Lo spritz? E’ il cinepanettone degli aperitivi

Schermata 2015-12-08 a 12.36.29E’ lecito dire, con rispetto parlando, che dello spritz non se ne può più? Per carità, ognuno può bere quello che vuole. C’è persino gente che trova divertente Siani, quindi tutto è lecito. Lo spritz non è certo il problema maggiore. E magari a qualcuno piace. Sì, ma quelli a cui piace lo sanno che c’è tanto – praticamente tutto – di meglio? Anzitutto: cos’è lo spritz? La risposta dotta è “un tipico aperitivo originario del Veneto”. La risposta corretta è “la maniera più scaltra con cui i bar smaltiscono le loro scorte di bianco orrendo”. Sì, perché lo spritz è una mescolanza tale per cui alla fine il vino viene ampiamente offuscato dal resto degli ingredienti. Lo spritz – ricorda GialloZafferano – “nasce durante la dominazione austriaca nel lombardo-veneto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Sono infatti i soldati austriaci che hanno diffuso questa bevanda, aggiungendo al vino Veneto, ritenuto da loro troppo forte, del seltz per diluirlo. Il nome spritz deriva dal verbo tedesco “spritzen” che significa appunto spruzzare”. Le proporzioni sono 1/3 vino bianco secco, 1/3 Aperol, 1/3 seltz. Più 6 cubetti di ghiaccio e mezza fetta d’arancia. Molti al posto dell’Aperol mettono il Campari e – ancor più – il Prosecco è spesso preferito al vino bianco. E qui, doppiamente, casca l’asino. Anzi lo spritz. Quale Prosecco? Quasi sempre il peggiore: quello da supermercato, quello da un euro a bottiglia, quello buono e sano come una colica renale. E quale vino bianco? Idem come sopra, tanto il sapore (va be’) verrà dominato da Aperol e seltz. Ne consegue che, fatti salvi rari e meritevoli casi, lo spritz è un accrocchio modaiolo con cui si suole fare (goffamente) Schermata 2015-12-08 a 12.36.38i fighi mentre si beve una mezza schifezza. E per giunta abbastanza cara. Lo spritz ha poi senso se lo si beve a Padova o Treviso, dove è nato e dove lo fanno molto meglio che altrove. Non si capisce invece per quale motivo si debba berlo a Milano, Roma o Catania. Ci saranno senz’altro gli adepti del genere, che lo reputeranno migliore di qualsiasi alternativa. Buono a sapersi. Rispetto massimo. Però fidatevi: c’è di meglio. Certo, a volte lo spritz costa meno di un bicchiere di bianco, ma sempre troppo se si sa – e spesso non si sa – cosa ci sia dentro. Lo spritz è il cinepanettone degli aperitivi. E neanche un cinepanettone passabile: uno di quelli con Enzo Salvi e Biagio Izzo, uno dei più scontati. Piccolo consiglio: emancipatevi da questo “sciroppetto” inutilmente e stancamente frizzante. Convertitevi al gusto del (buon) Metodo Classico, buttatevi nel magico mondo dei (buoni) Gin Tonic. O anche “solo” provate il bianco della zona (non della casa). Sarà sempre – sempre – meglio di qualsiasi spritz. (Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2015)

Premio Galvanina 2015

Schermata 2015-11-17 a 19.56.13Elogio dell’invecchiamento, per quanto ristampato questa estate negli Oscar Mondadori, è ormai lontano otto anni e Il vino degli altri più di cinque. Nel frattempo sono successe tantissime cose equasi tutto è cambiato. Permane però il mio amore per il mondo del vino, come pure di alcuni distillati, e questa pagina viene ancora seguita con passione. Molti, tra voi, mi chiedono un terzo libro sul vino (no) e più aggiornamenti su questa pagina (sarà dura, considerato la vita che faccio, ma ci proverò). C’è davvero tanto affetto, e la cosa non smette di stupirmi. Come mi ha stupito, e al tempo stesso onorato, sapere che quest’anno sarò io il vincitore del Premio Galvanina. Lo ritirerò domenica 22 novembre a Bologna, ore 16, all’interno del Festival della Cucina Italiana.  Di seguito la motivazione e la mia dichiarazione.

Schermata 2015-11-17 a 19.58.38“E’ conosciuto per i graffianti commenti su politica, spettacoli, costume e cronaca italiana, firma di punta de Il Fatto Quotidiano, opinionista su La7. Ma quanti sanno che Andrea Scanzi nutre una profonda passione per la cucina e il vino? Basterebbe guardare la bibliografia di alcune sue pubblicazioni per capire che sa maneggiare con professionalità e competenza anche questa materia. E’ proprio per la sua capacità di saper comunicare argomenti enogastronomici con acutezza e originale senso critico, in un panorama di sostanziale conformismo, che il Festival della Cucina Italiana ha deciso di conferirgli il Premio Nazionale Galvanina nella sezione giornalismo“Accolgo questo premio così importante con un piacere particolare. Ho scritto i miei due libri sul vino, Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, rispettivamente nel 2007 e 2010. Hanno avuto più fortuna di quanto credessi e il primo è stato addirittura ristampato questa estate negli Oscar Mondadori. Sono libri nati due o tre mie vite fa, ero molto diverso e lo era anche la comunicazione del vino. Spero però che siano invecchiati bene: non dico come il Pinot Nero della vita, ma almeno come un buon Barolo sì. Scrivo ancora di vino, soprattutto in Rete, e vado – eccome – ancora in cerca di cantine ricche di storia. Un tempo era lo sport a nascondere parabole sature di epica e dunque perfette per venire eternate in un libro: penso ai Garrincha, ai Senna, ai McEnroe. Oggi, se hai voglia di scovarla, l’epica la trovi dove sono in pochi a cercarla: per esempio nelle storie di piccoli artigiani del vino che, contro tutto e tutti, hanno prima salvato patrimoni culturali e poi regalato miracoli enologici. Il mondo del vino, qua e là, mantiene una salvezza – e una bellezza – che quasi commuovono. Per me scrivere di vino era e resta divertimento. E’ un gioco, una giostra, una passione. Una boccata d’ossigeno. E un gran bel vivere. Grazie, di cuore”.

Il mondo del gin

gin londonMi ha sempre dato fastidio non conoscere bene le cose. Se mi piaceva una canzone di un artista, dovevo conoscere tutta la sua discografia (e prima di Internet non era facile). Se chiedevo un vino al ristorante, non mi piaceva affidarmi docilmente al ristoratore (e infatti sono diventato sommelier). E adesso che magari chiedo un gin tonic, detesto non sapere cosa ci sia dentro. Che gin? Quale acqua tonica,? In che percentuali? Così, dopo i single malt scozzesi (Islay soprattutto) e i whiskey americani (bourbon e non solo), sto ora studiando con attenzione i gin.
E’ un mondo molto affascinante e sottovalutato. Il gin, come noto, (cito Wikipedia) “è un distillato forte, chiaro, tipicamente incolore prodotto dalla distillazione di un fermentato ottenuto da frumento e orzo in cui viene messa a macerare una miscela di erbe, spezie, piante e radici: i botanicals. Tra queste sono presenti bacche di ginepro che caratterizzano il profumo e il gusto. Il nome del distillato deriva dal nome delle piante di ginepro che producono le bacche“. E’ nato nei Paesi Bassi verso la metà del Seicento, inizialmente come cura (teorica) per le febbri di cui soffrivano i soldati olandesi nelle Indie Orientali. Anche il gin tonic ha avuto una genesi simile; la stessa acqua tonica (a base di chinino) doveva servire per curare la febbre. Non a caso l’acqua tonica più nota – e probabilmente più buona – del mondo, nata nel 2004, si chiama proprio “Fever Tree” (è inglese e in Italia è importata da Velier). Dopo i Paesi Bassi il gin invase l’Inghilterra, che lo celebrò e fece suo anche come risposta al cognac degli odiati (da loro) francesi.
Il gin è fondamentale nei cocktail ma non si beve quasi mai puro. Il cocktail più noto, e diffuso, è il gin tonic. Ognuno ha la sua ricetta e anch’io – mi sto specializzando – ho la mia. Se si beve come aperitivo meglio diminuire la dose di gin e farlo più leggero, dopo cena vale il contrario. Si parla di un 6/10 di acqua tonica e 4/10 gin, più una fetta di limone e ghiaccio. Io preferisco stare 1/3 gin e 2/3 acqua tonica, scendendo a 1/4 (ma pure 1/5) gin e 3/4 (0 4/5) acqua tonica come aperitivo. Sul limone ci sono varie teorie: chi mette solo la fettina, chi un po’ di succo di limone e la fettina, chi solo il succo, chi direttamente un’acqua tonica già limonata. Il succo di limone rende più torbido il succo, quindi capisco chi metta solo la fettina e l’acqua tonica già limonata. Io metto una fettina di lime, lo spremo in buona parte sul bicchiere vuoto e poi strofino la fettina sul bordo e sul fondo. Quindi lascio la fettina come guarnizione. Si suole mettere anche una fettina di cetriolo (lo consiglia la Hendrick’s), oppure bacche di ginepro e – più raramente – qualche piccola scorza di zenzero (ginger). Alcune ricette consigliano di aggiungere al tutto una o due gocce di angostura bitter, un amaro concentratissimo – per questo ne va usato poco – ottenuto dall’infusione di galipea cusparia (pianta medicinale anche nota come angostura trifoliata), chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, essenza di arance amare e china. Si trova in boccettine da 0.10 e 0.20, si usa soprattutto nel Manhattan Cocktail e deve il nome a una cittadina venezuelana dove era di stanza il dottore – al soldo di Simon Bolivar – che, pure lui, cercava una cura per i soldati ammalati di febbre e problemi intestinali. L’angostura, di cui esistono non poche varianti artigianali, sta bene anche nel gin tonic. Io ne consiglio due gocce alla fine, proprio come ultima cosa prima di girare e bere.
I due ingredienti principali, ovviamente, sono gin e acqua tonica. Non esageriamo coi sofismi: potete usare tranquillamente Schweppes, Recoaro, Tomarchio e al limite la Kinley (oddio, la Kinley forse no). Otterrette ottimi risultati. E’ però innegabile che la Fever Tree (più o meno 1 euro e 5 centesimi in rete, bottiglia da 0.20) garantisca un risultato difficilmente superabile. Troverete molte versioni, io consiglio la Fever Tree classica e la “Indian” (ma pure la Lemon). Di pregio, e tanto, anche l’acqua tonica Erasmus. Ovviamente va benissimo anche Lurisia. Nel gin tonic, che è meglio servire in un bicchiere balloon da vino – meno tradizionale ma più scenografico – si parte con la fettina di lime (o limone) e ghiaccio nel bicchiere. Limone o lime, oltretutto, permettono di legare meglio gli ingredienti, quindi è indicato metterli proprio all’inizio. Poi si aggiunge il gin (anche se qualcuno lo mette come prima cosa) e altre eventuali decorazioni tipo il cetriolo (se non si è messo lime o limone). Il gin comincerà subito a sciogliere il ghiaccio. Non male – come guarnizione – anche la scorza d’arancia, ma solo se il gin è particolarmente speziato. Infine l’acqua tonica, che può essere servita a parte nella boccetta da 0.20 (così uno la dosa come vuole) oppure direttamente nel bicchiere.
Resta, ovviamente, il gin. Quale scegliere? E’ un mondo sterminato, con bottiglie anzitutto inglesi e olandesi, ma pure tedesche, scozzesi, americane, dalla Groenlandia e ovviamente italiane. Si va dalle 15 euro alle 50. In casa ne ho una decina, ma ve ne consiglierò qui qualcuno in più (una trentina o giù di lì).
botanist-gin-1433-pOccitan Dry Bordiga. Lo cito subito perché è stato il primo che ho comprato. Buon entry level, bel rapporto qualità/prezzo (15 euro). Azienda storica di Cuneo, attiva dal 1888 e celebre anzitutto per il Genepy. L’Occitan Dry è il base. Ci sono poi tre Gin di livello superiore: Dry, Rosa e Smoke. Curioso l’ultimo, un po’ affumicato.
Marton’s. Un gin artigianale trevigiano, frutto della cocciutaggine e della visionarietà di Roby Marton, che ha puntato su un distillato eretico da quelle parti.
Vallombrosa. I frati di Vallombrosa, diocesi in provincia di Arezzo, fanno da sempre un gin di pregio. Ad Arezzo, la mia provincia, si trovava a prezzi accessibili nelle migliori enoteche. Tre anni fa alcuni turisti inglesi se ne sono innamorati e lì è partito il passaparola. Risultato: oggi tutto il Vallombrosa Gin lo distribuisce Velier, a prezzi ovviamente più alti, e gli inglesi hanno pure acquistato un po’ di quel ginepro particolarissimo – zona Sansepolcro – creando un gin monovarietale chiamato proprio “Arezzo”. Meritoriamente, nonostante le proposte economiche vantaggiose, i frati non hanno accettato di aumentare la produzione: avrebbe significato peggiorare il prodotto.
Caorunn. Gin scozzese, produzione limitata, ottenuto dall’infuso di cinque vegetali “della tradizione celtica”. E’ fatto dalla Balmenach Distillery, nel cuore delle Highlands scozzesei.
The Botanist. Ancora Scozia, stavolta Islay (infatti è un Islay Dry Gin). L’isola della torba. Qui la distilleria Bruichladdich produce questo gin, in Rete attorno ai 35 euro. E’ tra i miei preferiti.
Tanqueray No.10. Uno dei gin più celebri, si caratterizza per profondità e freschezza. Il No. 10 si distingue per le note di pompelmo, arancia e lime, oltre al solito ginepro e alla camomilla.
Hayman’s 1850 Reserve. La Hayman’s è una delle distillerie più importanti e antiche d’Inghilterra. Con lei si va sul sicuro. Il 1850 Reserve riproduce il gusto che aveva il gin quando nel XIXo secolo invecchiava in botti esauste di whisky. Una stranezza, perché il gin non deve invecchiare, ma al tempo si spillava dalle botti e capitava che sostasse “involontariamente” più del dovuto nella botte, finendo con l’acquisire un sapore particolare.
Old Tom Gin. La Hayman’s detiene anche gli storici Old Tom Gin, ancor più caratterizzati dalle note dei botanicals rispetto a qualsiasi altro gin precedente e successivo. Erano molto in voga nel XIX secolo. Spesso nella etichetta è raffigurato un gatto nero (Black Cat). Sono edizioni limitate e dal gusto “estremo”.
Hendrick’s. Forse il più usato e richiesto al momento in Italia, almeno tra i gin di livello. E’ scozzese e si caratterizza per il gran corpo, per la morbidezza e per gli 11 elementi – fiori, radici, semi, frutti – che ne costituiscono i botanicals. Decisive le essenze di cetriolo tedesco e l’olio di petali di rose della Bulgaria. Unisce due gin distillati separatamente con due metodi radicalmente diversi e dal sapore assai differente. Ha successo perché è davvero buono e perché è meno “difficile” di altri. Se volete andare sul sicuro, quando chiedete un cocktail scegliete lui.

hendrick'sBeefater 24. Uno dei più autentici London Dry Gin, perfetto per capire cosa intendono gli inglesi per gin. Distillato in alambicco a temperatura moderata, ingredienti di primo scelta (ginepro, radici di angelica, semi di coriandolo, anice stellato, agrumi).
Greenall’s Bloom. Molto morbido. Un gin “romantico” e dal gusto femminile, con note di arancia e miele.
Blackfriars Sainsbury. Altro London Dry Gin che difficilmente delude. Pluripremiato.
Monkey 47. Gin tedesco, per l’esattezza Schwarzwald Dry Gin. Prodotto nella Foresta Nera dalla Black Forest Distillers GmbH. Affascinante per la storia e per la zona di provenienza, per quel che vale lo adoro. Costo in Rete sui 35 euro.
Martin Miller’s. Nato dall’intento (appena ambizioso) di tre inglesi che, a Notting Hill, si sono uniti per ottenere il gin più buono del mondo. Alla consueta nota di ginepro si unisce una sfumatura di limone.
William Chase. Secondo il portale Myluxuy.it è il miglior gin del mondo. Inghilterra, Distilleria Chase nello Herefordshire. Doppia distillazione in alambicchi di rame. Note di agrumi, mele e caramello. Tra gli ingredienti principali: ginepro, buccia d’arancia, scorza di limone, mela verde, liquirizia, coriandolo, angelica, luppolo, fiore i sambuco e radice di giglio.
Bobby’s Schiedam Dry Gin. Il gin è nato in Olanda e questo, appunto, è un gin dei Paesi Bassi. Spezie dell’Indonesia, note limonate con ginepro, rosa canina, agrumi e spezie esotiche (tra cui il pepe di Giava).
Filliers Dry Gin 28. Viene dal Belgio. Il “28” si riferisce al numero dei botanicals presenti. Fatto a mano, 100mila bottiglie l’anno da mezzo litro.
Elephant Gin. Nato da poco, l’intento è quello di “catturare lo spirito dell’Africa”. L’etichetta ricorda un francobollo, tra i bothanicals ci sono l’assenzio africano, il baobab e la pianta di Buchu (tipo menta).
Darnley’s View. Altro London Dry Gin con cui non si sbaglia, attorno ai 40 euro in Rete. Distilleria Wemyss. Il nome è legato al primo incontro tra Maria Stuarda e il futuro marito Lord Danley, proprio nel castello di Wemyss.
Bunch Botanical. London Dry Gin tradizionale, in edizione limitata.
isjfordThe London No. 1. Lo riconoscerete per il caratteristico colore azzurro. E’ prodotto con un processo di tripla distillazione. Nell’ultimo passaggio vengono aggiunti 12 botanicals e solo in seguito avviene l’infusione con il fiore di gardenia, che gli dona il colore acquamarina luminoso (unico o quasi). In rete attorno ai 40-45 euro. Celebre anche il No. 3, dal caratteristico colore verde, ritenuto perfetto per il Martini Dry.
Langley’s No. 8. Definito “il gin più inglese tra i gin inglesi”, qualsiasi cosa voglia dire.
Bulldog. London Dry Gin che in Rete si trova sotto i 30 euro. Segnatevelo, perché la distilleria che lo produce opera da più di 250 anni e dunque il know how ce l’ha. Il sapore arriva da un mix di ingredienti che gli conferiscono caratteristiche assai specifiche: ginepro e iris dalla Toscana, coriandolo dal Marocco, limoni dalla Spagna, lavanda dalla Francia e l’eccentricità del Dragon Eye, un frutto di origine cinese simile al lichi, utilizzato nell’antichità come stimolante. Ci sono anche le foglie di loto, provenienti dalla Cina.
Gin Mare. Un gin mediterraneo aromatizzato con quattro “botanici” principali: basilico dall’Italia, timo dalla Grecia, rosmarino dalla Turchia, agrumi dalla Spagna e l’oliva Arbequina – cultivar tipica della Catalonia.
Bluecoat. Un Dry Gin americano. Botanicals segreti, alambicco in rame. Il nome è legato alle uniforme durante la Rivoluzione Americana.
Aviation. Dry gin americano, nato nell’estate del 2005 a Seattle. Il barista Ryan Magarian ricevette una infusione botanica estiva da un amico di Portland. Trovandola diversa da qualsiasi cosa avesse mai assaggiato in vita sua, si mise a cercare il produttore. Era la House Spirits Distillery. D’accordo col barista, la House Spirits creò uno stile di gin regionale quantomeno inusuale. E nel giugno del 2006, dopo una trentina di tentativi, è nato l’Aviation Gin.
Barrel Reserve. Altro gin americano, affinato nelle botti. Questo particolare tipo di invecchiamento, unito alla scelta dei botanicals, conferisce al gin un colore caramellato e una nota dolce inusuale (ma tipica del concetto americano di distillati).
Isfjord Premium. Un gin della Groenlandia. Forse al momento il mio preferito. Non costa poco, 40 euro in Rete o più, ma ha una storia davvero molto affascinante. Riporto dalla descrizione: “
Per oltre 180.000 anni, l’acqua utilizzata ad Isfjord è stata congelata ed è rimasta conservata sotto forma di ghiaccio nella calotta glaciale della Groenlandia. Con il passare dei secoli, Madre Natura ha rotto il ghiaccio in banchi fluttuanti, da cui milioni di iceberg naturali si sono dispersi nella regione Icefiord di Ilulissat. In questa zona unica, il ghiaccio è a portata degli abitanti locali che lo sciolgono per ottenere l’acqua naturale più pura. L’acqua viene poi utilizzata per la produzione del miglior gin, distillato 5 volte con i migliori elementi botanici e il frumento biondo“. La gradazione è di 44 gradi (il gin oscilla tra i 40 e i 47 gradi) ed è uno dei pochi gin che si può bere anche da solo.
Potrei citarne ancora tanti, ma per ora mi fermo qui. Stampatevi questo post e compulsatelo quando siete al bar e vi va un gin tonic, ma non vi va che siano gli altri a scegliere per voi. Siate competenti, siate esigenti (cit).

Elogio dell’invecchiamento è tornato

Schermata 10-2457326 alle 12.55.29Elogio dell’invecchiamento è stato, ed è tuttora, il mio libro più fortunato. Non perché sia quello che ha venduto di più: è andato molto bene, certo, ma numericamente non quanto Non è tempo per noi e il mio primo romanzo La mia vita è un ballo fuori tempo. E’ stato però quello che ha unito tutti e non ha diviso i commenti. E’ la forza del vino, argomento meno divisivo della politica e dello sport (per quanto anche lì le fazioni si sprecano). E poi era il 2007, ero molto meno noto e dunque non era scattata la corsa comprensibile a stroncare “quello che ce l’aveva fatta”. Invidia e rosicamenti non erano ancora ai massimi livelli.
Elogio dell’invecchiamento, probabilmente, aveva poi la fortuna di unire toni divulgativi e al tempo stesso cazzari. In tanti lo usano ancora come bignami per l’esame da sommelier AIS e in tanti mi ringraziano ancora per avergli fatto scoprire il mirabile Flavio Roddolo (e non solo lui). C’è anche chi mi chiede se ci sarà un terzo volume sul vino. Me lo ha chiesto anche Mondadori, ma quel tempo è al momento passato. Dopo Elogio e Il vino degli altri non avverto l’urgenza di chiudere una trilogia che appunto non esiste.
Sono però felice che, a Elogio, tanti vogliano ancora bene. Per molti resta il mio libro migliore: non sono né d’accordo né in disaccordo. Rispetto semplicemente questo parere. Torno a parlarne perché, per anni, il libro era diventato introvabile se non come ebook. Alla fine Mondadori ha deciso di ristamparlo per sempre. A giugno è uscito come versione Oscar Mondadori: una grande soddisfazione. Lo trovate, e troverete, in ogni libreria “reale” e online. Esiste anche come ebook. L’ho lasciato com’era, non aveva senso aggiornarlo, ma troverete una nuova prefazione scritta a ridosso dell’uscita poco prima di abbandonare la mia casa di Cortona.
E’ stata una bella esperienza scriverlo e mi ha fatto piacere riprenderlo in mano e consegnarlo a un catalogo così importante e prestigioso. Sarò felice se tratterete bene anche questa versione Oscar, che consiglio tanto a chi aveva la prima versione quanto a chi non l’ha ancora letto (credo sia un ottimo entry level per avvicinarsi al mondo del vino). In ogni caso: grazie.

Il magico mondo dei torbati

ardbeg Questo articolo comincerà con uno sfogo salutare rivolto agli espertoni secondo cui “il vero whisky è senza torba”: ci avete rotto le palle. La torba è meravigliosa: vamos.
Esaurita questa promessa doverosa, e ringraziato una volta di più questo articolo di Suconlavite, vi segnalo i torbati più meritevoli. Provengono tutti – ovviamente – dall’isola scozzese di Islay. Fa parte delle Ebridi Interne: se guardate nella cartina la Scozia, sono le prime che trovate in basso a sinistra. Larga 40 chilometri e lunga 25, più che un’isola, Islay è una distilleria galleggiante. Le distillerie sono otto (dal 2006) e da sole producono ogni anno 25 milioni di bottiglie. Lo stile dei whisky di Islay non c’entra nulla con quello dei single malt di Highland (la zona più ampia, uno dei più noti è l’Oban), Island (Talisker, Isle of Jura), Speyside (Macallan, Glenlivet, Glenfiddich), Lowlands (Glenkinchie) e Campbeltown (dove, una volta, si faceva uso eccome di torba. E qualcuno sta ricominciando. Si pensi al notevole Longrow). I whisky di Islay hanno sentori di alga e iodio, per via della vicinanza delle distillerie al mare. E poi c’è quel sentore affumicato. Tutti, ad Islay, affumicano – chi più e chi meno – chicchi di malto d’orzo bruciando la torba. L’isola ne è ricca. La torba è un composto di resti vegetali, di fatto il primo stadio del carbone.
Ognuno ha i suoi gusti: c’è chi ama la torba accentuata, chi quella appena accennata. Nel mercato esistono decine di bottiglie particolari, figlie del gusto e della sensibilità dei selezionatori (Samaroli, Wilson & Morgan). Farò qui giusto un rapido accenno alle distillerie torbate (di Islay) da provare.
I più torbati.
port ellen
Lagavulin. Molti, come me, lo hanno scoperto leggendo Jean-Claude Izzo e il suo Fabio Montale. Di solito è l’entry level dei torbati, anche attraverso la bottiglia “base” che si trova al supermercato. Poi la si abbandona, cercando whisky più eleganti. Ma resta sempre un bel bere.
Caol Ila. E’ ritenuto da molti il più elegante tra i whisly “molto torbati”. Una sorta di sontuosa via di mezzo tra il troppo e il poco. Ottimo, ma non sono mai riuscito a metterlo al primo e neanche al secondo posto.
Laphroaig. Torbatissimo. O lo ami o lo detesti. La versione “base”, che si trova in ogni bar e supermercato, francamente non fa impazzire, ma salendo di livello – e avendo voglia di cercare – si trovano meraviglie. Durante il Proibizionismo era l’unico whisky non vietato, perché – per via della molta torba – i produttori potevano farlo passare come alcol medicinale.
Ardbeg. Forse il più torbato di tutti. Persino più di Lagavulin e Laphroaig. Ha sofferto varie vicissitudini finanziarie. Fondata nel 1815 e ciclicamente in crisi, nel 1997 è stata acquistata dalla Glenmorangie. Ne esistono vari tipi, come lo Uigeadail, invecchiato nelle botti di Sherry, e il Corryvreckan. Chi ama la torba non può non amarlo, anche se i puristi lo ritengono ormai troppo “commerciale” e un po’ imbastardito rispetto agli inizi.
Ileach. Bottiglia misteriosa, che ogni tanto incontrerete in qualche ristorante. Non è un blended malt: è proprio un Single Malt Peated di Islay. Solo che la distilleria non è dichiarata. Per forza: non esiste. O meglio, esiste, solo che non ci vogliono dire quale sia. Per un po’ si è pensato che l’Ileach Single Malt fosse un Lagavulin giovane (5 anni). Adesso che il Lagavulin non ha più botti da dare agli altri, il dubbio si ripropone: chi c’è dietro l’Ileach? Forse giovani partite di Laphroaig, forse di Caol Ila. In ogni caso, è un bel bere. (Un altro Single Malt misterioso di Islay è lo Smokehead. Anche questo non è un blended malt, ma proprio un Single Malt. E’ ritenuto una sorta di cugino minore del Lagavulin. Mai provato, ma ha buone recensioni e non costa un mutuo. Idem per il Peat’s Beast).
ileachPort Ellen. Distilleria mirabile, però con un grande difetto: è fallita e ha chiuso nel 1983. Fino a pochi anni fa si trovavano ancora tante bottiglie, considerata la grande quantità di merce da smaltire, ma sta diventando sempre più raro. Se non altro, la sua Malthouse continua a fornire malto alle altre distillerie locali. Insieme a certe tipologie Ardbeg, e forse anche di più, il Port Ellen è uno dei Single Malt di Islay che meglio si presta all’invecchiamento. Uno spettacolo.
I medio torbati.
Bowmore. Nata nel 1779, è la più antica distilleria di Islay. Oggi è anche una delle più moderne e turistiche. Mi è sempre sembrata né carne né pesce ed è forse – all’interno dell’isola – quella che sento meno vicina alle mie corde.
Kilchoman. L’ultima nata (2005) e la più artigianale. L’unica, ad Islay, a fare tutto da sola, dalla coltivazione dell’orzo all’imbottigliamento. Mai troppo torbata e sempre elegante, per quanto giovane mostra già potenzialità invidiabili.
I poco torbati.
Bruichladdich. Nata a fine 800, chiusa e riaperta nel 2001 da un gruppo di appassionati. Dal 2012 appartiene alla multinazionale Rémy Cointreau. Qualche bottiglia – ne esistono tante, e molto diverse tra loro – saprà stupirvi non poco. Il whisky più torbato dell’azienda si chiama Octomore (grazie ad Andrea Ferrari di Whiskynews.it per la dritta). La Bruichladdich produce anche un gin (The Botanist).
Bunnahabhain. Impronunciabile e ritenuta la meno rappresentativa dello stile di Islay. I suoi whisky sono i meno torbati dell’isola. Ogni tanto però escono delle bottiglie particolari, per esempio la Wilson & Morgan Heavy Peat 1997. Una sorta di “scarto” dell’azienda, che la reputava troppo torbata (appunto: heavy peat) per i suoi canoni. Ecco: ad averne di scarti così.
smokeyBlended Malt Scotch Whisky.
Big Peat. I “blended malt scotch whisky” sono i vecchi “vatted”, parola che non si può più usare. Non sono Single Malt e dunque non provengono da una singola distiilleria. Si tratta di assemblaggi di diversi whisky messi insieme per produrre un gusto particolare. Attenzione a confonderli con i “blended whisky”, che mettono nel calderone anche i dozzinali “Whisky Grain” (vietati nei “blended malt”). Si parla bene del Peat Monster, ma non l’ho provato. Il Big Peat, allo stato attuale, è senz’altro uno dei più ispirati. Fatto con un assemblaggio di Ardbeg, Bowmore, Caol Ila e Port Ellen, è senz’altro torbato ma senza minare l’eleganza e la complessità del prodotto.
Smokey Joe. Molto più torbato del Big Peat. Una sorta di parossismo di torba concentrata, quindi non adatto a tutti. E’ davvero come sorseggiare il mare affumicato.
Buone bevute.

13 bourbon da provare

IMG_2526Non so quando è successo, credo in buona parte per colpa della serie Justified che ho consumato avidamente, ma d’un tratto mi sono scoperto appassionato (che non vuol dire esperto) di bourbon whiskey. Ovviamente continuo a bere anche whisky, quasi sempre scozzese e quasi sempre di Islay (sì, amo la torba). Il bourbon, però, mi affascina sempre più.
In materia c’è molta ignoranza. Il bourbon, essendo fatto a maggioranza mais (almeno 51%) e dovendo invecchiare in botti di rovere nuove e bruciate internamente, è fatalmente più “dolce” e caramellato del whisky scozzese. Se poi troverete un whiskey a maggioranza mais (corn whiskey, mais almeno 80%), sarà ancora più dolce. Per chi ama i Bourbon più rustici l’approdo naturale è il rye, ovvero a maggioranza segale (51%), che era peraltro il whiskey sgraziato del west. Solitamente un bourbon classico è fatto attorno al 70 percento da mais e il resto è costituito da segale (e/o grano) e orzo maltato. Il nome – anche se l’origine è controversa – viene da Bourbon County, facente parte dal 1792 dello Stato del Kentucky. Ancora oggi la capitale di Bourbon County è Parigi. I riferimenti alla dinastia borbonica e alla Francia furono un ringraziamento a Re Luigi XVI per il supporto durante la rivoluzione americana.
IMG_2528I bourbon sono un regalo degli emigranti irlandesi e scozzesi, che conoscevano il whisky. Non trovando l’orzo, o trovandolo poco, sfruttarono i cereali più diffusi in quelle nuove terre: mais e segale. Il bourbon ha un minimo di invecchiamento di due anni (Straight Bourbon). Sotto i 4 anni si deve dichiarare obbligatoriamente dell’invecchiamento, sopra i 4 anni è facoltativo. Il distillato è inizialmente incolore, acquisendo poi il giallo dorato – anno dopo anno – grazie principalmente al contatto col legno nuovo. Invecchia meno degli scotch perché l’escursione termica stagionale è decisamente maggiore e perché il legno nuovo e tostato velocizza (pure troppo) i tempi, ma in giro si possono trovare dei bourbon molto vecchi e in gran forma. Il mondo dei bourbon è molto affascinante e va al di là della realtà del Kentucky, che resta comunque capitale e riferimento. Il bourbon si può fare in tutti gli Stati Uniti. Nel Kentucky il cereale dominante è il mais, in Pennsylvania diventa la segale. Domenica scorsa sono stato al Whisky Day alla Villa Reale di Monza e ho focalizzato l’attenzione proprio sui bourbon whiskey (sì, in questo caso va aggiunta la “e”). Di seguito, senza tanti tecnicismi, vi segnalerò tredici bourbon (anzi qualcuno in più). Stanno tutti, più o meno, in una fascia economica tra le 20 e le 45 euro (il bourbon, lasciando stare bottiglie mitiche tipo il Pappy Van Winkle, è meno caro dei Single Malt). Sarò felice se, tra i commenti, vorrete anche voi segnalare bourbon meritevoli.
Maker’s Mark. Abbastanza facile da trovare, resta uno degli entry level più indicati per scoprire la tipologia. Pulito e un po’ ammiccante, difficile che non piaccia.
Knob Creek. Idem come sopra. E’ stato uno dei primi che ho scoperto. Al tempo mi piaceva molto, adesso un po’ meno. Immagino dipenda dal fatto che, nel frattempo, ho scoperto altro. Esiste anche l’etichetta nera: è un Rye, che però non mi ha fatto impazzire. Lo Knob Creek è uno dei 4 small batches della Jim Beam. Dei quattro lo Knob Creek è il più economico assieme al Basil Hayden’s. Si sale – di qualità ma anche di prezzo – con il Baker’s (mentolato, dritto e sorprendentemente elegante) e il Booker’s. Quindi: partite con lo Knob Creek e poi volate con Booker’s e Baker’s.
Jim Beam. Appunto. Il più noto è l’etichetta bianca, sin troppo facile e “base”. Lo si trova praticamente ovunque. Già col 12 anni Selected si sale e tanto. Come quasi sempre capita per le grandi distribuzioni, se non ci si ferma alle etichette più commerciali si trovano delle meraviglie (vedi anche punto precedente sui 4 small batches).
Jack Daniel’s. Vale lo stesso discorso del Jim Bean: più sei disposto a salire col prezzo e più cresce la qualità. Senza arrivare al Sinatra, consiglio il Single Barrel e il pulitissimo (e meno caro) Gentleman Jack. Tenete comunque conto che il Jack Daniel’s sarà sempre più “dolcino” degli altri. Viene fatto nel Tennessee ed è sottoposto al charcoal mellowing. E’ la caratteristica che differenzia i Bourbon whiskey dai Tennessee whiskey. Questi ultimi vengono sottoposti a una filtrazione goccia a goccia attraverso tre metri di carboni attivi di acero. Ne risulterà un distillato ancora più “bianco”, ma soprattutto ancora più morbido e rotondo. Per la cronaca, il fondatore della Jack Daniel’s – Jasper Newton “Jack” Daniel – morì nel 1911 a furia di prendere a calci la cassaforte. Si era dimenticato la combinazione e, dalla rabbia, si ruppe un dito. Il piede non fu curato, andò in cancrena e lui morì. E’ vero che l’etichetta nera è un tributo alla sua morte e ne sancisce il lutto inconsolabile, mentre la storia della cassaforte e del piede in cancrena è probabilmente una sciocchezza tramandata nel tempo.
Wild Turkey. Altra etichetta che si trova in molti pub. Il base è l’81 Proof. “Proof” è la gradazione americana ed equivale al doppio della gradazione italiana, quindi un 81 Proof è un 40.5 gradi alcolici europei. Più appagante il 101 Proof, adatto anche ai cocktail. Tra quelli più facilmente reperibili, il top è il Rare Breed. Da poco è arrivato in Europa anche il riuscito Rye (potete usarlo anche nel Manhattan, la cui ricetta prevede appunto il Rye Whiskey).
IMG_2529Benchmark. Marchio storico di proprietà Sazerac, la stessa dell’Eagle Rare e del Buffalo Trace (buon rapporto qualità/prezzo). E’ distribuito in Italia da Velier, come pure lo Hudson Whiskey che però – al di là della bottiglia molto fighetta – mi convince poco. Tra tutti segnalo il Benchmark 8 Brand Kentucky Straight Bourbon Whiskey.
Michter’s. Pregevole distilleria a Louisville, Kentucky. Più artigianale e dunque meno facilmente reperibile. Distribuita da Velier e non economica. Il nome Michter’s (o Bomberger‘s, e prim’ancora Shenk’s) è storico come l’Old Fitzgerald, anche se in realtà i produttori nuovi non c’entrano nulla e pure la sede storica è stata spostata dalla Pennsylvania al Kentucky. I due alambicchi originale usati dalla storica Michter’s, i Copper Pot Still, sono stati ritrovati quasi per caso 25 anni fa in un granaio nel Kentucky e ora vengono usati da una piccola distilleria nell’Ohio celebre anche per il distillato di sidro di mele Applejack (Tom Foolery). Fallita nel 1989 dopo essere nata nel 1753, l’attuale Mitcher’s è ripartita nel 1990 con nuovi produttori. Si tratta comunque di un prodotto di pregio. Segnalo in particolare il Michter’s US*1 Sour Mash, che deve il nome a uno specifico processo di fermentazione del bourbon (“sour mash”, letteralmente “miscela acida”: sta al bourbon come il lievito madre alla panificazione). Il sour mash non è obbligatorio nei bourbon, che possono seguire il procedimento di fermentazione “canonico” (lo stesso degli Scotch). Il sour mash ha due pregi: permette il controllo del Ph e in via (non troppo) teorica garantisce profumi più eleganti. Solitamente, ancor più dal 2005, i bourbon più nobili seguono il processo sour mash per la fermenteazione, mentre la distillazione è a ciclo continuo con alambicco a colonna.
Dad’s Hat. Distillato in Pennsylvania e distribuito in Italia da Velier. Il Rye (etichetta nera) è riuscito.
High West. Distilleria nello Utah, a 7mila piedi d’altezza. E’ una delle migliori distillerie di small batch whiskey  ed è l’unica a essere raggiungibile anche sciando. Il Double Rye! (sì, col punto esclamativo) è reputato uno dei migliori segale americani. In Italia è distribuito da Ghilardi. Da provare, ma qui il prezzo sale (dai 60-70 euro). I Rye vengono usato in Italia principalmente nei cocktail, ma è un utilizzo semplicistico e spesso sminuente. Segnalo anche il Campfire, azzardato blend tra bourbon, rye whiskey e single malt di Islay (quindi torbato).
IMG_2542Roughstock (Montana Whiskey). Meravigliosa distilleria nel Montana. I continui sbalzi di pressione della regione permettono di affinare al meglio i whiskey, che non vengono poi filtrati a freddo. Lo Spring Wheat (grano almeno 51%, tipo le Weiss nella birra) è una chicca e non è l’unica. Distribuito da Ghilardi, arduo da reperire. Da provare e riprovare, ma anche qui il prezzo sale (dai 60-70 euro in su).
McCormick. Distilleria nel Missouri celebre per il corn whiskey (solo mais) Platte Valley, caratterizzato da una splendida bottiglia di ceramica. Morbido, molto morbido.
Blanton. Qui torniamo nel Kentucky. E’ stata la prima a introdurre il Single Barrel, ovvero whiskey proveniente da una sola botte. La bottiglia ha la forma di un diamante e il contenuto non è meno prezioso.
Woodford Reserve. E’ la più piccola distilleria del Kentucky e produce uno dei più grandi bourbon whiskey del mondo. E’ stata acquistata dalla Brown-Forman, la stessa del Jack Daniel’s, ma l’approccio artigianale è rimasto più o meno lo stesso.
Buone bevute.

Il novello? Se ne può fare a meno

novelloCi sono cose che fatichi a spiegare. Non te ne capaciti, non sai fartene una ragione. Perché Gasparri è vicepresidente del Senato? Perché Galliani è ancora amministratore delegato del Milan? E poi: a chi piace il vino novello? Perché, a novembre, ci si sente in colpa se non si ama quel vino rosso porpora strampalato e spesso deludente? Il novello è una brutta tassa alcolica che tocca scontare d’autunno, con la scusa che “sta bene con le castagne”. Che è anche vero, ma ci sono tante altre tipologie che ben si adattano a castagne e castagnaccio: per esempio un buon vino dolce. O magari il vino nuovo, cioè appena fatto e quindi giovanissimo, che non è il novello. Già, ma cos’è il vino novello? “La qualificazione di “novello”, regolamentata da un decreto del 1992, può essere attribuita solo a vini I.G.T. e V.Q.P.R.D. bianchi o rossi leggeri, prodotti con la tecnica della macerazione carbonica per essere imbottigliati e immessi sul mercato immediatamente dopo la vendemmia (inizio di novembre) e comunque entro il 31 dicembre dello stesso anno. Si tratta di vini dal sapore fruttato e fresco, con titolo alcolometrico totale minimo di almeno 11° e residuo zuccherino non superiore a 10 g/l”. Le parole chiave sono “macerazione carbonica”, una tecnica particolare che dovrebbe caratterizzare il novello. Nella vinificazione naturale le uve vengono pigiate meccanicamente, nel novello no: “L’uva viene fatta fermentare senza pigiatura degli acini di uva, trasformando così meno zuccheri della frutta in alcol cosa che terrà basso il valore alcolico del vino che ne verrà prodotto, conferendogli il classico gusto fruttato e amabile classico del vino novello” (dal sito Vinovini.it). Messa così potrebbe anche essere un vino curioso e in qualche modo tipico. Lo è però di rado, non solo perché nasce come vino di immediata fruizione e senza troppe pretese. In Italia, per chiamarsi novello, un vino può essere fatto anche solo con il 30% di uve sottoposte a macerazione carbonica. E le altre? Le altre non si sa. Ovviamente un vino novello sarà tanto più buono quanto la percentuale di uve sottoposte a macerazione carbonica sarà alta. E – altrettanto ovviamente – il novello che trovato a un euro al supermercato non sarà mai un gran novello. Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: “Perché il novello francese vi piace e il nostro no?”. Semplice: perché il celebre Beujolais Nouveau sottostà a una regolamentazione ferrea e deve essere fatto col 100% di uve sottoposte a macerazione carbonica. In Italia, tanto per cambiare, si è appena più elastici. Ne deriva un vino quasi sempre prescindibile. Fidatevi: anche con le castagne scegliete altro, e se avete voglia di qualche bollicina facile sceglietevi un buon Lambrusco o un bel Prosecco col fondo. (Il Fatto Quotidiano, 12 ottore 2015)

Un vino buono per l’estate (cit)

Schermata 2015-08-07 a 14.41.19Sperando che gli astemi non si arrabbino, e con essi quei bacchettoni in servizio permanente che vorrebbero mettere al bando tutto ciò che contiene anche solo l’1% di alcol, tra le cose da salvare c’è e ci sarà sempre il vino. Oltretutto, di questi tempi, è uno dei pochi refrigeri sicuri. Un refrigerio parziale e dall’effetto per certi versi controproducente, perché dopo aver bevuto (per via dell’alcol) senti più caldo di prima. Pazienza: il buon bicchiere di vino è sempre lì, pronto ad aspettarti. Anche d’estate. Certo, in questo periodo è da preferirsi il bianco. O al limite il rosato, sempre ammesso che se ne trovino di degni (è dura ma non impossibile). Il panorama ampelografico italiano, anche dopo il flagello della fillossera, resta ricchissimo. Nei rossi come nei bianchi. Meglio puntare sui vitigni autoctoni: diffidate degli Chardonnay, quasi sempre opulenti in Italia, e non puntate sui bianchi faciloni dai profumi immediati ma alla lunga stancanti (Gewurztraminer). La temperatura dovrà essere bassa: gli espertoni vi diranno che più un vino è freddo e più se ne uccidono i profumi, mascherando peraltro l’effetto dell’alcol e rendendo dunque il corpo umano meno vigile di fronte al rischio sbornia. Tutto vero, ma un bianco va bevuto comunque freddo, che sia spumante (secco), frizzante o fermo. D’estate non sono consigliabili i bianchi macerativi, quelli cioè che fanno contatto con le bucce e hanno tannini e più struttura: sanno essere meravigliosi, ma la bevibilità ne risente (ancor più col caldo). Le bollicine sono perfette: puntate sui Metodo Classico (rifermentati in bottiglia) e non sul Metodo Martinotti Charmat (rifermentati in autoclave e meno affascinanti). Se proprio amate i rossi puntati su certi Lambrusco ispirati, magari di Sorbara, meno “colorati” e spesso più eleganti. Non avvicinatevi ai vini dolci, col caldo vi stuccheranno più del solito. Sia poi lode al bianco frizzante, ancor più se un po’ sghembo e bruttino. Si pensi ad alcuni frizzanti non filtrati del parmense, oppure a quei Prosecco “sur lie” ovvero “col fondo”, rifermentati in bottiglia come si faceva un tempo (infatti li chiamano “ancestrali”). Si presentano non proprio bellissimi, ma vanno giù che è un piacere e hanno un ottimo rapporto qualità/prezzo. Lo Champagne, se ben scelto (e non è facile), non delude mai. Un vitigno autoctono che non cessa mai di stupire è il Timorasso. Di pregio alcune rarità citrine della Valle d’Aosta, una garanzia (quasi sempre) il Riesling. Cantava Ivano Fossati ne I treni a vapore: “Fra un bicchiere di neve e un caffè come si deve/ quest’inverno passerà”. Sostituite “vino” a “neve” ed “estate” a “inverno”. E il gioco – un bel gioco – è fatto. (Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2015)

Vini ostinati e contrari: Pico La Biancara

pico-angiolino-maule-la-biancara-2008-300x225Raccontando al pubblico la genesi del suo Mondovino, film che ha cambiato non poco la maniera di raccontare (e probabilmente concepire) l’universo enologico, il regista Jonathan Nossiter non mancava quasi mai di ricordare quanto fosse rimasto stupito dalla piacevolezza di un bianco italiano. Quel bianco – poco costoso e non troppo famoso – appariva un po’ strano, appena torbido, vivificato da un giallo dorato così distante dalla neutralità asettica dei troppi “giallo paglierino” in commercio. Quel bianco era il Pico dell’Azienda Agricola La Biancara di Gambellara, in provincia di Vicenza. Dietro l’azienda si cela la famiglia Maule, dominata dal padre Angiolino. Personaggio vulcanico, di gran talento e grandi spigoli, sinceramente appassionato (per qualcuno pure troppo). Era e rimane uno dei grandi pionieri del vino naturale, allievo di Gravner (con cui poi puntualmente ha litigato) e dominus della meritoria associazione VinNatur (nata da una scissione con Vini Veri). La Biancara produce anche rossi e Recioto, ma il meglio lo dà nei bianchi, tutti Garganega in purezza. Un vitigno di indubbio pregio, ma spesso banalizzato da aziende più interessate alla quantità che alla qualità. Si possono scegliere tre Garganega: il base Masieri, il medio Sassaia, il cru Pico. Sono vini di una piacevolezza, e di una grazia, davvero rare. Maule rispetta la natura come pochi e non smette mai di cercare. La sua è un’azienda semplicemente irrinunciabile. (Il Fatto Quotidiano ha cambiato grafica, al lunedì, e anche la rubrica del vino va in cantina. Qui, però, continua. Ogni settimana, o giù di lì).

Vini ostinati e contrari: Trebbiano Casale

FullSizeRenderCertaldo è un luogo incantevole in provincia di Firenze, famoso per molte cose. Per aver nato i natali (pare) a Boccaccio e per una mostra del fumetto al cui interno, se cerchi bene, incontri Dylan Dog e Martin Mystère. Non è però nota, non immediatamente almeno, come luogo vitivinicolo particolarmente vocato. Per cambiare idea vale la pena arrivare a Località Casale, Via San Martino, Certaldo. La famiglia Giglioli-Rinaldi, qui, vinifica addirittura dal 1770. Azienda biodinamica dal 1979, e se non è un record in Italia poco ci manca, produce anche vin santo, grappa, olio e farro. Se vai a visitarla, e ne vale la pena, trovi anche molte damigiane con il vino sfuso e botti con dentro bianchi (Trebbiano) e rossi (Sangiovese) vecchi di decenni. L’Azienda Agricola Casale fa parte di VinNatur e vanta una conduzione felicemente ruspante e per nulla formale. Il vino che più colpisce è il Trebbiano Igt. Non si trova facilmente, 6mila bottiglie delle 12mila complessivamente prodotte ogni anno. Le viti hanno età media di 50 anni. Una settimana di macerazione sulle bucce (ma dipende dall’annata) senza follatura o rimontaggio. Maturazione sulle fecce per 6 mesi, leggera chiarifica e 2 mesi di affinamento in bottiglia. Ha un rapporto qualità/prezzo quasi imbarazzante, nel senso che – in tutta onestà – costa davvero poco. Non immaginatevi il vino della vita, ma piuttosto un vino quotidiano che non ti stanca mai e si lascia bere senza disturbare o stancare. Delizioso. (Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2015. Trentunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)