Vini ostinati e contrari: Pico La Biancara

pico-angiolino-maule-la-biancara-2008-300x225Raccontando al pubblico la genesi del suo Mondovino, film che ha cambiato non poco la maniera di raccontare (e probabilmente concepire) l’universo enologico, il regista Jonathan Nossiter non mancava quasi mai di ricordare quanto fosse rimasto stupito dalla piacevolezza di un bianco italiano. Quel bianco – poco costoso e non troppo famoso – appariva un po’ strano, appena torbido, vivificato da un giallo dorato così distante dalla neutralità asettica dei troppi “giallo paglierino” in commercio. Quel bianco era il Pico dell’Azienda Agricola La Biancara di Gambellara, in provincia di Vicenza. Dietro l’azienda si cela la famiglia Maule, dominata dal padre Angiolino. Personaggio vulcanico, di gran talento e grandi spigoli, sinceramente appassionato (per qualcuno pure troppo). Era e rimane uno dei grandi pionieri del vino naturale, allievo di Gravner (con cui poi puntualmente ha litigato) e dominus della meritoria associazione VinNatur (nata da una scissione con Vini Veri). La Biancara produce anche rossi e Recioto, ma il meglio lo dà nei bianchi, tutti Garganega in purezza. Un vitigno di indubbio pregio, ma spesso banalizzato da aziende più interessate alla quantità che alla qualità. Si possono scegliere tre Garganega: il base Masieri, il medio Sassaia, il cru Pico. Sono vini di una piacevolezza, e di una grazia, davvero rare. Maule rispetta la natura come pochi e non smette mai di cercare. La sua è un’azienda semplicemente irrinunciabile. (Il Fatto Quotidiano ha cambiato grafica, al lunedì, e anche la rubrica del vino va in cantina. Qui, però, continua. Ogni settimana, o giù di lì).

Vini ostinati e contrari: Trebbiano Casale

FullSizeRenderCertaldo è un luogo incantevole in provincia di Firenze, famoso per molte cose. Per aver nato i natali (pare) a Boccaccio e per una mostra del fumetto al cui interno, se cerchi bene, incontri Dylan Dog e Martin Mystère. Non è però nota, non immediatamente almeno, come luogo vitivinicolo particolarmente vocato. Per cambiare idea vale la pena arrivare a Località Casale, Via San Martino, Certaldo. La famiglia Giglioli-Rinaldi, qui, vinifica addirittura dal 1770. Azienda biodinamica dal 1979, e se non è un record in Italia poco ci manca, produce anche vin santo, grappa, olio e farro. Se vai a visitarla, e ne vale la pena, trovi anche molte damigiane con il vino sfuso e botti con dentro bianchi (Trebbiano) e rossi (Sangiovese) vecchi di decenni. L’Azienda Agricola Casale fa parte di VinNatur e vanta una conduzione felicemente ruspante e per nulla formale. Il vino che più colpisce è il Trebbiano Igt. Non si trova facilmente, 6mila bottiglie delle 12mila complessivamente prodotte ogni anno. Le viti hanno età media di 50 anni. Una settimana di macerazione sulle bucce (ma dipende dall’annata) senza follatura o rimontaggio. Maturazione sulle fecce per 6 mesi, leggera chiarifica e 2 mesi di affinamento in bottiglia. Ha un rapporto qualità/prezzo quasi imbarazzante, nel senso che – in tutta onestà – costa davvero poco. Non immaginatevi il vino della vita, ma piuttosto un vino quotidiano che non ti stanca mai e si lascia bere senza disturbare o stancare. Delizioso. (Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2015. Trentunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Chiarofiore Tunia

FullSizeRenderTunia è una giovane azienda immersa nella Val di Chiana. Animata da due ragazze, nessuna delle quali nata nella provincia aretina, cerca di valorizzare un territorio non poco sottovalutato. I vini sono naturali e Tunia fa parte dell’associazione Vin Natur animata da Angiolino Maule, ma i prodotti messi in commercio hanno una pulizia che li rende accattivanti per chi non ama troppi azzardi (ma al tempo stesso li rende “troppo poco strani” per chi beve solo vini spigolosi e al limite quasi del difettoso). Azienda meritoria e coraggiosa, migliora di anno in anno. Oltre a un Sangiovese felicemente bevibile e ispiratamente umile, a spiccare è il Chiarofiore. È un orange Wine, un bianco macerativo a maggioranza Trebbiano e con un’aggiunta di Vermentino. Le prime annate erano gradevoli ma un po’ opulente, mentre col passare delle vendemmie si nota una crescita di bevibilità e di equilibrio. È’ frutto di 4 diverse vendemmie, la prima a inizio settembre (per sfruttare l’acidità del Trebbiano non ancora maturo) e l’ultima per inserire nel blend una piccola porzione di Trebbiano sovramaturo e attaccato dalla muffa nobile (per dare corpo e morbidezza: scelta comprensibile, ma forse azzardata). Le quattro parti vengono vinificate separatamente. Il vino affina in acciaio sulle fecce fini per 12 mesi e poi in bottiglia per altri 6 mesi. Non ancora troppo noto, il Chiarofiore è un vino inizialmente spiazzante, ma che difficilmente delude e non ammalia. (Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2015. Trentesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrario: Cinque Terre Vetua

FullSizeRenderLe bottiglie prodotte sono poche, meno di 5mila l’anno. Appena un ettaro vitato. Lo Sciacchetrà, il celebre passito tipico della zona, è prodotto solo nelle annate migliori. In vigna la concimazione è naturale, e ai filari si alternano erbette selvatiche, bietole e insalata. I vitigni coltivati sono anzitutto Bosco, Vermentino e Albarola, il trittico – raro e inimitabile – che contribuisce a rendere ulteriormente uniche le Cinque Terre. Nella piccola azienda a conduzione familiare Vetua, a Monterosso sul Mare località Fuisso, si punta poi su altre uve autoctone pressoché scomparse. Il vino che più racconta questa realtà senz’altro eroica, benedetta da terre non riproducibili altrove ma al tempo stesso vessata dai rovesci climatici e con filari a strapiombo difficilissimi da lavorare, è il bianco Cinque Terre Doc. Un piccolo prodigio che ti stordisce per la sapidità spiccata, per la personalità, per la ispirata facilità del bere. Nel blog di Luciano Pignataro, esperto autentico, lo si definisce “lama grigio verde impreziosita da riflessi gialli e cristallini, carnosi e sfaccettati: una miscela dura e confortevole, quasi un infuso di tè bianco attraversato da lampi metallici e da quella salsedine delle chiglie di barche tirate a secco, che invade il naso di intensa mineralità”. Una descrizione sin troppo immaginifica, che però rende bene l’idea. Il proprietario è Sebastiano Catania, la cui piacevolezza è uno stimolo suppletivo per visitare l’azienda. (Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2015. Ventinovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: “C” di Catarratto Guccione

FullSizeRenderNon fatevi sfuggire questo bianco: è uno dei migliori orange wine italiani. Francesco Guccione ha una storia pesante, e affascinante, alle spalle. E’ il percorso, tra vigne confiscate e fratelli che se ne vanno, di una ripartenza. Dice di sé e dei suoi vini: “Appartengo a una famiglia che da generazioni si occupa principalmente di agricoltura. Ho iniziato a fare il vino aggiungendo lo stemma di famiglia. Al tempo ero insieme a mio fratello. Nel 2011 la frattura, la fine di una storia e per fortuna l’occasione di una rinascita. Le stesse vigne, la stessa mano che vinificava i primi vini: la mia. E una nuova cantina per ripartire”. Guccione cura personalmente le vigne. Sei ettari, agricoltura biodinamica. L’azienda ricade nel territorio di Monreale, 500 metri sul livello del mare. “Sono però più vicino a San Cipirello, il paese che ospita la mia nuova cantina. Qui comincia la valle del Belice, una grandissima vallata, un vero e proprio forziere di prodotti di grandissima qualità”. Sedicimila bottiglie circa prodotte l’anno. Nerello Mascalese, Trebbiano, Perricone. E Catarratto: è la sua bottiglia più affascinante. Si chiama “C” e si presenta essenziale sin dalla etichetta, come fosse un vino da tavola qualsiasi. Macerato (abbastanza ma non troppo) sulle bucce, ha il colore dell’oro vecchio. I profumi ricordano gli agrumi e gli idrocarburi, il tè e il balsamico, poi sensazioni resinose e un’acidità prodigiosa. Più che un vino, un piccolo capolavoro. (Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2015. Ventottesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Le Chiusure Favaro

erbalucePiemonte, terra di rossi: un’affermazione inattaccabile, ma non esaustiva. Trovi anche altro. Trovi dei Metodo Classico di Alta Langa che qualcosa da dire ce l’hanno. Trovi dei Riesling che se la cavano. Trovi dei bianchi autoctoni che sanno sorprenderti, o addirittura farti innamorare. E poi trovi l’Erbaluce di Caluso, un autoctono raro che può essere declinato anche come passito. Regge bene l’invecchiamento e dà il meglio di sé nel Canavese. Nei corsi per diventare Sommelier è uno dei vini che incuriosisce di più: elegante, raro e dotato di personalità spiccata. I produttori ispirati non mancano. Tra questi, Camillo Favaro. Finissimo conoscitore di Borgogna e autore di libri riusciti dedicati al Pinot Noir, gestisce un’azienda familiare – né troppo piccola né troppo grande – che sa esaltare l’Erbaluce. La versione ambiziosa è il “13 mesi”, quella che meglio fotografa la filosofia dell’azienda è il “Le Chiusure”. Nitido per freschezza e sapidità, dritto ma con un’acidità non tagliente. Bevibilità in primo piano, buona persistenza per un vino “base” e dal prezzo onesto. Per gli amanti della elencazione dei profumi, segnaliamo – tra i sentori più percettibili – le note agrumate, fiori bianchi e pesca (bianca), mela, nocciola e mandorla (i sommelier aggiungerebbero qui “sbucciata”, ma noi abbiamo troppo a cuore il senso del ridicolo per farlo). L’Italia è piena di perle non abbastanza note e lodate. Ed è anche il caso dell’Erbaluce di Caluso. E di Favaro. (Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2015. Ventisettesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Dosaggio Zero Arici

ariciLa Franciacorta non piace granché a chi ama i vini naturali: difficile coniugare un vino di per sé “costruito” (come lo è del resto lo Champagne) con l’idea di naturalezza e artigianalità. Ancor più in una zona ricca e in apparenza “industriale”. E’ però una generalizzazione: c’è la Franciacorta asettica, furbina e per nulla intrigante, e quella che sa colpirti per eleganza. E’ il caso, e non è l’unico, di Andrea Arici. Un giovane produttore, classe ’78, che lavora nel mondo del vino da vent’anni. La sua azienda – 50mila bottiglie l’anno – si chiama Colline della Stella ed è a Gussago. Non è la parte più nota della Franciacorta, siamo relativamente distanti da Erbusco (Cavalleri) e da Coccaglio (Faccoli). E’ una terra sorprendente e verdissima, che non manca di stupire. I vigneti sono a strapiombo: è quasi viticoltura eroica. La vista dall’alto di Cellatica, dove si trovano alcuni degli ettari vitati dell’azienda, è mirabile. Arici, coadiuvato da una famiglia splendida, è stato tra i primi a credere nel Pas Dosè, il Metodo Classico senza aggiunte finali. Puoi farlo solo se hai grandi uve e sei molto bravo: Arici può farlo. Il suo “base”, 80% Chardonnay e 20% Pinot Nero, spicca per bevibilità e personalità. Anche le altre bottiglie, tra cui un Rosè riuscito, sono tutte Pas Dosè. Consigliata la visita in cantina: per la gentilezza dei proprietari, per lo scenario. E – senz’altro – per apprezzare la cucina della madre di Andrea. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2015. Ventiseiesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Anatrino Tanganelli

anatrinoVitigno usato e abusato, il Trebbiano toscano sa stupirti soprattutto quando proprio non te l’aspetti. Castiglion Fiorentino, provincia di Arezzo. L’azienda Carlo Tanganelli, ora gestita dal figlio Marco, produce poche migliaia di bottiglie. Fa parte dell’associazione VinNatur. Due le tipologie messe (poco) in commercio: Anatraso e Anatrino. Il primo si produce solo nelle annate migliori. Trebbiano non in purezza, ma coadiuvato dalla Malvasia del Chianti. Al ristorante si trova attorno ai 20 euro. E’ un bianco macerato, con vinificazione cioè a contatto (tre settimane) con le bucce come fosse un rosso. Ogni tanto qualche annata spara un po’ troppo alcol (la 2007 arrivava a 14 gradi e mezzo). Superata però la eventuale botta alcolica, l’Anatraso si caratterizza per un’inattesa piacevolezza non distante dal Pico di Angiolino Maule. Quando l’annata non lo consente, l’Anatraso non si fa e cede il passo al fratello minore Anatrino. Teoricamente un vino di riserva, ma solo teoricamente. Molto meno impegnativo e volutamente non indimenticabile, sa stupire in positivo. Eccome. La macerazione è più contenuta, solo 4 giorni. Il vino viene poi lasciato maturare in acciaio per 7 mesi, senza subire nessun trattamento chimico di sintesi e con aggiunta minima di solforosa. Costa più o meno la metà dell’Anatraso: il suo rapporto qualità/prezzo è encomiabile. L’Anatrino è un piccolo vino da grandi estati: un compagno di viaggio discreto e mai ingombrante, però sicuro. (Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2015. Venticinquesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Sur Lie Alpino Furlani

furlaniE’ una piccola realtà in provincia di Trento, terra che sa dare vita – tra le mille cose – a spumanti di pregio. Produce pochi vini, tutti semplicemente appaganti e per nulla canonici. Lui si chiama Matteo Furlani, coadiuvato da Danilo Marcucci. L’azienda fa parte dell’associazione Vini Veri. Sei ettari di vigneto e quattro di frutteto, divisi tra Vigolo Vattaro e Povo. Due i vini da segnalare. Il primo si chiama Metodo Classico Interrotto. Ottanta percento Chardonnay e venti Pinot Nero. Uno spumante non sboccato, non dosato, senza solforosa aggiunta. Un po’ torbido, bollicine poco persistenti. Vagamente imperfetto, come molti pas dosè naturali, ma di una piacevolezza spiccata (e in cantina si trova sotto i10 euro). Ancora più economico, e ancor più ruspante, è il Sur Lie Alpino. Jacopo Cossater, una delle firme enoiche più ispirate, lo descrive così: “Un rifermentato in bottiglia da uve bianche. Un vino la cui fermentazione si interrompe naturalmente con l’arrivo dell’inverno e che riparte in bottiglia con il salire delle temperature primaverili”. Un rifermentato ancestrale, molto minerale e assai agrumato. Pompelmo e lime, anzitutto. Tra i tanti pregi del Sur Lie Alpino c’è anche quello di contribuire alla scoperta di vitigni autoctoni a rischio scomparsa: Pavana, Vernaccia, Lagarino bianco, Verderbara. I vini di Furlani hanno poco alcol, rinfrescano, dissetano. Tanto poco complessi quanto sani. Genuini e mai deludenti. Consigliabili, in particolare, come aperitivo. (Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2015. Ventiquattresimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Besiosa Crocizia

besiosaCon l’arrivo dei primi caldi è consigliabile individuare un vino particolarmente quotidiano, di quelli che si lasciano bere senza impegno. Vini per nulla cari e beverini. La tipologia frizzante può rivelarsi indicata. Ecco allora la piccola azienda Crocizia. Si trova in provincia di Parma, a due passi da Langhirano, le stesse terre di una delle aziende naturali più note (Camillo Donati). Cinquecento metri sul livello del mare, un ettaro e poco più strappato al versante montuoso sinistro del torrente Parma. Il podere, abbandonato, è stato recuperato più di 15 anni fa. I proprietari, adesso, parlano di una “terrazza naturale”. Il vigneto è circondato da boschi, prati e alberi da frutto. I vitigni coltivati sono Malvasia di Candia e Sauvignon (uve bianche), Barbera, Croatina, Pinot Nero e Lambrusco Maestri (rossi). Le etichette fantasiose comunicano anch’esse un’idea di vini che non se la tirano per niente. Piace segnalare, all’interno di una produzione (frizzante) semplice e riuscita, la Besiosa. E’ una Malvasia di Candia macerata e pètillant. Si presenta con un colore tendente al rosato. L’alcolicità è contenuta, la struttura per nulla ingombrante. Lo si beve senza accorgersene, che in certi casi è un complimento. Esiste anche la Malvasia non macerata (“Znèstra”). Tra i rossi, plauso alla versione di Croatina in purezza (Pasènsja) e di Lambrusco Maestri (Marc’Aurelio). Crocizia, che produce anche un ottimo miele, è per ora poco conosciuta. Una lacuna da colmare. (Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2015. Ventitreesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)