Durello sui lieviti Sotocà – Cristiana Meggiolaro

IMG_9334Non ricordo chi mi abbia donato questo vino. Credo sia accaduto dopo un mio spettacolo: un regalo di uno spettatore, forse di una spettatrice. Maledetta memoria: solitamente mi sorregge, ma in questo caso no. L’ho bevuto due sere fa.”Igt Veneto”, e in sé la denominazione non giustifica cortei. Durello 85% e Garganega 15%, e già questo è invece ben più curioso. Ancor più considerando che il vino, tipologia “frizzante”, è un rifermentato sui lieviti come certi Prosecco Surlie che piacciono a me. Spippolando in rete ho visto che Cristiana Meggiolaro fa vini naturali. Non ho però capito se faccia anche parte di qualche associazione.
Nel retroetichetta della bottiglia si legge: “Vino bianco frizzante sui lieviti da uve autoctone Durello coltivate a 450 metri di altitudine nel paesino di Brenton Ronca’ (VR). Proveniente da vigne piantate su suoli di origine vulcanica, rifermentato in bottiglia. Non filtrato”. In Rete ho trovato anche questo: “L’azienda si trova nel confine tra la provincia di Verona e Vicenza ed i vigneti di proprietà sono situati sulle pendici del Monte Calvarina che in parte si affaccia nella provincia di Verona nella zona del Soave e del Durello ed una parte nella provincia di Vicenza nella zona del Gambellara. I vitigni coltivati sono solo i bianchi autoctoni: La Garganega e la Durella. Dall’annata 2012 l’azienda ha abbracciato la tecnica agronomica ed enologica promossa dalla Vini di Luce”
Il colore è un giallo paglierino tenue: molto tenue. Non è “sporco” come certi Colfondo. Anche al naso e in bocca si presenta esile. Molto esile. Ma non anonimo. Non può certo avere chissà quale corpo e persistenza: deve essere un vino facile, glou glou, da aperitivo o pasto comunque poco impegnativo. Per quanto i vitigni siano ovviamente diversi, mi ha ricordato non tanto il Prosecco di Casa Belfi, quanto casomai il Garg’n’go dei Maule e più ancora il Prosecco – più educato e precisino – di Ca’ dei Zago, che a volte mi convince e altre meno. Fresco, buona mineralità, gran bevibilità. In rete si trova sui 15 euro, franco cantina immagino poco sotto i 10. Nella sua tipologia, l’ho trovato un vino riuscito.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.

Cronache dalla Sicilia

Ho appena passato, per puro diletto e non per lavoro, alcuni giorni in Sicilia. Ho avuto modo di visitare tre aziende, che già stimavo (e bevevo) ma che mai avevo visitato. E’ stato bello.

sferlazzo

Porta del Vento. Ovvero Marco Sferlazzo. Ovvero Camporeale (Palermo). Prendo una strada il cui asfalto è una condanna biblica, risalgo, attraverso Camporeale – un paese a strapiombo di se stesso – e salgo ancora verso Contrada Valdibella. C’è Cantine Aperte e ti aspetti la folla, ma per fortuna ci sono “solo” una decina di appassionati a tavola. Il paesaggio è incantevole e vagamente lunare. Sferlazzo, fino a poco più di dieci anni fa, era farmacista. Poi la svolta. L’azienda fa parte di Renaissance. Più o meno 65mila bottiglie prodotte. Uomo di cultura e appassionato, ci fa provare i suoi vini mentre ogni tanto spuntano ricotte, formaggi mirabili e altre prelibatezze. I vini mi hanno colpito molto. In alcuni casi moltissimo. Segnalo anzitutto Catarratto e Perricone, i due vanti di Sferlazzo: in pochi, in Sicilia, li declinano come lui. Recuperare il Perricone, vitigno affascinante e difficile, è ormai una sorta di missione esistenziale (riuscita: l’annata 2011 è davvero di pregio). Il Catarratto (ottimo anche il “base”) è proposto anche Metodo Classico (Mira) oppure macerato (Saharay). Il Trebbi potrebbe essere un riuscito vin jaune dello Jura. Io vi consiglio anche il Voria, un rifermentato in bottiglia meravigliosamente glou glou (8 euro franco cantina). Clima splendido, accoglienza come deve essere. E prezzi giusti. Applausi.

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Nino Barraco. Non arrivi mai ed è Marsala ma non è Marsala. Contrada Bausa. Nessuna indicazione, ma con Google Maps ci arrivi. A un certo punto, solo vigne e nulla. Nessuna insegna (per scelta). Poi, una struttura tutta bianca, con delle vetrate che mi hanno ricordato chissà perché Insider di Michael Mann. Mi accoglie Paolo, che aiuta il proprietario Nino. Barraco espone all’interno del Vinitaly, ma nello stand degli “eretici” naturalisti (come Dettori, Dottori, etc). Sulle 40mila bottiglie prodotte. L’idea di Barraco, allievo di Marco De Bartoli, è tornare a quel(la) Marsala non malamente turistica e industriale ma vera. In questo senso, provate l’Alto Grado e il Milocca. A me hanno colpito più ancora il Catarratto e il Grillo senza solfiti. Quest’ultimo si chiama Vignammare e riesce appieno a restituire vitigno, terroir e quella personalità (senza dimenticare la bevibilità) che dovrebbero essere l’approdo finale di chi fa vino. Come il bravo Barraco.

marilena

Marilena Barbera. Qui siamo a Menfi (Agrigento), che non è “solo” Settesoli e Planeta. Marilena Barbera, dopo la scomparsa del padre nel 2006, è approdata alla viticoltura biologica e “naturale”. Non fa parte di associazioni e, per la sua idea per nulla talebana e giustamente aperta (basta con le nicchie), mi ha ricordato Arianna Occhipinti. Donna di grande competenza, sa spiegare benissimo le meraviglie e le insidie dell’Inzolia (ovvero dell’Ansonica) e dell’Alicante (ovvero Cannonau). Sulle 50mila bottiglie annue, anche se per grandezza potrebbe produrne quattro volte tanto. Un bel coraggio. Ogni etichetta racconta una vigna. Con lei è sempre un bel bere, ma vi segnalo in particolare l’Inzolia da vecchie vigne (Dietro le case), il Catarratto (Aremi), il Grillo (Costa al vento) e il Perricone (Microcosmo). Le vigne di Inzolia sulla spiaggia sono pazzesche. I prezzi, come per le due aziende precedenti, sono molto onesti. Il pranzo dal mitico Vittorio di Porto Palo me lo ricorderò a lungo. E Marilena è brava, ma brava parecchio.

Sia lode alla Chartreuse

fullsizerender-4Due settimane fa, a Cremona, mi sono imbattuto in un bar dedicato pressoché interamente alla Chartreuse. Ero lì per due date del mio spettacolo, Il sogno di un’Italia, nel mitico Teatro Ponchielli. Il bar si chiama “Bar Italiano” ed è davvero la mecca della Chartreuse. Qualcuno si domanderà: di cosa stai parlando? Avete ragione: non la conoscono certo tutti. Della Chartreuse mi aveva più volte parlato Giulio Casale, amico e collega di teatro. E’ un liquore francese, prodotto in origine dai monaci certosini nella cantina della certosa Grande Chartreuse, nelle prealpi della Chartreuse a Voiron. Ora è prodotto da una fabbrica nei pressi di Voiron, sempre però sotto la supervisione dei monaci certosini e comunque in quantità modica. L’artigianalità è stata più o meno salvata. Come spiega Wikipedia, “La Chartreuse nacque nel 1605 quando i monaci certosini di Vauvert, nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, rinvennero un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita”. La ricetta, molto complicata, fu effettivamente studiata solo a partire dal 1737. Ancora oggi, i soli a conoscere tale ricetta sono i monaci certosini: per l’esattezza due o tre, non di più. Ne esistono varie versioni. Le principali sono quella gialla (40 gradi, sui 30 euro) e quella verde (55 gradi, sui 42 euro). C’è anche la boccetta di Elisir Vegetale della Grande Chartreuse, 71 gradi, direttamente dalla ricetta fullsizerender-5originaria, che si usa come “sciroppo” – non dimenticate che nacque come medicinale, addirittura come elisir di lunga vita – ed è densissima. Il colore diverso è dato dalla diversa miscelazione delle erbe (130). Esistono poi alcune versioni speciali. Per esempio la Chartreuse 1605, uscita due anni fa per festeggiare i 400 anni dalla scoperta della ricetta e sorta di versione deluxe della Chartreuse verde: la trovate attorno ai 50/55 euro. Non troppo dissimile è la Liquer du 9e Centenaire, in rete sui 58 euro, realizzata per il nono centenario della fondazione della Grande Chartreuse: stesse caratteristiche della verde, ma più morbida.  Poi c’è la Chartreuse VEP, che è la mecca della Chartreuse: sempre versioni gialla e verde, però invecchiata 12 anni. Costa tanto, la boccetta da mezzo litro viene 80 euro. Ma è pazzesca. Parlo con cognizione di causa, avendole provate tutte e avendo acquistato la Chartreuse 1605 (su Amazon), la 9e Centenarie (online su Terra in Cielo) e la VEP verde (alle Carovaniere di Arezzo). In Italia è distribuita da Velier.
Cos’ ha di speciale la Chartreuse? Tutto. Usata anche nei cocktail, servita liscia o con ghiaccio, può ricordare lo Strega. Ma solo vagamente: è molto meglio. Carattere deciso, ora speziata e ora pungente, lo zucchero residuo non fa sentire l’alcol e la mattina successiva non la senti. La Chartreuse è inspiegabilmente magica, evocativa e personalissima. Più ancora: è lussuriosa. Più che un liquore, è un invito continuo e gioioso a fare sesso. Una meraviglia.

Santòn – Borgo San Daniele

schermata-2016-12-04-alle-12-00-00Una settimana fa ero a Cormòns, per la rassegna Cormòns Libri. Mi avevano chiamato anche un anno fa, prima con La vita è un ballo fuori tempo e poi con I migliori di noi. Ho dormito a Borgo San Daniele, azienda da 60-70mila bottiglie l’anno con qualche camera. Un luogo incantevole. Non ho conosciuto Mauro Mauri, ma sua sorella Alessandra. Non appena arrivato,  ho notato che stavano facendo una degustazione con due signore. Mi sono fermato con loro, sebbene fossi reduce da qualche bicchiere (e un bel mangiare) alla Subida.
Non stavano degustando un vino, ma un vermouth. Il primo vermouth artigianale del Friuli Venezia Giulia. Si chiama Santòn e lo fanno proprio a Borgo San Daniele. Un loro vecchio sogno. Non sono un esperto di vermoth (bianco, nello specifico), ma ultimamente sto studiando – e molto – il mondo dei gin. Quindi, di botanicals, un po’ ne so. Come ne so di artemisia e assenzio (non fate battute, su). Ci sono realtà italiane artigianali meravigliose. Senza spostarmi dalla mia provincia, penso per esempio al Sabatini Gin e al Vallombrosa Gin. Il primo lo cito anche ne I migliori di noi, eleggendolo a componente dominante di un fantomatico “Gin Tonic all’Aretina” che non esiste. Ma potrebbe esistere.
Cito dal Messaggero Veneto: “A BorgosanDaniele di Cormòns, i fratelli Alessandra e Mauro Mauri producono vino dal 1990. Diciotto ettari per 67 mila bottiglie l’anno, lungo il confine con la Slovenja dove le Doc Collio e Isonzo si incontrano. Poche rispetto alla media, ma anche questo fa parte della filosofia aziendale. Più della metà è venduta all’estero. Qui, sono venticinque anni che si produce vino biologico anche se i Mauri non hanno mai chiesto la certificazione. Almeno fino a due anni fa e visto che la burocrazia impone tre anni di “controlli”, quel “marchio” arriverà nel 2017″. Sul vermouth Santòn: “Il sogno di Alessandra e Mauro era quello di realizzare un prodotto utilizzando le erbe del territorio. Fare qualcosa che avesse il gusto e la storia delle loro vigne. Alcuni anni fa in un locale di New York, Mauro resta folgorato da impolverate vecchie bottiglie. Tra queste anche di vermouth antichi. Scatta qualcosa. In fondo il vermouth è vino. Per legge il 75 per cento è vino bianco e poi artemisie. La gradazione alcolica non deve essere inferiore ai 14,5 gradi. Per tutto il resto ci si affida a infusi, a qualche ricetta, anche di origine farmaceutica”.
I fratelli Mauri si affidano a una vecchia ricetta di Vienna. Due anni di prove, assaggi, errori. Tre le uve utilizzate, tutte autoctone: Friulano, Malvasia Istriana e Pinot Bianco. Trenta specie diverse di erbe officinali e spezie aromatiche. La componente essenziale del vermouth è l’artemisia. Nel Santòn ne trovate tre. La più caratteristica, e dunque decisiva, è l’artemisia caerulescens, ovvero l’assenzio marino. Cresce nella laguna di Grado. Nel dialetto locale viene chiamata Santonego o Santonico. Da qui il nome del vermouth artigianale in oggetto: “Santon”. L’assenzio marino di Grado dona ulteriore sapidità al Santòn, di per sé spostato su toni salini grazie alla Malvasia Istriana. Fermentazione, ossigenazione e macerazione avvengono all’Opificium Lt di Spilimbergo, lo stesso dove si fa anche il Gin friulano Fred Jerbis (ve l’avevo detto che il Gin un po’ c’entrava). Venticinque euro in enoteca, 1600 bottiglie prodotte.
Io l’ho bevuto, su consiglio di Alessandra, con ghiaccio e scorza d’arancio. E’ perfetto come aperitivo e per certi versi mi ha ricordato il Porto bianco, che mi faceva impazzire quando – ah, che meraviglia – passavo molto più tempo a Lisbona sulle orme di Saramago. Ma va bene anche a fine pasto, perché ripulisce davvero (mica come certi amari industriali che ti propinano al ristorante).
Provatelo. Il Santòn è un gioiellino.

Ognostro 2012 – Tinessa

schermata-2016-11-21-alle-23-06-41Ci risiamo. Sono alla Cieca di Via Vittadini, Milano, con Perfect39 e partiamo coi bianchi. Poi arriva Michele e ci riprova con uno di quei rossi che “okay che son rossi, ma piacciono anche a voi che ormai bevete solo bianchi”. Se lo dice lui, può esser vero. Proviamo.
Ci propone così questo Ognostro 2012, dicendo che è fatto da un giovane mago della finanza – Marco Tinessa – pieno di soldi e di vini pazzeschi in cantina (non ha detto proprio così, ma col tempo ho imparato la sintesi brutale). La presentazione, in sé, non è sinonimo di gran vino. Anzi: mi aspetto un vino yuppie, apparentemente naturale ma fighetto e piacione. Oltretutto è Aglianico in purezza, vitigno splendido che però di rado mi appassiona appieno. Tannini duri, acidità elevata: non è certo un vitigno complicato, e la tendenza alle rese troppo alte e a non aspettare la maturazione piena (spesso a inizio novembre) per non rischiare di perdere il raccolto per via della pioggia complica il tutto. Oltretutto qui il nome, Ognostro, allude dichiaratamente all’inchiostro. Fatale, e inevitabile, pensare a un vinone concentrato e iperalcolico.
E invece.
Ti ritrovi questo nettare che ha sì un colore molto carico, e pure 14.5 gradi, ma è dotato di una freschezza e di una eleganza pazzesche. Un vino ben fatto, difetti zero al gusto al naso e pure all’esame visivo, che ha carattere e freschezza (prodigiosa), buona (non enorme) mineralità e grande complessità olfattiva. Bevibilità suprema, alcol che c’è ma non lo senti. Ha un che di Etna, anche se non dovrebbe entrarci molto, ma poi capisci (un po’) perché: le uve vengono da vigneti a Montemarano, provincia di Avellino, ma la vinificazione è effettuata nelle cantine asettiche di Cornelissen nel cuore dell’Etna (Munjebel eccetera). Il prezzo in enoteca è sui 30 euro, qualcosa meno. La produzione al momento è irrisoria, 600 bottiglie che col tempo potranno salire a 1000/2000, ma non troppo di più. Un passatempo, più che una produzione vera e propria. Ma un gran bel passatempo.

Vino di Anna – Palmento 2014

schermata-2016-11-16-alle-19-59-44E’ abbastanza curioso come scriva ormai pochissimo in questo blog, sebbene cerchi e scandagli il mondo del vino molto più di prima. Ormai ho trovato le mie fonti, i miei locali, i miei distributori. Perle su perle. Il tempo è sempre meno e lo sapete, ma in fondo per raccontare un vino possono bastare anche poche parole. Quindi riproviamoci.
Curiosamente il vino che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere qui, sperando che il post non resti troppo isolato, è stato un rosso. Dico “curiosamente” perché il 98% dei vini che bevo e compro, da ormai quattro anni, è bianco. Sia esso surlì, petillant, frizzante, cremant, Metodo Classico o Champagne. E invece domenica sera mi sono imbattuto in questo Vino di Anna Palmento 2014. Ero con Perfect 39 ed ero alla Cieca di Via Vittadini, uno dei luoghi che mi fa amare Milano, ormai mia seconda casa dopo Arezzo (sempre ammesso che un tipo ramingo come me possa parlare di casa, ma questo mi porterebbe lontano e adesso vorrei essere breve). Dopo la solita girandola di bianchi, avverto l’inusuale desiderio di bere un rosso. Rosso dei miei, eh, quindi Pinot Noir o parenti più o meno stretti. Tipo il Nerello Mascalese. Così Michele, il proprietario, mi propone questo classico “rosso che però in fondo non è così rosso”.
Il Palmento 2014, con l’annata nascosta nel numero romano sull’etichetta (XIV), è il classico vino che nelle commissioni viene segato subito. Se lo incontri a un corso da sommelier, ti dicono di bombardarlo. Ci sta: al naso la volatile ti invade e l’acetica regna. Il vino non è filtrato e si presenta quindi pure torbido. Per forza che è “solo” un vino da tavola.
Anna Martens non è certo nata coi vini naturali, avendo lavorato per Ornellaia. Poi però si è invaghita dell’Etna e si è inventata questo vino naturale, laddove la parola “naturale” vuol dire “solo per bevitori parecchio impavidi”. Lo stesso uvaggio è una stravagante sciarada: Nerello Mascalese, ma anche Nerello Cappuccio e Grenache. Fin qui classico uvaggio da Etna Rosso, poi però trovi anche uve bianche come Minella, Catarratto e Insolia.
Fin qui, me ne rendo conto, sembra che stia descrivendo una follia sbilenca e dunque sgradevole. Al contrario: ne avrei bevuto a secchi. Un vino glou glou, che ha al tempo stesso carattere e personalità. L’acidità mitiga la componente alcolica, i profumi rimbalzano come dentro un flipper e il corpo è quello di quei vini felicemente polposi che sanno proprio – e veramente – di uva. Per certi versi mi ha ricordato un Menjebel che non se la tira e per altri il prodigioso Pikadè di Pane e Vino.
Quindi, riassumendo: cercatelo, bevetelo. E godete tutti.

Ci vediamo domenica ad Agliano Terme

schermata-2016-10-04-alle-13-00-19Ciao a tutti. Ben ritrovati. Purtroppo i mille impegni fanno sì che questo blog lo aggiorni sempre meno, ed è un peccato, perché sto scoprendo un sacco di posti belli e vini naturali di pregio. Non ho smesso di cercare, casomai ho smesso di scriverne (di vino). Prima o poi, qui, ricomincerò. Più prima che poi.
Domenica prossima, 9 ottobre, tornerò intanto a parlare di vino in un contesto pubblico. Lo farò ad Agliano Terme (Asti), all’interno della prima edizione di “Barbera e Champagne”. E’ organizzata da Barbera Agliano in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Qui trovate tutto. Venerdì sera ci sarà Massimo Cotto, sabato sera Giulio Casale (con uno spettacolo inedito). Io ci sarò domenica pomeriggio alle ore 15. Verrò intervistato da Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber. Mi intervisterà sul mio rapporto con il vino, sui miei due libri a esso dedicati. Chiacchiereremo un po’. Niente politica, solo vino e vignerons. Vi aspetto.

Elogio breve dei vini naturali

Schermata 2016-08-21 a 15.47.05Dieci anni fa erano nicchia, ora molto meno. Il concetto di “vino naturale” è per certi versi poco chiaro, quando addirittura equivoco. E può certo nascondere la mera voglia furbastra di “farlo strano”, magari per andare incontro all’ultima moda del momento. E’ però positiva, nonché salutare, questa riscoperta delle tradizioni e – al contempo – questa attenzione alla salute. In Italia abbiamo centinaia di vitigni autoctoni, ma spesso il vino che beviamo è tutto uguale. Statico e perfettino. Incapace di emozionarci e pure poco digeribile. Perché un “solo” bicchiere ci fa bruciare lo stomaco o ci regala la mattina dopo quel mal di testa come se avessimo appena passato una notte alla Bukowski? Perché dentro certi vini, quelli che costano (troppo) poco e quelli che costano (inutilmente) troppo, c’è di tutto. Chiarificazioni oscure, sofisticazioni chimiche, solfiti in abbondanza. Volersi bene significa bere vini buoni, certo. Ma vuol dire anche bere “vini sani”, che non è necessariamente un ossimoro. Ecco allora la galassia dei cosiddetti “vini naturali”, caratterizzata peraltro da viticoltori spesso simpatici e intellettualmente stimolanti. Sono vini ricchi di identità e poverissimi di sofisticazioni, genuini e sorprendenti, con il concetto di “beva facile” al primo posto. Inizialmente potranno spiazzarvi, perché talora un po’ bizzarri e non sempre bellissimi all’esame visivo o nei profumi. Poi però scopri un mondo: un bel mondo. E a quel punto non torni più indietro. E’ come per la musica: se ascolti tutta la vita Antonacci, magari Antonacci ti sembra persino bravo. Poi un giorno ti imbatti per caso in John Coltrane. All’inizio non lo capisci, ma poi ti innamori. E di Antonacci neanche ti ricordi più. (Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2016)

Lo spritz? E’ il cinepanettone degli aperitivi

Schermata 2015-12-08 a 12.36.29E’ lecito dire, con rispetto parlando, che dello spritz non se ne può più? Per carità, ognuno può bere quello che vuole. C’è persino gente che trova divertente Siani, quindi tutto è lecito. Lo spritz non è certo il problema maggiore. E magari a qualcuno piace. Sì, ma quelli a cui piace lo sanno che c’è tanto – praticamente tutto – di meglio? Anzitutto: cos’è lo spritz? La risposta dotta è “un tipico aperitivo originario del Veneto”. La risposta corretta è “la maniera più scaltra con cui i bar smaltiscono le loro scorte di bianco orrendo”. Sì, perché lo spritz è una mescolanza tale per cui alla fine il vino viene ampiamente offuscato dal resto degli ingredienti. Lo spritz – ricorda GialloZafferano – “nasce durante la dominazione austriaca nel lombardo-veneto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Sono infatti i soldati austriaci che hanno diffuso questa bevanda, aggiungendo al vino Veneto, ritenuto da loro troppo forte, del seltz per diluirlo. Il nome spritz deriva dal verbo tedesco “spritzen” che significa appunto spruzzare”. Le proporzioni sono 1/3 vino bianco secco, 1/3 Aperol, 1/3 seltz. Più 6 cubetti di ghiaccio e mezza fetta d’arancia. Molti al posto dell’Aperol mettono il Campari e – ancor più – il Prosecco è spesso preferito al vino bianco. E qui, doppiamente, casca l’asino. Anzi lo spritz. Quale Prosecco? Quasi sempre il peggiore: quello da supermercato, quello da un euro a bottiglia, quello buono e sano come una colica renale. E quale vino bianco? Idem come sopra, tanto il sapore (va be’) verrà dominato da Aperol e seltz. Ne consegue che, fatti salvi rari e meritevoli casi, lo spritz è un accrocchio modaiolo con cui si suole fare (goffamente) Schermata 2015-12-08 a 12.36.38i fighi mentre si beve una mezza schifezza. E per giunta abbastanza cara. Lo spritz ha poi senso se lo si beve a Padova o Treviso, dove è nato e dove lo fanno molto meglio che altrove. Non si capisce invece per quale motivo si debba berlo a Milano, Roma o Catania. Ci saranno senz’altro gli adepti del genere, che lo reputeranno migliore di qualsiasi alternativa. Buono a sapersi. Rispetto massimo. Però fidatevi: c’è di meglio. Certo, a volte lo spritz costa meno di un bicchiere di bianco, ma sempre troppo se si sa – e spesso non si sa – cosa ci sia dentro. Lo spritz è il cinepanettone degli aperitivi. E neanche un cinepanettone passabile: uno di quelli con Enzo Salvi e Biagio Izzo, uno dei più scontati. Piccolo consiglio: emancipatevi da questo “sciroppetto” inutilmente e stancamente frizzante. Convertitevi al gusto del (buon) Metodo Classico, buttatevi nel magico mondo dei (buoni) Gin Tonic. O anche “solo” provate il bianco della zona (non della casa). Sarà sempre – sempre – meglio di qualsiasi spritz. (Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2015)