Vini ostinati e contrari: Dolcetto d’Alba (Roddolo)

IMG_8099È una Langa felicemente immutata e immutabile, quella di Flavio Roddolo. L’ultimo passero sul ramo del Dolcetto. L’eremita silenzioso, ma a conoscerlo neanche poi troppo. Il vignaiolo timido e intatto, che preserva la tradizione non perché è una moda ma perché non conosce altre strade. Monforte d’Alba, Strada dei Roddoli. Trentamila bottiglie l’anno, a volte di più, nel 2014 molte di meno. Vini simbionti, che somigliano moltissimo a chi li fa. Inizialmente introversi, restii a concedersi. Poi, sconfitta la diffidenza iniziale, si mostrano complessi e longevi, di grande beva e invidiabile persistenza. Vini veri, semplici nel loro equilibrio tra artigianato e natura. Vigne vecchie, colline tufacee, 550 metri sul livello del mare. Nebbiolo come si deve, Barbera felicemente dritta e un Cabernet Sauvignon in purezza che ammalia puntualmente il pubblico femminile (e non solo femminile). L’incanto più riuscito è il Dolcetto (d’Alba), vitigno ritenuto stupidamente minore. È disponibile “base” e in versione Superiore. È un Dolcetto che va aspettato, come tutti i vini di Roddolo: per lui è sempre presto per aprire una bottiglia, e probabilmente ha ragione. Sono Dolcetto freschi e minerali, intriganti e carnosi. “Un po’ ematici”, direbbero i sommelier; “non poco meravigliosi”, sintetizzano i fedelissimi. I quali, ogni giorno, gli fanno visita per omaggiarlo. Per fargli e farsi compagnia. E perché, ogni volta, è un gran bere. (Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2014. Secondo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).

Vini ostinati e contrari: Pikadè (Panevino)

IMG_8018Gianfranco Manca è l’anarchico dell’enologia sarda. Ha le stimmate dell’eremita filosofo. Se ne sta, con la moglie Elena e i tre figli, poco fuori dal piccolo comune di Nurri tra Ogliastra, Barbagia e Sarcidano. Prima faceva parte di VinNatur, poi si è scontrato con il presidente Angiolino Maule. Da poco ha aderito alla “rivale” Vini Veri, ma resta un sognatore solitario. Uomo inquieto, spigoloso e silenzioso, con chi vuole piacevolissimo, crede in terre da sempre vocate ma ora in larga parte sacrificate forzatamente alla pastorizia. “Vignaiolo sulla terra”, come ama definirsi, ha idee tanto granitiche quanto chiare e non mitizza il terroir. Anzi: “Guardati intorno. Lo vedi? Il terreno è sporco, malato e distrutto dagli incendi. Non lo voglio un vino che rispecchi il territorio: voglio un vino che racconti l’uomo che lo fa”. E infatti i suoi vini, personali nei nomi come negli uvaggi, nelle etichette come nelle impostazioni, gli somigliano. La sua è una Sardegna per nulla modaiola e smisuratamente semplice. Di quella semplicità che nasconde storie, mondi e utopie. Sei ettari vitati, 15-20mila bottiglie l’anno (difficilissimo trovarle: vanno quasi tutte all’estero) e un percorso cominciato a metà anni Novanta. L’azienda si chiama Panevino. Nessun artificio chimico in vigna o cantina. Talento, coerenza e cultura. Dei suoi vini, tutti da scoprire, il Pikadè è quello più compiuto. Etichetta e uvaggio cambiano ogni anno, ma restano le cifre distintive: eleganza, freschezza, sapidità e bevibilità suprema (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014. Primo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).

2014: una pessima annata?

vino1E’ la frase che nessun produttore di vino avrebbe mai voluto pronunciare, eppure adesso è gettonatissima: “Come nel 2002 e forse anche peggio”. L’annata 2014 sarà ricordata come una delle meno fortunate. Ha scritto Intravino.com: “Le condizioni meteo anomale hanno avuto una conseguenza disastrosa sui vini del nord Italia. (..) L’annata 2014, per lo meno nel nord Italia, verrà sicuramente ricordata come la peggiore degli ultimi 100 anni. Piovosità molto al di sopra dei livelli medi, temperature molto al di sotto, grandinate e come se non bastasse poche ore luce a disposizione della pianta. (..) In queste condizioni sarà ben difficile pensare alla qualità del vino”. L’enologo Valentino Ciarla ha confermato a Labitalia: “Più che il singolo ciclone o il singolo temporale, quello che ha fatto veramente male alle viti è stata la frequenza di piogge. Ciò ha comportato due conseguenze: la prima dal punto di vista fitosanitario con l’avanzare delle malattie dell’uva, la seconda riguardante la maturazione per via della mancanza di sole”. Il disastro ha riguardato soprattutto il Nord, con particolare nettezza in Veneto, Lombardia e Piemonte. Situazione opposta al Sud e in parte del Centro. I produttori del Consorzio Vini Cortona, 400 ettari e 600mila bottiglie nel 2013, parlano di “un’annata ottima, la produzione è stata abbondante e il vino perfettamente calibrato”. Anche in Sicilia e parte della Sardegna si parla di “annata eccezionale”. L’enologo Fabio Mecca ha riassunto a Intothewine.org: “Dal mese di luglio la vendemmia 2014 è stata accompagnata dall’ombra ingombrante di una valutazione non ottimale, a tratti pessima. Questo leggiamo su talune testate giornalistiche, blog e vari social. Un punto di non ritorno dannoso, perché da quel momento è stato tacitamente stabilito che l’annata 2014 fosse una delle peggiori di sempre, ovunque in Italia”. E invece? “Lavorando quotidianamente in molte realtà vinicole in Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania e altrove, posso affermare che molte vigne sono intatte, pulite, con grappoli brillanti e maturi: non si tratta certamente della vendemmia del secolo, ma indubbiamente nelle zone di mia competenza la vendemmia è stata buona con vini in prospettiva corretti ed armonici”. Persino a pochi chilometri di distanza la resa si è rivelata diversissima: chi produce Barolo piange, chi produce Barbaresco (l’uva è la stessa) sorride. E così in Franciacorta: a Erbusco c’è pessimismo, ma basta spostarsi a Coccaglio – l’esposizione cambia radicalmente – e torna l’ottimismo. Per i consumatori, in annate come questa, i rischi crescono: quando i problemi in vigna aumentano, molti produttori si sentono autorizzati o addirittura obbligati a intervenire massicciamente in cantina. Dunque più correzioni, più artifici e meno naturalità. In alcune zone, stante i pochi zuccheri e il basso livello alcolico, sarà consentito arricchire il mosto con conseguente impoverimento qualitativo. In Valpolicella si è deciso di abbassare dal 50% al 35% l’uva destinata all’appassimento per l’Amarone. Non pochi rinunceranno a vino2produrre le etichette di punta, facendo ricadere le uve solitamente più pregiate in blend meno ambiziosi. L’annata 2014 ha estremizzato rischi e difficoltà, ancor più per chi crede in una agricoltura “naturale”: biologica (che in sé vuol dire poco), biodinamica o comunque refrattaria a qualsivoglia paracadute chimico. Chi soffre di più, adesso, è proprio il produttore in direzione ostinata e contraria: quello che è iscritto a Vini Veri o VinNatur, quello un po’ anarchico, quello probabilmente utopico. Nel film Sideways, la coprotagonista Virginia Madsen diceva: “La verità è che amo pensare alla vita di un vino. Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le uve di un vino: se c’era il sole, o se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se un vino è d’annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi, e se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l’aprissi un altro giorno. Perchè una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita, ed è in costante evoluzione e acquista complessità. Finchè non raggiunge l’apice, e poi inizia il suo lento, inesorabile, declino”. Nel caso del 2014, le uve morte sono tante, l’evoluzione sarà non di rado deludente e il declino arriverà spesso prima del solito. (Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2014).

Sibaritismo (Salon e Pinchiorri)

IMG_7892Ieri, grazie all’invito di Giacolino Gilardi che lo importa in Italia per Ceretto, ho avuto la fortuna di partecipare a una degustazione di Salon, una delle maison più mitiche della Champagne. Quella, peraltro, a cui si deve la nascita dei blanc de blancs. C’era anche Didier Depond, al timone di Salon e della adiacente Delamotte, una delle maison più antiche. La degustazione, con cena annessa, ha avuto luogo presso l’Enoteca Pinchiorri. Dodici persone per una cena generosamente offerta, e sono conscio che non capiti tutti i giorni.
Chi frequenta questi lidi sa cosa significa Pinchiorri, in termini di qualità come pure di costi. E chi frequenta questi lidi sa ancora di più cosa significhi e quanto costi lo Champagne Salon (dalle 280 euro in su), prodotto soltanto in annate eccezionali e affinato almeno dieci anni sui lieviti.
Dal 1999 la Salon-Delamotte appartiene a Laurent Perrier. La produzione complessiva di Salon-Delamotte è di circa 60mila bottiglie l’anno. Di solito le bottiglie di Salon Cuvée S sono 20mila, di cui 2mila circa finiscono in Italia. A oggi è uscito solo in queste annate: 1921, 1925, 1928, 1934, 1937, 1943, 1945, 1946, 1947, 1948, 1949, 1951, 1952, 1953, 1955, 1959, 1961, 1964, 1966, 1969, 1971, 1973, 1976, 1979, 1982, 1983, 1985, 1988, 1990, 1995, 1996, 1997, 1999, 2002. Larga parte delle prime annate fu confiscata dai nazisti; quando poi la Resistenza francese entrò nel covo di Hitler, trovò proprio lì molte di quelle bottiglie.
Quando l’annata non giustifica l’uscita di Salon Cuvée S, le uve vengono utilizzate per la sorella minore (si fa per dire) Delamotte, i cui prezzi vanno dalle 30 alle 60 euro circa, che esce in versione Brut, Rosé e Millesimato blanc de blancs. La cena di ieri, per qualità di cibo e vino, è stata decisamente sibaritica. Ogni IMG_7884tanto è bello lasciarsi viziare.
Ho degustato: Delamotte blanc de blancs, Delamotte blanc de blancs 2007, Delamotte Collection 2000, Salon 2002, Salon 1999, Barolo Cannubi Ceretto 2005, Delamotte Collection 1988 e Delamotte Rosè. Avevo già provato (più volte) Delamotte e (due volte) Salon.
E’ opinione diffusa che la Cuvée S Salon rappresenti l’apice dei blanc de blancs. Non posso dire che valga dieci volte un Larmandier Bernier (la differenza di prezzo più o meno è quella, e pure la zona a Le-Mesnil-sur-Oger); posso però dire che, quando si provano eccellenze simili, è difficile tornare indietro. Oltretutto i blanc de blancs sono i miei preferiti. A colpirmi particolarmente sono state le due Cuvée S e il Delamotte blanc de blancs 2007. Entrambi i Salon erano “giovanissimi”: l’incredibile freschezza di questi Champagne li rende oltremodo a invecchiare, e berli dopo soli 12-15 anni è quasi un delitto. Complessità, finezza, eleganza, sapidità, persistenza: sono le cifre di uno Champagne che merita tutte le lodi che riceve.

Incontro con Andrea Scanzi (e il vino)

scanziPubblico integralmente l’intervista che ha realizzato Giorgio Demuru per l’AIS Sardegna: il mio rapporto con il vino, la scelta vegetariana, la predilezione per i bianchi, i vini naturali e la resistenza, l’evoluzione del gusto e il Portogallo. Eccetera.

“Una delle due date isolane dello spettacolo “Le cattive strade”, lo scorso 10 ottobre a Porto Torres, è stata l’occasione per incontrare Andrea Scanzi, qui nella veste di autore e attore teatrale, ma giornalista e scrittore di grande talento e dai tanti interessi, tra cui il vino. Andrea è Sommelier AIS e Degustatore Ufficiale e, soprattutto, autore di Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, due volumi divenuti imprescindibili per professionisti, tecnici e semplici appassionati. Ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere sul nostro amato universo “vino & dintorni”.
Ciao Andrea, partiamo da una domanda banale: cosa ti spinse, a suo tempo, ad iscriverti ai corsi AIS?
“Quello che mi spinge quasi sempre: il desiderio di saperne di più. Amavo il vino, ma detestavo il non conoscerlo quanto volessi. Non sopportavo che, una volta al ristorante, fossi in totale balìa del proprietario. Non ne potevo più di dire “Scelga lei” o di sparare a caso un “Mi dia un Dolcetto d’Alba”. Volevo imparare e le 45 lezioni AIS sono state decisive. Non bastano per sapere, ma costituiscono la partenza migliore. Mentre stavo terminando il terzo livello AIS ad Arezzo, nacque – con il grande Edmondo Berselli e Beppe Cottafavi di Mondadori – l’idea di scrivere un libro semiserio su vino e sommelier. Era il 2007 e di lì a poco sarebbe uscito Elogio dell’invecchiamento, un successo che dura ancora oggi e continua a stupirmi”.
Negli ultimi tempi è notevolmente aumentata la tua esposizione mediatica, in ambiti diversi (politica, sport, musica, etc.) e senza disdegnare i contesti “pop”, assecondando quella che tu stesso hai definito “bulimica curiosità culturale”. In questa postmoderna ronde di contaminazioni, che posto occupa attualmente il vino?
“Occupa il posto dell’amico che non tradisce mai e sa divertirti, ascoltarti e comprenderti. Per un po’ ho smesso di scrivere di vino, e anche adesso lo faccio meno di prima per mancanza di tempo, ma per certi versi è un bene: mi permetterà di mantenere sempre l’approccio del curioso informato. Quando una passione resta un hobby e non diventa un lavoro, puoi permetterti di conservare quella leggerezza cazzara che aiuta a non prenderti troppo sul serio. Con il vino mi riesce, in altri ambiti forse no”.
Operando spesso a contatto con la gente, ho riscontrato un crescente interesse nei confronti della conoscenza “consapevole” del vino. Pensi che il pubblico degli appassionati sia ancora catalogabile come – ironicamente – hai fatto nei tuoi libri o hai notato una sorta di evoluzione?
“L’ironia, nei miei libri, era molto affettuosa. Sulla falsariga della imitazione del sommelier realizzata da Antonio Albanese. C’è stata una evoluzione nella conoscenza, che ha senz’altro portato a una maggiore consapevolezza. Permangono approcci pallosissimi, da cattedratici che tromboneggiano con l’aria di chi sta decidendo le sorti del mondo, ma continuo a pensare che il mondo del vino sia pieno – più di qualsiasi altro microcosmo – di personaggi straordinari: figure intimamente letterarie, che sono uscite da qualche pagina ispirata e chiedono in qualche modo di essere nuovamente raccontate. Avamposti utopici di resistenza enoica. Penso ad alcuni esponenti del cosiddetto “vino vero” e “naturale”, un movimento che nel 2007 era quasi agli inizi, ma non penso solo a loro”.
Mi permetto una metafora politica: in un contesto generale di “vini-PD” (cioè omologati e “piacioni”) quanto pensi possa essere ampio lo spazio per quelli che tu hai definito anche adesso “avamposti di resistenza enoica”?
“C’è sempre spazio per l’opposizione, per la resistenza, per la diversità. Anzi: più emerge un pensiero massificato (anche se “pensiero” è una parola troppo forte se applicata al renzismo) e più si verifica una reazione uguale e contraria. Da qui il bisogno di percorsi diversi, in questo caso di vini non omologati. Parliamo e parleremo sempre di una minoranza, ma non così esigua come si crede”.
scanzi-il-vino-degli-altriNella settimana che ha preceduto le due date teatrali, hai avuto modo di girare l’isola, in modalità random: che idea ti sei fatto, in generale e – nello specifico – delle realtà vitivinicole che hai potuto osservare da vicino?
“Ho trovato una regione straordinaria. Ho viaggiato su e giù per la Sardegna, divertendomi come un bambino. Ogni suo angolo racchiude uno splendore a cui è impossibile resistere. In termini enoici, gli incontri che più mi hanno colpito sono stati quelli con Alessandro Dettori in Romangia (Tenute Dettori) e con Gianfranco Manca poco fuori Nurri (Panevino). Del primo, che mi ha ospitato due volte a pranzo, amo in particolare la cultura, la voglia sana di emergere e i bianchi; del secondo, con cui ho cenato una sera, apprezzo l’approccio rigoroso, la chiarezza con cui persegue i suoi principi (oserei dire filosofici) e i rossi, tra i pochi ormai che riesco a bere con piacere raro”.
Hai più volte dichiarato che, negli anni, le tue preferenze in ambito vinicolo sono, ovviamente, cambiate, in un graduale processo di affinamento del gusto che ti ha portato a privilegiare bianchi “verticali” e bollicine, con qualche significativa eccezione, come gli eleganti rossi ottenuti da Nebbiolo, Pinot Noir e affini. E’ un percorso abbastanza comune tra noi dell’ambiente, anche se non scontato. Pensi possa diventare un percorso condiviso anche dal grande pubblico, una volta tramontata – per fortuna – la moda dei vini palestrati e, per semplificare, di impronta USA?
“Ognuno ha la sua storia e non puoi pretendere che una persona che ascolta solo Laura Pausini si innamori un giorno di John Coltrane. C’è chi si ferma alle prime emozioni e chi invece è bruciato da un fuoco interiore che lo porta a inseguire sempre nuove strade. All’inizio il vino morbido, e magari con residuo zuccherino, piace a tutti. Poi cerchi i tannini. Poi ti innamori del “vino verticale”: dell’eleganza, del fascino. E dunque Champagne, Riesling, Pinot Noir. Ma non capita a tutti: quando esco con una donna, spesso mi dice che “beve solo rossi” oppure “bianchi profumati”. A quel punto, se le fai provare subito un orange wine o un Pas Dosé, corri un rischio enorme. Vale anche per un familiare, un collega, un amico. Per apprezzare determinate tipologie, ancor più se naturali, occorre avere un interesse spiccato per il vino ed essere disposti a intraprendere un percorso. Non tutti ne hanno voglia e va bene così. Allo stato attuale bevo bianchi al 90% e rossi al 10%. Il requisito che più cerco, prim’ancora dell’eleganza, è la bevibilità. Adoro i vini glou glou e detesto i vinoni che stancano”.
Hai sempre avuto un debole per il Portogallo, paese che, in termini enologici, dalle nostre parti è stato spesso associato ai terribili Lancers e Mateus o, al massimo, alle pallide versioni base del Porto Ruby. Invece, Porto e Madeira sono delle grandissime realtà quasi misconosciute.
“Il Portogallo resta un amore eterno, però più geografico e letterario. Per me il Portogallo è Pessoa, è Saramago, è Lobo Antunes. E’ Lisbona, l’Alentejo, è il vento che non si stanca mai di agitare l’Oceano. I vini vengono dopo. Alcuni Porto sono strepitosi, soprattutto i Vintage e gli LBW, ma qualche anno fa ne bevevo di più. Vale ancora di più per i Madeira: è una realtà dalle potenzialità notevoli e poco conosciute in Italia, hai ragione, ma è raro che beva “vini da meditazione”. Una delle pochissime eccezioni è il Sol di Cerruti”.
Negli ultimi anni sei diventato vegetariano. Hai raccontato che, nella scelta, fu decisiva la lettura del libro Se niente importa di Jonathan Safran Foer (al quale aggiungerei Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan, di cui parleremo a breve su questa pagine, nella rubrica “Letto per voi”). Ti chiedo: nella decisione ha pesato di più l’attaccamento assoluto alle tue amate Labrador o il desiderio di ammantare di consapevole e coerente rigore anche le tue scelte alimentari?
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“La scelta vegetariana, e ormai quasi vegana, è molto mia. Ne vado fiero, ma non cerco proseliti e provo un fastidio vivissimo per i carnivori che fanno battute idiote o ti incolpano di essere vegetariano “però hai il giubbotto di pelle”. Ognuno faccia la sua vita e nessuno dia lezioni. So di essere oltremodo perfettibile e contraddittorio, come tutti del resto, ma incidere “4” sul mondo animale mi fa stare meglio di quando incidevo “7” o “9”. Certo, potrei incidere “0” e vestire solo in jeans e tela, ma per ora mi va bene così. Sono vegetariano dal 2001 e dall’inizio di quest’anno ho praticamente tagliato tutto ciò che è grasso, ancor più se proveniente dal mondo animale. Per un mese ho vissuto solo di frutta, verdura e legumi. Poi ho fatto un bilancio e mi sono reso conto che l’unica cosa che mi mancava era il vino: così ho ricominciato a bere vino. E ho continuato a non mangiare – e bere – il resto. Niente birre, niente superalcolici se non un whisky o un distillato come si deve ogni tanto. Pane e pasta quasi mai, men che meno a cena. Formaggio assai di rado. Non amo neanche le uova, le salse e i dolci, quindi chi mi invita a cena – a pranzo mangio pochissimo – se la cava con una verdura grigliata e qualche legume (tanto il vino lo porto io). Al limite, ma solo quando ceno fuori e sono costretto perché non c’è proprio altro, in casi eccezionali mangio un po’ di pesce. Ma preferisco di no e chi mi conosce lo sa. Ormai sono diventato un esperto di seitan, tofu, mopur e tempeh. Sto bene così, sia da un punto di vista etico che salutistico: ho perso 15 chili dal febbraio scorso. Oltre ai libri di Safran Foer e Pollan, mi ha certo condizionato vivere con due labrador. Amo gli animali e, finché posso, non intendo nuocere loro in alcun modo. Spesso vado a cavallo: ecco, l’idea di mangiare carne di cavallo la trovo (personalmente) inconcepibile. E per me vale lo stesso per un coniglio, un capretto o un maiale. Lo so, dovrei evitare anche il tonno una volta al mese e il pezzo di formaggio con caglio animale ogni morte di Papa, ma l’ho già detto: sono perfettibile, ho margini di miglioramento e mi piaccio così. Neanche poco, peraltro”.
Hai più volte confessato di essere un toscano “atipico”, dal cuore (enoico) spostato decisamente verso il Piemonte. Tra poco, proprio a Torino, ci sarà il Congresso Nazionale AIS: pensi di riuscire a trovare qualche ritaglio di tempo per tuffarti nelle degustazioni dei grandi vini piemontesi?
“Confermo di essere un toscano enoicamente atipico, a un ottimo Sangiovese preferirò sempre un ottimo Nebbiolo. Riguardo al tuo invito: mi piacerebbe e ti ringrazio, ma fra teatro, tivù e vita privata viaggio già anche troppo. La mia auto non ha neanche undici mesi e il contachilometri dice già 60mila. Per questo ho smesso di partecipare a dibattiti, convegni e degustazioni (pubbliche: quelle private eccome se le frequento). Quando posso, sto molto felicemente a casa: focolare acceso, una bella donna accanto, due labrador fighissime a fare la guardia (si fa per dire) e la bottiglia giusta di vino. Difficile chiedere di più” (AIS-Sardegna, grazie a Giorgio Demuru, 4 novembre 2014)

Salone del Gusto 2014 – La dura vita dello scroccone

AgrodolceLa seconda giornata del Salone internazionale del Gusto e Terra Madre comincia con una piccola contestazione. Un’ora e più di fila all’apertura prevista per le undici. Chi fischia, chi impreca: “C’è una sola porta aperta. E’ uno scandalo, una roba così neanche nel Terzo Mondo”. Non sanno che stanno per entrare in una delle poche rassegne che, con passione e rispetto, cerca di aiutare quel mondo (a partire dal non chiamarlo “terzo”). L’invasione del venerdì è più massiccia di quella del giovedì e l’obiettivo dei 220mila visitatori in cinque giorni, come due anni fa, è a portata di mano. Il frequentatore del Salone si divide in tre categorie: quelli che son lì per lavoro e non gliene frega niente (quasi sempre giornalisti); quelli che baratterebbero il loro regno per degustare il pannerone di Lodi o la fragola di Tortona (quasi sempre invasati); e poi la maggioranza per nulla silenziosa, costituita dallo scroccone vorace. Egli dà l’assalto al Salone del Gusto come al Vinitaly, un po’ per interesse e un po’ perché – una volta pagato il biglietto 20 euro per entrare – avrà l’unico obiettivo di rastrellare ogni assaggio gratuito. Lo scroccone è un animale simbionte, che si adatta all’ambiente circostante con elasticità invidiabile. Può essere uno studente, può essere un giornalista (che peraltro entra gratis), può essere (eccome) un riccone: lo scroccone può essere chiunque. E’ in grado di trangugiare tutto quello che gli si presenta (gratis) davanti, fregandosene di abbinamenti e progressioni gustative: anche ieri era facile incontrare gente che passava dal cioccolato fondente 99% alla bruschetta di olio polacco, puntando poi sul cannolo siciliano e infine sul sedano di Trevi e sullo sfratto dei Goym. Se un alieno osservasse queste scene, si chiederebbe com’è che a Torino gli esseri umani non mangiano da mesi, e una tale carestia li ha costretti a siffatte abbuffate pantagrueliche. Ovviamente lo scroccone ingurgita tutto quello che può, da “vampiro nella vigna sottrattor nella cucina” come cantava Capossela, salvo poi dileguarsi non appena l’azienda produttrice gli fa capire che – dopo l’assaggio – qualcosa andrebbe comprato. Anche solo una pralina, una tisana verde o un fagiolo di Controne. I luoghi più amati dallo scroccone, nel magico mondo ideato da Carlin Petrini (che ieri passeggiava su e giù per i padiglioni con un sorriso grande così), sono la Cucina di strada e l’Enoteca. Entrambi i microcosmi, per lo scroccone, hanno un grande difetto: non sono gratis. Però costano poco e risultano mediamente salone3vantaggiosi: un sacrificio si può dunque fare. Orde di nuovi barbari, già mediamente storditi da plotoni di birre artigianali, sbranano con avidità inusitata piadine e tigelle, bombette e olive ascolane, cacciucchi e focacce di Recco. E’ un’orgia di odori e sapori, un’ordalia di fritti che satura l’ambiente e costituisce l’acme popolare del Salone. L’Arca del Gusto è certo più affascinante, ma lo scroccone rifugge intimamente le implicazioni culturali applicate al cibo: non gli interessa tanto mangiare, quanto far scempio di qualsiasi odioso afflato dietetico. Così, dopo avere sbranato cubetti mirabili di Monte Veronese e bicchierini di distillato di miele, si dirige con postura incerta verso l’Enoteca. Quest’ultima è un luogo inizialmente ostico, perché le regole paiono scritte da un legislatore ubriaco (pure lui). Per bere bisogna comprare un bicchiere e una mini-parannanza agghiacciante bordeaux (2 euro). Poi occorre acquistare i buoni-bevuta. Ogni buono costa un euro. I vini che si possono assaggiare, distillati inclusi, sono addirittura 896. Ogni vino ha un numero e un colore nel catalogo tascabile: quelli col pallino verde valgono 3 buoni (cioè 3 euro), quelli col pallino rosso 4; pallino giallo uguale 5 buoni, blu 6 e nero 7. Frigoriferi asettici proteggono bianchi e bollicine. Ogni vino è servito dai degustatori Fisar, che qua e là sacramentano perché “Il vino 312 è finito, porca miseria, e ora come si fa?”. Qualche visitatore solleva polemiche livide perché tra le bollicine non ci sono gli Champagne: “Vergogna, che senso ha?”. Quando gli fanno notare che gli Champagne ci sono eccome, solo che vanno richiesti allo stand “Compagnia dei Caraibi”, il polemista non chiede scusa ma se la prende con “la scelta folle degli organizzatori”. Nel frattempo lo scroccone ha bevuto di tutto, dall’Olumbra Metodo Classico al Brigante Bianco. Intanto, sottobanco e non senza una certa drammaticità, ha luogo il baratto di buoni-bevuta: “Me ne dai altri 4, così provo il Refosco dal Peduncolo Rosso?”. Qualcuno invita gli astanti a una degustazione di Chianti Gallo Nero. Altri, stoicamente, si inebriano di Amaro Mandragola. Poi, anche sulla seconda giornata petriniana, scende il tramonto. (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2014) Leggi il resto di questo articolo »

Salone del Gusto 2014 – Reportage minimo

salone gustoIl signore di mezza età, appassionato e brizzolato, si guarda attorno con aria circospetta. Tiene stretto qualcosa di verosimilmente prezioso: forse una pepita, forse la pietra filosofale. Chissà. Si avvicina ancora, accenna un sorriso. Poi, all’acme della tensione, cede con affetto quasi marziale quel che custodiva gelosamente tra le mani: “Mi raccomando, cuocia a fuoco lentissimo, almeno un’ora”. Il dono, o per meglio dire la presunta pepita, si rivelerà essere un chilo di preziosissima “farina da polenta biancoperla macinata a pietra”. Il mulino è a Feltre, l’azienda a Castelfranco Veneto. Scene così, al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre (da ieri a lunedì al Lingotto di Torino), accadono di continuo. Utopici della tradizione, tradizionalisti dell’enogastronomia o anche solo – solo? – rivoluzionari che sussurrano alle mandorle di Toritto. E’ una rassegna enorme e imponente, invasa da un pubblico trasversale, che va dalla scolaresca ingorda di tigelle all’appassionato che si commuove di fronte al miracolo della cipolla gigante di Giarratana. Siamo ben dentro la celebrazione, quasi sempre motivata, della nicchia e della diversità: dell’alimento spesso “anomalo”, che molto ha da raccontare e dunque per questo merita la salvezza (o anche solo la non estinzione). Tre padiglioni raccolgono le eccellenze italiane. Laboratori del gusto, gallerie visitatori, sale avorio. Aleggia una certa grandeur, la stessa che trasforma semplici punti ristoro in “Lurisia acqua point”. La terra di mezzo che unisce Italia e mondo è il limbo della cucina di strada, regno delle “migliori olive all’ascolana” (se lo dicono da soli, forse a ragione), osterie del Gran Fritto (sì, maiuscolo) e Associazioni Cacciucco. Qualche passo ancora e appare l’universo Oval: Europa e America Latina, Asia e Nord America, Africa e l’abracadabra proletario – il vanto vero di Carlin Petrini, che mercoledì sera al varo di Terra Madre c’era ma ieri si è visto poco – che risponde al nome di Arca del Gusto. Ovvero quel che andrebbe salvato da un’apocalisse alimentare forse neanche troppo ipotetica. Al centro dell’arca, con la sua Canon a tracolla, incontri Oliviero Toscani. Eterna volti e sguardi non ancora omologati per il suo progetto “La razza umana”. Chiede a un agricoltore cileno di non essere teso, ti parla felice: “Resto fino a lunedì, in un posto così posso fare almeno trecento scatti incredibili”. Poco fuori dall’arca, pronto a salire a bordo, c’è Piero Sardo. E’ il presidente della Fondazione Slow Food: “Questa è l’undicesima edizione, una ogni due anni, la prima in contemporanea con Terra Madre”. Si aspetta la stessa gente del 2012: “Più o Salone del Gusto 2014 - foto di Gabriele Bolognesi06meno 220mila persone, anche se qualcuno non è venuto per paura dell’Ebola. Ci hanno attaccato perché abbiamo invitato anche gli africani. Però, giusto stamani, ci ha contestato anche il Movimento 5 Stelle: il consigliere comunale di Torino ci accusa di avere ostacolato Burkina Faso e Serra Leone. Roba da matti, e sì che io son pure un po’ simpatizzante”. Del Burkina Faso? “No. Dei 5 Stelle. Per molti eravamo meglio prima, ma in questi casi te lo dicono sempre: ti colpevolizzano del successo. In questi venti anni la cultura enogastronomica è cresciuta molto, anche se confusamente e non abbastanza. Ormai le guide non hanno più senso, fosse stato per me non avrei neanche rifatto la Slow Wine. Non è detto però che con Trip Advisor e i blog la situazione stia migliorando: in Rete si leggono delle cazzate incredibili”. Dicono che Slow Food è per i fighetti e Eataly per il renzismo nazionalpopolare. “Una semplificazione discutibile, e poi Eataly ci copia o comunque si ispira a noi. Cosa ne pensa Petrini? E che ne so, non lo vedo da tre mesi”. Forse il Salone del Gusto non resterà a Torino anche nel 2016: “A parte la prima edizione, siamo sempre stati qui. Certo, a Milano faremmo più del doppio di visitatori, credo 500mila persone. Si vedrà. Torino è una citta particolare”. Particolare come questa kermesse, sorta di Vinitaly meno invasata, ricca e per certi versi stordente. Ogni stand – 2500 euro per cinque giorni – racconta storie e sfide. Presidi che non demordono, figli che non intendono disperdere le memorie di nonni e padri. La celebrazione è oltremodo trasversale. Ieri mattina Renzi e Chiamparino non c’erano, impegnati a Roma nel confronto Stato-regioni, ma il Presidente del Consiglio conta di fare una sorpresa nel weekend. Michelle Obama ha detto che è merito di Slow Food se si è fatta l’orto, Papa Francesco ha plaudito l’impegno contro la fame. Perfino gli astronauti, nello spazio, non si nutriranno più di scatolette ma di legumi Slow Food: piattella canavesana, lenticchia di Ustica, fava di Carpino e cece nero della Murgia carsica. Benvenuti nel regno del marginale e del quasi dimenticato, della pera cocomerina e dell’impronunciabile (ma buonissimo) trdelnik ceco, della tonnarella di Camogli e del Graukase della Valle Aurina, della fava cottòra dell’Amerino e della fagiolina del Trasimeno. E’ una toponomastica curiosa e bizzarra, che racconta un microcosmo frammentato e al tempo stesso coeso: avamposti che da soli non fanno numero, ma che praticano una collettività – si direbbe – convinta. Brigate sparute di artigiani felicemente anacronistici e miracolosamente ispirati. Una comitiva vagamente ebbra sgomita per il convegno sulle “radici del genever e del gin”; c’è grande attesa per la sfida odierna tra “Fagiolina e fagiolone” nello stand Regione Lazio; si intuisce addirittura entusiasmo per il simposio sul “recupero dei boccaccielli”. Qualcuno sorriderà, ma anche questa è resistenza. Tra le poche rimaste in Italia, peraltro. (Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2014)

I ribelli del vino e l’annata 2014

IMG_6873MONTALCINO – Qualcuno non finge neanche di stupirsi, qualcun altro spera che sia “solo” una frode e non un vero e proprio taroccamento. Montalcino, di nuovo, diventa capitale di scandali enologici. “Credevamo di aver già pagato dazio una volta per tutte durante il Vinitaly 2008”, dicono alcuni produttori. Constatata la frode, la speranza in paese è che almeno stavolta le uve non autorizzate arrivino comunque dalla zona e non da regioni diverse. Nei giorni scorsi sono stati sequestrati 165.467 litri di vino: 220.600 bottiglie, di cui 75.620 litri di Brunello e 89.847 di Rosso di Montalcino. Valore attorno al milione di euro. Protagonista del presunto raggiro non è un enologo, ma un consulente di molte aziende: si impossessava illegalmente della documentazione attestante la Docg e la associava a partite di uva e vino comune, che vendeva alle cantine durante le fasi di vendemmia e invecchiamento. E’ stato denunciato per frode in commercio, accesso abusivo ad un sistema informatico, appropriazione indebita aggravata e continuata e reati di falso.
Sarà una vendemmia difficile, soprattutto nel Centro-Nord. L’annata 2014 avrà gli stessi limiti della 2002, quando non poche aziende blasonate rinunciarono a produrre i vini di punta (ad esempio il Barolo) per le piogge continue. La 2014 sarà addirittura peggiore, perché ha continuato a piovere tutta l’estate. I vini – con ovvie eccezioni – risulteranno scarichi, con basse concentrazioni polifenoliche, meno eleganza e meno gradazione alcolica. A Montalcino la grandinata del 12 giugno ha compromesso parte dei raccolti, tenendo conto che il Sangiovese è relativamente spargolo e dunque più soggetto a muffe. Lo scandalo, per quanto meno grave dei precedenti, è in qualche modo emblematico. La Toscana è ciclicamente epicentro di una propensione al taroccamento, vuoi per assecondare la moda dei vini “morbidoni” (che ha raggiunto il suo apice negli Anni Novanta e inizio Duemila) e vuoi per una tendenza a non accontentarsi mai. Neanche in quelle zone d’Italia in cui la natura sarebbe in grado di fare tutto da sola e basterebbe rispettarla, senza ricorrere a sofisticazioni in cantina e sbornie cafone da barrique. Chi ha buona memoria ricorda la puntata di Report di fine 2004, in cui – complice la meritoria denuncia di Sandro Sangiorgi, uno dei più grandi esperti del settore – si scopriva come di “vero” non ci fosse poi molto nell’enologia italiana. Quella situazione troppo spesso compromessa ha generato una reazione vibrante e per certi versi ugualmente estrema, costituita dal diffondersi dei cosiddetti “vini veri” o “naturali”. Niente più fermentazioni controllate, lieviti selezionati e abracadabra chimici, ma un pauperismo ostentatcolleoni-300x225o che oltrepassava le ambiguità del biologico e inseguiva una naturalità totale. Ora biodinamica e ora no. Il caso di Montalcino è davvero esemplificativo. Sebbene l’ultimo scandalo stia già allontanando qualche cliente, il commercio resta florido. A dominare sono le aziende chic, così perfette da risultare quasi respingenti. Prezzi esosi e una raffinatezza che – alla lunga – stucca. Del resto la regione è quella dei Supertuscans, “vinoni” fatti come se fossimo a Bordeaux o in California, col Sangiovese ritenuto “troppo tannico” e dunque ingentilito dai soliti vitigni internazionali (su tutti Merlot). C’è però chi resiste. Avamposti di resistenza e utopia che si oppongono alle mode, difendendo con le unghie e con le idee (più che con i denti) uno spicchio di terra troppo benedetto per essere involgarito. Basta visitare aziende garbatamente ribelli come Il Paradiso di Manfredi, Campi di Fonterenza o il Podere Sante Marie dei coniugi Colleoni, trasferitisi da Bergamo venti anni fa con il sogno non barattabile di una enologia semplice e sostenibile (anche nel prezzo). Squarci improvvisi di natura salva e vino autentico. L’enologia italiana, da Nord a Sud e ancor più in Toscana, non si divide tanto in “modernisti” e “tradizionalisti” ma in chi rispetta la natura e chi no. Questi ultimi hanno produzioni esigue, bottiglie poco glamour e vini non necessariamente impeccabili. Sono pochi e litigano tra loro come i partitini di sinistra. Non avendo paracadute in cantina, se l’annata è cattiva devono dire addio a metà raccolto o giù di lì: è accaduto ad Angiolino Maule a Gambellara, uno dei pionieri dei “naturalisti”. Eppure resistono. Li trovi a Sarzana, come Stefano Legnani, e nel parmense, come Camillo Donati. A Castiglione Tinella, come Ezio Cerruti, e a Castiglion Fiorentino, come Arnaldo Rossi. Ultimi passeri sul ramo. Uno dei più bravi a fotografarli è stato il cineasta americano Jonathan Nossiter, dieci anni fa in Mondovino e più recentemente nel riuscito Resistenza Naturale. Guarda caso, ha per scenario anzitutto la Toscana. Nossiter li definisce così: “Sono contadini moderni rivoluzionari, in grado di vedere la propria attività agricola in un quadro politico, sociale, ecologico ed economico molto più ampio e complesso di quanto non potessero fare i contadini fino a qualche generazione fa. La loro strenua lotta per la sopravvivenza del gesto artigianale indipendente e autentico, in un mondo post-globalizzato, mi ha emozionato”. Al netto di integralismi e retorica, il percorso di questi contadini illuminati pare in qualche modo necessario. La loro è una strada insidiosa, ancor di più in annate impietose come questa, ma smisuratamente autentica e non di rado commovente. Libera. (Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2014)

Piccoli avamposti di resistenza e utopia

IMG_6875A dispetto dell’aggiornamento sporadico di questo blog, e nonostante i chili persi, trovo ancora il tempo di bere bene. Era anzi da un po’ che non mi ritagliavo così tanto spazio per visitare cantine e provare vini. Due lunedì fa, prima di andare a Milano per la registrazione di un programma tivù, ho allungato la strada e visitato azienda e vigneti di Camillo Donati. Barbiano, due passi da Arola e Langhirano, nel parmense. Camillo non c’era, aveva cominciato la vendemmia proprio quel pomeriggio. Sono stato accolto da sua moglie. L’azienda dei coniugi Donati è ritenuta da molti naturalisti “l’unico” Lambrusco accettabile. O giù di lì. Lo ritengo un errore, sia perché ce ne sono tanti altri – naturali (Vittorio Graziano) e no (Paltrinieri, Bellei, Lombardini, etc) – e sia perché Donati non fa solo Lambrusco, di cui peraltro utilizza il biotipo Maestri in purezza. La sua gamma, tutta di rifermentati in bottiglia, è varia. I miei preferiti, tanto per cambiare, sono i bianchi: Sauvignon Blanc, Trebbiano e Malvasia. Applausi anche per il Lambrusco già citato e la Barbera. Da provare anche la Fortana (ancora più tannica e “brusca” del Maestri: di fatto la azzarda in purezza solo lui o quasi), Ovidio (Croatina) e il Rosso della Bandita. Quest’ultimo, proveniente dallo stesso piccolo vigneto, è l’unico blend dell’azienda: Barbera, Maestri, Fortana e Croatina (la percentuale la conosce solo Donati). Per chi vuole ci sono anche la Malvasia Rosè e due tipologie di vini dolci. Mi è piaciuta la semplicità della cantina, mi è piaciuto il coraggio di provare una strada ostinata e contraria, mi è piaciuto il garbo. E mi è piaciuto il rapporto qualità/prezzo. Donati è la mia bollicina preferita di quelle parti insieme a Massimiliano Croci (più spostato verso Piacenza). Non per tutti i gusti e non sempre perfetta, anzi quasi mai (ed è una fortuna), ma quasi sempre ispirata e di beva mirabile.
Martedì scorso mi sono fermato a Sarzana da Stefano Legnani. Qui ne ho scritto spesso, amo il suo Ponte di Toi e ancor più il suo Le Loup Garou, non solo perché è un tributo al grande Willy DeVille. Purtroppo ne produce poco, pochissimo. E la maggioranza della sua produzione va in Giappone, proprio come capita a Donati. Mi sono autoinvitato quasi senza preavviso e Stefano e sua moglie Monica potevano tranquillamente mandarmi a quel paese. Non l’hanno fatto e, insieme, abbiamo pranzato (ma soprattutto bevuto) fino alle 17. E’ da lui che ho scoperto, tra le altre cose, i vini assai “animali” di Vittorio Graziano. Legnani, ex assicuratore, è un naturalista che sa unire l’approccio eretico a una concretezza che serve anche (e soprattutto) ai sognatori. E’ stato un pranzo splendido, anche per la cultura musicale sciorinata da sua moglie Monica. Finalmente ho trovato una persona che conosce e ama John Hiatt quanto IMG_6873me, forse addirittura di più. Non lo ritenevo possibile. E finalmente ho trovato una persona in grado di consigliarmi dischi di vero blues e countru rock. Davvero un bel pomeriggio. Ci siamo ripromessi di organizzare al più presto una “cena cialtrona“, una di quelle adorabili mattanze alcoliche in cui bevi tanto e bevi bene. I Legnani le organizzano spesso tra amici: ci sarò, se vorranno.
Oggi, infine, sono stato a Montalcino. Per lavoro e per piacere. Mi sono fermato a pranzo dai coniugi Colleoni, pure loro di VinNatur (come Donati, come Legnani). Il loro Podere Sante Marie, che hanno acquistato non senza sacrifici a inizio anni Novanta trasferendosi da Bergamo, è di una bellezza che incanta. E rossi sanno emozionare. Gradevolissimi anche i bianchi (uva Ansonica). Produzione bassa, 10mila bottiglie (quasi tutte in Giappone anche queste), ma come dicono Marino e Luisa: “Bastano e avanzano, perché strafare? Noi viviamo bene così”. Un altro pomeriggio incantevole, immersi in una natura quasi incontaminata e tra cani che scorrazzano liberi.
Questi tre piccoli viaggi mi hanno convinto, una volta di più, che questo paese è molto più bello di come ce lo raccontino. E’ ancora – e nonostante tutto – intriso di anime salve. Lo pensavo già sette anni fa, quando scrissi Elogio dell’invecchiamento, e lo penso ancora di più adesso: il mondo del vino, soprattutto un certo mondo di un certo vino, è a sua volta ancora più ricco di anime salve. Tante piccole oasi felici, ricche di coraggio e di storia. Tanti piccoli avamposti di resistenza e utopia che, chissà come, vanno avanti. Senza smarrirsi.

(La foto ritrae Luna, uno dei cani dei Colleoni, mentre osserva l’orizzonte di Montalcino dal suo balcone preferito. Dal suo avamposto di resistenza e utopia, pure lei).

Bianchi

lamoDopo il post cumulativo su frizzanti e spumanti, accorpo qui alcuni tra gli ultimi bianchi fermi provati. Applausi a scena aperta per il Rebula Klinec 2009, degustato con piacere al Pane e vino di Cortona. Garanzia, tra i macerati. Bene anche Obermairlhof Kerner 2012Riesling 2011 di Haderburg. Il primo l’ho intercettato alla Ad Braceria di Cortona, il secondo all’Enoteca La Torre di Mosciano Sant’Angelo (Teramo).
Ancora in Abruzzo, nel neonato agriturismo Testarossa a Pescosansonesco (Pescara), di proprietà Vini Pasetti, ho provato la loro galassia di bianca. I miei preferiti: Pecorino Colle Civetta e Passerina. Meno convincente il Testarossa bianco, troppo piacione. Piacevole il Trebbiano. Vini Pasetti non è certo un’azienda di nicchia, ma è stata tra le prime a puntare sulla riscoperta del Pecorino e i vigneti di Pescosansonesco sono splendidi, come pure quelli di Capestrano sulla valle del Tirino. Meritano una visita prima e una bevuta poi.
Una garanzia il Trebbiano d’Abruzzo (si capisce che adoro questa regione?) di Emidio Pepe, annata 2010, tracannato – si fa per dire – più o meno per la 70esima volta nella mia vita ancora al Pane e Vino di Cortona. Piacevole il Greco di Tufo 2011 Dell’Angelo, che spicca per sapidità e note (piacevolmente) sulfuree: tra i Greco di Tufo più veri e meno banali che abbia avuto modo di conoscere. Non mi ha travolto di entusiasmo il Bianco Granselva 2013 dell’Azienda Agricola Il Cavallino. E’ un blend di Garganega, Sauvignon Blanc, Pinot Grigio e Durella: piacevole, ma un po’ neutro e fin troppo normale, pecca in carattere e personalità. Meritano poi una menzione altre due bottiglie. La prima è un Riesling Renano 90% e 10% (percentuale massima) di Riesling Italico, fermo, annata 2008. E’ vinificato dall’azienda Albani nell’Oltrepò Pavese, per l’esattezza a Casteggio in provincia di Pavia. Albani partecipa a VinNatur. Era la prima volta che lo degustavo, spinto dai proprietari del Papposileno che la reputano una delle aziende più particolari e promettenti del nord Italia. Subisce una leggera macerazione e questo lo rende (quasi) un orange wine. All’inizio deve liberarsi di una apparente pesantezza – e, orrore orrore – quel che sembra un’ossidazione, ma poi si equilibra, l’ossidazione – vade retro sempre – svanisce e denota bevibilità e carattere. Non grido al miracolo, ma il vino è di pregio. Infine il Lamoresca, Vermentino in Purezza annata 2013 (credo, è “solo” un vino da tavola). L’azienda omonima, con sede a San Michele di Ganzaria (Catania), fa parte pure lei di VinNatur ed è distribita da Arké di Francesco Maule. Anche qui una leggera macerazione, attorno ai due giorni. E’ uno di quei vini glou glou che calamitano sempre più la mia attenzione e stima. Curiosa la nota di scorza d’arancio, soprattutto come retrogusto. Classico vino naturale, peraltro di buona sapidità, che sa di frutto sano e che non spicca per lunghezza quanto per piacevolezza di bevuta. Ottimo qualità/prezzo. Non è il vino della vita, ma lo consiglio.