Intermezzo breve giudiziario

opsNell’agosto scorso, mentre mi trovavo a Gressonney per le repliche di Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade, ho appreso di essere stato querelato da Stefano Chioccioli. Prima reazione: Chioccioli chi? Seconda reazione: Chioccioli perché? Dopo due o tre ore, comprendevo che Chioccioli mi aveva querelato poiché citato da Massimo D’Alessandro (pure lui querelato) ne Il vino degli altri.
Il capitolo dedicato al Syrah cortonese, al tempo dell’uscita (primavera 2010) fece discutere per le dichiarazioni di D’Alessandro su alcune sofisticherie applicate da enologi “toscani furbi”. Una categoria di cui Chioccioli non faceva minimamente parte: D’Alessandro, nella “famosa pagina 101“, non alludeva certo al querelante. Oltretutto mi ero limitato a riportare le parole dell’intervistato, che aveva semplicemente spiegato i motivi della cessata collaborazione con Chioccioli (“ci seguiva qualche giorno, poi scappava via. Non era adatto alla nostra storia“).
In prima istanza il giudice aveva disposto l’archiviazione, ma Chioccioli si è opposto. Ho dovuto così contattare il mio avvocato e pagare le spese legali – che in questi casi si pagano anche se la causa va a buon fine. Lo scorso 5 febbraio, il Giudice di Trento ha disposto la definitiva archiviazione del caso, poiché “non si comprende dove darebbe l’offesa alla reputazione (…) sussiste un legittimo esercizio del diritto di critica“.
Ringrazio Stefano Chioccioli per il tempo e il denaro speso. E’ stato un piacere.

P.S. I commenti a questo post sono disabilitati.

  

Casa Coste Piane & Vignai da Duline

IMG_4929Finalmente sono tornato a visitare qualche cantina. L’ho fatto durante una tripla del mio nuovo tour, Le cattive strade.
Venerdì, prima di pranzo, sono stato a Valdobbiadene (Treviso) da Casa Coste Piane. Loris Follador non c’era, la moglie e il figlio Adelchi sì. Di gran lunga il miglior Prosecco, soprattutto il Brichet, che ha l’unico difetto di essere prodotto in un numero fatalmente esiguo.
Il giorno successivo, sempre a pranzo, finalmente ho visitato Vignai da Duline a San Giovanni al Natisone (Udine). C’era il proprietario Lorenzo. Sono state due ore splendide. E’ bello che una giovane coppia si batta per difendere la tradizione e la natura. E’ una visita che consiglio, per i vini ma anche per le storie che ascolterete. Vignai da Duline produce 20mila bottiglie annue: poche. Non sono bottglie economiche, si va dalle 18 euro (franco cantina) del Tocai alle 53 del raro Pinot Nero. Credo però che sia un prezzo giusto. Nel Friulano non troverete solo il Tocai verde ma anche quello giallo, ormai in via di scomparsa, e fu proprio il Tocai Giallo a fare innamorare il Maestro Veronelli di Vignai da Duline. Anche il Merlot è quello “vecchio”, egualmente morbido ma con una freschezza che lo salva. Le vigne più giovani hanno 70 anni, ed è un bell’ossimoro. Nel mio personalissimo cartellino (cit) ho trovato mirabili il Friulano 2012, le due annate di Morus Alba (Malvasia e Sauvignon) e un Pinot Nero 2013 che uscirà tra tre anni ma che abbiamo spillato appena un po’ dalla botte. Non appena degustato, non ho potuto non comprare un’annata 2009, con cui festeggerò i 10 anni di Tavira assieme a Perfect39.
Sono state due visite che mi hanno fatto bene: che mi hanno dato l’illusione che questo paese sia ancora vivo. Ed è anche per questo, oltre che per la qualità dei prodotti, che vi invito a fare altrettanto.

Lama Bianca – Feudo D’Ugni

IMG_4727In queste ultime settimane ho bevuto grandi vini. Quasi tutti li conoscevo già, da Cavalleri a certe annate un po’ lontane del Paleo de Le Macchiole (strepitose 2001 e 2004). Ho avuto conferma della bontà dei Vermentino di Cantina Siddura e continua a non farmi impazzire la produzione di Cinque Campi. Ho anche ritrovato una lontana “Plenum Quartus 2001″ di Dievole, le edizioni deluxe dell’azienza senese che univa il suo Sangiovese a un’uva di un’altra regione (Piemonte) o straniera (Francia, Spagna, Portogallo). La “Quartus” proponeva un blend Sangiovese e Touriga Franca lusitana: da ragazzi, in Toscana, il Dievole era “il vino di lusso”. Ripensato e ribevuto oggi, capisci che nel frattempo è cambiato un mondo, e che le bottiglie più bevibili della loro produzione sono quelle meno ambiziose e più semplici.
Mi sono anche regalato due primizie, acquistate entrambe alle Vecchie Carovaniere di Arezzo da Francesco Mattonetti: l’Ardbeg non-chill filtered Airigh Nam Beist Limited 1990 Release, ormai fuori produzione; e uno dei miei Calvados preferiti, Les Vergers de la Morinière di Michel Hubert, un 13 anni del 2000 distribuito da Moon Import. Una volta provati, ne scriverò.
Mi rendo però conto che il vino di cui ho più voglia di parlare è un semplice Trebbiano d’Abruzzo naturale. Si chiama Lama Bianca, è un semplice vino da tavola, lo trovate a meno di dieci euro. L’azienza è la Feudo d’Ugni di Cristiana Galasso, Contrada Macchie San Valentino in Abruzzo Citeriore (Pescara). Qui trovate una bella presentazione di Lavinium, scritta nel 2010, che però segnala un indirizzo diverso da quello riportato in etichetta. E’ delizioso. Senza pretese, ha una bevibilità spiccata e finisce senza accorgersene. L’annata che ho bevuto con Perfect39 è la 2012. Fresco e sapido, di buona personalità e discreta persistenza, è un vino glou glou di quelli che amo sempre più. Dei bianchi italiani distribuiti da Arkè, assieme a Franco Terpin, Angiolino Maule, Stefano Legnani e Davide Spillare, è quello che mi convince di più. Lo conoscerete già: in caso contrario, ve lo consiglio.

La top 8 dei libri sul vino

Leggo questa top 8 dedicata ai migliori libri sul vino, e mi fa piacere scoprire che ci sono sia Elogio dell’invecchiamento che Il vino degli altri. Grazie.
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Champagne o Metodo Classico?

Ho spesso parlato di Champagne e Metodo Classico, sia qui che nel libro Il vino degli altri. Ieri ho sintetizzato alcune riflessioni in questo articolo per Il Fatto Quotidiano, che vi propongo.

larmandier bernier 1mb“Se quella tra Champagne e Metodo Classico è una guerra, nasce impari. Lo Champagne vincerà sempre in almeno due punti: esperienza e terreno. E’ partito con secoli di vantaggio e nessuno potrà mai colmare quel gap decisivo di tradizione. La zona dello Champagne ha poi tipicità territoriali inimitabili. Nessuno Chardonnay destinato alla spumantizzazione sarà mai paragonabile a quello che arriva dalle zone più vocate della Costa dei Bianchi. Discorso analogo per Pinot Nero e Pinot Meunier. A questi talenti di natura, lo Champagne aggiunge la capacità tutta francese di saper(si) vendere come nessuno. Gli italiani litigano tra loro, i transalpini fanno gruppo e monetizzano insieme (litigando dietro le quinte).
Quindi non c’è gara? Non esattamente. Lo Champagne, come il Metodo Classico, è il vino meno naturale che esista. Si parte da un vino base, mai memorabile, e poi è tutto un giocare in cantina tra lieviti, fermentazioni in bottiglia e sciroppi di dosaggio. E’ un vino che dipende moltissimo dall’uomo. Quando compri Krug, non vuoi scoprire l’annata: vuoi il “gusto Krug”. Un po’ come la torba nel Lagavulin. Questo rende lo Champagne un po’ inviso ai puristi, perché c’è troppa tecnica e poca natura (ma vale anche per tanti altri vini). E poi i francesi sono soliti abbondare in solforosa, responsabile dei tremendi mal di testa al mattino successivo, che garantisce al vino longevità.
Lo Champagne è però naturalmente intrigante. E’ un vino dritto, elegante. Coincide con l’approdo ultimo dell’esperto di vino. Il quale, dopo tanto bere peregrinare, è solito fossilizzarsi su tre tipologie: Champagne, Riesling (possibilmente Mosella) e Pinot Noir (possibilmente Borgogna). Lo Champagne è come certi film d’essai: sa farsi apprezzare solo da chi lo comprende. E’ un vino che fa “figo” bere, ma che pochi dimostrano di conoscere. Lo si compra perché è cool o, peggio ancora, per brindare a fine cena. Un orrore, perché una delle poche regole sensate dell’abbinamento cibo/vino è che al dolce si abbina un vino dolce. Non certo un Brut. Se fosse possibile, lo Champagne andrebbe comprato dai produttori nelle loro cantine: con 20 euro, in Francia, si trovano dei gioielli rari. Invece, in Italia, costi di dogana e ricarichi fanno lievitare i prezzi. Verrebbe voglia di arraffare i prodotti base delle grandi maisons al supermercato: champagne dai grandi nomi, che si vedono negli scaffali a cifre invitanti. Sembrano un affare, sono spesso una fregatura. Rappresentano l’ultima ruota del carro delle grandi firme: se vuoi bere Veuve Cliquot, devi accettare il salasso economico. Altrimenti meglio evitare, affidandosi ai più economici – ma non meno emozionanti – vignerons che producono 20-30mila bottiglie l’anno. Li si riconosce perché nell’etichetta c’è scritto “RM” (récoltant-manipulant) e non NM (negociant-manipulant, ovvero le Maisons). Larmandier Bernier, Bonnet Gilmert: sarà un bel bere. L’alternativa è proprio il Metodo Classico italiano. Non tutto, anche qui occorre sapersi muovere. Le zone di elezione sono Franciacorta, Trento, Alto Adige e Oltrepò Pavese. Al netto del gusto personale, i Metodo faccoliClassico che si trovano a 20 euro sono preferibili agli Champagne acquistati in Italia a prezzo analogo. L’Oltrepò Pavese è la patria del Pinot Nero spumantizzato. La Franciacorta è tacciata di privilegiare vini algidi e poco originali. Vero in parte. Accanto a molte bollicine buone al massimo per un privè qualsiasi in discoteca, ci sono Franciacorta (soprattutto a base Chardonnay) encomiabili, dalla fascia alta di Ca’ del Bosco e Uberti fino alla produzione per nulla modaiola di Cavalleri, Faccoli, Arici e Il Pendio. Mai scegliere spumanti con alte dosi di residuo zuccherino: taroccano il gusto e mascherano i difetti. Meglio optare per Brut, Extra Brut e Pas Dosè (senza sciroppo di dosaggio). Champagne e spumanti sono soliti mescolare annate diverse: se la cosa non vi piace, virate sui Millesimati. Buoni livelli anche in Trento e Alto Adige. L’accusa è di produrre spumanti ruvidi, con bollicine “croccanti”: poco charme, troppo gas. Se però si sceglie Arunda o Haderburg, si sceglie bene. Eccellenze sporadiche si trovano in tutta Italia, dalla Puglia (D’Araprì) alla Toscana (Baracchi), passando per qualche Lambrusco (soprattutto il Sorbara) rifermentato in bottiglia. Riassumendo: lo Champagne è imbattibile, ma se non stai attento prendi fregature tremende; il Metodo Classico è l’eterno inseguitore, ma se stai attento cadi quasi sempre in piedi” (Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2013).

Tafon – Stefano Legnani

010305V70112BTLa mia latitanza da questi lidi continua, e temo che peggiorerà con l’uscita del nuovo libro, il prossimo 13 novembre per Rizzoli (no, non parlerà di vino).
Devo anche dire che, sebbene viaggi costantemente tra teatro e tivù e per questo abbia modo di provare molti vini, alla fine cado sempre sui “soliti” bianchi (spesso spumantizzati) e rossi (Pinot Nero e Barolo) di cui parlo da tempo immemore.
Le mie ultime visite in cantina sono state da Cavalleri e Faccoli, e questo vi dà la misura del mio stato del gusto. Ho provato anche qualche bianco naturale distribuito da Arké: discreti, bevibili, piacevoli. Nulla di prodigioso, ma hanno assolto al loro compito. Ne parlerò, prima o poi.
Oggi dedico il post a un altro vino, però: il Tafon di Stefano Legnani (qui una bella recensione). Di lui ho amato e recensito il Ponte di Toi (e il più ambizioso Loup Garou), un Vermentino di Sarzana che ha l’unico grande difetto di finire subito: nel senso che la bevibilità è suprema, e va bene, ma anche nel senso che la produzione è molto limitata, e va meno bene. Da quest’anno Legnani produce anche il Tafon, che vuol dire “schiaffo”, e lo schiaffo è dedicato a chi non ha il coraggio di coltivare i sogni. I propri e di chi li ha preceduti. Nello specifico, il tafon  era destinato anche e forse soprattutto ai figli di Mario, amico di Legnani che se n’è andato qualche mese fa.
Mario aveva una vigna nella bassa mantovana, coltivava e vinificava Trebbiano, ci teneva. Alla sua morte, i figli volevano espiantare la vigna. Tutti tranne la figlia, che ha contattato Stefano. E lì è partita la sfida. Legnani ha preso le uve, le ha portate a Bradia (frazione di Sarzana) e le ha vinificate secondo i suoi dettami naturali. Il risultato è Tafon. Un sogno in appalto, un sogno cono terzi: un’utopia per osmosi, da Mario a Stefano. E’ un vino indimenticabile? No. E non è neanche superiore al Ponte di Toi o al Loup Garou. Ma paragonarli è sbagliato: diverso il vitigno, diverso il potenziale, diversa la storia. Tafon è un vino semplice, di grande bevibilità e con una ricchezza olfattiva non comune (sentori erbacei, rosmarino, camomilla). Non ha grandi pretese, ma migliora di mese in mese. Ha carattere, personalità, non ha mire da protagonista e si adatta a tutto. Non piacerà a chi ama i vini perfetti(ni), delizierà chi adora le perle inconsuete.

Enoteca La Torre

IMG_4092Da molto tempo sono assente in questi lidi, e non posso promettere che d’ora in poi non accadrà. Di sicuro lo spazio resterà attivo, questo sì.
Torno a scrivere perché, in questi giorni, tra un libro in uscita (non sul vino) e una presenza in tivù, ho avuto modo di visitare luoghi cari. Sono tornato da Cavalleri e poi da Faccoli, facendo scorta di alcuni dei Metodo Classico Franciacorta che preferisco.
Domenica scorsa, il giorno dopo la replica di Gaber se fosse Gaber portata in scena a San Benedetto del Tronto, ho poi avuto modo di scoprire un’enoteca splendida: La Torre, a Mosciano Sant’Angelo, provincia di Teramo. Proprietari gentilissimi, vini di pregio e totale sintonia di gusti: Cavalleri, i Riesling della Mosella di Muller-Catoir, il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe, i Pinot Noir di Borgogna.
I miei due libri sul vino mi hanno permesso – molto oltre ogni mia speranza – di conoscere un mondo fatto di persone appassionate e sincere, che credono nel loro lavoro e nel valore della convivialità.
La mia prossima tappa sarà Archer, il nuovo locale di Marina Bersani, che dopo l’esperienza de La compagnia del taglio ha aperto questo nuovo spazio, sempre nel centro di Modena. Una volta andato, vi dirò cosa ne penso.
Riguardo ai vini bevuti in queste settimane (mesi), nessuna nuova scoperta. Colpa mia: avendo meno tempo per bere, e scrivere di vino, ho preferito scegliere aziende ed etichette “sicure”. Cioè a me care. Anche per questo non ho scritto nuove recensioni, che però arriveranno.
Alla prossima, e grazie di tutto.

Cannavacciuolo salverà il mondo (Cucine da incubo)

cannavac“Questi cucinano con la merda, cazzo”. Il vocione di Antonino Cannavacciuolo, totemico chef napoletano 38enne, introduce la nona e penultima puntata di Cucine da incubo. Ore 21.55, FoxLife, 233mila spettatori (poco sotto l’1% di share). Prima stagione italiana. La versione originale, Ramsay’s Kitchen Nightmares, è andata in onda in Inghilterra dal 2004 al 2009. Il protagonista era Gordon Ramsay, presente più o meno in 312 reality gastronomici.
Cannavacciuolo è un cuoco molto bravo. Dal 1999 è titolare e gestore, con la moglie Cinzia Primatesta, del lussuoso Ristorante Hotel “Villa Crespi” a Orta San Giulio. Due stelle Michelin, tre forchette Gambero Rosso. Una star, che arriva nel luogo del delitto guidando un vespone, le cui sospensioni ne accettano con stoico eroismo il nobile peso.
Cucine da incubo si distingue da Master Chef per una Weltanschauung più illuminista. Master Chef è un Full Metal Jacket alla vaccinara, cattivista, in cui i candidati vanno in crisi di nervi se solo qualcuno ne critica l’impiattamento. La triade Bastianich-Barbieri-Cracco incarna un Sergente Hartman al cubo che scudiscia i peccatori senza pietà, sciorinando avvincenti dissertazioni sul potere lisergico dei fagioli zolfini. Cracco, per esempio, è un perfetto incrocio tra Lorenzo Lamas e Chuck Norris, condividendone peraltro la fiera monoespressività. Iperboli, esagerazioni e una sola certezza: se sbagli julienne, sei fuori. E non ci sarà salvezza. Né per te, né per il Pianeta.
Cucine da incubo, no. Qui il sottotesto è Rocky IV, laddove il protagonista tumefatto biascicava rivolto a Gorbaciov: “Io credo che se noi possiamo cambiare, tutto il mondo può cambiare!”. Cannavacciuolo è il Rocky dei talent culinari. Un Balboa ruvido, però buono. Il cotè di Cucine da incubo è la favola. E’ Frank Capra. C’è sempre il lieto fine. L’Inferno diventerà Paradiso e il merito sarà di Antonino, che a fine puntata non griderà “Adriana!” ma mostrerà a cuochi sfigatelli le agognate porte della percezione.
Rocky Cannavacciuolo dovrebbe essere sadico, ma non gli viene proprio. Nelle foto di scena è ritratto con posa da incazzoso e il coltellaccio stile Dexter, ma tutti sanno che uno così al massimo può pugnalare una lasagna. La trama di Cucine da incubo è semplice: Antonino deve salvare un ristorante in crisi. Una volta è a Gaggiano, quella dopo a Frascati. Nella puntata di mercoledì diffondeva il verbo a Roma. Ristorante Le Lanterne. La proprietaria era una giovane polacca, lo chef un sardo, l’aiutocuoco un orientale. Due camerieri in sala. Situazione disperata. Tutti parlano male di tutti, i clienti scarseggiano e quei pochi si lamentano. Qua, forse volendo e forse no, il programma si rivela un discreto spaccato della società, mostrandone ipocrisia e perfidia. Se il piatto non è buono, il cuoco incolpa sempre gli altri: chi ha preso la comanda, il personale che scarseggia, il cliente che non se ne intende. Pure se colto in flagrante, è pronto a giurare che il pesto l’ha fatto davvero lui in persona (sebbene la telecamera mostri la scena in cui lo toglie dal vasetto comprato al supermercato) e che i paccheri non erano affatto precotti (anche se dopo due minuti il piatto era già pronto).
cucine 3E Cannavacciuolo? Egli è il Salvatore. Il Guru. Il Messia. Egli non sbaglia. Mai. Egli è la Luce. Il plot si ripete, senza abbondare in veridicità. Antonino arriva e prova i piatti, trovandoli puntualmente una chiavica: il riso fa schifo, la carne fa schifo, il menu fa schifo. Fa tutto schifo, tranne lui. Poi commenta con indicibile disgusto – e qualche parolaccia buttata là come mantecatura su un’umanità irredimibile – l’arredamento. Al mattino successivo ispeziona la cucina del locale, trovandola non di rado più impresentabile di un bagno chimico dopo un concerto degli Ac/Dc. Arriva quindi il punto della catechesi, in cui Cannavacciuolo schiaffeggia con amore paterno il volgo – cioè cuochi e sottocuochi – mostrandogli la via e insegnandogli piatti mirabili ma in fondo facili. E’ qui che si verifica l’agnizione: i peccatori, rapiti dalla bravura del titanico Antonino, si innamorano dei suoi pomodorini su fondo di burrata o delle cozze adagiate su letto di fagioli borlotti polverizzati.
Il locale, sulla via della redenzione, organizza a questo punto un pranzo gratis per riconquistare la clientela e provare i nuovi piatti. Si notano dei miglioramenti, ma è presto per il lieto fine e qualche cliente (pur mangiando a scrocco) protesta. Cannavacciuolo Balboa, con la pazienza di Giobbe e le manone da Bud Spencer, sospira ma conosce la strada. Così cambia l’arredamento, trasformando una bettola cafonal in un’osteria dei sogni. La proprietaria piange, il cuoco piange, i camerieri piangono. Un tripudio di lacrime, un’esondazione di commozione. Si ode far festa: la Terra resterà in asse. Rocky ha vinto anche stavolta e tutti vivranno felici e contenti. Tranne Antonino. Il quale, come ogni eroe, ha sempre l’aria malinconica. La gioia suprema gli è negata. Rocky è troppo impegnato a cancellare le malefatte altrui per sorridere, e infatti è già in sella sopra il destriero-vespone. Verso nuove frontiere e cucine. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella. L’importante, se hai un ristorante, è che il locale te lo rilanci Cannavacciuolo. Altrimenti è un casino.

(Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2013)

Frappato 2011 – Occhipinti

occhipintiArianna Occhipinti è un nome molto noto nel mondo del vino. E non solo del vino. Ha scritto un bel libro edito da Fandango, è salita sul palco del Concertone del Primo Maggio 2013.
L’ho conosciuta all’ultima edizione del Porto Cervo Wine, dopo un incrocio burrascoso due anni fa al raduno delle Triple A di Velier.
Arianna mi ha inviato tre bottiglie per ognuno dei suoi quattro vini principali. Li ho bevuti, con amici, tre sere fa.
Piacevole l’Sp68, il vino “base”, sia rosso (Frappato e Nero d’Avola) che bianco (Moscato d’Alessandria e Albanello). Annate 2012. In enoteca si trovano attorno ai 10 euro.
Convincente il Siccagni 2010, Nero d’Avola in purezza, sui 18 euro in enoteca.
L’autentico salto di qualità coincide però con il Frappato. Annata 2011, sempre attorno ai 18 euro.
Il Frappato è un vitigno rosso autoctono della zona di Siracusa e più ancora Ragusa. La zona di Occhipinti (Vittoria, teatro anche dell’omonimo Cerasuolo), che ha sempre puntato anzitutto alla riscoperta di questo vitigno poco conosciuto e dalle notevoli potenzialità.
Diecimila bottiglie prodotte, età media delle viti 45 anni. Un Igt Sicilia. Lieviti indigeni, niente filtrazione.
Bevo quasi solo vini bianchi. Proprio per questo non mi imbattevo da tempo in un rosso così affascinante. Personale. Di carattere.
E’ un vino che spiazza (il commento più gettonato tra i miei amici era: “Mi manca il database per comprendere appieno questo vino”). Non è detto che piaccia a tutti, anzitutto ai novizi.
E’ un po’ “disturbante” anche all’esame visivo, pulito ma non pulitissimo. Polpa d’uva vera e sana. Se fosse musica, sarebbe jazz. Sarebbe John Coltrane. E Coltrane mica piace a tutti.
Un rosso elegante, minerale, sapido, con un naso di frutta rossa croccante (come amano dire gli esperti). Bella progressione. Meno potente e immediato del Siccagno, ma oltremodo più affascinante. Con una bevibilità, e una ispirata quotidianità, rare da trovare.
Uno dei miei (pochi) rossi del cuore.

Frozza

IMG_3101Lunedì scorso, tra una data di Gaber se fosse Gaber e un guasto alla mia Golf, sono tornato a visitare una cantina.
Ho scelto Frozza, a Colbertaldo di Vidor, provincia di Treviso. Una delle zone più vocate del Prosecco.
Ho scoperto i vini di Frozza grazie a Erasmo Gastaldello della Casa del Parmigiano di Marostica. Mi aveva colpito il suo Col dell’Orso, che ho recensito qui. Successivamente, dopo averlo incrociato a una presentazione de Il vino degli altri a Feltre, mi pare nel marzo del 2011, ho provato anche il suo Prosecco rifermentato in bottiglia (“col fondo”, spesso scritto tutto attaccato in Rete).
Frozza, assieme a Casa Coste Piane, è il mio produttore preferito (non l’unico) di Prosecco. A differenza di Loris Follador,  Giovanni Frozza non è un naturalista e ad esempio usa lieviti selezionati (“i più neutri che esistano, da sempre”). Interventi minimi in cantina. Vinifica da più di 20 anni. La zona è molto bella.
Produce quattro tipologie, più una quinta (quella col fondo) che non ha etichetta e di fatto vende perlopiù agli abitanti delle zone limitrofe, che fanno la fila con le loro damigiane. Tre bottiglie di rifermentato in bottiglia me le sono comunque portate a casa: prezzo irrisorio, facilità di beva garantita.
La tipologia più stupefacente – ma la più comune per chi vive lì – è la versione tranquilla. Senza bollicine. Un bianco esile, non certo indimenticabile ma onesto. Da tutti i giorni.
La versione Frizzante – che Frozza non vuole definire “base” – è l’idea migliore di “Prosecco industriale” che possiate immaginare. Ovviamente Frozza non è “industriale” (sulle 110mila bottiglie annue), ma è per capirsi: quando chiedete al bar un Prosecco, nella vostra testa state chiedendo il Prosecco Frizzante di Frozza. Solo che non ve lo danno quasi mai.
frozriveI due prodotti di punta sono i Brut, entrambi Metodo Charmat (“Niente Metodo Classico, non funziona con il Prosecco”). Il Col dell’Orso, il più noto, ha nelle note fruttate e nella decisa sapidità le cifre distintive. Il Rive di Colbertaldo, l’ultimo nato (quattro anni fa, dopo il riconoscimento della Docg) è più floreale e minerale: il più ambizioso dei quattro.
Per i miei gusti ridurrei ancora di più il residuo zuccherino, ma sono un tossico di Pas Dosé e forse faccio poco testo.
Se andate da lui, provate la degustazione in cantina. Direttamente alla fonte. Prima della rifermentazione in autoclave, il Prosecco ha davvero un aspetto diverso (che intuisci dalla tipologia Tranquilla). Il base del Rive di Colbertaldo è floreale, mentre i tre appezzamenti che portano al Col dell’Orso sono diversissimi (eppure l’uva è la stessa e ci sono pochi metri tra un vigneto e l’altro): un serbatoio è spiccatamente agrumato, il secondo ha note di pietra focaia, il terzo è incredibilmente salato (e fossi in Frozza avrei la tentazione di vinificarlo in purezza).
Il rapporto qualità/prezzo è uno dei punti a favore di Frozza: in cantina si va
 dai 3 ai 6-7 euro, in enoteca dai 6-7 ai 10-13.
Sono tornato a casa con 18 bottiglie. Visto il caldo finalmente arrivato, non dureranno molto.