I vini di D’Alema? Sono come lui

Non pochi personaggi famosi, in Italia e non solo, si red'alema 2inventano produttori di vino. Al Bano, Gad Lerner, Bruno Vespa. E Massimo D’Alema. Uno dei quattro vini che produce, chiamato “NarnOt” come crasi tra Narni e Otricoli (le località in provincia di Terni tra le quali sorge il feudo dalemiano), ha anche vinto i 5 Grappoli 2014. A novembre D’Alema ha presentato i suoi vini al Rome Cavalieri (ex Hilton). Aveva invitato anche i suoi (teorici) colleghi di partito, che però non si son visti.
L’azienda produce 45mila bottiglie. Il nome “La Madeleine”, in quanto poetico e evocativo, ovviamente non è di D’Alema ma di chi ha preceduto lui e la moglie Linda Giuva, che conducono l’azienda a nome dei figli Giulia e Francesco. Quindici ettari, di cui circa 6,5 impegnati a vigneto, acquistati nel 2008. Sia Libero che Intravino hanno raccontato come l’azienda di D’Alema abbia usufruito dei fondi della Comunità Europea: 57500 euro. Gianluigi Nuzzi, ancora su Libero, rivelò nel 2010 che inizialmente D’Alema aveva impiantato anche vitigni alloctoni non autorizzati, Marselan e (per dare colore) Tannat. L’azienda non è visitabile, e forse è un bene perché in questo modo non si rischia di essere morsi (“è un cane buonissimo, ma se percepisce il pericolo…uccide”: parola di D’Alema).
E’ conveniente acquistare i vini tramite il sito aziendale: ordine minimo 250 euro. I prezzi per i privati, comprensivi di Iva, partono dalle 9.50 euro del Cabernet Franc “Sfide” (il nome non è autoironico) alle 17.50 del Nerosè, un Pinot Nero Metodo Classico versione Rosè. I vini più ambiziosi sono il NarnOt (Cabernet Franc, 29 euro) e il Pinot Nero (33.50). Accade spesso che i vini somiglino a chi li fa ed è anche il caso di quelli di D’Alema: algidi, distaccati, assai fighetti e per nulla schietti. Significativa la decisione di farsi affiancare, come consulente, dall’enologo Riccardo Cotarella. L’Huffington Post lo ha definito “il migliore di tutti”, sottolineando la sua nomina a coordinatore del settore vino Italia al prossimo Expo. La realtà è forse diversa. Cotarella, anche direttore dell’azienda di famiglia Falesco, è “il migliore” se si ha un’idea di vino sempre uguale a se stesso: muscolare, rotondo e strutturato (quando non concentrato), con profusione di barrique e un gusto che ammalia al primo sorso ma stanca già al secondo.
Scegliere Cotarella come consulente – la stessa mossa di Vespa, che ha raccontato come D’Alema sia geloso “perché Riccardo segue più me di lui” – vuol dire inseguire un vino modaiolo e americanizzato, con buona pace della valorizzazione di territorio e vitigni autoctoni. Non senza quella furbizia (talora più presunta che effettiva) che lo ha caratterizzato in politica, D’Alema ha dato un contentino ai naturalisti creando il “vino senza solfiti” Sfide, che aderisce al programma Wine Research Team. Un programma non chiarissimo, ideato da Cotarella e – per quanto lodevole – non paragonabile a chi lavora per ottenere davvero un vino tanto “diverso” quanto “naturale” (le associazioni Vini Veri e VinNatur). Sarebbe ingeneroso, nonché ingiusto, asserire che i vini di dalemaD’Alema sono cattivi: molto più semplicemente sono un po’ respingenti e antipatici. Come lui. Impeccabili nella forma ma contraddittori nel contenuto, discutibili nell’impostazione e labili nella passione. Belli senz’anima, a meno che per “anima” si intenda l’effetto-vaniglia da spremuta di Pinocchio (barrique nuove, anzi nuovissime). Anche se i vitigni sono diversi, i rossi (con rispetto parlando) di D’Alema sembrano tanti figli grassottelli e meno ispirati del concentratissimo Kurni. Il più convincente è lo spumante Nerosè, didascalicamente perfetto ma apprezzabile. D’Alema si è poi altezzosamente disinteressato del percorso vitivinicolo dei “colleghi”, che nelle stesse zone stanno riscoprendo vitigni autoctoni (Ciliegiolo). Lui e Cotarella non sono certo banali agricoltori qualsiasi e, poiché nobili, hanno il mito della Francia. Che però è lontana da Narni: il Pinot Nero in Borgogna è un’altra cosa e il Cabernet Franc, vitigno “verde” come pochi, possono permetterselo in pochissimi (Le Macchiole a Bolgheri). Se non altro D’Alema non ha piantato Merlot, il vitigno più paraculeggiante del mondo: chissà, forse lo ritiene renziano. (Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2014. Extended Version).

Vini ostinati e contrari: Vigna Vecchia Collecapretta

IMG_8386Lontana dai sentieri pienamente turistici sorge Terzo La Pieve, frazione poco fuori Spoleto. E’ lo scenario di una piccola azienda a gestione familiare e naturale, Collecapretta. Un progetto di Anna e Vittorio Mattioli, agricoltori da tre generazioni. Vigneti a 5-600 metri sul livello del mare e una produzione esigua (13-14mila bottiglie annue) che finisce subito. Soprattutto i bianchi. Ed è un peccato, perché – soprattutto i bianchi – sono alcuni tra i vini più schietti e preziosi d’Italia. E’ consigliata la visita in cantina, sia perché è spesso l’unico modo per provarli e sia perché Anna cucina splendidamente e il suo concetto di “piccolo spuntino” saprebbe sfamare un reggimento. La bottiglia che si lascia preferire è il Vigna Vecchia, Trebbiano Spoletino in purezza fresco e minerale, di grande beva e bella persistenza. Chi ama gli orange wines, cioè i bianchi macerati, può provare il Terra dei Preti (Trebbiano Spoletino). Riuscito anche il Pigro delle Sorbe (Greco) e la variegata pattuglia di rossi, dal Sangiovese (Le Cese) al Ciliegiolo (Lautizio) passando dalla Barbera (Il Galantuomo). La figlia Annalisa segue il percorso dei genitori e la si può trovare ad aprile, con lo stand di famiglia, alla rassegna annuale Vini Veri di Cerea (Verona). La piccola e corsara Collecapretta valorizza non solo il territorio, quanto la tradizione. Senza compiacere le mode e lasciando che vitigni autoctoni, su tutti il sorprendente Trebbiano Spoletino, diano il meglio di sé. (Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2014. Quinto numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Lambrusco Donati

lambruscodonatiNessun vino è sottovalutato come il Lambrusco. Sottovalutato e poco conosciuto: le due cose, del resto, vanno spesso di pari passo. In realtà è un mondo meraviglioso. Grande bevibilità, ottimo rapporto qualità/prezzo e tanta varietà: l’eleganza e il colore scarico del Sorbara, il rosso scuro del Reggiano. E poi c’è il Lambrusco Maestri, biotipo spigoloso tipico del parmense. Uno dei pochi a crederci, da sempre e anche in purezza, è Camillo Donati. Personaggio rigoroso, enologicamente lo si ama o lo si odia. Ma odiarlo non ha senso, è un preconcetto e più che altro una follia. Donati produce tante tipologie e poche bottiglie: tutti vini frizzanti, dalla Malvasia al Trebbiano, dalla Barbera all’uva Fortana. Fino all’Ovidio, dedicato a un amico andatosene quattro anni fa: si chiamava Ovidio e sognava proprio quel vino lì (Croatina). Prezzi bassi, tra i 5 e i 7 euro in cantina. Lui e la moglie, che hanno abbandonato tutto per credere nei loro vini, sono di stanza tra Arola e Barbiano, provincia di Parma. Il suo Lambrusco ha bollicine non troppo accennate e molto carattere. Profumi un po’ scorbutici, di bosco e terra bagnata. Grande freschezza, personalità spiccata. Va giù quasi senza accorgersene, che per certi vini quotidiani è un pregio. Donati dice che va bevuto a temperatura ambiente, come un rosso importante. Chiede che si faccia lo stesso anche coi suoi bianchi. E’ lecito non essere d’accordo: freddi (non ghiacciati) convincono ancora di più. (Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2014. Quarto numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Casa Coste Piane (Prosecco Brichet)

IMG_8210Difficile, e non poco, trovare Prosecco capaci di emozionarti. O anche solo di lasciarsi bere con piacere. Vino iperprodotto, più abusato che usato, può perfino permettersi di essere cattivo: tanto al bar lo bevono tutti, quasi mai senza riprese. E poi c’è sempre la variante Spritz, che maschera i difetti. Qualcuno, però, resiste e produce – da decenni – il Prosecco come si deve e anzi dovrebbe. Per esempio Loris Follador, che dal suo avamposto di Valdobbiadene crea 50-60mila bottiglie l’anno usando il cosiddetto medico “sur lie” o “colfondo” (sì, tutto attaccato). La definizione più adatta, in realtà, è la più antica: metodo rurale. Metodo ancestrale. La rifermentazione non in autoclave, ma in bottiglia sui lieviti. Ne nasce un Prosecco (da uve Glera in purezza o quasi) di pronta beva e senza pretese, con bollicine esili ma vive, ottimo rapporto qualità/prezzo e una piacevolezza tanto all’aperitivo quanto a pranzo e cena. L’azienda si chiama Casa Coste Piane e fa parte dell’associazione Vini Veri. Consigliabili tanto il Prosecco “base” quanto il Brichet, quest’ultimo da un vigneto particolarmente vocato. Le bottiglie esistono sia con tappo da spumante che a corona. Uomo senza fronzoli e di cultura poliedrica, Follador si definisce “anarchico” e ironizza sulla presunta infallibilità del governatore Zaia: “Andrebbe chiamato ‘Profeta Zaia’, visto che lui non sbaglia mai. O così lui crede”. Un vignaiolo imperdibile per chi insegue Prosecco per nulla finti. Felicemente semplici. (Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2014. Terzo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).

Vini ostinati e contrari: Dolcetto d’Alba (Roddolo)

IMG_8099È una Langa felicemente immutata e immutabile, quella di Flavio Roddolo. L’ultimo passero sul ramo del Dolcetto. L’eremita silenzioso, ma a conoscerlo neanche poi troppo. Il vignaiolo timido e intatto, che preserva la tradizione non perché è una moda ma perché non conosce altre strade. Monforte d’Alba, Strada dei Roddoli. Trentamila bottiglie l’anno, a volte di più, nel 2014 molte di meno. Vini simbionti, che somigliano moltissimo a chi li fa. Inizialmente introversi, restii a concedersi. Poi, sconfitta la diffidenza iniziale, si mostrano complessi e longevi, di grande beva e invidiabile persistenza. Vini veri, semplici nel loro equilibrio tra artigianato e natura. Vigne vecchie, colline tufacee, 550 metri sul livello del mare. Nebbiolo come si deve, Barbera felicemente dritta e un Cabernet Sauvignon in purezza che ammalia puntualmente il pubblico femminile (e non solo femminile). L’incanto più riuscito è il Dolcetto (d’Alba), vitigno ritenuto stupidamente minore. È disponibile “base” e in versione Superiore. È un Dolcetto che va aspettato, come tutti i vini di Roddolo: per lui è sempre presto per aprire una bottiglia, e probabilmente ha ragione. Sono Dolcetto freschi e minerali, intriganti e carnosi. “Un po’ ematici”, direbbero i sommelier; “non poco meravigliosi”, sintetizzano i fedelissimi. I quali, ogni giorno, gli fanno visita per omaggiarlo. Per fargli e farsi compagnia. E perché, ogni volta, è un gran bere. (Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2014. Secondo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).

Vini ostinati e contrari: Pikadè (Panevino)

IMG_8018Gianfranco Manca è l’anarchico dell’enologia sarda. Ha le stimmate dell’eremita filosofo. Se ne sta, con la moglie Elena e i tre figli, poco fuori dal piccolo comune di Nurri tra Ogliastra, Barbagia e Sarcidano. Prima faceva parte di VinNatur, poi si è scontrato con il presidente Angiolino Maule. Da poco ha aderito alla “rivale” Vini Veri, ma resta un sognatore solitario. Uomo inquieto, spigoloso e silenzioso, con chi vuole piacevolissimo, crede in terre da sempre vocate ma ora in larga parte sacrificate forzatamente alla pastorizia. “Vignaiolo sulla terra”, come ama definirsi, ha idee tanto granitiche quanto chiare e non mitizza il terroir. Anzi: “Guardati intorno. Lo vedi? Il terreno è sporco, malato e distrutto dagli incendi. Non lo voglio un vino che rispecchi il territorio: voglio un vino che racconti l’uomo che lo fa”. E infatti i suoi vini, personali nei nomi come negli uvaggi, nelle etichette come nelle impostazioni, gli somigliano. La sua è una Sardegna per nulla modaiola e smisuratamente semplice. Di quella semplicità che nasconde storie, mondi e utopie. Sei ettari vitati, 15-20mila bottiglie l’anno (difficilissimo trovarle: vanno quasi tutte all’estero) e un percorso cominciato a metà anni Novanta. L’azienda si chiama Panevino. Nessun artificio chimico in vigna o cantina. Talento, coerenza e cultura. Dei suoi vini, tutti da scoprire, il Pikadè è quello più compiuto. Etichetta e uvaggio cambiano ogni anno, ma restano le cifre distintive: eleganza, freschezza, sapidità e bevibilità suprema (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014. Primo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).

2014: una pessima annata?

vino1E’ la frase che nessun produttore di vino avrebbe mai voluto pronunciare, eppure adesso è gettonatissima: “Come nel 2002 e forse anche peggio”. L’annata 2014 sarà ricordata come una delle meno fortunate. Ha scritto Intravino.com: “Le condizioni meteo anomale hanno avuto una conseguenza disastrosa sui vini del nord Italia. (..) L’annata 2014, per lo meno nel nord Italia, verrà sicuramente ricordata come la peggiore degli ultimi 100 anni. Piovosità molto al di sopra dei livelli medi, temperature molto al di sotto, grandinate e come se non bastasse poche ore luce a disposizione della pianta. (..) In queste condizioni sarà ben difficile pensare alla qualità del vino”. L’enologo Valentino Ciarla ha confermato a Labitalia: “Più che il singolo ciclone o il singolo temporale, quello che ha fatto veramente male alle viti è stata la frequenza di piogge. Ciò ha comportato due conseguenze: la prima dal punto di vista fitosanitario con l’avanzare delle malattie dell’uva, la seconda riguardante la maturazione per via della mancanza di sole”. Il disastro ha riguardato soprattutto il Nord, con particolare nettezza in Veneto, Lombardia e Piemonte. Situazione opposta al Sud e in parte del Centro. I produttori del Consorzio Vini Cortona, 400 ettari e 600mila bottiglie nel 2013, parlano di “un’annata ottima, la produzione è stata abbondante e il vino perfettamente calibrato”. Anche in Sicilia e parte della Sardegna si parla di “annata eccezionale”. L’enologo Fabio Mecca ha riassunto a Intothewine.org: “Dal mese di luglio la vendemmia 2014 è stata accompagnata dall’ombra ingombrante di una valutazione non ottimale, a tratti pessima. Questo leggiamo su talune testate giornalistiche, blog e vari social. Un punto di non ritorno dannoso, perché da quel momento è stato tacitamente stabilito che l’annata 2014 fosse una delle peggiori di sempre, ovunque in Italia”. E invece? “Lavorando quotidianamente in molte realtà vinicole in Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania e altrove, posso affermare che molte vigne sono intatte, pulite, con grappoli brillanti e maturi: non si tratta certamente della vendemmia del secolo, ma indubbiamente nelle zone di mia competenza la vendemmia è stata buona con vini in prospettiva corretti ed armonici”. Persino a pochi chilometri di distanza la resa si è rivelata diversissima: chi produce Barolo piange, chi produce Barbaresco (l’uva è la stessa) sorride. E così in Franciacorta: a Erbusco c’è pessimismo, ma basta spostarsi a Coccaglio – l’esposizione cambia radicalmente – e torna l’ottimismo. Per i consumatori, in annate come questa, i rischi crescono: quando i problemi in vigna aumentano, molti produttori si sentono autorizzati o addirittura obbligati a intervenire massicciamente in cantina. Dunque più correzioni, più artifici e meno naturalità. In alcune zone, stante i pochi zuccheri e il basso livello alcolico, sarà consentito arricchire il mosto con conseguente impoverimento qualitativo. In Valpolicella si è deciso di abbassare dal 50% al 35% l’uva destinata all’appassimento per l’Amarone. Non pochi rinunceranno a vino2produrre le etichette di punta, facendo ricadere le uve solitamente più pregiate in blend meno ambiziosi. L’annata 2014 ha estremizzato rischi e difficoltà, ancor più per chi crede in una agricoltura “naturale”: biologica (che in sé vuol dire poco), biodinamica o comunque refrattaria a qualsivoglia paracadute chimico. Chi soffre di più, adesso, è proprio il produttore in direzione ostinata e contraria: quello che è iscritto a Vini Veri o VinNatur, quello un po’ anarchico, quello probabilmente utopico. Nel film Sideways, la coprotagonista Virginia Madsen diceva: “La verità è che amo pensare alla vita di un vino. Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le uve di un vino: se c’era il sole, o se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se un vino è d’annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi, e se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l’aprissi un altro giorno. Perchè una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita, ed è in costante evoluzione e acquista complessità. Finchè non raggiunge l’apice, e poi inizia il suo lento, inesorabile, declino”. Nel caso del 2014, le uve morte sono tante, l’evoluzione sarà non di rado deludente e il declino arriverà spesso prima del solito. (Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2014).

Sibaritismo (Salon e Pinchiorri)

IMG_7892Ieri, grazie all’invito di Giacolino Gilardi che lo importa in Italia per Ceretto, ho avuto la fortuna di partecipare a una degustazione di Salon, una delle maison più mitiche della Champagne. Quella, peraltro, a cui si deve la nascita dei blanc de blancs. C’era anche Didier Depond, al timone di Salon e della adiacente Delamotte, una delle maison più antiche. La degustazione, con cena annessa, ha avuto luogo presso l’Enoteca Pinchiorri. Dodici persone per una cena generosamente offerta, e sono conscio che non capiti tutti i giorni.
Chi frequenta questi lidi sa cosa significa Pinchiorri, in termini di qualità come pure di costi. E chi frequenta questi lidi sa ancora di più cosa significhi e quanto costi lo Champagne Salon (dalle 280 euro in su), prodotto soltanto in annate eccezionali e affinato almeno dieci anni sui lieviti.
Dal 1999 la Salon-Delamotte appartiene a Laurent Perrier. La produzione complessiva di Salon-Delamotte è di circa 60mila bottiglie l’anno. Di solito le bottiglie di Salon Cuvée S sono 20mila, di cui 2mila circa finiscono in Italia. A oggi è uscito solo in queste annate: 1921, 1925, 1928, 1934, 1937, 1943, 1945, 1946, 1947, 1948, 1949, 1951, 1952, 1953, 1955, 1959, 1961, 1964, 1966, 1969, 1971, 1973, 1976, 1979, 1982, 1983, 1985, 1988, 1990, 1995, 1996, 1997, 1999, 2002. Larga parte delle prime annate fu confiscata dai nazisti; quando poi la Resistenza francese entrò nel covo di Hitler, trovò proprio lì molte di quelle bottiglie.
Quando l’annata non giustifica l’uscita di Salon Cuvée S, le uve vengono utilizzate per la sorella minore (si fa per dire) Delamotte, i cui prezzi vanno dalle 30 alle 60 euro circa, che esce in versione Brut, Rosé e Millesimato blanc de blancs. La cena di ieri, per qualità di cibo e vino, è stata decisamente sibaritica. Ogni IMG_7884tanto è bello lasciarsi viziare.
Ho degustato: Delamotte blanc de blancs, Delamotte blanc de blancs 2007, Delamotte Collection 2000, Salon 2002, Salon 1999, Barolo Cannubi Ceretto 2005, Delamotte Collection 1988 e Delamotte Rosè. Avevo già provato (più volte) Delamotte e (due volte) Salon.
E’ opinione diffusa che la Cuvée S Salon rappresenti l’apice dei blanc de blancs. Non posso dire che valga dieci volte un Larmandier Bernier (la differenza di prezzo più o meno è quella, e pure la zona a Le-Mesnil-sur-Oger); posso però dire che, quando si provano eccellenze simili, è difficile tornare indietro. Oltretutto i blanc de blancs sono i miei preferiti. A colpirmi particolarmente sono state le due Cuvée S e il Delamotte blanc de blancs 2007. Entrambi i Salon erano “giovanissimi”: l’incredibile freschezza di questi Champagne li rende oltremodo a invecchiare, e berli dopo soli 12-15 anni è quasi un delitto. Complessità, finezza, eleganza, sapidità, persistenza: sono le cifre di uno Champagne che merita tutte le lodi che riceve.

Incontro con Andrea Scanzi (e il vino)

scanziPubblico integralmente l’intervista che ha realizzato Giorgio Demuru per l’AIS Sardegna: il mio rapporto con il vino, la scelta vegetariana, la predilezione per i bianchi, i vini naturali e la resistenza, l’evoluzione del gusto e il Portogallo. Eccetera.

“Una delle due date isolane dello spettacolo “Le cattive strade”, lo scorso 10 ottobre a Porto Torres, è stata l’occasione per incontrare Andrea Scanzi, qui nella veste di autore e attore teatrale, ma giornalista e scrittore di grande talento e dai tanti interessi, tra cui il vino. Andrea è Sommelier AIS e Degustatore Ufficiale e, soprattutto, autore di Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, due volumi divenuti imprescindibili per professionisti, tecnici e semplici appassionati. Ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere sul nostro amato universo “vino & dintorni”.
Ciao Andrea, partiamo da una domanda banale: cosa ti spinse, a suo tempo, ad iscriverti ai corsi AIS?
“Quello che mi spinge quasi sempre: il desiderio di saperne di più. Amavo il vino, ma detestavo il non conoscerlo quanto volessi. Non sopportavo che, una volta al ristorante, fossi in totale balìa del proprietario. Non ne potevo più di dire “Scelga lei” o di sparare a caso un “Mi dia un Dolcetto d’Alba”. Volevo imparare e le 45 lezioni AIS sono state decisive. Non bastano per sapere, ma costituiscono la partenza migliore. Mentre stavo terminando il terzo livello AIS ad Arezzo, nacque – con il grande Edmondo Berselli e Beppe Cottafavi di Mondadori – l’idea di scrivere un libro semiserio su vino e sommelier. Era il 2007 e di lì a poco sarebbe uscito Elogio dell’invecchiamento, un successo che dura ancora oggi e continua a stupirmi”.
Negli ultimi tempi è notevolmente aumentata la tua esposizione mediatica, in ambiti diversi (politica, sport, musica, etc.) e senza disdegnare i contesti “pop”, assecondando quella che tu stesso hai definito “bulimica curiosità culturale”. In questa postmoderna ronde di contaminazioni, che posto occupa attualmente il vino?
“Occupa il posto dell’amico che non tradisce mai e sa divertirti, ascoltarti e comprenderti. Per un po’ ho smesso di scrivere di vino, e anche adesso lo faccio meno di prima per mancanza di tempo, ma per certi versi è un bene: mi permetterà di mantenere sempre l’approccio del curioso informato. Quando una passione resta un hobby e non diventa un lavoro, puoi permetterti di conservare quella leggerezza cazzara che aiuta a non prenderti troppo sul serio. Con il vino mi riesce, in altri ambiti forse no”.
Operando spesso a contatto con la gente, ho riscontrato un crescente interesse nei confronti della conoscenza “consapevole” del vino. Pensi che il pubblico degli appassionati sia ancora catalogabile come – ironicamente – hai fatto nei tuoi libri o hai notato una sorta di evoluzione?
“L’ironia, nei miei libri, era molto affettuosa. Sulla falsariga della imitazione del sommelier realizzata da Antonio Albanese. C’è stata una evoluzione nella conoscenza, che ha senz’altro portato a una maggiore consapevolezza. Permangono approcci pallosissimi, da cattedratici che tromboneggiano con l’aria di chi sta decidendo le sorti del mondo, ma continuo a pensare che il mondo del vino sia pieno – più di qualsiasi altro microcosmo – di personaggi straordinari: figure intimamente letterarie, che sono uscite da qualche pagina ispirata e chiedono in qualche modo di essere nuovamente raccontate. Avamposti utopici di resistenza enoica. Penso ad alcuni esponenti del cosiddetto “vino vero” e “naturale”, un movimento che nel 2007 era quasi agli inizi, ma non penso solo a loro”.
Mi permetto una metafora politica: in un contesto generale di “vini-PD” (cioè omologati e “piacioni”) quanto pensi possa essere ampio lo spazio per quelli che tu hai definito anche adesso “avamposti di resistenza enoica”?
“C’è sempre spazio per l’opposizione, per la resistenza, per la diversità. Anzi: più emerge un pensiero massificato (anche se “pensiero” è una parola troppo forte se applicata al renzismo) e più si verifica una reazione uguale e contraria. Da qui il bisogno di percorsi diversi, in questo caso di vini non omologati. Parliamo e parleremo sempre di una minoranza, ma non così esigua come si crede”.
scanzi-il-vino-degli-altriNella settimana che ha preceduto le due date teatrali, hai avuto modo di girare l’isola, in modalità random: che idea ti sei fatto, in generale e – nello specifico – delle realtà vitivinicole che hai potuto osservare da vicino?
“Ho trovato una regione straordinaria. Ho viaggiato su e giù per la Sardegna, divertendomi come un bambino. Ogni suo angolo racchiude uno splendore a cui è impossibile resistere. In termini enoici, gli incontri che più mi hanno colpito sono stati quelli con Alessandro Dettori in Romangia (Tenute Dettori) e con Gianfranco Manca poco fuori Nurri (Panevino). Del primo, che mi ha ospitato due volte a pranzo, amo in particolare la cultura, la voglia sana di emergere e i bianchi; del secondo, con cui ho cenato una sera, apprezzo l’approccio rigoroso, la chiarezza con cui persegue i suoi principi (oserei dire filosofici) e i rossi, tra i pochi ormai che riesco a bere con piacere raro”.
Hai più volte dichiarato che, negli anni, le tue preferenze in ambito vinicolo sono, ovviamente, cambiate, in un graduale processo di affinamento del gusto che ti ha portato a privilegiare bianchi “verticali” e bollicine, con qualche significativa eccezione, come gli eleganti rossi ottenuti da Nebbiolo, Pinot Noir e affini. E’ un percorso abbastanza comune tra noi dell’ambiente, anche se non scontato. Pensi possa diventare un percorso condiviso anche dal grande pubblico, una volta tramontata – per fortuna – la moda dei vini palestrati e, per semplificare, di impronta USA?
“Ognuno ha la sua storia e non puoi pretendere che una persona che ascolta solo Laura Pausini si innamori un giorno di John Coltrane. C’è chi si ferma alle prime emozioni e chi invece è bruciato da un fuoco interiore che lo porta a inseguire sempre nuove strade. All’inizio il vino morbido, e magari con residuo zuccherino, piace a tutti. Poi cerchi i tannini. Poi ti innamori del “vino verticale”: dell’eleganza, del fascino. E dunque Champagne, Riesling, Pinot Noir. Ma non capita a tutti: quando esco con una donna, spesso mi dice che “beve solo rossi” oppure “bianchi profumati”. A quel punto, se le fai provare subito un orange wine o un Pas Dosé, corri un rischio enorme. Vale anche per un familiare, un collega, un amico. Per apprezzare determinate tipologie, ancor più se naturali, occorre avere un interesse spiccato per il vino ed essere disposti a intraprendere un percorso. Non tutti ne hanno voglia e va bene così. Allo stato attuale bevo bianchi al 90% e rossi al 10%. Il requisito che più cerco, prim’ancora dell’eleganza, è la bevibilità. Adoro i vini glou glou e detesto i vinoni che stancano”.
Hai sempre avuto un debole per il Portogallo, paese che, in termini enologici, dalle nostre parti è stato spesso associato ai terribili Lancers e Mateus o, al massimo, alle pallide versioni base del Porto Ruby. Invece, Porto e Madeira sono delle grandissime realtà quasi misconosciute.
“Il Portogallo resta un amore eterno, però più geografico e letterario. Per me il Portogallo è Pessoa, è Saramago, è Lobo Antunes. E’ Lisbona, l’Alentejo, è il vento che non si stanca mai di agitare l’Oceano. I vini vengono dopo. Alcuni Porto sono strepitosi, soprattutto i Vintage e gli LBW, ma qualche anno fa ne bevevo di più. Vale ancora di più per i Madeira: è una realtà dalle potenzialità notevoli e poco conosciute in Italia, hai ragione, ma è raro che beva “vini da meditazione”. Una delle pochissime eccezioni è il Sol di Cerruti”.
Negli ultimi anni sei diventato vegetariano. Hai raccontato che, nella scelta, fu decisiva la lettura del libro Se niente importa di Jonathan Safran Foer (al quale aggiungerei Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan, di cui parleremo a breve su questa pagine, nella rubrica “Letto per voi”). Ti chiedo: nella decisione ha pesato di più l’attaccamento assoluto alle tue amate Labrador o il desiderio di ammantare di consapevole e coerente rigore anche le tue scelte alimentari?
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“La scelta vegetariana, e ormai quasi vegana, è molto mia. Ne vado fiero, ma non cerco proseliti e provo un fastidio vivissimo per i carnivori che fanno battute idiote o ti incolpano di essere vegetariano “però hai il giubbotto di pelle”. Ognuno faccia la sua vita e nessuno dia lezioni. So di essere oltremodo perfettibile e contraddittorio, come tutti del resto, ma incidere “4” sul mondo animale mi fa stare meglio di quando incidevo “7” o “9”. Certo, potrei incidere “0” e vestire solo in jeans e tela, ma per ora mi va bene così. Sono vegetariano dal 2001 e dall’inizio di quest’anno ho praticamente tagliato tutto ciò che è grasso, ancor più se proveniente dal mondo animale. Per un mese ho vissuto solo di frutta, verdura e legumi. Poi ho fatto un bilancio e mi sono reso conto che l’unica cosa che mi mancava era il vino: così ho ricominciato a bere vino. E ho continuato a non mangiare – e bere – il resto. Niente birre, niente superalcolici se non un whisky o un distillato come si deve ogni tanto. Pane e pasta quasi mai, men che meno a cena. Formaggio assai di rado. Non amo neanche le uova, le salse e i dolci, quindi chi mi invita a cena – a pranzo mangio pochissimo – se la cava con una verdura grigliata e qualche legume (tanto il vino lo porto io). Al limite, ma solo quando ceno fuori e sono costretto perché non c’è proprio altro, in casi eccezionali mangio un po’ di pesce. Ma preferisco di no e chi mi conosce lo sa. Ormai sono diventato un esperto di seitan, tofu, mopur e tempeh. Sto bene così, sia da un punto di vista etico che salutistico: ho perso 15 chili dal febbraio scorso. Oltre ai libri di Safran Foer e Pollan, mi ha certo condizionato vivere con due labrador. Amo gli animali e, finché posso, non intendo nuocere loro in alcun modo. Spesso vado a cavallo: ecco, l’idea di mangiare carne di cavallo la trovo (personalmente) inconcepibile. E per me vale lo stesso per un coniglio, un capretto o un maiale. Lo so, dovrei evitare anche il tonno una volta al mese e il pezzo di formaggio con caglio animale ogni morte di Papa, ma l’ho già detto: sono perfettibile, ho margini di miglioramento e mi piaccio così. Neanche poco, peraltro”.
Hai più volte confessato di essere un toscano “atipico”, dal cuore (enoico) spostato decisamente verso il Piemonte. Tra poco, proprio a Torino, ci sarà il Congresso Nazionale AIS: pensi di riuscire a trovare qualche ritaglio di tempo per tuffarti nelle degustazioni dei grandi vini piemontesi?
“Confermo di essere un toscano enoicamente atipico, a un ottimo Sangiovese preferirò sempre un ottimo Nebbiolo. Riguardo al tuo invito: mi piacerebbe e ti ringrazio, ma fra teatro, tivù e vita privata viaggio già anche troppo. La mia auto non ha neanche undici mesi e il contachilometri dice già 60mila. Per questo ho smesso di partecipare a dibattiti, convegni e degustazioni (pubbliche: quelle private eccome se le frequento). Quando posso, sto molto felicemente a casa: focolare acceso, una bella donna accanto, due labrador fighissime a fare la guardia (si fa per dire) e la bottiglia giusta di vino. Difficile chiedere di più” (AIS-Sardegna, grazie a Giorgio Demuru, 4 novembre 2014)

Salone del Gusto 2014 – La dura vita dello scroccone

AgrodolceLa seconda giornata del Salone internazionale del Gusto e Terra Madre comincia con una piccola contestazione. Un’ora e più di fila all’apertura prevista per le undici. Chi fischia, chi impreca: “C’è una sola porta aperta. E’ uno scandalo, una roba così neanche nel Terzo Mondo”. Non sanno che stanno per entrare in una delle poche rassegne che, con passione e rispetto, cerca di aiutare quel mondo (a partire dal non chiamarlo “terzo”). L’invasione del venerdì è più massiccia di quella del giovedì e l’obiettivo dei 220mila visitatori in cinque giorni, come due anni fa, è a portata di mano. Il frequentatore del Salone si divide in tre categorie: quelli che son lì per lavoro e non gliene frega niente (quasi sempre giornalisti); quelli che baratterebbero il loro regno per degustare il pannerone di Lodi o la fragola di Tortona (quasi sempre invasati); e poi la maggioranza per nulla silenziosa, costituita dallo scroccone vorace. Egli dà l’assalto al Salone del Gusto come al Vinitaly, un po’ per interesse e un po’ perché – una volta pagato il biglietto 20 euro per entrare – avrà l’unico obiettivo di rastrellare ogni assaggio gratuito. Lo scroccone è un animale simbionte, che si adatta all’ambiente circostante con elasticità invidiabile. Può essere uno studente, può essere un giornalista (che peraltro entra gratis), può essere (eccome) un riccone: lo scroccone può essere chiunque. E’ in grado di trangugiare tutto quello che gli si presenta (gratis) davanti, fregandosene di abbinamenti e progressioni gustative: anche ieri era facile incontrare gente che passava dal cioccolato fondente 99% alla bruschetta di olio polacco, puntando poi sul cannolo siciliano e infine sul sedano di Trevi e sullo sfratto dei Goym. Se un alieno osservasse queste scene, si chiederebbe com’è che a Torino gli esseri umani non mangiano da mesi, e una tale carestia li ha costretti a siffatte abbuffate pantagrueliche. Ovviamente lo scroccone ingurgita tutto quello che può, da “vampiro nella vigna sottrattor nella cucina” come cantava Capossela, salvo poi dileguarsi non appena l’azienda produttrice gli fa capire che – dopo l’assaggio – qualcosa andrebbe comprato. Anche solo una pralina, una tisana verde o un fagiolo di Controne. I luoghi più amati dallo scroccone, nel magico mondo ideato da Carlin Petrini (che ieri passeggiava su e giù per i padiglioni con un sorriso grande così), sono la Cucina di strada e l’Enoteca. Entrambi i microcosmi, per lo scroccone, hanno un grande difetto: non sono gratis. Però costano poco e risultano mediamente salone3vantaggiosi: un sacrificio si può dunque fare. Orde di nuovi barbari, già mediamente storditi da plotoni di birre artigianali, sbranano con avidità inusitata piadine e tigelle, bombette e olive ascolane, cacciucchi e focacce di Recco. E’ un’orgia di odori e sapori, un’ordalia di fritti che satura l’ambiente e costituisce l’acme popolare del Salone. L’Arca del Gusto è certo più affascinante, ma lo scroccone rifugge intimamente le implicazioni culturali applicate al cibo: non gli interessa tanto mangiare, quanto far scempio di qualsiasi odioso afflato dietetico. Così, dopo avere sbranato cubetti mirabili di Monte Veronese e bicchierini di distillato di miele, si dirige con postura incerta verso l’Enoteca. Quest’ultima è un luogo inizialmente ostico, perché le regole paiono scritte da un legislatore ubriaco (pure lui). Per bere bisogna comprare un bicchiere e una mini-parannanza agghiacciante bordeaux (2 euro). Poi occorre acquistare i buoni-bevuta. Ogni buono costa un euro. I vini che si possono assaggiare, distillati inclusi, sono addirittura 896. Ogni vino ha un numero e un colore nel catalogo tascabile: quelli col pallino verde valgono 3 buoni (cioè 3 euro), quelli col pallino rosso 4; pallino giallo uguale 5 buoni, blu 6 e nero 7. Frigoriferi asettici proteggono bianchi e bollicine. Ogni vino è servito dai degustatori Fisar, che qua e là sacramentano perché “Il vino 312 è finito, porca miseria, e ora come si fa?”. Qualche visitatore solleva polemiche livide perché tra le bollicine non ci sono gli Champagne: “Vergogna, che senso ha?”. Quando gli fanno notare che gli Champagne ci sono eccome, solo che vanno richiesti allo stand “Compagnia dei Caraibi”, il polemista non chiede scusa ma se la prende con “la scelta folle degli organizzatori”. Nel frattempo lo scroccone ha bevuto di tutto, dall’Olumbra Metodo Classico al Brigante Bianco. Intanto, sottobanco e non senza una certa drammaticità, ha luogo il baratto di buoni-bevuta: “Me ne dai altri 4, così provo il Refosco dal Peduncolo Rosso?”. Qualcuno invita gli astanti a una degustazione di Chianti Gallo Nero. Altri, stoicamente, si inebriano di Amaro Mandragola. Poi, anche sulla seconda giornata petriniana, scende il tramonto. (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2014) Leggi il resto di questo articolo »