Vini ostinati e contrari – San Rocco Castello di Stefanago

IMG_0934Per gli amanti del bianco, il Riesling è l’ultimo approdo: il vino “ideale”, per eleganza e complessità. Ancor più se arriva dall’Alsazia. Ancora più se proviene dalla Mosella. Trovare Riesling fermi e secchi di qualità non è facile in Italia. La zona più vocata è l’Alto Adige, ma c’è un altro microcosmo adatto a questo vitigno esigentissimo: l’Oltrepo’ Pavese. Una terra, per tanti versi, tutta da scoprire (e in buona parte da valorizzare). E’ a Borgo Priolo, provincia di Pavia, che si incontra il Castello diStefanago. La famiglia Baruffaldi fa vino da cinque generazioni, ma è da pochi anni che sta provando a emergere realmente nel mercato. I vini nascono grazie ai fratelli Antonio e Giacomo, mentre il settore commerciale è seguito dalla sorella Antonietta. Cinquantamila bottiglie prodotte ogni anno, venti ettari vitati. Parte delle uve viene ancora venduta, perché l’azienda non può permettersi di produrre tutto ciò che arriva dai suoi vigneti. Castello di Stefanago fa parte dell’associazione VinNatur. Le etichette prodotte sono 13, ognuna delle quali non raggiunge le 5mila unità. Bianchi, rossi, Metodo Classico ancestrali, frizzanti “col fondo”. Quasi tutti i vini affinano in acciaio, qualcuno in botte grande di acacia. Spicca, all’interno di questa piccola galassia, il San Rocco. Riesling Renano fermo e secco in purezza. Ammalia per freschezza, mineralità e bevibilità. Le guide lo definirebbero “ideale come aperitivo”, ma in realtà è un vino “ideale”. E basta. (Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2015. Quindicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Stella Retica ArPePe

arpepeLa chiamano viticoltura eroica, e c’è un motivo. Vigneti a strapiombo, più o meno intatti, che costringono l’uomo a una lavorazione quasi sempre manuale. Capita in Liguria, capita sull’Etna. E capita anche in Valtellina, dove il Nebbiolo ha saputo adattarsi al clima particolarissimo fino a trovare massima espressione con il nome Chiavennasca. Le guide parlano soprattutto dello Sfursat, sorta – semplificando – di Amarone della Valtellina, ma i vini migliori sono quelli che alla muscolatura preferiscono l’eleganza. Per esempio quelli della giovane azienda Dirupi. E più ancora la pioniera ArPePe. L’azienda è nata nel 1984: un’intuizione di Arturo Pelizzetti Perego, il cui lavoro è oggi proseguito – con analoga tradizione e ispirazione – dai figli. Rossi personali, di grande bevibilità e ancor più grande classe. Vigne di più di 50 anni, 70mila bottiglie prodotte. La cantina è scavata nella montagna alle porte di Sondrio. Le etichette sono molte, dalla sottozona Inferno a quella Grumello, ma le tre bottiglie più prodotte sono il “base” Rosso di Valtellina (30mila bottiglie), il Sassella Stella Retica (24mila) e il Rocce Rosse (18mila). Il base costa 15 euro in cantina ed è uno dei vini “quotidiani” più ispirati d’Italia. Si sale, di prezzo e complessità, con la Stella Retica (la Riserva più giovane) e con il Rocce Rosse, che migliora di anno in anno (anzi decennio). I vini di ArPePe sono i classici rossi che piacciono anche a chi di solito preferisce bere bianchi. Imperdibili. (Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2015. Quattordicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Pinot Grigio Princic

2015-02-09 13.07.34Trovare i suoi vini è molto difficile, perché ne produce pochi (attorno alle 35mila bottiglie l’anno) e perché il 90% lo vende all’estero: Giappone anzitutto, poi Francia. Gli appassionati, però, Dario Princic lo conoscono bene. Fa parte del gruppo Vini Veri ed è uno dei talenti della zona magica di Oslavia, sopra Gorizia e a due passi dal confine con la Slovenia: la terra di Gravner, di Radikon, di Podversic, de La Castellada. I bianchi, da quelle parti, si concepiscono macerati: a contatto con le bucce, come fossero rossi. C’è chi li fa in anfora (Gravner) e chi in tini aperti (Princic). Macerazioni tra i dieci giorni e il mese abbondante. Poi acciaio, botte grande e talora barrique (mai nuova). Princic produce Jakot (Tokaj al contrario), Ribolla Gialla (il più macerato), Pinot Grigio e il Trebez, un blend di Sauvignon, Chardonnay e Pinot Grigio. Ci sono anche due rossi, Merlot e Cabernet Sauvignon. Poi, sottotraccia, una “seconda linea” più bevibile e meno macerata per i mercati giapponesi e sloveni. La “prima linea” costa 20 euro in cantina, la seconda 10. Se la Ribolla Gialla paga il confronto con i mostri sacri (Gravner su tutti), spiccano per qualità il Jacot – uno dei migliori Tocai italiani – e ancor più il Pinot Grigio. Quest’ultimo è spiazzante: abituati come siamo ai Pinot Grigio industriali, tanto giallini quanto asettici, il Pinot Grigio di Princic si presenta come un rosato stravagante e di gran carattere: non per tutti i gusti, ma assai di pregio. (Il Fatto Quotidiano, 9 febbraio 2015. Tredicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Castelcerino Filippi

soaveIl Drugo non è solo un’invenzione cinematografica dei fratelli Coen, ma anche uno dei più ispirati produttori di Soave. Un vino prodotto troppo (5 milioni di bottiglie), ma a volte prodotto bene. I vigneti di Filippi, la cui somiglianza con il protagonista de Il grande Lebowski è spiccata tanto nel look quanto nell’indolenza, sembrano fuori dal tempo: immersi nei boschi, miracolosamente intatti. Lui è persona schiva, di gran cuore e talento autentico. Produce 50mila bottiglie l’anno che potrebbero essere 80mila, se solo lui volesse essere più “furbo”. La tenuta, del Trecento, apparteneva ai nobili fiorentini Alberti. I cru sono tre: Castelcerino, Monteseroni, Vigna della Brà. I terreni variano da calcareo-sabbioso a vulcanico-argilloso. La zona è appena fuori da quella del Soave Classico e non distante dalla Valpolicella. Le vigne, 400 metri sul livello del mare, hanno più di 50 anni. Filippo lavora nel mondo del vino dal 1992. Produce in proprio dal 2003, prima con il fratello e poi da solo. Fa parte dell’associazione VinNatur, ma era e resta un anarchico buono. Naturalista ma non estremista, in cantina ti parla dei vini senza tirarsela troppo ed è consigliata la degustazione direttamente dai serbatoi. All’interno della sua piccola galassia delle meraviglie contadine, merita un plauso particolare il Soave Castelcerino. Garganega in purezza. Teoricamente il vino “base”, ha un rapporto qualità/prezzo raro. Grande beva e sapidità a fiumi. Uno spicchio di Veneto che non intende tradire se stesso (Il Fatto Quotidiano, 2 febbraio 2015. Dodicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: I Clivi Brazan

cliviCapita di frequente che, di fronte ai vini cosiddetti “naturali”, si abbia diffidenza. Forse perché a volte appaiono strani, vuoi per gli aromi e vuoi per il colore. Stereotipi con un fondo di verità. Per chi intende osare ma non troppo, I Clivi è l’azienda giusta. Ferdinando Zanusso e il figlio Mario, dal loro avamposto di Corno di Rosazzo, producono ogni anno le loro 35mila bottiglie. In larga parte bianche. Sulla scrivania, libri di Enzo Biagi e prime pagine del Manifesto. Vigne vecchie, dai 50-60 anni in su: producono poco, ma producono nettare. I Clivi faceva parte di VinNatur, poi ha corso da sola. Anche per questo è adatta a chi ama i vini friulani ma li ritiene spesso perfettini, e al tempo stesso non vuole imbattersi in bottiglie troppo “azzardate”. I vigneti sorgono a metà tra Colli Orientali del Friuli e Collio Goriziano, null’altro che una mera distinzione amministrativa. Si parla sempre di flysch, cioè di un terreno fatto di marne e arenarie. Accanto a un Verduzzo secco da scoprire e a una Ribolla Gialla sia ferma che spumantizzata, spiccano le tre varianti di Friulano. Il vitigno, di origine francese (Sauvignonasse) e ormai autoctono, un tempo si poteva chiamare Tocai. I Clivi ne forniscono una impostazione scarica di colore e con alcolicità contenuta. Sono vini che puntano tutto su acidità, eleganza e longevità. Spiccano i due cru, il Galea (più “facile”) e il Brazan: austero e verticale, con note speziate e un finale di liquirizia e quasi petrolio. (Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2015. Undicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Ponte di Toi Legnani

ponte di toiStefano Legnani ha scoperto tardi la passione per il vino. O forse l’ha avuta da sempre, solo che quando era un assicuratore di successo restava sullo sfondo. Oggi, dal suo avamposto di Sarzana (La Spezia), parla così: “Uno dei segnali è quando mi accorgo che le vespe cominciano a svolazzare con frenesia attorno al vigneto, ascolto i loro chiassosi ronzii; cosi assaggio l’uva, deve piacermi in bocca, insomma se alletta me e le vespe, decido di iniziare la nostra vendemmia”. Produce poche bottiglie, più o meno 5mila l’anno. Un ettaro vitato, prezzi contenuti. Fa parte del gruppo VinNatur ed è suo uno dei migliori Vermentino italiani. Un vitigno che potrebbe dare tantissimo in Sardegna, Liguria e Toscana, ma che spesso si ferma – quando va bene – al rango di piacevole. Il Ponte di Toi e la sua versione evoluta Le Loup Garou (tributo a Willy De Ville, passione sua e della moglie Monica), regalano molto di più. Sottoposti a una non ingombrante ma comunque decisiva macerazione sulle bucce, regalano un Vermentino intrigante e di carattere, salmastro e di grande personalità, mai scontato e dalla beva mirabile. Legnani produce anche il Tafon, un Trebbiano della bassa Padana appartenuto a un amico che non c’è più: la famiglia avrebbe voluto espiantare le vigne, ma lui si è opposto. E ha fatto bene, visti i risultati. Trovare i vini di Legnani è difficilissimo, viste le recensioni molto alte e la produzione molto bassa: meritano, però, di essere cercati e inseguiti. Eccome. (Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2015. Decimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Fiano di Avellino Picariello

FullSizeRenderIl Fiano di Avellino è uno dei vitigni bianchi autoctoni più nobili di Italia. Dotato di potenzialità rare, è particolarmente adatto all’invecchiamento. Tra i produttori più ispirati spicca Ciro Picariello. Ha cominciato la sua esperienza vitivinicola nel 2004, aiutato dalla moglie Rita e dai figli Bruno ed Emma. Sette ettari vitati di produzione (5 di Fiano e i restanti 2 a bacca rossa: Aglianico, Piedirosso, Sciascinoso), 4 in conduzione ad Altavilla (coltivati a Greco). Tra le 45mila e le 50mila bottiglie annue. Il Fiano, sia in versione base (Igt Irpinia) che come Docg, è il vanto di Picariello. La sede è a Summonte località Acqua della Festa, i vigneti di proprietà a Summonte e Montefredane, 450-650 metri sul livello del mare. Picariello usa lieviti autoctoni e cura meticolosamente vigne e terreni vulcanici, ricchi di potassio, calcio, quarzo e ferro. Metà produzione resta in Italia e l’altra va all’estero. Del piacevole Fiano Igt (10 euro nelle enoteche con ricarichi giusti) vengono prodotte 10mila bottiglie, del Fiano di Avellino Docg – l’apice aziendale – 22mila. Vinificazione solo in acciaio, niente legno. Il Fiano di Picariello è fresco, fruttato, floreale. Stupisce per la evidente mineralità e per una sapidità ancora più spiccata. L’effetto “salato”, unito a una nota leggermente affumicata, lo rendono ancora più elegante, in grado di reggere – e a volte dominare – qualsiasi abbinamento o quasi. Un bianco semplicemente prodigioso. (Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2015. Nono numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini delle feste

IMG_0276Provando a fare un rapido inventario, ora da solo e ora in piacevolissima compagnia, ho bevuto tra la vigilia di Natale e l’Epifania: Cavalleri Franciacorta Collezioni Grandi Cru 2007 (magnum), Faccoli Franciacorta Extra Brut, Prosecco Coste Piane, Pecorino Ausonia, Cantina Margò opera omnia o quasi (Fiero Bianco, Regio Bianco, Rosato, Spumante Surlì annate 2012/13), Ponte di Toi 2013 Stefano Legnani, Panevino opera omnia o quasi (Bianco, Rosato, Pikadè, Su chi no’nau annate 2013), Sella dell’Acuto 2013 Taverna Pane e Vino, Camillo Donati opera omnia o quasi (Barbera, Lambrusco, Trebbiano, Malvasia, Sauvignon), Champagne Moet et Chandon Brut (regalo), Champagne Terre de Vertus Larmandier Bernier Millesimo 2008, Champagne Benoit Lahaye Millesimo 2007, Chablis Premier Cru Monts Mains Domaine Raveneau 2006, Fiano di Avellino Cirò Picariello 2010, Riesling Trocken Nik Weis St.Urbans-Hof 2012, Gli Eremi 2012 La Distesa. Il tutto irrorato, principalmente, da grappe Barile e Gualco (entrambe a Silvano d’Orba), distillati Capovilla (pesche, mele, pere, albicocche), Ardbeg Corryvreckan, Bruichladdich 12 anni High Spirit’s Collection e un pazzesco Caol Ila 15 anni del 1998 Collezione Samaroli.
Che dire? Sono state belle feste.

Vini ostinati e contrari: Barbaresco Cascina Roccalini

FullSizeRenderSi ritiene il Barbaresco, generalizzando, una sorta di “Barolo femmina”, perché più elegante e meno corposo. E’ però appunto una generalizzazione. Due dei Barbaresco migliori sono il Montestefano di Teobaldo Rivella e il Cascina Roccalini di Paolo Veglio. Quest’ultimo ha 37 anni e fa l’agricoltore da quando ne aveva 14. Dal 1993 le uve di famiglia venivano conferite a Bruno Giacosa, che agli amici ammetteva come proprio da quegli appezzamenti provenissero le uve migliori. I vigneti della famiglia Veglio sono adiacenti all’iperblasonato Sorì Tildin di Angelo Gaja. La cantina si trova lungo i tornanti che da Alba portano a Tre Stelle (nel navigatore non c’è: digitate “Località Pertinace”). Davanti alla casa di Paolo sono state girate le scene iniziali del film Il partigiano Johnny. Il padre Paolo, ex assessore alla Cultura di Alba, è uno dei curatori dei percorsi fenogliani. Dal 2004 Veglio e la mamma – cuoca eccelsa – Luciana ballano da soli. Cinquemila bottiglie tra Dolcetto e Barbera e 7mila (presto 12mila grazie a nuovi vigneti) di Barbaresco. Attenzione: nei supermercati si trova un “Barbaresco Roccalini” a meno di 8 euro, ma non c’entra nulla. I vini di Veglio, che fino al 2014 faceva parte dell’associazione Vini Veri, sono distribuiti da Le Caves de Pyrene. Il Barbaresco di Veglio, che migliora a ogni annata, spicca per eleganza, freschezza, bevibilità e longevità. Il prezzo, in relazione alla tipologia, è decisamente onesto. Uno dei rossi migliori d’Italia. (Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2015. Ottavo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Diletto Pomodolce

timorassoIl Timorasso è uno dei bianchi autoctoni italiani più stimolanti. Molti lo paragonano al Riesling, anche per la propensione all’invecchiamento. Trova il suo proscenio ideale nei Colli Tortonesi ed è stato definitivamente lanciato da Walter Massa. Tra i molti meriti di Massa c’è anche quello di avere contribuito a creare una squadra di viticoltori coesa, che non perde tempo a farsi la guerra. Per esempio Mariotto, allievo di Massa. Oppure l’anarchico Daniele Ricci e i suoi notevoli San Leto. Di gran pregio, e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo, è anche il Timorasso Diletto dell’azienda Pomodolce. E’ nata nel 2005, 4 ettari e 15mila bottiglie l’anno. Si trova a Montemarzino, 448 metri sul livello del mare e 15 km a sud-est di Tortona. Il Diletto è il Timorasso base (5mila bottiglie). L’azienda produce anche rossi, su tutti Barbera, che sa esaltarsi anche su queste terre marnose ma che è molto meno nota rispetto a quelle di Asti e Alba. Il Diletto – 10 mesi sui lieviti in vasche di acciaio – ha note di mela, susina e bergamotto, accenni di liquirizia e un finale leggermente amaricante. Bella freschezza, ottima sapidità. Pomodolce produce anche un Timorasso cru, il Grue (2mila bottiglie), dalla selezione delle uve migliori dell’azienda: più lungo e strutturato, ma non necessariamente superiore del Diletto. Pomodolce fa parte della Federazione Vignaioli Indipendenti Italiani ed è distribuita da Teatro del Vino. Un’azienda tanto piccola e giovane quanto meritevole di attenzione. (Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2014. Settimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)