Il mondo è piccolo
Ieri pomeriggio mi arriva un sms. E’ di Arnaldo Rossi, il proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona.
Mi scrive: “Ciao Andrea. Sono in Borgogna a cercare nuovi vini. Mi fermo lungo la strada dei Gran Cru di Borgogna. Domando una informazione ad un agricoltore. Mi risponde in italiano. E parlando mi dice: ‘Io ti conosco perché ho letto il libro di Andrea’. Il mondo è piccolo“.
E’ davvero piccolo. In Borgogna sono stato una volta e ignoro totalmente chi sia questo agricoltore. Così come ignoro, probabilmente, quanto i miei due libri sul vino abbiano germogliato e circolato.
Una bella cosa.
Grazie.
Casa del Parmigiano (Marostica)
Martedì ho portato il mio spettacolo, Gaber se fosse Gaber, a Breganze. La patria del Torcolato.
C’erano più di 400 persone e ho provato l’ebbrezza – che prima o poi a qualsiasi teatrante capita - del microfono che non funziona. Poi, per fortuna, tutto è andato liscio.
La data di Breganze è stata fortemente voluta da Erasmo Gastaldello. Lo avevo visto, per la prima e fin lì unica volta, più o meno un anno fa. Avevo presentato Il vino degli altri alla Libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa. Si era unito alla cena. Dialogando, mi aveva chiesto cosa stessi facendo di nuovo. Gli avevo così parlato di Gaber se fosse Gaber, che aveva esordito pochi giorni prima a Voghera (e doveva rimanere una data unica).
Erasmo si era messo in testa di portare lo spettacolo dalle sue parti. Così, di punto in bianco. Mi capita spesso che me lo promettano, poi però la cosa finisce lì. Anche perché organizzare uno spettacolo teatrale non è facile.
Erasmo lo ha fatto davvero. Combattendo per quasi un anno. Ci ha creduto e ha messo in piedi un piccolo evento. Una serata splendida.
Vi scrivo tutto questo, fin qui poco enogastronomico, perché Erasmo Gastaldello è il proprietario della Casa del Parmigiano di Marostica. Un luogo che ho virtualmente scoperto per caso, tre anni fa, cercando luoghi dove fosse possibile acquistare ottimi Champagne per la stesura de Il vino degli altri.
Mi ha incuriosito tutto, di quel luogo poi citato nel libro. Un posto che si chiama Casa del Parmigiano, in un luogo che poco c’entra col parmigiano, specializzato in formaggi ma anche in grado di mettere a disposizione vini incredibili (e scelti con gusto “naturale”). Che razza di luogo poteva mai essere? Chi lo aveva concepito?
Ho avuto modo di conoscere Erasmo Gastaldello, degno figlio del fondatore del negozio. L’ho conosciuto poco, perché due incontri reali sono pochi. Ma sufficiente per scorgere in lui le stimmate, e l’utopia sottesa, dell’eterno sognatore. Dell’appassionato che sceglie i formaggi visitandone i luoghi, e apprezzandone le persone che lo creano. Del commerciante folle che si incaponisce per avere solo quel riso, e quel burro, e quel formai de mut – e che insegue a tutti i costi “il black butter” perché una volta l’ha sentito e gli è piaciuto.
Se c’è una cosa che mi è piaciuta, e piace, del mio attraversare il mondo enogastronomico con spirito corsaro, è il conocere queste persone libere e vere. Credo fermamente che l’Italia migliore, per parafrasare quel ministro tascabile uscito da una canzone di Fabrizio De André, sia proprio quella degli Gastaldello e dei Roddolo, dei Maule e dei Cerruti. Di chi sogna, di chi ci crede: di chi non dimentica l’intenzione del volo.
A ben guardarla, l’Italia è a volte – e perfino – un bel luogo.
Esempio di vino naturale (debole)
Ieri sera ho bevuto un vino francese, importato da Arkè, la distribuzione della famiglia Maule e di VinNatur. E’ il Cyril Le Moing, Grolleau Noir 2009. Costo di 16.40 Euro nel sito di Arkè.
Il Grolleau Noir è un vitigno della zona della Loira, autoctono, utilizzato soprattutto come rosato nel Rose d’Anjou. Ha una grande acidità e una bassa resa alcolica. Un vitigno francese rosso minore, che Cyril Le Moing lavora – Martigne’ Briand – in regime biologico e naturale, da vigneti di 60 anni di età. Pochi trattamenti, pochi interventi (non manca un 10% di tisana d’ortica). Niente chiarifica o filtrazione.
Il suolo è calcare (70 percento) e argilla (30). Il Vin de Table che ho bevuto è Grolleau Noir in purezza, chiamato nell’etichetta (senza annata, ma è la 2009: si capisce dalla sigla in alto a sinistra) “Grolle Noir”. Era un Triple A, adesso è passato ad Arkè.
Lo recensisco non perché mi abbia entusiasmato, ma perché è il classico vino naturale rosso “debole”. Non ha difetti, né al naso né in bocca. E questo non è poco. Ha il giusto prezzo. E’ il tentativo di nobilitare un vitigno minore(tra i produttori più noti si può citare l’Anjou Rosè di Mark Angeli).
Lo definisco vino naturale “classico” perché ha i canonici – canonizzati? - requisiti della naturalità: gran bella beva, digeribilità, acidità, una tendenza chiara a essere snello. Un vino che non vuole essere grasso: che non stanca, che mira alla piacevolezza quotidiana del bere. Oh yes.
Tutto bene, dunque? No, perché il Grolle Noir di Le Moing ha anche il difetto tipico di alcuni rossi naturali (mi viene in mente il “base” di Bellotti): è sì naturale, e snello, e bevibile. Ma non ha carattere. L’anelito lodevole alla “magrezza” è in parte vanificato da una sostanziale povertà di grinta, spigoli, emozioni. Il vino pecca in personalità. E’ neutro, scolastico: il classico 6 politico. A differenza di altri (non pochi) vini naturali rossi pienamente riusciti ed emozionanti.
La mineralità, decantata in alcune recensioni, c’è ma non quanto dicono. La bevibilità è innegabile, ma più che di drittezza è giusto parlare di esilità.
Pur ricordando la specificità di un vitigno che ha potenzialità limitate (un motivo ci sarà se quasi tutti lo vinificano come rosato), questi vini rossi naturali (ribadisco: scolastici) sono innegabilmente sani, ma peccano di carattere, profumi, progressione.
Mi ricordano un po’ un’acqua rossa, però con l’alcol. Lodevoli. Genuini. Ma l’emozione è un’altra cosa.
Brunello di Montalcino 2004 – Colleoni
Vedo che da più parti si parla ancora dell’articolo di Jonathan Nossiter su Gq. Anche su questo blog, l’articolo in cui lo “difendevo” (semplifico) ha registrato il nuovo record di accessi. Grazie.
Nossiter- al netto del suo approccio manicheo e integralista - ha scritto cose quasi banali, nella sua conclamata evidenza. Ancora una volta, per disinnescarlo, si sta cercando di focalizzare l’attenzione non sul messaggio, bensì sulla parola forse eccessiva (in questo caso “tossico”). Una becchia tecnica, adottata dai detentori del potere – o dai servi sciocchi, magari ignari di esserlo – che, consapevoli di avere torto, cercano il pelo nell’uovo e spostano l’attenzione sulla virgola sbagliata (e c’è sempre chi ci casca: sempre).
Che palle. Che due p-a-l-l-e. E che pochezza di argomenti.
Mi è stato anche chiesto di tornare sull’argomento, ma detesto annoiarmi. Non posso permettermelo.
Quindi parliamo d’altro.
Qualche giorno fa ho bevuto uno dei rossi acquistati mesi fa da Arkè, la distribuzione di vini naturali curata dalla famiglia Maule. Era un Brunello di Montalcino 2004, Podere Sante Marie. L’azienda di Marino e Luisa Colleoni. Prezzo sui 25-30 euro.
Sapete che non mangio carne e ho diminuito non poco con i vini rossi. E’ raro che mi colpiscano. Quella sera ho cenato con pici al pesto e un po’ di formaggio (do zero importanza all’abbinamento, ve l’ho scritto solo per la precisione). Con me c’era Perfect39. Ho aperto quella bottiglia, con curiosità e senza sapere cosa aspettarmi. Neanche ho mai amato il Brunello di Montalcino, non particolarmente almeno.
Be’, era una bottiglia meravigliosa. Fresca, emozionante, elegante. Tutto al posto giusto. Grande bevibilità. Bella persistenza. Invidiabile equilibrio. E i 7 anni e più se li portava benissimo.
Ve la consiglio, con grande convinzione.
Le carte dei vini (Nossiter e GQ)
Sta facendo molto discutere – si dice sempre così – l’articolo di Jonathan Nossiter sull’ultimo numero di GQ. In Rete non c’è, dovete comprare l’edizione cartacea (come dovreste fare sempre, altrimenti i giornali chiudono).
Il regista americano si è occupato della pochezza e della disonestà (morale/commerciale) delle carte dei vini nei ristoranti. Romani in particolare, ma non solo.
Qualche considerazione.
Cito spesso Nossiter, lo facevo già in Elogio e figurarsi adesso che lo frequento. In linea di massima sono d’accordo 8 volte su 10 con lui.
Chi legge questo blog, e ha letto i miei libri, sa che le differenze risiedono soprattutto nell’approccio relativo ai vini naturali: entrambi li amiamo, ma lui in maniera più incondizionata di me. Se volessi usare una parola di moda, direi che lui è più “manicheo” di me sui vini naturali. Tollerandone non dico le imprecisioni, ma spesso gli errori veri e propri. Ora dicendo che “anche Pasolini sbagliava“, ora ricordando che “non si può criticare un’azienda dopo averne bevuto soltanto una bottiglia“.
Nel primo caso, rispondo affettuosamente a Jonathan che certi vini naturali sbagliati mi ricordano Bombolo, più che il neorealismo o Pasolini; quanto al secondo appunto, replico che la teoria della “bottiglia sbagliata” non mi ha mai convinto granché: è quasi sempre l’alibi più facile sfoggiato dal vigneron che ha fallito. E in ogni caso, anche se fosse solo “quella” bottiglia, vallo a spiegare al consumatore occasionale che l’ha pagato 20 o 30 euro. O addirittura di più.
Sto però parlando dei pochi aspetti che differenziano me e Jonathan. Nella maggioranza dei casi, oltre a essergli riconoscente (Mondovino andrebbe insegnato nelle scuole), lo ammiro per approccio, entusiasmo, iconoclastia e onestà intellettuale. Anche per questo trovo che la polemica, alimentata qua e là sul web, sia un po’ fine a se stessa. Per un motivo molto semplice: Nossiter scrive cose inattaccabili e perfino ovvie.
Ho letto che “Nossiter è un personaggio che divide, o si ama o si odia“, e anche questa è una frase fatta. In Italia, ormai, per dividere ed essere amato/odiato basta avere il coraggio delle proprie idee. In epoca paracula, e in paese pavido, chi prende posizione passa automaticamente per eretico. Che palle.
Nossiter non ha scritto un articolo da “o con me o contro di me“. Ha semplicemente fotografato lo stato delle cose. Frasi come “, segno evidente del rispetto – o del disprezzo – che un oste nutre per i suoi ospiti“, oppure “lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali“, sono (felicemente) banali nel loro essere inoppugnabili.
Qualcuno non avrà gradito l’ennesima tirata sui vini naturali, o si divertirà capziosamente a soffermarsi sulla parola (eccessiva) ”tossico“, ma le 5 pagine di GQ (di cui due occupate da foto) non possono non essere condivise da chi ha anche solo un minimo di buon senso. E magari (magari, eh) non è in malafede.
Nello specifico:
- I ricarichi dei vini al ristorante sono, quasi sempre, inaccettabili. In Elogio pubblicavo la “griglia” che di solito viene seguita dai ristoratori. Andatela a ripescare. Non c’è nessuna giustificazione per ricaricare un vino del 150 percento (e potrei dire anche 100). Figurarsi del 200, o 500, 0 700 percento (come racconta Nossiter). Il ricarico deve esserci, ma minimo. Cosa dovrei pagare? Lo sforzo del polso per aprire il vino? L’”affitto” delle bottiglie in cantina? L’usura del cavatappi? La bella faccia (quasi mai tale) del sommelier che mi straparla di sentori di glicine e pan briosciato? Ma via, su. Chi opera in tal senso, dovrebbe vergognarsi.
- Esistono realtà più vocate alla enoristorazione e altre meno. Jonathan vive a Roma, io ci passo due giorni a settimana di media. E’ un posto con molti ristoranti, raramente però convincenti. Meno ancora sulle carte dei vini, troppo spesso sciatte e disoneste. Spiace dirlo, ma è così. Io non arrivo a 2/3 trattorie romane “del cuore”. Anche sulle enoteche: una volta che hai citato la “solita” Bulzoni, quanti altri nomi si possono fare? Pochi, pochissimi.
- Nossiter cita un sommelier – Francesco Romanozzi, proprio dell’Enoteca Bulzoni – per fargli dire che “Casal del Giglio è (…) come votare Pdl. E’ un tradimento. Un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al mondo“. Al di là dell’esempio laziale, si potrebbe legittimamente asserire lo stesso di tanti altri colossi (Nossiter nomina Zonin e Antinori). Qualche trombone potrà poi arrabbiarsi, come accadde dopo aver letto (male) alcune pagine de Il vino degli altri, ma è una piccosità che mette tenerezza. Di solito le aziende interessate ti scrivono (o ti fanno scrivere dai loro giornalisti “amici”). Usano puntualmente le stesse parole, un mix di mirror climbing e minacce a caso. E alla fine nulla cambia. I loro vini - opinione personale – rimangono quel che sono.
- L’attenzione dei ristoratori per i vini naturali rimane largamente minoritaria.
- La carta dei vini non è un aspetto marginale di un ristorante. L’oste che, un po’ inalberato, ti risponde dicendo “i vini li so io a memoria“, e poi ti porta una Barbera imbarazzante spacciandola per “gran vino a buon prezzo“, ha sbagliato tutto. Non sei simpatico o “contadino” se non hai la carta dei vini: sei incapace. E pigro (tranne rarissimi casi, lo so). Una carta dei vini va scritta, stampata, ordinata con gusto e personalità, ben presentata. Forma e sostanza. Altrimenti fammi un regalo: cambia mestiere.
- Dalla scelta dei vini scritti sulla carta, si capisce perfettamente l’impronta ideologica (sì, ideologica) dell’osteria. Un po’ come le playlist musicali di Nick Hornby: se mi scegli una canzone dei Queen Anni Ottanta, tra i 31 brani della vita, ho già capito quasi tutto. E temo che tu sia il classico tipo da Merlot ciccione e tronfio. Aiutoooooo.
Potrei andare avanti, ma ha già scritto tutto Nossiter. Le polemiche che sono nate, denotano da un lato la calma piattissima del mondo del vino (un pregio e un difetto); dall’altro, quanta gente esista con la coda di paglia.
P.S. Ai fanboy(s) dei Queen: evitate di scrivermi che “in realtà erano bravi, soprattutto quelli dei Settanta”. I Queen stanno alla musica come i Supertuscans al vino.
San Fereolo (1920-2011)
Non ho passato un bel Natale. Febbre, nausea, digiuno. E il solito rompimento di palle che mi danno le feste. L’unica cosa bella è stato dire in tivù a Minzolini quello che quasi tutta l’Italia voleva e vorrebbe dirgli. Son soddisfazioni (cit).
Poi è arrivata la notizia della morte di Giorgio Bocca. Non ho fatto in tempo a dolermene che, sul web, è montata la rumenta degli insulti grevi e irricevibili. Uno dei momenti più bassi nella storia recente di questo paese.
Della vicenda ho già scritto, non voglio ripetermi e non amo le santificazioni. Soprattutto degli “antitaliani” che hanno provocato – costruttivamente – una vita intera. Non le hanno mai volute.
Da qui all’insulto, però, ce ne passa. E l’insulto, ancor più postumo, è imperdonabile.
Nicoletta Bocca è figlia di Giorgio. L’ho vista la prima volta all’Hotel Columbus, due anni fa, Roma, per il raduno dei vini naturali. L’ho rivista, e ci ho parlato un po’ più, neanche due mesi fa a Dogliani per la rassegna di vino e cortometraggi.
Immagino che non ne possa più di essere ritenuta la “figlia di”. Posso intuire che un padre così sia stato a volte difficile. E non so se nemmeno l’effetto che ha fatto, a Giorgio Bocca, vedere sua figlia protagonista di Senza trucco, il film di Giulia Graglia che vive di capitoli femminili – e il più vero è proprio quello che riguarda Nicoletta.
Non so nulla di tutto questo.
So però che, stasera, quando tornerò a bere vino, berrò San Fereolo. Perché ho sempre amato i suoi vini (più i bianchi dei rossi: un mio limite, ormai). Perché mi piacciono le persone libere.
E perché un partigiano - io credo – si saluta con un brindisi. Un brindisi fatto bene, in solitario. Con l’unico vino possibile.
Jonathan Nossiter ci scrive
Pubblico con grande piacere la risposta di Jonathan Nossiter al mio post sui vini naturali, che tanto dibattito ha generato (come speravo e credevo).
Lo condivido in larga parte e, quel che più conta, lo trovo particolarmente stimolante e prezioso. Risponderò ai vari punti non appena potrò. Non per controbattere, ma per continuare ed ampliare l’analisi.
Caro Andrea, Grazie di avermi spedito la tua riflessione sul vino naturale. Ti rispondo così:
1.) Difendere un movimento (qualsiasi) nel suo insieme non vuole dire mai difendere ogni espressione.
Che ci siano vignaioli, nel caso del movimento dei vini naturali, che non ti piacciono o che non mi piacciono, sicuro.
Che ci siano anche quelli che molti (alcuni) trovano senza talento o buona fede, sicuro. Non ho ancora visto nessuno difendere a 100% ogni viticoltore che si dice naturale.
Ma ad ogni modo, l’esistenza dei meno bravi o dei furbetti non toglie niente, come dice uno dei tuoi lettori, al fatto che il movimento riesce a mettere insieme tra i viticoltori quelli più ammirevoli, progressisti e eccitanti al mondo…per me e per altri. Ci sono viticoltori senza talento o furbetti sia all’interno del movimento che altrove. E la loro esistenza non toglie niente a chi il proprio lavoro lo fa bene e in buona fede.
2.) Detto ciò, difendere il diritto al difetto – anzi, trovare nobiltà nel difetto, che sia in Pasolini, Fassbinder, Cimabue, Malaparte, Jackson Pollock o in un vino rosso, mi sembra essenziale in un mondo che richiede classifiche, giudizi assoluti, un idea anti intellettuale e anti-umanista della perfezione e un modello industriale della consistenza. Un cosidetto difetto, diciamo “tecnico”, secondo le regole di ogni mestiere, può essere nient’altro che uno sbaglio…o banale o poetico o distruttivo. Ma non è così semplice insistere su un vino “fatto bene”. Cosa vuol dire? Che non sia arancia, che non abbia traccia di Brett, che non abbia acidità volatile? Anche i più reazionari degustatori dei grandi Bordeaux, impazziscono per il Cheval Blanc 1947…che ha dei livelli di acidità volatile tra i più alti mai notati nella storia dei bordolesi. Solo suggerisco che dobbiamo andare tutti piano prima di dichiarare che qualcosa sia rovinato per sempre….o che un difetto è determinante su un insieme complesso di reazioni.
Come in ogni mestiere…nel vino naturale ci sono vini non buoni (secondo i miei criteri…e altri ovviamente non buoni secondo i tuoi)…ma è pericoloso parlare del vino naturale come se fosse una casa che accogliesse più i difettosi che gli altri. E dopo, cosa dire del vino tossico (perché basta una gocciolina di chimica per rendere un vino tossico)? O del vino industriale? Hanno meno bottiglie difettose rispetto ai vini naturali? Lo so che non lo stai dicendo Andrea, ma uno potrebbe anche intuire una logica che mi sembra non sia tua.
3.) Che ci siano dei furbetti e delle persone che seguono ciecamente e per motivi di moda il vino naturale, si. E allora? Il problema è il loro e non il nostro. Se ammiriamo qualcosa in buona fede o no, solo noi stessi, dentro di noi, possiamo giudicare. C’è un critico di cinema che era molto potente al festival di Cannes per trent’ anni, uno snob intellettuale parigino esagerato anche per loro. Un giorno degli amici americani in un festival mi hanno regalato una t-shirt con una foto (buffa) sua stampata insieme a una delle sue citazione. Dichiarava (e c’era scritto): “Non basta amare un grande film. Bisogna amarlo per i motivi giusti!” Senti, se riescono a sopravvivere i gran film e i vini naturali, beati noi. Non preoccupiamoci troppo delle motivazioni degli altri.
E nel vino naturale, le qualità e le caratteristiche sono molto ampie. Va da un classico, dritto Meursault o Macon biodinamico di Dominique Lafon all’estremo del più “normale” fino a uno spumante Vej antico “270″(giorni sulle bucce) del Emiliano Podere Pradarolo tra i più radicali. Capisco bene e accetto se il gusto di uno va verso Lafon e un altro più verso Pradarolo, anche se io ho piacere e imparo con entrambi.
4.) Forse dobbiamo tutti fare più attenzione a dare un giudizio su un vino aperto solo una volta ( non conosco per niente il vino “Borgatta” che ti è tanto dispiaciuto, dunque non è una difesa di loro ma da un principio). Un vino è fatto per farci piacere si…ma il piacere che abbiamo non è solo gustativo (come suggerisce un altro lettore). Se no, andremmo a bere un prodotto industriale e prevedibile. Ma sopratutto, immagini che qualcuno legge uno tuo articolo Andrea, diciamo uno dei meno riusciti e dice “Scanzi è un pessimo scrittore”. Che peccato visto le tante cose belle che fai. O qualcuno che vede solo un film mio e dice “Nossiter, senza talento” (ma in questo caso, può essere anche vero). Perché non diciamo che si dovrebbe almeno vedere tre film miei o leggere tre articoli tuoi più un libro, prima di pronunciarsi sul nostro lavoro. Così, ti suggerisco che manteniamo più umiltà davanti ai giudizi scritti e pubblicati. Magari, dovremmo dirci che se non beviamo tre bottiglie dello stesso vino della stessa annata in tre occasioni diversi, meglio aspettare un pronunciamento pubblico. Che ne dici?
5.) Pensando a un altro lettore tuo, mi dispiace per chi vuole sempre poter stappare il tappo e essere sicuro del suo piacere. Io credo piuttosto nel vino come nel teatro. Ci sono giorni e momenti quando anche i più bravi attori durante la migliore performance non riescono a cogliere le energie giuste per dare vita e piacere agli altri. E il vino vivo, vero è così reattivo. Cosa che mi incanta.
6.) Sicuramente non sono d’accordo col tuo giudizio sui vini di Emidio Pepe, Camillo Donati, Giovanna Morgante o Stefano Bellotti di Cascina degli ulivi. Pepe e Donati ne ho potuto apprezzare e amare profondamente centinaia di bottiglie per molti anni. Nella mia esperienza non fanno più che altri bottiglie con difetti tecnici che distruggono la personalità e la vitalità (neppure del tuo concetto di “digeribilità”…quello di “bevibilità” non riesco a capire). Anzi, per me, essendo dei vini più vivi (e allora reattivi) mi mettono nella posizione di anticipare un’esperienza nuova ogni volta. Perciò ho avuto meno delusioni con loro che con la maggioranza. Morgante e Bellotti li bevo solo da poco tempo ma la vitalità e per me i piaceri complessi che i loro vini mi portano, mi sembrano un ottimo “anti-ossidante” alla noia del prevedibile. Anche quel 2006 Barbera Cascina degli Ulivi che abbiamo bevuto insieme…quanto cambiava durante due ore…aprendo spazi belli di percezione diversi (non tutti facilmente piacevoli ma alla fine, per me, molto più gioiosi che altro e dunque una bottiglia che ha più che compiuto la sua promessa!)
7.) Al di là del fatto che la maggioranza dei viticoltori naturali non mi deludono, c’è da non scordare che sono attori dentro un dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Non vuole dire che dobbiamo accettare tutto per carità e non rimanere svegli e scettici! Ma è utile ritenere che le ricerche, per esempio, di ridurre o eliminare solfiti, rame e zolfo, di accompagnare con la massima attenzione le esperienze spontanee di una pianta dentro un territorio sono gesti radicali -avanguardisti- per il nostro piacere e benessere e per il benessere del pianeta. Ci fanno riflettere e rimettono in discussione molti a priori. Per chi non ha la voglia di accompagnare questo e richiede la garanzia della prevedibilità, capisco che può essere troppo rischioso. Ma io sono felice – anzi mi sento fortunato – di accompagnare questo movimento…ma solo se non pago un prezzo troppo alto. Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi; l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica.
Un bravissimo critico di cinema francese, Olivier Beuvelet, mi ha scritto ieri, dicendo che tramite l’internet “dobbiamo moltiplicare i discorsi di analisi di cinema per lasciare, come nel Talmud, delle feconde contraddizioni di interpretazione.” Vero anche per il vino ovviamente. Ma andrei anche più lontano:il mio piacere risiede nel cercare le contraddizioni e i paradossi fecondi anche dentro la bottiglia stessa del vino.
Avanti allora con il tuo bel impegno, il tuo scetticismo e il ruolo di contestazione verso – sopratutto – le cose che ami e che amiamo.
Un abbraccio
Jonathan
Questa bottiglia è sopravvissuta ad almeno due traslochi. Insieme a molte altre.
Ho appena terminato una settimana molto intensa, che mi ha visto globetrotterare tra San Giusto Canavese, Milano, Colleretto Giacosa, Roma e Parigi. In sei giorni. O comincio a drogarmi, e al momento non ho voglia, o rallento. Bah.
E’ un bel locale. La carta dei vini è buona, ma può migliorare. Mi ha ricordato quella di un appassionato che vorrebbe osare, ma se ne vergogna ancora un po’.
Mi è stato chiesto cosa ho bevuto per Capodanno. Nessun segreto: una Magnum di Pas Dosè Cavalleri 2006 e una Magnum di Barolo (Citrico) Rinaldi 2007. Eravamo in sei. Gran bere.
Ho qualche remora in più per Casa Caterina. Monticelli Brusati, Franciacorta. Me ne hanno parlato bene (non tutti) e mi è capitato di bere due bottiglie. Una con amici, l’altra con Jonathan Nossiter a Dogliani. Entrambe non mi hanno convinto. Non ricordo la tipologia esatta degustata a Dogliani (credo un Pas Dosè, che non sembrava molto Pas Dosè). Di sicuro la prima bottiglia, donatami da alcuni lettori in occasione di una serata alla Compagnia del Taglio di Modena, era la Cuvèe 60 Nature Brut. Blanc des blancs 2004, sboccata il 7 gennaio 2011. Bottiglia numero 6576 di 8000. Chardonnay in purezza.