Ah, il vinho verde

IMG_5538C’è stato un tempo, un lungo tempo, in cui dovevo andare in Portogallo almeno due/tre volte l’anno. Era la mia seconda patria. Colpa, anzi merito, di Saramago e Pessoa. E pure di Rui Costa. Lo conosco benissimo da Nord a Sud. Una delle cose che più amavo era l’aperitivo. Entrada, cioè il formaggio lusitano, oppure un po’ di sardine. O anche solo le olive. E il vinho verde. A volte anzi sceglievo Porto bianco, quello secco, perfetto per cominciare la serata.
Il vinho verde non è uno vino specifico. Vuol dire solo vino verde, cioè giovane, e può essere bianco, rosato o rosso. A volte anche leggermente mosso. Va da sé che il vinho verde “vero” è – per me? – solo bianco. Vitigni Alvarinho e/o Loureiro, vendemmia anticipata, poco alcol. Tanta acidità e quando va bene bella mineralità. Da servire freddo: decisamente freddo, a costo di perdere qualcosa a livello olfattivo. A volte, anzi spesso, sono vini perfettini e tutti uguali. Ma se sei in Portogallo, e stai bene, ti piacciono lo stesso. In alcuni casi, invece, ti capita proprio die esultare. Per esempio con questo Quinta da Palmirinha. Io ho provato l’annata 2017, ma è buono sempre. 11,5 gradi, quindi pochi, che per il vinho verde è requisito essenziale. Ha carattere, lunghezza tutta sua e personalità spiccata. Bevibilissimo, con quel naso “verde” che vira poi per aroma di bocca su arachidi e mandorla. Puoi finirlo da solo e non accorgertene. Preso a Les Caves de Pyrene. Scopro da Jacopo Cossater su Intravino ulteriori pregi da questa azienda che vi consiglio senza indugio: “Il produttore, Fernando Paiva, 74 anni, è stato uno dei pionieri della biodinamica portoghese: certificato biologico dall’inizio, dal 2001, ha iniziato poco dopo a interessarsi ai principi steineriani arrivando a una conversione completa nel 2007 (ancora oggi è una delle pochissime cantine certificate Demeter del Paese). Ex professore di storia, ha ereditato 3,5 ettari di vigneto dai suoi genitori, in parte a Bouça Chã e in parte a Amarante. La cantina si trova appena fuori il centro abitato di Lixa, nel nord-ovest del Portogallo, nello stesso distretto della città di Porto e della zona in cui nascono i suoi vini più celebri, la valle del fiume Douro. Un bianco prodotto solo a partire da uve di loureiro (insieme all’alvarinho la varietà a bacca bianca più rilevante della zona), vinificato e lasciato maturare per poco meno di un anno in sole vasche di acciaio prima di una sosta di circa 6 mesi in bottiglia. Un vino che spiazza anche per il prezzo: difficile trovarlo a scaffale, in enoteca, sopra agli 8 euro“. In Italia si trova a un prezzo superiore (sui 12-15). Ma li vale tutti. Ah, il vinho verde (quando è buono davvero).

Qualcosa sui vini georgiani

IMG_5177Quante volte abbiamo sentito parlare di vini georgiani? E’ qualcosa di affascinante, sconfinato e misterico. Richiede curiosità e studio. Qualche settimana fa, da Les Caves de Pyrene, ho acquistato tra le altre cose alcune tipologie di vini georgiani. Tre bianchi autoctoni: Tsoulikori, Tsiska e Rkatsiteli (non fate battute facili).
Prima di parlarvene, cito volentieri alcuni passaggi del bel reportage di Leone Zot nel Caucaso (Georgia, Armenia, Azerbaigian) che Intravino ha pubblicato nel gennaio 2018: “Scavando questa montagna l’archeologia vi ha individuato le tracce più antiche attualmente note, di fermentazione dell’uva. In Armenia in prossimità del villaggio Areni, nome del vitigno coltivato in questa zona, è stata rinvenuta una grotta, adiacente ad una necropoli, contenente anfore interrate e un torchio con resti di raspi, bucce e semi di uva. La datazione al radiocarbonio posiziona questi manufatti a circa 6100 anni fa. L’analisi su campioni di ceramica ha rilevato tracce di acido tartarico e malvidina, pigmento vegetale, entrambi indicatori del vino. Qualche chilometro più a sud, in Iran, altri resti di vinificazione databili a 7000 anni fa. Oggi camionisti iraniani attraversano il confine ad Areni e caricano vino e oghee (distillato di pesche), per riportarlo clandestinamente in  patria (..) Si comincia dalla Terra, cavando l’argilla per fabbricare le Qvevri, grandi anfore di terracotta capienti talvolta oltre i 1000 litri. E’ in questi recipienti che viene fatto il vino. L’arte per costruire le Qvevri è custodita in poche famiglie che si tramandano la conoscenza di generazione in generazione. Dalle vinacce si distilla la Chacha, corrispondente georgiano della grappa. La filtrazione avviene naturalmente attraverso il cappello di fermentazione che, finito il processo, si immerge lentamente verso il fondo portando con se tutte le particelle in sospensione. I bianchi sono vinificati tutti con lunghe macerazioni sulle bucce, generando vini dal colore dorato brillante e dai sapori complicati, scorbutici, opulenti, inattesi. In Europa si chiamano Orange wine, qui li chiamano Amber wine (..) Ai tempi dell’Unione Sovietica questa tradizione ha rischiato di scomparire. La Georgia era diventata la vigna della Russia. Vennero impiantati stabilimenti industriali per la vinificazione che usavano metodiche europee. La piccola e montuosa Georgia non aveva uva a sufficienza per soddisfare la sete della Grande Madre Sovietica e, per arrivare alla quota assegnata, si aggiungeva acqua e zucchero alla massa da fermentare. I russi amano i vini dolci assenti nella tradizione autoctona. Ancora sopravvive una varietà semi-dolce molto amata dai russi che vengono in vacanza nella economica e calda Georgia. Oggi queste fabbriche abbandonate, arrugginiscono come fossili, ai lati delle strade (..) L’ampelografia classifica 525 tipologie di vitigni georgiani. In nessun altro luogo del pianeta esiste una tale varietà. Ciò suona in accordo con “l’ipotesi dell’area ancestrale”, utilizzata in linguistica ed in genetica per individuare le traiettorie di propagazione dei dati oggetto di tali discipline. Secondo tale ipotesi il luogo in cui si riscontra la maggiore varietà e complessità delle espressioni genetiche e linguistiche corrisponde all’area ancestrale da cui origina l’emanazione. Man mano che ci allontana da questo centro la complessità diminuisce progressivamente, secondo linee di diffusione individuabili”.

IMG_5278Quindi, e riassumendo: in Georgia forse è nato il vino (o è comunque lì che abbiamo gli esempi più antichi), qui i bianchi sono sempre macerati (ma li chiamano amber wine e non orange wine), hanno una ricchezza ampelografica spaventosa, a fare la differenza sono le anfore di terracotta (chiamate “qvevri”) e l’Unione Sovietica non capiva un cazzo di vino.
I quattro vini che ho provato appartengono a due aziende. Una è Ramaz Nikoladze, nata nel 2007 sulla base di una vecchia cantina storicamente di proprietà della famiglia. Meno di un’ettaro di vigna dal quale produce due varietà autoctone: Tsitska e Tsolikouri. Ho provato entrambe. L’altra è Pheasant’s Tears, letteralmente “Lacrime di fagiano”, nata da un’idea condivisa dal viticoltore Gela Patalishvili e dal pittore John Wurdeman. Anch’essa è piccola e naturale. Il nome deriva da un’antica leggenda, secondo cui solo qualcosa di bellissimo può far piangere un fagiano. Qualcosa di incredibile e clamoroso. Come, per esempio, un vino.
Ho provato tutte annate 2017. Come prezzi in enoteca stiamo tra i 20 e i 30. Leggermente più economici i vini di Pheasant’s Tears.
Sono partito con lo Tsitsa 2017 di Ramaz Nikoladze. E’ un vitigno a maturazione precoce che dona vini tra i più acidi nel panorama georgiano. Il vino fermenta per sette giorni a contatto con le bucce (ma sembrano molti di più), poi affina per 12 mesi in qvevri interrate all’esterno della cantina. Bello sapido e splendidamente fresco, denso e al contempo bevibile. Un amber wine pienamente riuscito e assai emozionante, non per tutti (se cercate il “vino perfettino” virate altrove) ma davvero mirabile.
Poi ho provate gli Tsoulikouri 2017 di Ramaz Nikoladze (che lo chiama “Solikouri”) e Pheasant’s Tears. La differenza è che il primo è con macerazione e il secondo “no skin”, ma in realtà in Georgia la macerazione c’è sempre. Solo che qui è leggera in Nikoladze e ancor più contenuta in Pheasant’s Tears. Lo Tsoulikouri era uno dei vitigni più coltivati al mondo. Amatissimo da Stalin, che ovviamente lo esigeva non macerato (e anche da qui si capisce quanto i dittatori non abbiano pregi neanche a volere), è il più bevibile tra quelli che ho provato. Per certi versi anche il più facile e meno personale. Ho preferito Pheasant’s Tears, che ci ha messo ore ad aprirsi ma che il giorno dopo era bello fresco, minerale e assai tendente alle erbe aromatiche (forse pure troppo).
Quindi il capolavoro – ma non per tutti – Rkatsiteli 2017 di Pheasant’s Tears. Un amber wine spinto ed “estremo”, denso e salino oltremodo, perfetto come “vino da meditazione” e più ancora come “vino da godimento”. Diverso da tutto e uguale solo a se stesso, ti catapulta in un mondo altro. Sia davvero lode.

Che Champagne, ragazzi!

IMG_5205L’altra sera ho aperto uno Champagne con Lady Mesmerica. L’ho acquistato da Les Caves de Pyrene. L’ho fatto assaggiare al proprietario de L’Antica Fonte di Arezzo, Luca, che lo ha definito entusiasticamente “lo Champagne più buono che abbia mai assaggiato”. E lui ne ha assaggiati tanti. Esagerava? Forse sì e forse no. Di sicuro il vino è il regno del soggettivo. Altrettanto sicuramente, se si prendono Champagne sulla fascia 30-40 euro in enoteca, questo se la gioca sul serio coi migliori.
Sto parlando del “Grains de Celles” di Pierre Gerbais. Un Extra Brut che affina come minimo 30 mesi sui lieviti. Su Tannico lo trovate a 36 euro. 50% Pinot Noir, 25 Chardonnay e 25 Pinot Blanc Vrai (una varietà rara di Pinot Blanc). Cito ancora Tannico: “La maison Gerbais è situata a Celles-sur-Ource, comune della Côte des Bars, nella parte meridionale della Champagne. Vignaioli alla terza generazione, la cantina è oggi gestita da Pascal Gerbais, il quale ha introdotto la conduzione naturale e biologica dei vigneti nel 1996. Gli ettari di proprietà, attualmente circa 14, si distendono nella Vallée de l’Ource, su terreni di natura calcarea e argillosa. Pascal vinifica separatamente le uve delle differenti parcelle, come avviene nella tradizione della Borgogna”.
Il Grains de Celles è forse l’entry level dell’azienda. Brilla in eleganza e garbo. Il Pinot Noir, pur qui maggioritario, dona sì corpo ma non “sporca” quella sensazione di estrema eleganza che vi ricorderà i più riusciti Blanc de Blancs. Perfetto come aperitivo, ma pure a tutto pasto (io l’ho bevuto così). Difetta forse – ma neanche tanto – in carattere e persistenza, ma è davvero suadente e armonioso. Delicatissimo il perlage, avvincenti le note (che ti aspetti) di crosta di pane e frutta tostata. Cremoso e di beva suprema. Solforosa (per fortuna) bassa, come hanno attestato la mattina dopo la testa mia e quella di Lady Mesmerica: stavano benissimo.
Provatelo: non vi deluderà.

Pinot Grigio ramato (due esempi riusciti)

Schermata 2019-06-02 alle 19.04.57Il Pinot Grigio è uno dei vini più bevuti in Italia e non solo in Italia: in Inghilterra, per esempio, lo adorano. Il paradosso che non tutti conoscono è che lo beviamo deliberatamente rinunciando a molto del suo potenziale. Uva non a bacca bianca ma – appunto – rosato-grigia come la buccia di certe cipolle, se non la sottoponi a macerazione anche solo leggera di fatto un po’ la snaturi. Ecco allora il Pinot Grigio “ramato”, che non è altro che un Pinot Grigio – non per nulla parente del Pinot Nero – sottoposto a macerazione. Definirlo orange wine qui è inesatto: va proprio chiamato “ramato”. Il Pinot Grigio, in questa veste, apparirà del tutto diverso e molto più emozionante, sebbene esistano ovviamente dei Pinot Grigio “bianchi” (perdonate il bisticcio cromatico) splendidi.
I Pinot Grigio ramati, oltre al colore caratteristico, hanno alcuni tratti distintivi, per esempio le note agrumate e un’accentuata nota balsamica. Citerò qui due esempi che mi hanno convinto. Il primo viene dall’azienda Flaibani. L’ho scoperto acquistandola dal carnier di Luca Martini. Flaibani è un’azienda di 5 ettari situata a Cividale del Friuli nei Colli Orientali, con vigne terrazzate posizionate su colline molto ripide. E’ in fase di conversione biologica e in vigna utilizza dall’annata 2012 i preparati biodinamici. Sono poche Schermata 2019-06-02 alle 19.05.36le bottiglie prodotte: attorno alle 15mila. Il Ramato che ho provato era il 2016. Ne esistono più o meno 3mila bottiglie. La (crio)macerazione non è eccessiva, mi pare di aver capito attorno alle 6 ore. Che bastano comunque per dargli un carattere spiccato. Bello “denso” con archetti fitti, una spina dorsale acida che inizialmente fa fatica a mostrarsi appieno ma poi arriva, è un vino che migliora coi minuti e anzi con le ore: la sera dopo era ancora più convincente. Non abbiate fretta a berlo. Ci senti tanto il pompelmo e più ancora il melone. Assai agrumato e ancor più balsamico. Bella mineralità, gran persistenza. Finale sapido che asciuga e ripulisce. Mediamente elegante e certo equilibrato. In enoteca lo trovate (a fatica) sui 15/20 euro. Li vale.
Vi consiglio poi il Guastafeste di Villa Job. Pozzuolo del Friuli (Udine). Anche qui le dimensioni sono piccole: sulle 20mila bottiglie annue. Di queste, il Guastafeste ne conta 2500: è il Pinot Grigio ramato. Sempre annata 2016, sempre “vino naturale”, sempre azienda biologica che va verso il biodinamico. Macerazione qui più sostenuta, prezzo più o meno analogo. In questo caso ne ho bevuto solo un bicchiere (alla Formaggeria de’ Redi di Arezzo). Era un aperitivo e non so dirvi se il secondo e terzo bicchiere sarebbero stati migliori al primo: probabile. Vino splendido, “divertente”, di carattere e pienamente riuscito. Consiglio anche questo senza indugio.

Luz – Garay

IMG_4958La Palma del Contado, provincia di Huelva. Andalusia, Spagna. E’ qui che opera Mario Garay. Famiglia di viticoltori. Mario ha fondato l’azienda nel 2013. Prima conferiva le uve ad altre aziende, ma non gli piaceva il prodotto finale e quindi s’è messo in proprio per valorizzarle appieno. Cinque ettari in espansione, vigne di oltre 50 anni d’età a 150 metri sul livello del mare, vitigno cardine Zalema. Un’uva a bacca bianca, che Garay declina in vari modi a seconda del tipo di affinamento. Il Red in legno di rovere americano, il Blue in legno di rovere francese, il Negro Roto sotto la flor e poi barrique americano. Io ho provato il quarto: si chiama Luz. 1200 bottiglie prodotte, la mia era la 175. Ne ho prese tre da Luca Martini, che le distribuisce in Italia. Il Luz viene ottenuto secondo l’antico metodo ancestrale, poi pressato e fermentato in anfore di argilla dove macera sulle bucce per 4 mesi in anfore da 1000 litri. E’ quindi un orange wine. Il colore, dice elegiacamente Mario Garay, “è come i tramonti sui nostri vigneti a La Palma del Contado“. Costo non esoso, sui 15 euro in enoteca.
L’ho provato qualche sera fa. Non brilla in freschezza e inizialmente si presenta seduto. Quasi statico. Meglio come aroma di bocca che all’entrata, è certo persistente e di carattere. Iodato, con note di albicocca. Speziato. Migliora con il passare dei minuti e il giorno dopo, se vi è avanzato, appare più risolto ed elegante. Non brilla in facilità di beva e non va bevuto freddo, come – e più – vale per qualsiasi orange wine “strong” come questo. Più particolare che pienamente riuscito. Però ve lo consiglio, anche “solo” per bere un angolo inconsueto di Andalusia.

Due gran bei Riesling

IMG_4823Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in due Riesling che vi consiglio senza indugio. Il primo l’ho scoperto grazie a Luca Martini, il secondo grazie a Caves de Pyrene. Il primo è il Piesporter Goldtröpfchen di Julian Haart. Mosella. Annata 2017, senza residuo zuccherino. Scopro qualcosa di più  grazie al sito Vinissimus: “Julian Haart proviene da una famiglia di viticoltori di Piesport, nella Mosella Centrale, anche se ha iniziato la sua carriera professionale come cuoco. Dalla cucina è passato al vigneto, sempre accanto alle grandi stelle: ai fornelli, cucinando fianco a fianco di alcuni tra i migliori chef della Germania; in vigna, imparando da maestri del calibro di Heymann-Löwenstein, Emrich-SchönleberEgon Müller o Klaus Peter Keller, con i quali ha lavorato per oltre tre anni. Stabilitosi nel suo paese natale, Piesport, uno dei paesi con la più importante tradizione e storia vinicola della zona, Julian Haart si dedica totalmente alla sua piccola proprietà, 2,5 ettari nel Grosses Gewächs Goldtröpfchen (inclusi 0,7 ettari della parte che riceve il nome di Schubertslay, una sottoselezione di questo appezzamento con un microclima unico e grappoli centenari) e 1,3 ettari nel GG de Ohligsberg. Tutte le sue vigne sono piantate con la nobile varietà di uva riesling su terreni di ardesia decomposta, tipici della Mosella. Il lavoro in vigna segue il metodo tradizionale, a mano, e non prevede l’uso né di erbicidi né di sostanze chimiche, ma ricorre a depositi di acciaio inossidabile e a foudres da 1000 litri di rovere vecchio in cantina. Julian Haart è un uomo di talento, la cui filosofia assomiglia a quella seguita in Borgogna: sin dalla prima annata, il 2011, ricerca sempre l’eleganza e la delicatezza, mantenendo la purezza del frutto e preservando l’acidità propria dell’uva riesling in alcuni dei vini prodotti nella Mosella, vini con gradazioni moderati e che si bevono che è un piacere“.
Il Piesporter Goldtröpfchen 2017 si trova (male) in enoteca sui 35 euro e dai 40 in su al ristorante. E’ uno dei prodotti di punta dell’azienda e non ha residuo zuccherino (ma non c’è scritto in etichetta “Trocken” e differisce anche dal Goldtröpfchen “Kabinett” che costa la metà). Berlo adesso è – va da sé – un peccato, ma la bevibilità è prodigiosa. Molto fresco, bella mineralità, dritto e tagliente ma al contempo elegante. Si intuisce che negli anni evolverà assai bene, sempre ammesso che qualcuno tra voi riuscirà a non berlo subito.
IMG_4928L’altro Riesling è il Nature 2017 di Kumpf & Meyer. Stavolta siamo in Alsazia. Sempre niente residuo zuccherino. In enoteca lo trovate (male) attorno ai 15 euro, che è un prezzo oltremodo vantaggioso per uno dei Riesling che più mi ha colpito negli ultimi tempi. Minerale come pochi, elegantissimo e con una polpa vivida e inattesa di pesca gialla (anzi proprio bianca) che esalta ancora di più la mirabile beva. L’ho semplicemente adorato. Leggo da Bottegha.it: “La sua idea: vini tesi e minerali, espressione del terroir, dalla grande beva e che non lasciano nessuno spazio a zuccheri residui. 16 ettari di proprietà, tutti frammentati come da migliore tradizione alsaziana. Tanti terroir diversi ed altrettante microvinificazioni. Un’azienda giovane con un futuro radioso. Vino Bianco Da viti piantate su terreni argillocalcarei con un rendimento di 45 hl/ha. Fermenta per circa 10 mesi in botte da 40 ettolitri”. E poi da Wineyou: “Domaine Kumpf et Meyer si trova vicino alla città Rosheim, lungo la famosa strada del vino alsaziana. Nata dall’unione di due storcihe famiglie alsaziane che producevano vino oggi è gestita da Julien Albertus che è il cuore pulsante e pensante del Domaine con uno sguardo sempre proiettato al futuro e con nuove idee in testa. Juliene ha convertito al biologico i suoi 16 ettari di vigneto piantati principalmente a Riesling e poi a Pinot Bianco, Auxerrois e Pinot Nero. Come nella migliore tradizione alsaziana i vigneti sono frammentati in modo da avere tanti terroir diversi e altrettante microvinificazioni. Sono infatti più di trenta le cuveeè che ogni anno Kumpf et Meyer produce tra cui spiccano i due Grand Cru Bruderthal e Westerberg. I vini di Julien sono tesi e minerali, autentica espressione del terroir, dalla beva facile e senza zuccheri residui“.
Il Nature 2017 è il loro “base”. Ed è un Riesling glou glou (con potenziale enorme) da cortei e da torcida. Provatelo, provateli.

Premio “Il vino spiegato bene”

Schermata 2019-04-29 alle 12.36.45Ieri sono intervenuto al Festival Only Wine di Città di Castello con un monologo dedicato al buon bere. A fine evento, in maniera del tutto inaspettata, ho ricevuto un premio per la mia attività divulgativa legata al mondo del vino. Mi ha fatto molto piacere e condivido la motivazione con tutti voi. Viva!  “Ad Andrea Scanzi conferiamo il premio “Il vino spiegato bene”, per la straordinaria capacità di rendere accessibile il racconto del vino, aprendolo ad una vasta platea di appassionati, attraverso un linguaggio chiaro e a una narrazione intrigante. Per aver contribuito in maniera determinante ad ampliare il “discorso intorno al vino”, sottraendolo ad una comunicazione verticale e troppo spesso autoreferenziale, offrendo strumenti di lettura innovativi e coinvolgenti.”

Barbagianna 2017 – Bragagni

IMG_9699Due sere fa sono stato all’Enoteca Naturale a Milano. Sui Navigli. E’ un posto delizioso, nel palazzo di Emergency. Semplice, appassionato e con tanti vini naturali. A un certo punto, nella mia bella progressione, mi sono imbattuto in questo Barbagianna. Azienda agricola Bragagni (Andrea).Vino bianco, annata 2017. In rete si trova a 15 euro o giù di lì.
L’ho trovato meraviglioso.
E’ un uvaggio di Famoso e Trebbiano. Il Famoso vinificato in bianco, il Trebbiano macera sulle bucce per 20 giorni. I due vitigni – leggo dalle poche descrizioni reperibili – “affinano insieme in botti grandi di legno per circa 8 mesi. Ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione”.
Mi hanno colpito due cose. La prima è il naso, che ha quell’aroma sporco e sgarbato di legno vecchio, sottobosco e un che di feccino. Detta così sembra una cosa brutta, e per qualcuno lo è, ma – forse per un effetto madeleine proustiano – i vini così mi colpiscono quasi sempre in positivo. Ovviamente questo naso deve comunque essere gradevole e non difettato. E quel Barbagianna lì non era certo difettato. La seconda cosa che mi ha colpito è la grande bevibilità, mai scontata in un vino comunque macerato. Qui però avverti la tensione acida, una buona mineralità e una grande personalità.
Ve lo consiglio senza remore alcune.

Durello sui lieviti Sotocà – Cristiana Meggiolaro

IMG_9334Non ricordo chi mi abbia donato questo vino. Credo sia accaduto dopo un mio spettacolo: un regalo di uno spettatore, forse di una spettatrice. Maledetta memoria: solitamente mi sorregge, ma in questo caso no. L’ho bevuto due sere fa.”Igt Veneto”, e in sé la denominazione non giustifica cortei. Durello 85% e Garganega 15%, e già questo è invece ben più curioso. Ancor più considerando che il vino, tipologia “frizzante”, è un rifermentato sui lieviti come certi Prosecco Surlie che piacciono a me. Spippolando in rete ho visto che Cristiana Meggiolaro fa vini naturali. Non ho però capito se faccia anche parte di qualche associazione.
Nel retroetichetta della bottiglia si legge: “Vino bianco frizzante sui lieviti da uve autoctone Durello coltivate a 450 metri di altitudine nel paesino di Brenton Ronca’ (VR). Proveniente da vigne piantate su suoli di origine vulcanica, rifermentato in bottiglia. Non filtrato”. In Rete ho trovato anche questo: “L’azienda si trova nel confine tra la provincia di Verona e Vicenza ed i vigneti di proprietà sono situati sulle pendici del Monte Calvarina che in parte si affaccia nella provincia di Verona nella zona del Soave e del Durello ed una parte nella provincia di Vicenza nella zona del Gambellara. I vitigni coltivati sono solo i bianchi autoctoni: La Garganega e la Durella. Dall’annata 2012 l’azienda ha abbracciato la tecnica agronomica ed enologica promossa dalla Vini di Luce”
Il colore è un giallo paglierino tenue: molto tenue. Non è “sporco” come certi Colfondo. Anche al naso e in bocca si presenta esile. Molto esile. Ma non anonimo. Non può certo avere chissà quale corpo e persistenza: deve essere un vino facile, glou glou, da aperitivo o pasto comunque poco impegnativo. Per quanto i vitigni siano ovviamente diversi, mi ha ricordato non tanto il Prosecco di Casa Belfi, quanto casomai il Garg’n’go dei Maule e più ancora il Prosecco – più educato e precisino – di Ca’ dei Zago, che a volte mi convince e altre meno. Fresco, buona mineralità, gran bevibilità. In rete si trova sui 15 euro, franco cantina immagino poco sotto i 10. Nella sua tipologia, l’ho trovato un vino riuscito.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.