Il mio primo romanzo

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Giovedì 23 aprile è uscito il mio primo romanzo. Dentro ci sono tante cose, tanti personaggi, tante passioni. E c’è anche tanto vino. Credo piacerà anche a chi mi ha scoperto con Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri. Ve lo segnalo, sperando di incuriosirvi. E grazie di tutto.

Vini ostinati e contrari: Sella dell’Acuto Pane e Vino

FullSizeRenderLa Taverna Pane e Vino, in centro a Cortona, vanta una delle migliori carte di vino di tutta Italia. Una sorta di paese dei balocchi dei vini naturali. A gestire tutto è Arnaldo Rossi, appassionato autentico con competenza rara e fissa (eccessiva) per i bianchi ossidati della Jura. Da qualche anno ha provato non solo a consigliare vini, ma anche a farli: “Ho sempre pensato che per giudicare il lavoro degli altri fosse necessario mettersi in gioco in prima persona. Così, dopo aver passato 17 anni a proporre vini naturali nel mio ristorante, ho ritenuto giusto proporre qualcosa di interamente mio”. La prima vigna è stata piantata nel 2004 in Val di Chio, sopra Castiglion Fiorentino. E’ una zona poco nota in termini vitivinicoli, mentre la vicina Cortona è ritenuta particolarmente adatta al Syrah. Rossi ha deciso di puntare sul vitigno toscano per antonomasia: il Sangiovese. L’azienda fa parte di VinNatur e produce due rossi: il Dodo, dedicato al figlio e a Fabrizio De André, che è la selezione deluxe. Venti euro, bottiglie da un litro, produzione limitata (1000). Poi, più o meno in eguale quantità ma in bottiglie canoniche da 0.75, la versione più bevibile. Costa la metà e si chiama Sella dell’Acuto. Proviene da una vigna del 2009. Il nome deriva dal condottiero Giovanni L’Acuto, che visse nel vicino castello di Montecchio. E’ un rosso piacevole, felicemente semplice, con una ispirata leggerezza sempre più rara tra i vini rossi toscani. Da provare (se lo trovate). (Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2015. Ventiduesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Vitovska Zidarich

IMG_1870La Vitovska è il vitigno autoctono bianco più importante del Carso. Si vinifica con macerazione, come se fosse un rosso. I produttori più ispirati sono Zidarick e Vodopivec. Entrambi fanno parte dell’associazione naturale Vini Veri. La Bora soffia incessante e sferza le viti, la roccia domina il paesaggio. L’azienda di Benjamin Zidarich, attiva dal 1988 e costruita giustappunto nella roccia, si trova in località Prepotto, Duino Aurisina, provincia di Trieste. Il suolo è pietroso e argilloso. Otto ettari, 25mila bottiglie prodotte. Tra queste il blend Prulke (vitovska, malvasia, sauvignon), la Malvasia, il Terrano e un assemblaggio di Merlot e Terrano (Ruje). Tutte bottiglie di pregio, ma la più ispirata e rappresentativa resta la Vitovska. E’ con lei che si capisce il territorio ed è con lei che si comprende la filosofia diZidarich. Basse rese, interventi minimi in cantina e vigna, rispetto sacrale del territorio. Solforosa in bassissime percentuali. Macerazione e fermentazione vengono effettuate in tini di roccia carsica, senza coperchi né controllo della temperatura. Dopo la macerazione, almeno due anni di affinamento in botte. Il Carso è luogo misterioso e non lo è di meno questa Vitovska, che regala note di erbe officinali, fiori di campo e sentori affumicati. Alcuni orange wine risultano opulenti e ciò limita la loro piacevolezza: non è il caso di Zidarich, la cui Vitovska – oltre che per longevità – brilla per freschezza, eleganza e bevibilità. (Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2015. Ventunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Lino Maga & Emidio Pepe: storia del vino

IMG_1658_2Freschi reduci dalla grandeur del Vinitaly, giostra immensa al cui interno trovi tutto e il suo contrario, torna – per contrappasso – alla mente una frase di Teobaldo Cappellano, maestro del Barolo ahinoi scomparso: “Io evolvo all’indietro”. Un fermo intendimento, e anzi quasi un comandamento, per chi ha a cuore quella tradizione che non vuol dire fermarsi bensì non dimenticare. Accanto al Vinitaly, a Cerea e a Villa Favorita, le associazioni Vini Veri e VinNatur hanno proposto il loro campionario di “vini naturali”, che sarebbe poi meglio definire “vini artigianali”. Produttori che, proprio come Cappellano, provano a inseguire un’idea di vino anzitutto sano (non è un ossimoro), bevibile e rispettoso dell’uomo come della natura. Ormai più di un mese fa, il 24 febbraio, all’interno della mostra “Luigi Veronelli – camminare la terra” alla Triennale di Milano, c’è stata un’altra prova di come evolvere all’indietro sia possibile. Difficile, ma possibile. Per la prima volta, di fronte a un piccolo pubblico composto da appassionati e invitati, si sono incontrati Lino Maga ed Emidio Pepe. Entrambi over 80. Il primo è il padre del Barbacarlo, il vino preferito da Gianni Brera. Il secondo è uno dei pionieri di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo. Non si erano mai incontrati prima, e il merito – un gran merito – è di Live Wine e Dan Lerner. Maga è oltremodo introverso, Pepedecisamente estroverso. Sandro Sangiorgi, che – quando vuole – il vino lo sa raccontare come pochi e che ha aiutato eccome il vino artigianale a emergere, ha provato in veste di moderatore a dare una sorta di trama all’incontro. Non ce n’era bisogno: alcuni eventi nascono tali a prescindere, senza bisogno di imbeccate e partiture. La storia vitivinicola di Maga e Pepe ha più di cinquant’anni e continuerà, perché entrambi hanno figli già in grado di aiutarli e completarli senza snaturarne la filosofia. Pepe, a cui Sangiorgi ha dedicato un bel libro, è un istrione. Sa quando fare la battuta, quando parlare in dialetto, quando raccontare del suo scontro con i critici nel ’67 (lo accusavano di avere prezzi troppo alti) e quando seppe far breccia nel mercato americano prima di tanti altri. Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo sono vini iperprodotti e dunque spesso banalizzati; Pepe li interpreta con passione e rigore, regalando bottiglie caratterizzate da eleganza e complessità. Naturalmente longeve e decisamente importanti (anche nei prezzi, però mai esosi). Ascoltava il collega Maga, alla sua destra, con sorriso sardonico e stando bene attento a non farsi rubare la scena. lino-magaEntrambi col basco, entrambi in apparenza antichissimi e in realtà così moderni: così attuali, proprio come i loro vini. Prodotti peraltro opposti e dunque non paragonabili. Lino Maga, che ovviamente aveva portato due annate diverse da quelle chieste da Sangiorgi (ha sempre fatto come gli pare), ha chiamato “Barbacarlo” il suo vino non in onore di vigneti o toponimi: “Barba”, in dialetto pavese, sta per zio e Carlo era il nome di uno degli iniziatori della saga familiare Maga. Le uve sono in larga parte croatina, poi ughetta, uva rara e barbera. Vigne vecchie, botti vecchissime. Ogni botte è dedicata a una persona cara, tra queste Brera e “Gino V.”, ovvero Veronelli, tra i primi a intuire le potenzialità di questo vino splendidamente semplice e bevibile. “Il vino deve maturare in bottiglia, non in legno”, ripete Maga. E se matura in bottiglia può partire una rifermentazione solitamente indesiderata, ma che in Maga è voluta. La venatura carbonica, per tanti un difetto, nel Barbacarlo è cifra distintiva. Da tempo, anzi da sempre, Maga corre da solo. Neanche fa più parte della Doc, dopo che la commissione gli bocciò l’annata 2003 perché il residuo zuccherino era troppo alto. Nessuno come lui ha tentato di valorizzare l’Oltrepo’ Pavese come meriterebbe. Il suo enclave è Broni, terra anche di Tiziano Sclavi, l’ideatore di Dylan Dog. Lino parla poco – in pubblico: nella sua cantina è tanto ciarliero quanto ospitale – e quel poco ha sempre un senso definitivo. Una volta, al telefono, un giornalista lo rimproverò di essere troppo testardo: “Sembra che tu te le cerchi: ti ostini sempre a fare il vino come lo si faceva quarant’anni fa”. Lui, senza perdere quel suo aplomb da contadino fiero: “Ti sbagli. La mia enologia non ha quarant’anni, ne ha duemila”. Brera definiva il suo vino così: “Ho bevuto Barbacarlo ammandorlato di Maga Lino, spesso e innocente come una sposa capace di sorridere senza malizia”. Maga, dell’amico scomparso, parla ancora a fatica: “Ero a un convegno a Torrazza Coste. Non appena venni a sapere che era morto, tornai subito a casa. Ero distrutto. E’ come se avessi avuto un lutto in famiglia. Gianni mi stimava e mi voleva bene: mi attribuiva meriti speciali, che forse non ho mai avuto”. L’Oltrepo’ Pavese è ancora una ferita aperta: “Una terra che doveva essere valorizzata di più. E’ la terra che fa la differenza, non il vitigno: ho sempre combattuto le mie battaglie per affermare questo principio. Purtroppo qui ci si è preoccupati solo di commercializzare il prodotto, non di garantirne la qualità. Così spesso mi sono trovato solo a sostenere le mie tesi: gli unici che si sono sempre schierati al mio fianco sono stati i miei più grandi amici, Gianni Brera e Luigi Veronelli”. Vedere Maga e Pepe seduti accanto, era per certi versi come salire sulla De Lorean di Ritorno al futuro. Andando a ritroso nel tempo. Evolvendo all’indietro. E sorprendendosi di stare così bene. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015).

Vini ostinati e contrari: Pinot Grigio Ronco Severo

IMG_1660_2E’ una tipologia che meriterebbe più visibilità: il Pinot Grigio ramato. La parola “ramato”, in realtà, sarebbe un’aggiunta pleonastica. Diventa però necessaria se si è abituati a bere i Pinot Grigio bianchicci, nati cioè senza macerazione. La tipologia ramata appartiene a quella galassia – ora mirabile e ora modaiola – che gli americani chiamano “orange wine”: i bianchi vinificati come se fossero rossi, macerati a contatto con le bucce (ed è la buccia che contiene antociani e dà colore). I maestri di tale tipologia sono quasi tutti nella zona di Gorizia e Trieste, fino al confine sloveno e poi il Carso. Un guru come Gravner, negli anni, ha abbandonato il Pinot Grigio reputando che l’unico vitigno bianco meritevole di attenzione fosse la Ribolla Gialla. Altri, invece, continuano. E continuano bene: Klinec, Terpin, Princic, Podversic, Radikon Junior. Una delle ultime entrate è l’azienda Ronco Severo di Stefano Novello. Fa parte di Vini Veri, si trova a Prepotto (Udine). Ventotto giorni di macerazione in tini troncoconici di rovere, senza controllo della temperatura né uso di lieviti selezionati. Niente enzimi e un’idea filosofica di biologico: “Il biologico è avere il posto giusto, il territorio dove fare la tua cosa ed essere in pace con sé stessi. Senza questi due elementi non si va da nessuna parte”. Il suo Pinot Grigio ha sentori di cognac, armagnac e mallo di noce. La bevibilità è da applausi, l’eleganza non manca. Vino per ora di nicchia, tutto da scoprire. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015. Ventesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Dogliani Pirochetta Cascina Corte

corteChi martedì scorso si è trovato al Vinodromo, ristorante di Milano zona Bocconi con pregevole carta dei vini, ha potuto imbattersi in una persona discreta e garbata. Proponeva i suoi vini quasi scusandosi di essere lì. Si chiama Sandro Barosi e, nel 2001, ha abbandonato il lavoro a Slow Food per ristrutturare una tenuta splendida a Dogliani (oggi anche agriturismo) e valorizzare quelle terre e quelle vigne. Fin dall’inizio è stato affiancato dalla moglie medico, Amalia. L’azienda, a Borgata Valdiberti, si chiama Cascina Corte e produce circa 20mila bottiglie l’anno. I primi anni si facevano aiutare da un enologo, ma da tempo camminano da soli. I vitigni sono Nebbiolo e Barbera ma soprattutto Dolcetto, proposto in versione “base” e con la selezione Pirochetta Dogliani Superiore Vecchie Vigne. Quest’ultima nasce da piante con più di 60 anni di età. Il rapporto qualità/prezzo è lodevole. Cascina Corte è biologica e fa sue alcune pratiche biodinamiche, ma non figura più in associazioni di vini veri o naturali: “Non siamo fondamentalisti”, racconta Sandro, “ma ci siamo orientati da subito sul biologico. Niente concime, per esempio, e meno ancora concime chimico”. Il Pirochetta nasce da terreni calcarei, argillosi e tufacei sulle colline di San Luigi. Vinificazione in acciaio. E’ un vino più complesso del “base”, ma che non dimentica la sua natura quotidiana e (quasi) da tutti i giorni. Tannino abbastanza evidente, buona morbidezza, bella bevibilità. Un vino riuscito. (Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2015. Diciannovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Sol Ezio Cerruti

IMG_1389E’ raro che un eno-appassionato ami i vini dolci. Li ritiene, un po’ a torto e un po’ no, vini troppo facili. Ammiccanti, piacioni. Ed è difficile, in effetti, imbattersi in vini dolci in grado di piacere senza stuccare. Ecco: il Sol di Ezio Cerruti rappresenta un’eccezione meravigliosa. Di più: il Sol di Ezio Cerruti è il vino dolce perfetto per chi non ama i vini dolci. Cerruti fa parte dell’Associazione Vini Veri ed è un intellettuale prestato all’enologia. Produce a Castiglione Tinella, nel cuore del Moscato. Un vino tanto famoso (male) quanto prodotto (troppo). Cerruti, per complicarsi la vita, ha declinato il Moscato in versione passita. Una stranezza totale, che pratica solo lui o giù di lì. Produce poco, giusto 6mila bottiglie da 37.5 cl, compresa una versione rarissima di muffato (o per meglio dire botritizzato). Cerruti ama la musica – la sua casa è piena di vinili – e non ha la tivù. Legge, viaggia preferibilmente in moto e descrive il suo vino come “concupiscente, perfetto per ammaliare le femmine”. Non mitizza la vicina Langa, perché ne conosce finzioni e storture. Vegetariano convinto, del suo vino – e di vino in generale – parla poco perché è conscio che la bottiglia, nel bene e nel male, parla da sé. Più pavesiano che fenogliano, di recente ha ultimato la sua piccola cantina. Si diverte anche a produrre un Moscato versione secca, chiamato Fol. Il Sol è un nettare dolce ma non stucchevole, fresco e sapido. Di raro equilibrio e ancor più rara eleganza. (Il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2015. Diciottesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

 

Vini ostinati e contrari: Quinto Quarto Rebula Terpin

IMG_1268Per nulla distante da vigneti e azienda, anzi giusto a due passi, c’è l’Ossario di Oslavia. Raccoglie le spoglie di 57740 soldati – italiani, tedeschi, austriaci – della Prima Guerra Mondiale, molte delle quali ignote. Franco Terpin è di stanza a San Floriano del Collio (Gorizia). La sua è una delle produzioni più ispirate, e mai deludenti, all’interno della gamma sempre meno ristretta dei vini artigianali: con i suoi bianchi, in particolare, non si sbaglia mai. Fa parte di VinNatur. Ha cominciato a lavorare in vigna da ragazzo, quasi per imposizione del padre, che proprio non voleva saperne di avere un figlio camionista. I bianchi sono macerati, come naturale da quelle parti. E sono parti benedette quanto ispirate: le stesse di Gravner, di Radikon, di Princic, de La Castellada. Terpin è un omone enorme, in apparenza rude e dai modi spicci. I suoi vini gli somigliano. Il suo capolavoro è forse il Pinot Grigio, ma – tra un Friulano (Jakot) e una Ribolla Gialla deluxe – è giusto consigliare anzitutto la fascia “base”. Quella che Terpin, non senza ironia, chiama “Quinto Quarto”. Per esempio la Rebula, meno macerata della versione più ambiziosa di Ribolla Gialla ma anche più bevibile. Tra i molti pregi di Terpin, vignaiolo orgogliosamente senza fronzoli, c’è quello di realizzare bianchi macerati non “eccessivi”, in grado di essere bevuti (quasi) da tutti. Freschi, sapidi, gradevoli. Il rapporto qualità/prezzo è da applausi, come pure la coerenza tra persona e prodotto. (Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2015. Diciassettesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Brunello di Montalcino Podere Sante Marie

IMG_1156E’ bizzarro ma forse anche emblematico che, per trovare un Brunello come si deve e senza per questo impegnarsi in un mutuo, occorra cercare una piccola azienda gestita non da toscani. Bensì da bergamaschi. I coniugi Marino e Luisa Colleoni. Non senza sacrifici, negli anni Novanta hanno acquistato questo Podere Sante Marie ai piedi di Montalcino. Vigneti di origine vulcanica, altitudine di 477 metri sul livello del mare. La vista, d’incanto, è in grado di dominare tutto. Un tempo questi luoghi erano terrazzamenti difensivi, eletti a baluardo della repubblica senese. Poche le bottiglie prodotte, neanche 10mila l’anno. Quasi tutte all’estero, Giappone anzitutto, e quasi tutte da Sangiovese Grosso. Ultimamente i Colleoni si divertono a produrre anche un bianco, assai piacevole, da uve Ansonica. Marino è uno dei nomi di punta dell’associazione VinNatur e crede in quello che si è soliti definire “vino naturale”, ma che è più esatto ritenere “artigianale” e “genuino”. La filosofia dei Colleoni è chiara: “Il nostro obiettivo prossimo è di non usare assolutamente niente. Vorremmo creare un equilibrio naturale dove i “buoni” e i “cattivi”  se la sbrighino tra loro”. In cantina gli interventi sono pochissimi. Il vino invecchia in grandi botti di rovere, di capacità variabile, solitamente tra i 5 e i 25 mesi. L’azienda ha anche qualche camera per i visitatori e la cucina di Luisa non delude. E’ sempre più raro imbattersi in scorci di Toscana autentica, ma qui la magia c’è ancora. (Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015. Sedicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: San Rocco Castello di Stefanago

IMG_0934Per gli amanti del bianco, il Riesling è l’ultimo approdo: il vino “ideale”, per eleganza e complessità. Ancor più se arriva dall’Alsazia. Ancora più se proviene dalla Mosella. Trovare Riesling fermi e secchi di qualità non è facile in Italia. La zona più vocata è l’Alto Adige, ma c’è un altro microcosmo adatto a questo vitigno esigentissimo: l’Oltrepo’ Pavese. Una terra, per tanti versi, tutta da scoprire (e in buona parte da valorizzare). E’ a Borgo Priolo, provincia di Pavia, che si incontra il Castello di Stefanago. La famiglia Baruffaldi fa vino da cinque generazioni, ma è da pochi anni che sta provando a emergere realmente nel mercato. I vini nascono grazie ai fratelli Antonio e Giacomo, mentre il settore commerciale è seguito dalla sorella Antonietta. Cinquantamila bottiglie prodotte ogni anno, venti ettari vitati. Parte delle uve viene ancora venduta, perché l’azienda non può permettersi di produrre tutto ciò che arriva dai suoi vigneti. Castello di Stefanago fa parte dell’associazione VinNatur. Le etichette prodotte sono 13, ognuna delle quali non raggiunge le 5mila unità. Bianchi, rossi, Metodo Classico ancestrali, frizzanti “col fondo”. Quasi tutti i vini affinano in acciaio, qualcuno in botte grande di acacia. Spicca, all’interno di questa piccola galassia, il San Rocco. Riesling Renano fermo e secco in purezza. Ammalia per freschezza, mineralità e bevibilità. Le guide lo definirebbero “ideale come aperitivo”, ma in realtà è un vino “ideale”. E basta. (Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2015. Quindicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)