatraso e Anatrino. Il primo si produce solo nelle annate migliori. Trebbiano non in purezza, ma coadiuvato dalla Malvasia del Chianti. Al ristorante si trova attorno ai 20 euro. E’ un bianco macerato, con vinificazione cioè a contatto (tre settimane) con le bucce come fosse un rosso. Ogni tanto qualche annata spara un po’ troppo alcol (la 2007 arrivava a 14 gradi e mezzo). Superata però la eventuale botta alcolica, l’Anatraso si caratterizza per un’inattesa piacevolezza non distante dal Pico di Angiolino Maule. Quando l’annata non lo consente, l’Anatraso non si fa e cede il passo al fratello minore Anatrino. Teoricamente un vino di riserva, ma solo teoricamente. Molto meno impegnativo e volutamente non indimenticabile, sa stupire in positivo. Eccome. La macerazione è più contenuta, solo 4 giorni. Il vino viene poi lasciato maturare in acciaio per 7 mesi, senza subire nessun trattamento chimico di sintesi e con aggiunta minima di solforosa. Costa più o meno la metà dell’Anatraso: il suo rapporto qualità/prezzo è encomiabile. L’Anatrino è un piccolo vino da grandi estati: un compagno di viaggio discreto e mai ingombrante, però sicuro. (Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2015. Venticinquesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: I Clivi Brazan

cliviCapita di frequente che, di fronte ai vini cosiddetti “naturali”, si abbia diffidenza. Forse perché a volte appaiono strani, vuoi per gli aromi e vuoi per il colore. Stereotipi con un fondo di verità. Per chi intende osare ma non troppo, I Clivi è l’azienda giusta. Ferdinando Zanusso e il figlio Mario, dal loro avamposto di Corno di Rosazzo, producono ogni anno le loro 35mila bottiglie. In larga parte bianche. Sulla scrivania, libri di Enzo Biagi e prime pagine del Manifesto. Vigne vecchie, dai 50-60 anni in su: producono poco, ma producono nettare. I Clivi faceva parte di VinNatur, poi ha corso da sola. Anche per questo è adatta a chi ama i vini friulani ma li ritiene spesso perfettini, e al tempo stesso non vuole imbattersi in bottiglie troppo “azzardate”. I vigneti sorgono a metà tra Colli Orientali del Friuli e Collio Goriziano, null’altro che una mera distinzione amministrativa. Si parla sempre di flysch, cioè di un terreno fatto di marne e arenarie. Accanto a un Verduzzo secco da scoprire e a una Ribolla Gialla sia ferma che spumantizzata, spiccano le tre varianti di Friulano. Il vitigno, di origine francese (Sauvignonasse) e ormai autoctono, un tempo si poteva chiamare Tocai. I Clivi ne forniscono una impostazione scarica di colore e con alcolicità contenuta. Sono vini che puntano tutto su acidità, eleganza e longevità. Spiccano i due cru, il Galea (più “facile”) e il Brazan: austero e verticale, con note speziate e un finale di liquirizia e quasi petrolio. (Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2015. Undicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Fiano di Avellino Picariello

FullSizeRenderIl Fiano di Avellino è uno dei vitigni bianchi autoctoni più nobili di Italia. Dotato di potenzialità rare, è particolarmente adatto all’invecchiamento. Tra i produttori più ispirati spicca Ciro Picariello. Ha cominciato la sua esperienza vitivinicola nel 2004, aiutato dalla moglie Rita e dai figli Bruno ed Emma. Sette ettari vitati di produzione (5 di Fiano e i restanti 2 a bacca rossa: Aglianico, Piedirosso, Sciascinoso), 4 in conduzione ad Altavilla (coltivati a Greco). Tra le 45mila e le 50mila bottiglie annue. Il Fiano, sia in versione base (Igt Irpinia) che come Docg, è il vanto di Picariello. La sede è a Summonte località Acqua della Festa, i vigneti di proprietà a Summonte e Montefredane, 450-650 metri sul livello del mare. Picariello usa lieviti autoctoni e cura meticolosamente vigne e terreni vulcanici, ricchi di potassio, calcio, quarzo e ferro. Metà produzione resta in Italia e l’altra va all’estero. Del piacevole Fiano Igt (10 euro nelle enoteche con ricarichi giusti) vengono prodotte 10mila bottiglie, del Fiano di Avellino Docg – l’apice aziendale – 22mila. Vinificazione solo in acciaio, niente legno. Il Fiano di Picariello è fresco, fruttato, floreale. Stupisce per la evidente mineralità e per una sapidità ancora più spiccata. L’effetto “salato”, unito a una nota leggermente affumicata, lo rendono ancora più elegante, in grado di reggere – e a volte dominare – qualsiasi abbinamento o quasi. Un bianco semplicemente prodigioso. (Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2015. Nono numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Premio Gusto Divino 2014

Lo scorso 3 agosto, a Castelbuono (Palermo), ho ritirato il Premio Gusto Divino 2014 e sono stato insignito del titolo assai gratificante – e impegnativo – di Ambasciatore del Gusto. Tra i premiati c’erano anche Bruno Gambacorta, Benanti Vini e Francesca Ciancio. E’ stata una splendida giornata e mi piace ringraziare, tra i tanti, Dario Guarcello, Daniele Lucca, Roberto Conoscenti e Daniele Di Vuono, oltre ai ristoranti Palazzaccio e Nangalarruni. Qui trovate il video della premiazione. Ancora grazie: tornerò.

Io adoro Josko Gravner

Non lo ribevevo da un po’, Josko Gravner. L’ho fatto per l’ultimo dell’anno, con una Ribolla 2004. E ieri sera, con il bianco che ha smesso di vinificare: il Breg Anfora, annata 2003.
Ormai è un vino raro, preziosissimo, perché l’ultima annata sarà la 2012 (che uscirà tra sette anni). Anche a febbraio dello scorso anno, quando lo conobbi, Josko mi raccontò che ormai l’unico vitigno su cui avrebbe investito tempo ed energie sarebbe stata la Ribolla Gialla. Condivido, nel mio piccolo. Ma – al tempo stesso – mi spiace che il Breg Bianco Anfora non verrà più fatto. Se non altro, ci attendono ancora sette annate da degustare (dalla 2006 in giù).
Il Breg è (era) un blend. Maggioranza Sauvignon Blanc. Nel 2003, annata calda (14.5% gradi alcolici), la percentuale fu questa: Sauvignon 38, Pinot Grigio 28, Chardonnay 26, 8 Riesling. In rete si trova tra le 50 e le 60 euro.
E’ (era) un vino strepitoso. L’ho (abbiamo) bevuto con un piacere quasi commovente, nelle ciotole Gravner che lui stesso si è fatto creare appositamente. Quel colore aranciato, così invitante. I profumi ricchissimi, oltremodo complessi e invitamti, di frutta e miele, spezie e fiori appassiti, balsamico e tabacco. Il gusto armonico, di una persistenza prodigiosa. Vino personalissimo, con acidità e mineralità salvifiche, e una morbidezza naturale. Se esiste un vino della vita, somiglia a questo.
So bene che i bianchi macerativi di Gravner non siano da tutti i giorni. Non ignoro che molti li reputino estremi. Troppo impegnativi. Io li ritengo la vetta, la cima, l’apoteosi: l’approdo ultimo del buon bevitore. E’ come per la chitarra di Stevie Ray Vaughan, il piano di Keith Jarrett o la cinepresa di Kubrick: quando hai toccato quei vertici espressivi lì, e ti ci sei abituato, non puoi più tornare indietro.
Josko Gravner è uno dei più grandi pionieri del Novecento italiano.

P.S. Due sere dopo ho bevuto il Breg 2004. Uh.

Convivialità

Sabato scorso ho presentato per la prima volta il Decalogo del buon bevitore. A Cavallermaggiore. E’ stata una esperienza divertente, una recensione/intervista la trovate qui.
Molti mi stanno chiedendo di replicarlo. Vi ringrazio, ma al momento ho troppe date di Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade, oltre ad altri progetti. Il Decalogo enoico, al momento, lo rifarò quando mi andrà e ci saranno le condizioni giuste. Voi, comunque, chiedete informazioni sui miei profili pubblici Twitter e Facebook. Ho in mente alcuni accorgimenti e la seconda data sarà – come sempre – superiore alla prima.
Viaggiare molto significa (anche) incontrare tante persone. Il momento più bello, assieme allo spettacolo, è la cena. E la cena è convivialità. E’ sapere stare insieme.
In questi anni dovrei ringraziare tante persone. Troppe (per fortuna). Scelgo, a nome di tutti, Luciana e Dario. Una meravigliosa coppia di amici di Ezio Cerruti, che ci ha ospitati nella loro casa sabato sera dopo il Decalogo. Persone vitali, allegre, che sanno godersi la vita e hanno un concetto laicamente sacro di ospitalità e solidarietà.
Grazie, grazie, grazie. Per il cibo, il vino, i sorrisi.
Essendo questo – soprattutto – un blog enologico, segnalo i vini che abbiamo bevuto. Tutti portati da Cerruti (sant’uomo). Una conferma lo Champagne Deville. Buono ma non indimenticabile il Riesling (in purezza) di Nicoletta Bocca. Discreto il Pinot Nero di Fabrizio Iuli. Alla fine la bottiglia che mi ha convinto di più è l’azzardo (per ora ufficioso) di Cerruti. Un Moscato secco, strepitoso per freschezza e in grado di dissimulare un’alcolicità non proprio contenuta. Fossi in Ezio, lo metterei in commercio. A quell’uomo, ogni bottiglia che fa, viene bene. Si chiama talento.

P.S. Il precedente – e per me doloroso – post è stato il più visitato da quando questo blog è nato. Grazie.

Matassa Blanc 2008

Da non poco tempo Arnaldo Rossi, proprietario della Taverna Pane e Vinodi Cortona, mi consiglia un bianco della zona di Roussillon, sud della Francia. In Italia è importato da Les Caves de Pyrène, molto attenta all’enologia transalpina “diversa” (vedi qui oppure qui). Al ristorante si trova sui 42 euro.
L’ho provato ieri sera.
Settanta percento Grenache Gris, trenta percento Macabeo. Vecchie vigne riconvertite alla biodinamica. Due vignerons neozelandesi. Il luogo esatto è Calce. Denominazione esatta: Vin de Pays des Côtes Catalanes.
E’ un vino di cui colpiscono anzitutto due cose: mineralità e dinamismo. Entrambe straordinarie. Bianco di grande persistenza, che si distende in bocca con progressione invidiabile. Note di spezie e pietra focaia, entrata in bocca fruttata, poi la dirompente sapidità. Persistenza spiccata. Chiusura elegante, di nuovo su pietra focaia e toni speziati.

Il Matassa, che ha molti estimatori tra i naturalisti, non è un vino da tutti i giorni. In termini di bevibilità, ne ho incontrati di migliori. Ammalia al primo bicchiere, entusiasma al secondo, comincia (un po’) a stancare dal terzo. Siamo comunque dalle parti dell’eccellenza. Provatelo.

Le Trame 2004 – Podere Le Boncie

Non ho mai amato particolarmente i vini di Giovanna Morganti. E non certo per partito preso: tutte – e sottolineo tutte – le volte che ho bevuto Le Trame, mi sono imbattuto in sentori inaccettabili (difetti, non “caratteristiche”).
Il suo Podere Le Boncie, oasi salva in mezzo a ettari di Toscana troppo moderna, è stato divinizzato da quasi tutti i vinonaturalisti.
E’ una delle donne “mitiche” del vino, celebrata da Sandro Sangiorgi come da Jonathan Nossiter. Quando provavi a sostenere che sì, la storia dell’azienda era affascinante, ma i vini – per quanto sani – avevano pecche innegabili, i più minimizzavano. Aggiungendo che “Il Sangiovese deve essere così“.
Ma anche no.
Ovvio che la Morganti non abbia mai gradito certe mie recensioni. A volte è pure intervenuta nei commenti di questo blog, mettendo in dubbio (legittimamente, sia chiaro) la mia competenza enologica.
Torno a parlarne perché ieri sera ho bevuto un Chianti Classico – Le Trame 2004.
Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino, qualche settimana fa ha organizzato una degustazione con i vini di Morganti. Hanno ricevuto, tra i presenti. un successone. Io non c’ero. Con garbo e discrezione, Arnaldo – una delle persone più oggettive che conosca nel mondo del vino – mi ha suggerito di riprovarli. “Prima avevano dei difetti, ma credimi, adesso no. Straordinari“.
Così ho bevuto Le Trame 2004, secondo lui l’annata migliore – o più in forma – di quella degustazione.
Il costo della bottiglia è di 27 euro al ristorante, 22 in enoteca, un po’ meno di 20 franco cantina (mi dice Arnaldo). Sangiovese e qualcosa di Foglia Tonda e Canaiolo. Il Chianti vero.
Arnaldo aveva ragione. Nessun difetto, nessuna sbavatura inaccettabile. Un vino ben fatto (benché ovviamente, e fortunatamente, non facilone).
Mi è piaciuto e sono felice di essermi in qualche modo pacificato con questa azienda. Un Chianti di buona sapidità, profumi giusti, freschezza apprezzabile.  Non lunghissimo ma equilibrato, vivo. Discreta beva. Vale il prezzo che ha.
Con me c’erano due amici.  Uno è rimasto convinto, l’altro meno.
C’è poi il piano soggettivo. E sarei disonesto se lo nascondessi. Per quanto mi sia piaciuto, non potrei mai dargli – per giocare coi voti – più di un 6.5.
Credo dipenda da me. Ormai non riesco quasi mai ad appassionarmi ai rossi e, per quanto toscano, non sono mai impazzito granché per i Chianti. Se proprio devo bere un Sangiovese, assai lontano dal podio dei miei vitigni del cuore, continuo a preferire Montevertine. E gli unici rossi che amo davvero sono i Barolo (Rinaldi style) o i Pinot Nero più ispirati.
Proprio ieri, prima de Le Trame 2004, ho bevuto un Vouvray Sec 2007 di Clos Naudin – Philippe Foreau: mi ha emozionato, e coinvolto, molto di più. Che Dio benedica lo Chenin Blanc.
Non posso farci nulla: sono sempre più “spiaggiato” sulla terra dei bianchi, fermi o mossi non importa. Rossi, assai pochi: Langa, Borgogna e poi boh.
Questo però è solo il mio gusto. Il piano soggettivo. Che non inficia il giudizio, positivo, sulle Trame 2004.

Gaber se fosse Gaber

Lo so, col vino non c’entra nulla. Ma ci tengo. Quindi lo scrivo anche qui. Non so se venerdì prossimo avete qualcosa da fare. Se siete liberi, potreste venire a trovarmi a Voghera. Venerdì 25 febbraio, ore 21, Teatro Arlecchino. Andrà in scena, per la prima volta, la lezione-spettacolo Gaber se fosse Gaber. Come lascia intuire il titolo, parlerà del Signor G.
Non sarà uno spettacolo, perché non so né cantare né recitare. Sarà piuttosto una lezione universitaria a teatro. Sul palco, lo stesso che tante volte ha calcato Giorgio, ripercorrerò in due ore il percorso di Gaber e Sandro Luporini.
Lo farò parlando (per sfortuna vostra) e mostrando video di Gaber (per fortuna vostra). Condensare in 120 minuti, anche meno, il corpus in oggetto è impossibile. Infatti sarà una ricognizione parziale. Spero però che sia gradevole, magari pure salvifica, tanto per chi ha visto Giorgio sul palco e chi no.
Canzoni, invettive, monologhi. Dalla fine degli anni Cinquanta al disco postumo di inizio 2003.
Non sarà un evento occasionale. Gaber se fosse Gaber è patrocinato dalla Fondazione Gaber e andrà nei teatri che vorranno ospitarci. Basta chiamarci, darci un teatro.
Perché io? Perché la Fondazione Gaber ha avuto cotanta bontà. Perché ho visto la prima volta Giorgio nel settembre ’91 a Fiesole, ed evidentemente 20 anni dopo c’era da chiudere il cerchio (oppure aprirlo di nuovo). Perché lo conoscevo. Perché mi ha autografato il vinile paterno di Io se fossi Dio, col coltello, nella parte non incisa, ed è uno dei ricordi – vecchio ormai 12 anni – più belli che ho. Perché abbiamo fatto la stessa cosa tre anni fa, alla Festa Nazionale dei Ds a Firenze, e c’erano mille persone.
Perché non lo dimentico. Perché ci manca, sempre, anche se a volte non ce ne rendiamo conto.
Vi aspetto, dunque, venerdì prossimo a Voghera. Ore 21. Teatro Arlecchino. Se poi siete di un’altra città e volete avere la lezione-spettacolo nella vostra città, usate i contatti a fondo pagina.
A venerdì. E grazie.

 Venerdì 25 febbraio 2011, ore 21
Teatro Arlecchino

Via 20 Settembre, 92
27058 Voghera (Pavia)
Telefono: 0383 638124

Per contatti sullo spettacolo:
Fondazione Gaber: 02 2940.4352
email: fondazione@giorgiogaber.it

email: rui@andreascanzi.it