Sancerre 2009 Akmèniné – Riffault

IMG_2430Quando mi sono imbattuto in questo vino, le mie papille ultrà dei macerativi hanno esultato. E’ un Sauvignon Blanc della celebre Aoc di Sancerre, macerato con giustezza (una parola che mi è sempre piaciuta, “giustezza”: non vuol dire nulla, e infatti la si usa soprattutto nel calcio, però suona bene).
Si chiama Akmènine, annata 2009, azienda Sébastien Riffault.
E’ distribuito da Les Caves de Pyrene e su L’Acquabuona trovate una recensione calzante (questa pagina l’ho linkata spesso e la condivido in larga parte).
E’ vero che la macerazione toglie un po’ di connotati al varietale, rendendolo meno spigoloso e più conforme a quei sentori-di-albicocca tipici degli orange wines non troppo vecchi e non troppo macerati.
E’ però un vino gradevole, appagante: ammiccante con gusto.
Biodinamico spinto, niente interventi, poca solforosa. Più salato che fresco, con un finale lievemente fumè. Bella bevibilità, struttura importante ma non ingombrante.
Si trova (mi pare) sui 20-25 euro in enoteca.
Tra i bianchi francesi importati da Les Caves, uno di quelli che più mi ha convinto.

Erbaluce di Caluso 13 Mesi 2010 – Favaro

IMG_2370Un bianco riuscito. Pienamente riuscito.
Ho bevuto recentemente due Erbaluce di Caluso (secchi) dell’azienda di Camillo Favaro.
Sono affascinato da questo vitigno. Uno dei bianchi autoctoni italiani più sfuggenti, non etichettabili e dalle potenzialità notevolissime. Sia secco che passito (preferisco il primo, ma è molto più ricercato il secondo).
Camillo Favaro, viticoltore a Pivarone, è uno dei massimi interpreti.
Il base Le Chiusure, annata 2011, era nitido nella sua freschezza e sapidità, dritto ma non tagliente, persistenza considerevole e bevibilità spiccata. Il 13 mesi, più ambizioso (annata 2010), ribadiva le linee guida con una qualità superiore (anche se, come spesso mi capita, trovo più vicini al mio gusto i base che non le versioni evolute).
Le Chiusure si trova in Rete attorno ai 13 euro, 13 mesi (credo) attorno ai 20. Consiglio, caldamente. E devo provvedere a farne scorta.

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La pubblico anche qui. E per i dubbi residui potete andare qui (leggetelo bene: anch’io banno e blocco con una facilità meravigliosa).
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Terre di Franciacorta 2006 – Il Pendio

Non è facile trovare bianchi fermi pienamente appaganti in Franciacorta. E’ terra, come noto, che si esalta nella spumantizzazione (e che non manca di eccellenze).
Ieri, al Pane e Vino di Cortona, mi sono imbattuto con Perfect39 in un bianco pregevole. Terre di Franciacorta, Doc. Chardonnay in purezza. Annata 2006. Azienda Il Pendio, naturale e celebre principalmente per Il Contestatore.
Non amo granché gli Chardonnay, per meglio dire ne amo pochi e mai ciccioni. Questo è (era) splendido. Colpisce per acidità e salinità. Struttura spiccata, ma non esagerata. Naso di frutta e spezie, minerale, complesso. Ha una bevibilità che aumenta di bicchiere in bicchiere, frutto di un equilibrio per nulla piacione. Uno Chardonnay italiano che ha ben poco dello Chardonnay italiano iper-celebrato.
Ragguardevole la tenuta nel tempo: portava i suoi sei anni splendidamente, e si poteva aspettare ancora.
Al ristorante si trova sui 17 euro. Non so se le annate successive hanno mantenuto un tale livello: se è così, (ri)cercatelo.

Bucci & Cavalleri (“vecchi” amici)

Tra le mie bevute di questi giorni, ci sono state due vecchie conoscenze. La prima, di cui parlavo in Elogio dell’invecchiamento, è Ampelio Bucci. Con il suo Verdicchio mi sono avvicinato a uno dei bianchi più malamente conosciuti (e dunque spesso sottovalutati) d’Italia. Poi ne ho scoperto molti altri, certo più naturali ma non necessariamente superiori.
Ho bevuto per la prima volta il base 2011 e la Riserva 2009. Impeccabili entrambi. La Riserva mi è sembrata meno facile delle ultime annate, e lo ritengo un pregio: la sua innegabile qualità, unita al blasone, avevano portato alcune vendemmie a presentarsi con vesti gusto-olfattive sin troppo figheggianti. La 2009, per quanto impegnativa (anche economicamente), è più diretta e meno ammiccante. Bene.
Continuo comunque a preferire la versione semplice, che in questo caso era la 2011. Un Verdicchio lineare, scolastico (nell’accezione più positiva). Di bella beva, appagante, digeribile. Lunghezza non trascurabile, freschezza, sapidità: lo riconsiglio, anche per il rapporto qualità-prezzo.
L’altra “vecchia” conoscenza sono i Franciacorta only-Chardonnay Cavalleri. Ne ho parlato tanto, anzitutto ne Il vino degli altri. Ho bevuto ieri sera il Pas Dosè 2008. Secondo Giulia Cavalleri, una delle annate più felici. Confermo. Eleganza rara. Glou glou.

Full Metal Mappazzone (Masterchef parte II)

C’è un momento, in apparenza irrilevante e sempre sfuggente, in cui la tipicità diventa parodia. E la stranezza sconfina nella caricatura. La seconda edizione di Masterchef Italia è finita giovedì sera. Ascolti buoni, 3.05% di share. Tormentoni in Rete, liveblogging (instancabile quello di Dissapore.it). Uomini e donne che cinguettano giulivi su rapanelli mistici e “aquiloni di tiramisù rivisitato” (peccato che non abbiano visitato, e bene, anche chi gli ha dato quel nome). La cifra di Masterchef è l’esagerazione. Di tutto: dei tre ducetti, compiaciuti in una recita reiterata che rende l’imitazione di Maurizio Crozza (“Vuoi che muoro?”) perfino benevola per quanto riuscita. Dei concorrenti sull’orlo di una crisi di nervi, in grado di esultare per una quiche lorraine come neanche Tardelli-Munch nell’82. E di un format sempre più esasperato ma dalle uova d’oro, tanto che si pensa a un format per concorrenti junior (all’estero c’è già).
Se l’ingrediente è la ridondanza, non poteva esistere vincitrice più indicata di Tiziana Stefanelli. Avvocato romano, 41 anni. Respingente, supponente, disposta a tutto pur di dominare. Nessuno tifava per lei, quindi era perfetta per un reality – o talent, o “Full Metal Mappazzone” – che accarezza il finto politicamente scorretto con la lascivia di un vecchio satiro in astinenza da anni. “Maurizio mi ha rubato la cernia”; “Non le permetto di definirmi avvocato delle cause perse” (rivolta a Cracco); “A mia figlia racconto che l’importante è partecipare. Ma noi adulti lo sappiamo che l’importante è vincere”: sono solo alcune delle perle di saggezza dispensate dalla avvocatessa totemica, per nulla scalfita da prurigini di gradevolezza ma piuttosto crivellata da chiacchiericci e sfottò. Twitter (su tutti Johnny Palomba) le ha cucito addosso l’hashtag “#oilgate” perché una volta ha aggiunto olio a un piatto quando il tempo era scaduto. E dopo l’ufficializzazione della sua vittoria (avvenuta qualche settimana fa: il programma è registrato) si è appreso che suo marito è Paolo Girasole. Numero uno di Finmeccanica in India dal 2009 a marzo 2012, citato nell’inchiesta sulle presunte tangenti (così Guido Haschke: “A Girasole ho corrisposto la somma complessiva di 200 o 220mila euro. Non ha avuto alcun ruolo nella vicenda, ma era al corrente di quel che accadeva”).
La puntata finale ha ricalcato le precedenti. Il “carramba” stantio dei concorrenti eliminati. Mystery Box, Invention Race. I piatti a base di foie gras e agnello, con rispetto profondo per chi è vegetariano o anche solo ha letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer. Carlo Cracco, con quell’italiano parlato come un turista straniero che si esprime in stampatello per chiedere informazioni. Le braccia giunte, l’occhio teoricamente torvo e la bi-espressione alla primo Eastwood: il Clint di Sergio Leone aveva solo le pose “con cappello” e “senza cappello”, Cracco “con grembiule” e senza. Dal poncho alla parannanza. Bruno Barbieri, tra una tshirt militare à la Chuck Norris e la riga in mezzo ai capelli tipo Gian Burrasca punito al collegio, si è distinto per il feticismo da “impiattamento”. Potevi cucinargli anche il fango, l’importante era che fosse figo; potevi dargli il piatto della vita, ma se non appariva accattivante veniva bollato senza misericordia alcuna (“Mappazzone”). E poi Joe Bastianich: “Questo fois gras è come una macchina d’epoca, spande olio dappertutto”; “E’ molto Duran Duran questo piatto”; “E quest’altro è un piatto bisessuale”.
Abbattuto a colpi di bazooka il buon senso, Masterchef ha elevato l’improbabile a intrattenimento. Bandito il minimalismo, elevata a monolite l’iperbole impanata. A partire dai nomi delle pietanze: “Emozionanti sorprese in crema di risotto”, “Passione di castagne, elisir di lamponi, violette di Parma e lamponi” (Nanni Moretti, dove sei?). Se i sommeliers sbeffeggiati da Antonio Albanese abbondavano di sentori improbabili (anice stellato, glicine rappreso, goudron del Tennessee), i cuochi di Masterchef parlano come mangiano. Ovvero con la bocca piena e gli ingredienti (le parole) impastati bulimicamente, come un arcobaleno di sintassi daltonica. Un panino alla mortadella, a Masterchef, diverrebbe – si presume – “sinergia astrale di glutine evoluto che si abbraccia in cerca di affinità elettive tra cereale monococco e suino allo stato brado, eroicamente sacrificatosi per appagare i nostri umanissimi sensi”. Nella dittatura efferatamente tragicomica del Triumvirato Barbieri-Bastianich-Cracco, l’ergastolo non è per chi sbaglia ma per chi abiura l’anelito alla cucina estrosa. Nutrirsi di surgelati è ripugnante, i bastoncini non esistono (se non nei freezer degli infedeli) e “i piatti vanno mangiati in verticale”, dunque sfidando la prosaica legge di gravità e le intuizioni superate di Newton.
Masterchef funziona perché è come una macedonia d’estate. O come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita (anzi lo sai: per quello la compri, la mangi, la guardi). C’è il trash, c’è il piacione. C’è il debole da zimbellare, c’è il cattivo da riverire. C’è l’immedesimazione, c’è l’effetto pavloviano. Ci sono le ricette, che hanno ormai sostituito i discorsi sul tempo che fa quando non si sa cosa dire. E c’è quel disimpegno cafonal – spolverato di zucchero a velo – che è il dolce di cui la tivù italiana va più ghiotta. Più che un talent, Masterchef è un quattro salti in padella. Solo che la padella siamo noi. Gnam.

(Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2013)

 

 

 

 

Pietrobianco 2011 – Daniele Portinari

Chiedo scusa per l’assenza. Tra teatro (qui le date), giornale e tivù il tempo è quello che è. Questo blog, comunque e ovviamente, andrà avanti.
Ho accumulato una decina di recensioni, frutto delle bevute in queste settimane. Le posterò nei prossimi giorni.
Dedico il post di oggi a un vino naturale atipico. E’ un Igt Bianco del Veneto, ottenuto da uve Pinot Bianco e Tai Bianco.
Vigne di circa 30 anni, vinificato in acciaio per dieci mesi e imbottigliato senza filtrazione. In enoteca sui 10 euro o poco più.
Non mi ha esaltato, ma ve lo consiglio perché è molto personale. Il Tai Bianco è sostanzialmente il (Tocai) Friulano. Tipico dei Colli Berici e del Piave, esiste anche il T(oc)ai Rosso, di fatto il Cannonau sardo (quindi prossimo alla Grenache francese e all’Alicante spagnolo).
Spesso il Friulano ha una vena erbacea spiccata, non necessariamente gradevole. Tale nota di fieno esplode – letteralmente – nel Pietrobianco 2011. A colpire è proprio questo, molto più della struttura esile e di una acidità percettibile ma non indimenticabile. Discreta bevibilità.
Più che un vino da bere, il Pietrobianco sembra quasi un vino da brucare.
Classica bevuta didattica, per comprendere cosa si intende quando un vino “sa di fieno”.

Gaber (se fosse Gaber) in Langa

Domani, giovedì 24 gennaio 2013, il mio spettacolo Gaber se fosse Gaber vivrà la sua 54esima replica (qui tutte le date) in un luogo per me particolare: Alba.
Lì, oltre a un pezzo di cuore, ho molti amici. Sarebbe bello rivederli a teatro (e so che molti ci saranno).
Il luogo è il Teatro Sociale, 600 posti. Si va verso il tutto esaurito, ma c’è ancora disponibilità.
Ci sarà una bella mostra sul Signor G (del grande Guido Harari). Ci sarà una degustazione. Ci saranno i monologhi e le canzoni.
Vi aspetto. Se vi va.

Savennières Cuvée Les Genets 1999 – Domaine Laureau

Ho aspettato un po’ a bere questo vino. In via teorica “doveva” piacermi, essendo Chenin Blanc in purezza, per giunta da una delle appellations più mitiche. Avevo però letto questa (bella) recensione, che mi aveva sufficientemente impaurito.
Il Savennières Cuvée Les Genets, un tempo importato da Cave de Pyrene, l’ho degustato (o per meglio dire sdraiato) ieri con Perfect39.
E’ effettivamente un bianco molto atipico. Un pregio e un difetto. A dire il vero, l’unico difetto risiede in questa sua originalità spiccata, che può frastornare il consumatore occasionale. E’ un bianco con 14 anni sulle spalle, biodinamico, dai vigneti più alti di Savennières. Non ha nulla di canonico. Non può piacere a tutti.
Ovvio però che questi aspetti suonino anche come pregi, se si cerca il vino di carattere e personalità. E’ un bianco che spiazza anzitutto per la scarsa corrispondenza tra naso, impatto in bocca e retrolfazione. Parte delle uve sono botritizzate, lieviti indigeni, 18 mesi di affinamento sui lieviti. I vignerons, ancor più se biodinamici, da quelle parti non conoscono mediazioni. Damien Laureau fa parte di quella categoria, anzi è uno degli esponenti più ispirati.
Les Genets (attorno ai 25-30 euro al ristorante) è lievemente arrostito al naso. Intuisci sentori di miele e una certa dolcezza che poi, puntuale, arriva in bocca. E a quel punto sembra stuccarti, pare stancarti in breve tempo. Così non è. Ancor più in abbinamento (meglio a tavola che come vino da meditazione, anche se asserirlo parrà un azzardo), il vino vanta un’acidità invidiabile. Ha bella sapidità, un’opulenza (data anche dalla muffa nobile) mitigata dalla freschezza e da un equilibrio azzardato ma innegabile. L’alcolicità (12.5 gradi) è contenuta.
E’ vero, come scrive L’AcquaBuona, che il vino ha qualcosa di trielinico e si muove tra due contrasti, la dolcezza iniziale e l’asciuttezza finale. Cammina sul filo, sul punto di cadere da un momento all’altro. Ma non cade.

P.S. Non senza stupore, alcuni lettori mi hanno fatto notare come avessi già incontrato questo vini due anni fa, da Bandini, lo splendido ristorante di Portacomaro (Asti). Non lo ricordavo. Ero già entusiasta allora. Lo sono (con toni più “dotti”) anche adesso.

Dal Centro 2009 – Baldoncini

Di questo vino non so praticamente nulla. Non esiste un sito aziendale, si sa a malapena che l’Azienda Agricola Eredi Baldoncini è a Camucia, Località Vallone.
Per quanto sia la mia zona, non ne avevo mai sentito parlare.
Il vino in oggetto si chiama Dal Centro, annata 2009. Ci è stato consigliato, giorni fa, dal proprietario della Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Prezzo onesto (sui 10-15 euro), Sangiovese (non so se in purezza).
L’azienda, anche agriturismo, produce una piccola quantità di vino. Il Dal Centro, un Igt, è l’unico che ho provato.
L’ho trovato un rosso di sorprendente beva e piacevolezza tutt’altro che scontata.
Se vi trovate in Valdichiana, e volete uscire dal solito Syrah senza svenarvi, mi sento di consigliarvi il Dal Centro: rosso senza pretese, felicemente quotidiano. Onesto. Gradevole.
(P.S. Dopo questa recensione, Arnaldo della Taverna Pane e Vino ha postato alcuni aggiornamenti sull’azienda. Li riporto anche qui: “L’azienda Baldoncini è già presente da anni nella produzione di uva, nella nostra zona (Cortona). Dopo la morte del padre, il figlio Giorgio si è incaricato di proseguire la tradizione di famiglia, concentrandosi nella produzione di vino e nello sviluppo del loro Agriturismo. Baldoncini produce 2 vini da una vigna piantata 8 anni fa nella zona di Terontola. Entrambe i vini da Sangiovese sono prodotti con metodi naturali. Il più semplice si chiama Risalto (ed è il mio preferito); l’altro, quello che hai assaggiato tu è il Dal Centro, che ha un passaggio in legno. Soprattutto il Risalto 2010 per il prezzo (9 euro al mio ristorante) è un gran bell’esempio di come un Sangiovese in purezza anche nelle nostre zone possa essere ben fatto, alla faccia di tutti quelli che pensano che il Sangiovese senza l’aiutino di altri vitigni venga bene solo nelle zone più vocate).