Salone del Gusto 2014 – La dura vita dello scroccone

AgrodolceLa seconda giornata del Salone internazionale del Gusto e Terra Madre comincia con una piccola contestazione. Un’ora e più di fila all’apertura prevista per le undici. Chi fischia, chi impreca: “C’è una sola porta aperta. E’ uno scandalo, una roba così neanche nel Terzo Mondo”. Non sanno che stanno per entrare in una delle poche rassegne che, con passione e rispetto, cerca di aiutare quel mondo (a partire dal non chiamarlo “terzo”). L’invasione del venerdì è più massiccia di quella del giovedì e l’obiettivo dei 220mila visitatori in cinque giorni, come due anni fa, è a portata di mano. Il frequentatore del Salone si divide in tre categorie: quelli che son lì per lavoro e non gliene frega niente (quasi sempre giornalisti); quelli che baratterebbero il loro regno per degustare il pannerone di Lodi o la fragola di Tortona (quasi sempre invasati); e poi la maggioranza per nulla silenziosa, costituita dallo scroccone vorace. Egli dà l’assalto al Salone del Gusto come al Vinitaly, un po’ per interesse e un po’ perché – una volta pagato il biglietto 20 euro per entrare – avrà l’unico obiettivo di rastrellare ogni assaggio gratuito. Lo scroccone è un animale simbionte, che si adatta all’ambiente circostante con elasticità invidiabile. Può essere uno studente, può essere un giornalista (che peraltro entra gratis), può essere (eccome) un riccone: lo scroccone può essere chiunque. E’ in grado di trangugiare tutto quello che gli si presenta (gratis) davanti, fregandosene di abbinamenti e progressioni gustative: anche ieri era facile incontrare gente che passava dal cioccolato fondente 99% alla bruschetta di olio polacco, puntando poi sul cannolo siciliano e infine sul sedano di Trevi e sullo sfratto dei Goym. Se un alieno osservasse queste scene, si chiederebbe com’è che a Torino gli esseri umani non mangiano da mesi, e una tale carestia li ha costretti a siffatte abbuffate pantagrueliche. Ovviamente lo scroccone ingurgita tutto quello che può, da “vampiro nella vigna sottrattor nella cucina” come cantava Capossela, salvo poi dileguarsi non appena l’azienda produttrice gli fa capire che – dopo l’assaggio – qualcosa andrebbe comprato. Anche solo una pralina, una tisana verde o un fagiolo di Controne. I luoghi più amati dallo scroccone, nel magico mondo ideato da Carlin Petrini (che ieri passeggiava su e giù per i padiglioni con un sorriso grande così), sono la Cucina di strada e l’Enoteca. Entrambi i microcosmi, per lo scroccone, hanno un grande difetto: non sono gratis. Però costano poco e risultano mediamente salone3vantaggiosi: un sacrificio si può dunque fare. Orde di nuovi barbari, già mediamente storditi da plotoni di birre artigianali, sbranano con avidità inusitata piadine e tigelle, bombette e olive ascolane, cacciucchi e focacce di Recco. E’ un’orgia di odori e sapori, un’ordalia di fritti che satura l’ambiente e costituisce l’acme popolare del Salone. L’Arca del Gusto è certo più affascinante, ma lo scroccone rifugge intimamente le implicazioni culturali applicate al cibo: non gli interessa tanto mangiare, quanto far scempio di qualsiasi odioso afflato dietetico. Così, dopo avere sbranato cubetti mirabili di Monte Veronese e bicchierini di distillato di miele, si dirige con postura incerta verso l’Enoteca. Quest’ultima è un luogo inizialmente ostico, perché le regole paiono scritte da un legislatore ubriaco (pure lui). Per bere bisogna comprare un bicchiere e una mini-parannanza agghiacciante bordeaux (2 euro). Poi occorre acquistare i buoni-bevuta. Ogni buono costa un euro. I vini che si possono assaggiare, distillati inclusi, sono addirittura 896. Ogni vino ha un numero e un colore nel catalogo tascabile: quelli col pallino verde valgono 3 buoni (cioè 3 euro), quelli col pallino rosso 4; pallino giallo uguale 5 buoni, blu 6 e nero 7. Frigoriferi asettici proteggono bianchi e bollicine. Ogni vino è servito dai degustatori Fisar, che qua e là sacramentano perché “Il vino 312 è finito, porca miseria, e ora come si fa?”. Qualche visitatore solleva polemiche livide perché tra le bollicine non ci sono gli Champagne: “Vergogna, che senso ha?”. Quando gli fanno notare che gli Champagne ci sono eccome, solo che vanno richiesti allo stand “Compagnia dei Caraibi”, il polemista non chiede scusa ma se la prende con “la scelta folle degli organizzatori”. Nel frattempo lo scroccone ha bevuto di tutto, dall’Olumbra Metodo Classico al Brigante Bianco. Intanto, sottobanco e non senza una certa drammaticità, ha luogo il baratto di buoni-bevuta: “Me ne dai altri 4, così provo il Refosco dal Peduncolo Rosso?”. Qualcuno invita gli astanti a una degustazione di Chianti Gallo Nero. Altri, stoicamente, si inebriano di Amaro Mandragola. Poi, anche sulla seconda giornata petriniana, scende il tramonto. (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2014) Leggi il resto di questo articolo »

Salone del Gusto 2014 – Reportage minimo

salone gustoIl signore di mezza età, appassionato e brizzolato, si guarda attorno con aria circospetta. Tiene stretto qualcosa di verosimilmente prezioso: forse una pepita, forse la pietra filosofale. Chissà. Si avvicina ancora, accenna un sorriso. Poi, all’acme della tensione, cede con affetto quasi marziale quel che custodiva gelosamente tra le mani: “Mi raccomando, cuocia a fuoco lentissimo, almeno un’ora”. Il dono, o per meglio dire la presunta pepita, si rivelerà essere un chilo di preziosissima “farina da polenta biancoperla macinata a pietra”. Il mulino è a Feltre, l’azienda a Castelfranco Veneto. Scene così, al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre (da ieri a lunedì al Lingotto di Torino), accadono di continuo. Utopici della tradizione, tradizionalisti dell’enogastronomia o anche solo – solo? – rivoluzionari che sussurrano alle mandorle di Toritto. E’ una rassegna enorme e imponente, invasa da un pubblico trasversale, che va dalla scolaresca ingorda di tigelle all’appassionato che si commuove di fronte al miracolo della cipolla gigante di Giarratana. Siamo ben dentro la celebrazione, quasi sempre motivata, della nicchia e della diversità: dell’alimento spesso “anomalo”, che molto ha da raccontare e dunque per questo merita la salvezza (o anche solo la non estinzione). Tre padiglioni raccolgono le eccellenze italiane. Laboratori del gusto, gallerie visitatori, sale avorio. Aleggia una certa grandeur, la stessa che trasforma semplici punti ristoro in “Lurisia acqua point”. La terra di mezzo che unisce Italia e mondo è il limbo della cucina di strada, regno delle “migliori olive all’ascolana” (se lo dicono da soli, forse a ragione), osterie del Gran Fritto (sì, maiuscolo) e Associazioni Cacciucco. Qualche passo ancora e appare l’universo Oval: Europa e America Latina, Asia e Nord America, Africa e l’abracadabra proletario – il vanto vero di Carlin Petrini, che mercoledì sera al varo di Terra Madre c’era ma ieri si è visto poco – che risponde al nome di Arca del Gusto. Ovvero quel che andrebbe salvato da un’apocalisse alimentare forse neanche troppo ipotetica. Al centro dell’arca, con la sua Canon a tracolla, incontri Oliviero Toscani. Eterna volti e sguardi non ancora omologati per il suo progetto “La razza umana”. Chiede a un agricoltore cileno di non essere teso, ti parla felice: “Resto fino a lunedì, in un posto così posso fare almeno trecento scatti incredibili”. Poco fuori dall’arca, pronto a salire a bordo, c’è Piero Sardo. E’ il presidente della Fondazione Slow Food: “Questa è l’undicesima edizione, una ogni due anni, la prima in contemporanea con Terra Madre”. Si aspetta la stessa gente del 2012: “Più o Salone del Gusto 2014 - foto di Gabriele Bolognesi06meno 220mila persone, anche se qualcuno non è venuto per paura dell’Ebola. Ci hanno attaccato perché abbiamo invitato anche gli africani. Però, giusto stamani, ci ha contestato anche il Movimento 5 Stelle: il consigliere comunale di Torino ci accusa di avere ostacolato Burkina Faso e Serra Leone. Roba da matti, e sì che io son pure un po’ simpatizzante”. Del Burkina Faso? “No. Dei 5 Stelle. Per molti eravamo meglio prima, ma in questi casi te lo dicono sempre: ti colpevolizzano del successo. In questi venti anni la cultura enogastronomica è cresciuta molto, anche se confusamente e non abbastanza. Ormai le guide non hanno più senso, fosse stato per me non avrei neanche rifatto la Slow Wine. Non è detto però che con Trip Advisor e i blog la situazione stia migliorando: in Rete si leggono delle cazzate incredibili”. Dicono che Slow Food è per i fighetti e Eataly per il renzismo nazionalpopolare. “Una semplificazione discutibile, e poi Eataly ci copia o comunque si ispira a noi. Cosa ne pensa Petrini? E che ne so, non lo vedo da tre mesi”. Forse il Salone del Gusto non resterà a Torino anche nel 2016: “A parte la prima edizione, siamo sempre stati qui. Certo, a Milano faremmo più del doppio di visitatori, credo 500mila persone. Si vedrà. Torino è una citta particolare”. Particolare come questa kermesse, sorta di Vinitaly meno invasata, ricca e per certi versi stordente. Ogni stand – 2500 euro per cinque giorni – racconta storie e sfide. Presidi che non demordono, figli che non intendono disperdere le memorie di nonni e padri. La celebrazione è oltremodo trasversale. Ieri mattina Renzi e Chiamparino non c’erano, impegnati a Roma nel confronto Stato-regioni, ma il Presidente del Consiglio conta di fare una sorpresa nel weekend. Michelle Obama ha detto che è merito di Slow Food se si è fatta l’orto, Papa Francesco ha plaudito l’impegno contro la fame. Perfino gli astronauti, nello spazio, non si nutriranno più di scatolette ma di legumi Slow Food: piattella canavesana, lenticchia di Ustica, fava di Carpino e cece nero della Murgia carsica. Benvenuti nel regno del marginale e del quasi dimenticato, della pera cocomerina e dell’impronunciabile (ma buonissimo) trdelnik ceco, della tonnarella di Camogli e del Graukase della Valle Aurina, della fava cottòra dell’Amerino e della fagiolina del Trasimeno. E’ una toponomastica curiosa e bizzarra, che racconta un microcosmo frammentato e al tempo stesso coeso: avamposti che da soli non fanno numero, ma che praticano una collettività – si direbbe – convinta. Brigate sparute di artigiani felicemente anacronistici e miracolosamente ispirati. Una comitiva vagamente ebbra sgomita per il convegno sulle “radici del genever e del gin”; c’è grande attesa per la sfida odierna tra “Fagiolina e fagiolone” nello stand Regione Lazio; si intuisce addirittura entusiasmo per il simposio sul “recupero dei boccaccielli”. Qualcuno sorriderà, ma anche questa è resistenza. Tra le poche rimaste in Italia, peraltro. (Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2014)

I ribelli del vino e l’annata 2014

IMG_6873MONTALCINO – Qualcuno non finge neanche di stupirsi, qualcun altro spera che sia “solo” una frode e non un vero e proprio taroccamento. Montalcino, di nuovo, diventa capitale di scandali enologici. “Credevamo di aver già pagato dazio una volta per tutte durante il Vinitaly 2008”, dicono alcuni produttori. Constatata la frode, la speranza in paese è che almeno stavolta le uve non autorizzate arrivino comunque dalla zona e non da regioni diverse. Nei giorni scorsi sono stati sequestrati 165.467 litri di vino: 220.600 bottiglie, di cui 75.620 litri di Brunello e 89.847 di Rosso di Montalcino. Valore attorno al milione di euro. Protagonista del presunto raggiro non è un enologo, ma un consulente di molte aziende: si impossessava illegalmente della documentazione attestante la Docg e la associava a partite di uva e vino comune, che vendeva alle cantine durante le fasi di vendemmia e invecchiamento. E’ stato denunciato per frode in commercio, accesso abusivo ad un sistema informatico, appropriazione indebita aggravata e continuata e reati di falso.
Sarà una vendemmia difficile, soprattutto nel Centro-Nord. L’annata 2014 avrà gli stessi limiti della 2002, quando non poche aziende blasonate rinunciarono a produrre i vini di punta (ad esempio il Barolo) per le piogge continue. La 2014 sarà addirittura peggiore, perché ha continuato a piovere tutta l’estate. I vini – con ovvie eccezioni – risulteranno scarichi, con basse concentrazioni polifenoliche, meno eleganza e meno gradazione alcolica. A Montalcino la grandinata del 12 giugno ha compromesso parte dei raccolti, tenendo conto che il Sangiovese è relativamente spargolo e dunque più soggetto a muffe. Lo scandalo, per quanto meno grave dei precedenti, è in qualche modo emblematico. La Toscana è ciclicamente epicentro di una propensione al taroccamento, vuoi per assecondare la moda dei vini “morbidoni” (che ha raggiunto il suo apice negli Anni Novanta e inizio Duemila) e vuoi per una tendenza a non accontentarsi mai. Neanche in quelle zone d’Italia in cui la natura sarebbe in grado di fare tutto da sola e basterebbe rispettarla, senza ricorrere a sofisticazioni in cantina e sbornie cafone da barrique. Chi ha buona memoria ricorda la puntata di Report di fine 2004, in cui – complice la meritoria denuncia di Sandro Sangiorgi, uno dei più grandi esperti del settore – si scopriva come di “vero” non ci fosse poi molto nell’enologia italiana. Quella situazione troppo spesso compromessa ha generato una reazione vibrante e per certi versi ugualmente estrema, costituita dal diffondersi dei cosiddetti “vini veri” o “naturali”. Niente più fermentazioni controllate, lieviti selezionati e abracadabra chimici, ma un pauperismo ostentatcolleoni-300x225o che oltrepassava le ambiguità del biologico e inseguiva una naturalità totale. Ora biodinamica e ora no. Il caso di Montalcino è davvero esemplificativo. Sebbene l’ultimo scandalo stia già allontanando qualche cliente, il commercio resta florido. A dominare sono le aziende chic, così perfette da risultare quasi respingenti. Prezzi esosi e una raffinatezza che – alla lunga – stucca. Del resto la regione è quella dei Supertuscans, “vinoni” fatti come se fossimo a Bordeaux o in California, col Sangiovese ritenuto “troppo tannico” e dunque ingentilito dai soliti vitigni internazionali (su tutti Merlot). C’è però chi resiste. Avamposti di resistenza e utopia che si oppongono alle mode, difendendo con le unghie e con le idee (più che con i denti) uno spicchio di terra troppo benedetto per essere involgarito. Basta visitare aziende garbatamente ribelli come Il Paradiso di Manfredi, Campi di Fonterenza o il Podere Sante Marie dei coniugi Colleoni, trasferitisi da Bergamo venti anni fa con il sogno non barattabile di una enologia semplice e sostenibile (anche nel prezzo). Squarci improvvisi di natura salva e vino autentico. L’enologia italiana, da Nord a Sud e ancor più in Toscana, non si divide tanto in “modernisti” e “tradizionalisti” ma in chi rispetta la natura e chi no. Questi ultimi hanno produzioni esigue, bottiglie poco glamour e vini non necessariamente impeccabili. Sono pochi e litigano tra loro come i partitini di sinistra. Non avendo paracadute in cantina, se l’annata è cattiva devono dire addio a metà raccolto o giù di lì: è accaduto ad Angiolino Maule a Gambellara, uno dei pionieri dei “naturalisti”. Eppure resistono. Li trovi a Sarzana, come Stefano Legnani, e nel parmense, come Camillo Donati. A Castiglione Tinella, come Ezio Cerruti, e a Castiglion Fiorentino, come Arnaldo Rossi. Ultimi passeri sul ramo. Uno dei più bravi a fotografarli è stato il cineasta americano Jonathan Nossiter, dieci anni fa in Mondovino e più recentemente nel riuscito Resistenza Naturale. Guarda caso, ha per scenario anzitutto la Toscana. Nossiter li definisce così: “Sono contadini moderni rivoluzionari, in grado di vedere la propria attività agricola in un quadro politico, sociale, ecologico ed economico molto più ampio e complesso di quanto non potessero fare i contadini fino a qualche generazione fa. La loro strenua lotta per la sopravvivenza del gesto artigianale indipendente e autentico, in un mondo post-globalizzato, mi ha emozionato”. Al netto di integralismi e retorica, il percorso di questi contadini illuminati pare in qualche modo necessario. La loro è una strada insidiosa, ancor di più in annate impietose come questa, ma smisuratamente autentica e non di rado commovente. Libera. (Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2014)

Piccoli avamposti di resistenza e utopia

IMG_6875A dispetto dell’aggiornamento sporadico di questo blog, e nonostante i chili persi, trovo ancora il tempo di bere bene. Era anzi da un po’ che non mi ritagliavo così tanto spazio per visitare cantine e provare vini. Due lunedì fa, prima di andare a Milano per la registrazione di un programma tivù, ho allungato la strada e visitato azienda e vigneti di Camillo Donati. Barbiano, due passi da Arola e Langhirano, nel parmense. Camillo non c’era, aveva cominciato la vendemmia proprio quel pomeriggio. Sono stato accolto da sua moglie. L’azienda dei coniugi Donati è ritenuta da molti naturalisti “l’unico” Lambrusco accettabile. O giù di lì. Lo ritengo un errore, sia perché ce ne sono tanti altri – naturali (Vittorio Graziano) e no (Paltrinieri, Bellei, Lombardini, etc) – e sia perché Donati non fa solo Lambrusco, di cui peraltro utilizza il biotipo Maestri in purezza. La sua gamma, tutta di rifermentati in bottiglia, è varia. I miei preferiti, tanto per cambiare, sono i bianchi: Sauvignon Blanc, Trebbiano e Malvasia. Applausi anche per il Lambrusco già citato e la Barbera. Da provare anche la Fortana (ancora più tannica e “brusca” del Maestri: di fatto la azzarda in purezza solo lui o quasi), Ovidio (Croatina) e il Rosso della Bandita. Quest’ultimo, proveniente dallo stesso piccolo vigneto, è l’unico blend dell’azienda: Barbera, Maestri, Fortana e Croatina (la percentuale la conosce solo Donati). Per chi vuole ci sono anche la Malvasia Rosè e due tipologie di vini dolci. Mi è piaciuta la semplicità della cantina, mi è piaciuto il coraggio di provare una strada ostinata e contraria, mi è piaciuto il garbo. E mi è piaciuto il rapporto qualità/prezzo. Donati è la mia bollicina preferita di quelle parti insieme a Massimiliano Croci (più spostato verso Piacenza). Non per tutti i gusti e non sempre perfetta, anzi quasi mai (ed è una fortuna), ma quasi sempre ispirata e di beva mirabile.
Martedì scorso mi sono fermato a Sarzana da Stefano Legnani. Qui ne ho scritto spesso, amo il suo Ponte di Toi e ancor più il suo Le Loup Garou, non solo perché è un tributo al grande Willy DeVille. Purtroppo ne produce poco, pochissimo. E la maggioranza della sua produzione va in Giappone, proprio come capita a Donati. Mi sono autoinvitato quasi senza preavviso e Stefano e sua moglie Monica potevano tranquillamente mandarmi a quel paese. Non l’hanno fatto e, insieme, abbiamo pranzato (ma soprattutto bevuto) fino alle 17. E’ da lui che ho scoperto, tra le altre cose, i vini assai “animali” di Vittorio Graziano. Legnani, ex assicuratore, è un naturalista che sa unire l’approccio eretico a una concretezza che serve anche (e soprattutto) ai sognatori. E’ stato un pranzo splendido, anche per la cultura musicale sciorinata da sua moglie Monica. Finalmente ho trovato una persona che conosce e ama John Hiatt quanto IMG_6873me, forse addirittura di più. Non lo ritenevo possibile. E finalmente ho trovato una persona in grado di consigliarmi dischi di vero blues e countru rock. Davvero un bel pomeriggio. Ci siamo ripromessi di organizzare al più presto una “cena cialtrona“, una di quelle adorabili mattanze alcoliche in cui bevi tanto e bevi bene. I Legnani le organizzano spesso tra amici: ci sarò, se vorranno.
Oggi, infine, sono stato a Montalcino. Per lavoro e per piacere. Mi sono fermato a pranzo dai coniugi Colleoni, pure loro di VinNatur (come Donati, come Legnani). Il loro Podere Sante Marie, che hanno acquistato non senza sacrifici a inizio anni Novanta trasferendosi da Bergamo, è di una bellezza che incanta. E rossi sanno emozionare. Gradevolissimi anche i bianchi (uva Ansonica). Produzione bassa, 10mila bottiglie (quasi tutte in Giappone anche queste), ma come dicono Marino e Luisa: “Bastano e avanzano, perché strafare? Noi viviamo bene così”. Un altro pomeriggio incantevole, immersi in una natura quasi incontaminata e tra cani che scorrazzano liberi.
Questi tre piccoli viaggi mi hanno convinto, una volta di più, che questo paese è molto più bello di come ce lo raccontino. E’ ancora – e nonostante tutto – intriso di anime salve. Lo pensavo già sette anni fa, quando scrissi Elogio dell’invecchiamento, e lo penso ancora di più adesso: il mondo del vino, soprattutto un certo mondo di un certo vino, è a sua volta ancora più ricco di anime salve. Tante piccole oasi felici, ricche di coraggio e di storia. Tanti piccoli avamposti di resistenza e utopia che, chissà come, vanno avanti. Senza smarrirsi.

(La foto ritrae Luna, uno dei cani dei Colleoni, mentre osserva l’orizzonte di Montalcino dal suo balcone preferito. Dal suo avamposto di resistenza e utopia, pure lei).

Bianchi

lamoDopo il post cumulativo su frizzanti e spumanti, accorpo qui alcuni tra gli ultimi bianchi fermi provati. Applausi a scena aperta per il Rebula Klinec 2009, degustato con piacere al Pane e vino di Cortona. Garanzia, tra i macerati. Bene anche Obermairlhof Kerner 2012Riesling 2011 di Haderburg. Il primo l’ho intercettato alla Ad Braceria di Cortona, il secondo all’Enoteca La Torre di Mosciano Sant’Angelo (Teramo).
Ancora in Abruzzo, nel neonato agriturismo Testarossa a Pescosansonesco (Pescara), di proprietà Vini Pasetti, ho provato la loro galassia di bianca. I miei preferiti: Pecorino Colle Civetta e Passerina. Meno convincente il Testarossa bianco, troppo piacione. Piacevole il Trebbiano. Vini Pasetti non è certo un’azienda di nicchia, ma è stata tra le prime a puntare sulla riscoperta del Pecorino e i vigneti di Pescosansonesco sono splendidi, come pure quelli di Capestrano sulla valle del Tirino. Meritano una visita prima e una bevuta poi.
Una garanzia il Trebbiano d’Abruzzo (si capisce che adoro questa regione?) di Emidio Pepe, annata 2010, tracannato – si fa per dire – più o meno per la 70esima volta nella mia vita ancora al Pane e Vino di Cortona. Piacevole il Greco di Tufo 2011 Dell’Angelo, che spicca per sapidità e note (piacevolmente) sulfuree: tra i Greco di Tufo più veri e meno banali che abbia avuto modo di conoscere. Non mi ha travolto di entusiasmo il Bianco Granselva 2013 dell’Azienda Agricola Il Cavallino. E’ un blend di Garganega, Sauvignon Blanc, Pinot Grigio e Durella: piacevole, ma un po’ neutro e fin troppo normale, pecca in carattere e personalità. Meritano poi una menzione altre due bottiglie. La prima è un Riesling Renano 90% e 10% (percentuale massima) di Riesling Italico, fermo, annata 2008. E’ vinificato dall’azienda Albani nell’Oltrepò Pavese, per l’esattezza a Casteggio in provincia di Pavia. Albani partecipa a VinNatur. Era la prima volta che lo degustavo, spinto dai proprietari del Papposileno che la reputano una delle aziende più particolari e promettenti del nord Italia. Subisce una leggera macerazione e questo lo rende (quasi) un orange wine. All’inizio deve liberarsi di una apparente pesantezza – e, orrore orrore – quel che sembra un’ossidazione, ma poi si equilibra, l’ossidazione – vade retro sempre – svanisce e denota bevibilità e carattere. Non grido al miracolo, ma il vino è di pregio. Infine il Lamoresca, Vermentino in Purezza annata 2013 (credo, è “solo” un vino da tavola). L’azienda omonima, con sede a San Michele di Ganzaria (Catania), fa parte pure lei di VinNatur ed è distribita da Arké di Francesco Maule. Anche qui una leggera macerazione, attorno ai due giorni. E’ uno di quei vini glou glou che calamitano sempre più la mia attenzione e stima. Curiosa la nota di scorza d’arancio, soprattutto come retrogusto. Classico vino naturale, peraltro di buona sapidità, che sa di frutto sano e che non spicca per lunghezza quanto per piacevolezza di bevuta. Ottimo qualità/prezzo. Non è il vino della vita, ma lo consiglio.

Premio Gusto Divino 2014

Lo scorso 3 agosto, a Castelbuono (Palermo), ho ritirato il Premio Gusto Divino 2014 e sono stato insignito del titolo assai gratificante – e impegnativo – di Ambasciatore del Gusto. Tra i premiati c’erano anche Bruno Gambacorta, Benanti Vini e Francesca Ciancio. E’ stata una splendida giornata e mi piace ringraziare, tra i tanti, Dario Guarcello, Daniele Lucca, Roberto Conoscenti e Daniele Di Vuono, oltre ai ristoranti Palazzaccio e Nangalarruni. Qui trovate il video della premiazione. Ancora grazie: tornerò.

Bollicine

VezzoliBlancdenoirNelle ultime settimane, tra un luogo e l’altro, ho provato alcuni vini. Anche bollicine: spumanti e frizzanti, Metodo Classico e più raramente Charmat. Al Palazzaccio di Castelbuono (Palermo) ho degustato il Murgo Brut, Tenuta San Michele. Un Brut bianco da uve nere, peraltro non certo note per la spumantizzazione: l’uva è infatti il Nerello Mascalese, ritenuto in qualche modo “il Pinot Nero dell’Etna”. E (quasi) come il Pinot Nero, il Nerello Mascalese così declinato si rivela piacevole e sorprendente. Nei giorni scorsi, presso la amata Enoteca La Torre di Mosciano Sant’Angelo (Teramo), ho assaggiato il Blanc de Noirs Extra Brut Franciacorta di Sullali. Mi ha convinto: Pinot Noir in purezza, non proprio una tipologia frequentissima in Franciacorta, eppure è un Extra Brut pienamente riuscito. Sullali è la piccola azienda (Erbusco) di Jessica e Dario Vezzoli, figli del più noto Giuseppe. Bene anche il “solito” Brut di Haderburg, che alcuni amici mi avevano detto essere in calo negli ultimi anni: a me non è parso. Meno convincente l‘Extra Brut Ribolla Gialla di Puiatti: gran vitigno, ma declinato in versione spumantizzata non mi fa mai impazzire. Si è rivelato piacevole e la bottiglia è finita con facilità, sempre buon segno, ma l’ho trovato peccare un po’ in carattere, eleganza e lunghezza.
Qualche sera fa, a casa, ho poi assaggiato la Malvasia di Camillo Donati, un frizzante (poco) che amo soprattutto d’estate e che ha un rapporto qualità/prezzo invidiabile: Malvasia aromatica di Candia in purezza secca, personale e dalla bevibilità spiccata. Poi un azzardo: Bubbly, azienda Les Briseau Nana Vins (Loira). I loro Chenin Blanc sono di pregio. Il Bubbly è un frizzante naturale rosé da uve Cinsaul, vitigno di Corsica e Languedoc non proprio nobilissimo, dalle alte rese, adatto appunto alla vinificazione rosé e presente in Italia con il nome di Ottavianello. Da provare, ma non mi ha convinto appieno. I profumi sono schietti e ammiccanti, fiori e frutti rossi, più fragola che lampone (più Brachetto che Lambrusco, giusto per scomodare vini diversissimi ma in qualche modo analoghi nei sentori). Al gusto è a mio avviso indebolito da un finale “dolcino” che non ne agevola granché la beva, comunque – in ultima istanza – piacevole.
Menzione finale per Zero Infinito, provato di recente al Papposileno, l’encomiabile ristorante di Cavriglia. La loro carta dei vini è molto incline ai naturali e anche per questo è uno dei miei ristoranti preferiti nella provincia di Arezzo. Zero Infinito è uscito da poco ed è prodotto da Pojer e Sandri. E’ un rifermentato in bottiglia trentino da una delle poche uve – ibride – resistenti a iodio e peronospora nella zona della Val di Cembra, la Solaris. I vigneti di bosco, via via riconvertiti a vigneto, arrivano fino a 900 metri. E’ una zona – comune di Grumes, al confine con l’Alto Adige – che Pojer e Sandri vorrebbero recuperare e restituire alla tradizione vitivinicola. Da qui anni di sperimentazioni di cui Zero Infinito è il primo risultato. Nome e bozza di etichetta sono di Francesco Arrigoni, il giornalista del Corriere della Sera precocemente scomparso. E’ un rifermentato in bottiglia, un ancestrale. Due atmosfere e mezzo. Per certi versi ricorda i Prosecco Colfondo, però alla vista è più pulito e ha più bollicine. Al naso è appagante ma non fino in fondo: bella beva, ma finale morbido e “dolcino” che cozza con l’effetto limonato. Non appena la temperatura della bottiglia si alza, il vino (fatalmente) perde ancora un po’ in bevibilità. Buone freschezza e sapidità. Non troppo spiccata l’originalità. Luci e ombre, per un progetto nobile e apprezzabile ma non ancora centrato appieno.

Tunia

chiassobuio1Mercoledì scorso sono tornato da Collecapretta, per salutare i proprietari e far scorta di uno dei bianchi italiani che più preferisco, il Vigna Vecchia. Al pomeriggio, con Arnaldo Rossi della Taverna Pane e Vino, sono stato da Tunia. E’ un’azienda giovane, sorta nel 2008, che fa parte di VinNatur sin dalla sua nascita. I vigneti sono a Civitella in Val di Chiana, provincia di Arezzo. Le anime dell’azienda sono due ragazze, entrambe non aretine, l’enologa Francesca Di Benedetto e Chiara Innocenti (che si occupa degli aspetti commerciali). Sono giovani e appassionate. Il terzo socio è Andrea Di Benedetto, fratello di Francesca, che segue l’aspetto finanziario e che ha scelto anche il tipo di bottiglia (un po’ fighetta) da utilizzare.
Dopo avere visitato i vigneti, abbiamo degustato i tre vini prodotti nella casa poco distante di Francesca (l’azienda non è ancora pronta per accogliere gli ospiti, ma lo sarà). Tunia è un’azienda già meritevole e con ancora ampi margini di miglioramento. Arnaldo sostiene che ci sia una sorta di piccola discrepanza tra la evidente inclinazione alla naturalità dei prodotti e un apparente aspetto modaiolo di bottiglie, etichette, nomi e brochure. I vini migliorano di annata in annata e vanno aspettati, infatti adesso sono in commercio la vendemmia 2012 (bianco) e 2009 (rossi). Il Chiarofiore è l’unico bianco prodotto al momento (ma Francesca sta provando parallelamente l’efficacia di alcuni rifermentati in bottiglia). E’ un orange wine, tre quarti Trebbiano e un quarto Vermentino, figlio di 4 diverse vendemmie che vanno da agosto a novembre. Di queste quattro, una è anticipata per dare freschezza e una (3%) tardiva per conferire morbidezza e un accenno di botrite. Lieviti autoctoni, macerazione di media durata, poi affinamento in acciaio su fecce fini (12 mesi) e bottiglia (6 mesi). Mi ha convinto in parte, perché mi è parso in difetto di freschezza e dunque di bevibilità. Temo che possa dipendere proprio da quel 3% di vendemmia tardiva, che però aiuta a vendere meglio il vino (rendendolo un po’ più piacione e vagamente “dolcino”). Questo lo rende inadatto a essere bevuto da solo, mentre la sua spiccata originalità – non manca certo di carattere – fa sì che si presti a molti abbinamenti anche impegnativi (erborinati, foie gras eccetera). Il vino che ho preferito è il Chiassobuio (2009), uno dei Sangiovese toscani più ispirati e meno finti. Non è in purezza, ci sono anche una piccolissima percentuale di Colorino e Canaiolo, come si soleva fare nella zona. Le vigne risalgono ai primi anni Settanta. E’ un Sangiovese fresco e per nulla carico, dai tannini non invadenti, bevibile e felicemente elegante. Chiude la produzione il Cantomoro, di cui ho degustato l’annata 2009: Cabernet Sauvignon in purezza. Non raggiunge i livelli del Bricco Appiani di Roddolo, ma rispetta senz’altro la tipicità del varietale ed è anch’esso riuscito. Tunia è una realtà da seguire,: le potenzialità ci sono, l’approccio è quello giusto e la crescita di stagione in stagione giustifica tanto l’entusiasmo delle proprietarie quanto l’ottimismo di chi già è loro cliente.

Rosato del Campanone – Lombardini

rosatoNel 2007, mentre scrivevo Elogio dell’invecchiamento, rimasi molto colpito da un Lambrusco consigliatomi dal proprietario del ristorante La Barchetta a Campogalliano (Modena). E’ un ristorante dove mi capita di pranzare, è giusto fuori dall’autostrada e si sta bene. Oltretutto Campogalliano è e sarà sempre il luogo dove Edmondo Berselli è nato, e oggi riposa.
Mi fu proposto, e portato, il Campanone. Azienda Lombardini, Novellara (Reggio Emilia). Non conoscevo né vino né azienda. Mi piacque e presi spunto proprio da quella bottiglia, peraltro particolare anche come forma, per sviluppare il capitolo sul Lambrusco e sostenere come fosse una delle 10 tipologie da salvare e valorizzare in Italia. Molti puristi mi lapidarono (“Ma come, ti piace il Lambrusco???”). Riscriverei lo stesso.
Negli anni ho provato molti altri Lambrusco e so bene che quello modenese, Sorbara in purezza, sia il più elegante. Ho trovato aziende e bottiglie mirabili, e dal rapporto qualità/prezzo onestissimo, a Modena come a Reggio Emilia, a Parma come a Mantova. Qualche sera fa ho aperto un Rosato del Campanone, sempre azienda Lombardini. L’annata ora in commercio ha vinto svariati premi e il produttore, che nel frattempo ho conosciuto, me l’ha consigliata con piacevole insistenza. L’ho provato e mi ha convinto molto più dei precedenti rosati di Lombardini. E’ fresco, elegante, piacevole e di bevibilità suprema. Sarà uno dei miei vini dell’estate.

Diletto 2010 – Pomodolce

Schermata 2014-06-09 a 17.31.32Il Timorasso è uno dei vitigni autoctoni più intriganti d’Italia. Alcuni lo reputano, per sentori e potenzialità, in qualche modo accomunabile ai migliori Riesling di Alsazia e Mosella. Il maestro del Timorasso, che trova la sua enclave nei Colli Tortonesi, è senza dubbio Walter Massa. Nel mio piccolo lo citavo già nel 2007 in Elogio dell’invecchiamento. Oscar Farinetti lo ha inserito tra i migliori vigneron del mondo nel suo libro Mondadori.
Massa ha tracciato una rotta e stimolato una serie di allievi. Questo ha fatto sì che, ormai, di Timorasso pregevoli se ne trovino non dico con facilità, ma certo senza neanche più grosse difficoltà. Recentemente, alla Taverna Pane e Vino di Cortona, ho apprezzato particolarmente il Diletto 2010 di Pomodolce. E’ un Timorasso Doc Colli Tortonesi da vigneti a 350 metri sul livello del mare. Val Curone, Montemarzino (Alessandria). Quattro ettari vitati. Il Diletto è il Timorasso base dell’azienda, che produce poi quattro rossi e un cru di Timorasso (Grue). Il Diletto sosta dieci mesi sui lieviti in vasche d’acciaio. Cinquemila bottiglie prodotte, prezzo al ristorante inferiore ai 20 euro.
E’ un gran bianco, di bevibilità spiccata. Buone la freschezza e la sapidità. Naso fruttato, mela e susina, poi un che di liquirizia e finale lievemente (ma proprio lievemente) amaricante. Dei tanti bianchi provati nel 2014, è uno di quelli che mi ha convinto di più.