Cronache dalla Sicilia

Ho appena passato, per puro diletto e non per lavoro, alcuni giorni in Sicilia. Ho avuto modo di visitare tre aziende, che già stimavo (e bevevo) ma che mai avevo visitato. E’ stato bello.

sferlazzo

Porta del Vento. Ovvero Marco Sferlazzo. Ovvero Camporeale (Palermo). Prendo una strada il cui asfalto è una condanna biblica, risalgo, attraverso Camporeale – un paese a strapiombo di se stesso – e salgo ancora verso Contrada Valdibella. C’è Cantine Aperte e ti aspetti la folla, ma per fortuna ci sono “solo” una decina di appassionati a tavola. Il paesaggio è incantevole e vagamente lunare. Sferlazzo, fino a poco più di dieci anni fa, era farmacista. Poi la svolta. L’azienda fa parte di Renaissance. Più o meno 65mila bottiglie prodotte. Uomo di cultura e appassionato, ci fa provare i suoi vini mentre ogni tanto spuntano ricotte, formaggi mirabili e altre prelibatezze. I vini mi hanno colpito molto. In alcuni casi moltissimo. Segnalo anzitutto Catarratto e Perricone, i due vanti di Sferlazzo: in pochi, in Sicilia, li declinano come lui. Recuperare il Perricone, vitigno affascinante e difficile, è ormai una sorta di missione esistenziale (riuscita: l’annata 2011 è davvero di pregio). Il Catarratto (ottimo anche il “base”) è proposto anche Metodo Classico (Mira) oppure macerato (Saharay). Il Trebbi potrebbe essere un riuscito vin jaune dello Jura. Io vi consiglio anche il Voria, un rifermentato in bottiglia meravigliosamente glou glou (8 euro franco cantina). Clima splendido, accoglienza come deve essere. E prezzi giusti. Applausi.

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Nino Barraco. Non arrivi mai ed è Marsala ma non è Marsala. Contrada Bausa. Nessuna indicazione, ma con Google Maps ci arrivi. A un certo punto, solo vigne e nulla. Nessuna insegna (per scelta). Poi, una struttura tutta bianca, con delle vetrate che mi hanno ricordato chissà perché Insider di Michael Mann. Mi accoglie Paolo, che aiuta il proprietario Nino. Barraco espone all’interno del Vinitaly, ma nello stand degli “eretici” naturalisti (come Dettori, Dottori, etc). Sulle 40mila bottiglie prodotte. L’idea di Barraco, allievo di Marco De Bartoli, è tornare a quel(la) Marsala non malamente turistica e industriale ma vera. In questo senso, provate l’Alto Grado e il Milocca. A me hanno colpito più ancora il Catarratto e il Grillo senza solfiti. Quest’ultimo si chiama Vignammare e riesce appieno a restituire vitigno, terroir e quella personalità (senza dimenticare la bevibilità) che dovrebbero essere l’approdo finale di chi fa vino. Come il bravo Barraco.

marilena

Marilena Barbera. Qui siamo a Menfi (Agrigento), che non è “solo” Settesoli e Planeta. Marilena Barbera, dopo la scomparsa del padre nel 2006, è approdata alla viticoltura biologica e “naturale”. Non fa parte di associazioni e, per la sua idea per nulla talebana e giustamente aperta (basta con le nicchie), mi ha ricordato Arianna Occhipinti. Donna di grande competenza, sa spiegare benissimo le meraviglie e le insidie dell’Inzolia (ovvero dell’Ansonica) e dell’Alicante (ovvero Cannonau). Sulle 50mila bottiglie annue, anche se per grandezza potrebbe produrne quattro volte tanto. Un bel coraggio. Ogni etichetta racconta una vigna. Con lei è sempre un bel bere, ma vi segnalo in particolare l’Inzolia da vecchie vigne (Dietro le case), il Catarratto (Aremi), il Grillo (Costa al vento) e il Perricone (Microcosmo). Le vigne di Inzolia sulla spiaggia sono pazzesche. I prezzi, come per le due aziende precedenti, sono molto onesti. Il pranzo dal mitico Vittorio di Porto Palo me lo ricorderò a lungo. E Marilena è brava, ma brava parecchio.

Sia lode alla Chartreuse

fullsizerender-4Due settimane fa, a Cremona, mi sono imbattuto in un bar dedicato pressoché interamente alla Chartreuse. Ero lì per due date del mio spettacolo, Il sogno di un’Italia, nel mitico Teatro Ponchielli. Il bar si chiama “Bar Italiano” ed è davvero la mecca della Chartreuse. Qualcuno si domanderà: di cosa stai parlando? Avete ragione: non la conoscono certo tutti. Della Chartreuse mi aveva più volte parlato Giulio Casale, amico e collega di teatro. E’ un liquore francese, prodotto in origine dai monaci certosini nella cantina della certosa Grande Chartreuse, nelle prealpi della Chartreuse a Voiron. Ora è prodotto da una fabbrica nei pressi di Voiron, sempre però sotto la supervisione dei monaci certosini e comunque in quantità modica. L’artigianalità è stata più o meno salvata. Come spiega Wikipedia, “La Chartreuse nacque nel 1605 quando i monaci certosini di Vauvert, nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, rinvennero un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita”. La ricetta, molto complicata, fu effettivamente studiata solo a partire dal 1737. Ancora oggi, i soli a conoscere tale ricetta sono i monaci certosini: per l’esattezza due o tre, non di più. Ne esistono varie versioni. Le principali sono quella gialla (40 gradi, sui 30 euro) e quella verde (55 gradi, sui 42 euro). C’è anche la boccetta di Elisir Vegetale della Grande Chartreuse, 71 gradi, direttamente dalla ricetta fullsizerender-5originaria, che si usa come “sciroppo” – non dimenticate che nacque come medicinale, addirittura come elisir di lunga vita – ed è densissima. Il colore diverso è dato dalla diversa miscelazione delle erbe (130). Esistono poi alcune versioni speciali. Per esempio la Chartreuse 1605, uscita due anni fa per festeggiare i 400 anni dalla scoperta della ricetta e sorta di versione deluxe della Chartreuse verde: la trovate attorno ai 50/55 euro. Non troppo dissimile è la Liquer du 9e Centenaire, in rete sui 58 euro, realizzata per il nono centenario della fondazione della Grande Chartreuse: stesse caratteristiche della verde, ma più morbida.  Poi c’è la Chartreuse VEP, che è la mecca della Chartreuse: sempre versioni gialla e verde, però invecchiata 12 anni. Costa tanto, la boccetta da mezzo litro viene 80 euro. Ma è pazzesca. Parlo con cognizione di causa, avendole provate tutte e avendo acquistato la Chartreuse 1605 (su Amazon), la 9e Centenarie (online su Terra in Cielo) e la VEP verde (alle Carovaniere di Arezzo). In Italia è distribuita da Velier.
Cos’ ha di speciale la Chartreuse? Tutto. Usata anche nei cocktail, servita liscia o con ghiaccio, può ricordare lo Strega. Ma solo vagamente: è molto meglio. Carattere deciso, ora speziata e ora pungente, lo zucchero residuo non fa sentire l’alcol e la mattina successiva non la senti. La Chartreuse è inspiegabilmente magica, evocativa e personalissima. Più ancora: è lussuriosa. Più che un liquore, è un invito continuo e gioioso a fare sesso. Una meraviglia.

Santòn – Borgo San Daniele

schermata-2016-12-04-alle-12-00-00Una settimana fa ero a Cormòns, per la rassegna Cormòns Libri. Mi avevano chiamato anche un anno fa, prima con La vita è un ballo fuori tempo e poi con I migliori di noi. Ho dormito a Borgo San Daniele, azienda da 60-70mila bottiglie l’anno con qualche camera. Un luogo incantevole. Non ho conosciuto Mauro Mauri, ma sua sorella Alessandra. Non appena arrivato,  ho notato che stavano facendo una degustazione con due signore. Mi sono fermato con loro, sebbene fossi reduce da qualche bicchiere (e un bel mangiare) alla Subida.
Non stavano degustando un vino, ma un vermouth. Il primo vermouth artigianale del Friuli Venezia Giulia. Si chiama Santòn e lo fanno proprio a Borgo San Daniele. Un loro vecchio sogno. Non sono un esperto di vermoth (bianco, nello specifico), ma ultimamente sto studiando – e molto – il mondo dei gin. Quindi, di botanicals, un po’ ne so. Come ne so di artemisia e assenzio (non fate battute, su). Ci sono realtà italiane artigianali meravigliose. Senza spostarmi dalla mia provincia, penso per esempio al Sabatini Gin e al Vallombrosa Gin. Il primo lo cito anche ne I migliori di noi, eleggendolo a componente dominante di un fantomatico “Gin Tonic all’Aretina” che non esiste. Ma potrebbe esistere.
Cito dal Messaggero Veneto: “A BorgosanDaniele di Cormòns, i fratelli Alessandra e Mauro Mauri producono vino dal 1990. Diciotto ettari per 67 mila bottiglie l’anno, lungo il confine con la Slovenja dove le Doc Collio e Isonzo si incontrano. Poche rispetto alla media, ma anche questo fa parte della filosofia aziendale. Più della metà è venduta all’estero. Qui, sono venticinque anni che si produce vino biologico anche se i Mauri non hanno mai chiesto la certificazione. Almeno fino a due anni fa e visto che la burocrazia impone tre anni di “controlli”, quel “marchio” arriverà nel 2017″. Sul vermouth Santòn: “Il sogno di Alessandra e Mauro era quello di realizzare un prodotto utilizzando le erbe del territorio. Fare qualcosa che avesse il gusto e la storia delle loro vigne. Alcuni anni fa in un locale di New York, Mauro resta folgorato da impolverate vecchie bottiglie. Tra queste anche di vermouth antichi. Scatta qualcosa. In fondo il vermouth è vino. Per legge il 75 per cento è vino bianco e poi artemisie. La gradazione alcolica non deve essere inferiore ai 14,5 gradi. Per tutto il resto ci si affida a infusi, a qualche ricetta, anche di origine farmaceutica”.
I fratelli Mauri si affidano a una vecchia ricetta di Vienna. Due anni di prove, assaggi, errori. Tre le uve utilizzate, tutte autoctone: Friulano, Malvasia Istriana e Pinot Bianco. Trenta specie diverse di erbe officinali e spezie aromatiche. La componente essenziale del vermouth è l’artemisia. Nel Santòn ne trovate tre. La più caratteristica, e dunque decisiva, è l’artemisia caerulescens, ovvero l’assenzio marino. Cresce nella laguna di Grado. Nel dialetto locale viene chiamata Santonego o Santonico. Da qui il nome del vermouth artigianale in oggetto: “Santon”. L’assenzio marino di Grado dona ulteriore sapidità al Santòn, di per sé spostato su toni salini grazie alla Malvasia Istriana. Fermentazione, ossigenazione e macerazione avvengono all’Opificium Lt di Spilimbergo, lo stesso dove si fa anche il Gin friulano Fred Jerbis (ve l’avevo detto che il Gin un po’ c’entrava). Venticinque euro in enoteca, 1600 bottiglie prodotte.
Io l’ho bevuto, su consiglio di Alessandra, con ghiaccio e scorza d’arancio. E’ perfetto come aperitivo e per certi versi mi ha ricordato il Porto bianco, che mi faceva impazzire quando – ah, che meraviglia – passavo molto più tempo a Lisbona sulle orme di Saramago. Ma va bene anche a fine pasto, perché ripulisce davvero (mica come certi amari industriali che ti propinano al ristorante).
Provatelo. Il Santòn è un gioiellino.

Ognostro 2012 – Tinessa

schermata-2016-11-21-alle-23-06-41Ci risiamo. Sono alla Cieca di Via Vittadini, Milano, con Perfect39 e partiamo coi bianchi. Poi arriva Michele e ci riprova con uno di quei rossi che “okay che son rossi, ma piacciono anche a voi che ormai bevete solo bianchi”. Se lo dice lui, può esser vero. Proviamo.
Ci propone così questo Ognostro 2012, dicendo che è fatto da un giovane mago della finanza – Marco Tinessa – pieno di soldi e di vini pazzeschi in cantina (non ha detto proprio così, ma col tempo ho imparato la sintesi brutale). La presentazione, in sé, non è sinonimo di gran vino. Anzi: mi aspetto un vino yuppie, apparentemente naturale ma fighetto e piacione. Oltretutto è Aglianico in purezza, vitigno splendido che però di rado mi appassiona appieno. Tannini duri, acidità elevata: non è certo un vitigno complicato, e la tendenza alle rese troppo alte e a non aspettare la maturazione piena (spesso a inizio novembre) per non rischiare di perdere il raccolto per via della pioggia complica il tutto. Oltretutto qui il nome, Ognostro, allude dichiaratamente all’inchiostro. Fatale, e inevitabile, pensare a un vinone concentrato e iperalcolico.
E invece.
Ti ritrovi questo nettare che ha sì un colore molto carico, e pure 14.5 gradi, ma è dotato di una freschezza e di una eleganza pazzesche. Un vino ben fatto, difetti zero al gusto al naso e pure all’esame visivo, che ha carattere e freschezza (prodigiosa), buona (non enorme) mineralità e grande complessità olfattiva. Bevibilità suprema, alcol che c’è ma non lo senti. Ha un che di Etna, anche se non dovrebbe entrarci molto, ma poi capisci (un po’) perché: le uve vengono da vigneti a Montemarano, provincia di Avellino, ma la vinificazione è effettuata nelle cantine asettiche di Cornelissen nel cuore dell’Etna (Munjebel eccetera). Il prezzo in enoteca è sui 30 euro, qualcosa meno. La produzione al momento è irrisoria, 600 bottiglie che col tempo potranno salire a 1000/2000, ma non troppo di più. Un passatempo, più che una produzione vera e propria. Ma un gran bel passatempo.

Vino di Anna – Palmento 2014

schermata-2016-11-16-alle-19-59-44E’ abbastanza curioso come scriva ormai pochissimo in questo blog, sebbene cerchi e scandagli il mondo del vino molto più di prima. Ormai ho trovato le mie fonti, i miei locali, i miei distributori. Perle su perle. Il tempo è sempre meno e lo sapete, ma in fondo per raccontare un vino possono bastare anche poche parole. Quindi riproviamoci.
Curiosamente il vino che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere qui, sperando che il post non resti troppo isolato, è stato un rosso. Dico “curiosamente” perché il 98% dei vini che bevo e compro, da ormai quattro anni, è bianco. Sia esso surlì, petillant, frizzante, cremant, Metodo Classico o Champagne. E invece domenica sera mi sono imbattuto in questo Vino di Anna Palmento 2014. Ero con Perfect 39 ed ero alla Cieca di Via Vittadini, uno dei luoghi che mi fa amare Milano, ormai mia seconda casa dopo Arezzo (sempre ammesso che un tipo ramingo come me possa parlare di casa, ma questo mi porterebbe lontano e adesso vorrei essere breve). Dopo la solita girandola di bianchi, avverto l’inusuale desiderio di bere un rosso. Rosso dei miei, eh, quindi Pinot Noir o parenti più o meno stretti. Tipo il Nerello Mascalese. Così Michele, il proprietario, mi propone questo classico “rosso che però in fondo non è così rosso”.
Il Palmento 2014, con l’annata nascosta nel numero romano sull’etichetta (XIV), è il classico vino che nelle commissioni viene segato subito. Se lo incontri a un corso da sommelier, ti dicono di bombardarlo. Ci sta: al naso la volatile ti invade e l’acetica regna. Il vino non è filtrato e si presenta quindi pure torbido. Per forza che è “solo” un vino da tavola.
Anna Martens non è certo nata coi vini naturali, avendo lavorato per Ornellaia. Poi però si è invaghita dell’Etna e si è inventata questo vino naturale, laddove la parola “naturale” vuol dire “solo per bevitori parecchio impavidi”. Lo stesso uvaggio è una stravagante sciarada: Nerello Mascalese, ma anche Nerello Cappuccio e Grenache. Fin qui classico uvaggio da Etna Rosso, poi però trovi anche uve bianche come Minella, Catarratto e Insolia.
Fin qui, me ne rendo conto, sembra che stia descrivendo una follia sbilenca e dunque sgradevole. Al contrario: ne avrei bevuto a secchi. Un vino glou glou, che ha al tempo stesso carattere e personalità. L’acidità mitiga la componente alcolica, i profumi rimbalzano come dentro un flipper e il corpo è quello di quei vini felicemente polposi che sanno proprio – e veramente – di uva. Per certi versi mi ha ricordato un Menjebel che non se la tira e per altri il prodigioso Pikadè di Pane e Vino.
Quindi, riassumendo: cercatelo, bevetelo. E godete tutti.

Ci vediamo domenica ad Agliano Terme

schermata-2016-10-04-alle-13-00-19Ciao a tutti. Ben ritrovati. Purtroppo i mille impegni fanno sì che questo blog lo aggiorni sempre meno, ed è un peccato, perché sto scoprendo un sacco di posti belli e vini naturali di pregio. Non ho smesso di cercare, casomai ho smesso di scriverne (di vino). Prima o poi, qui, ricomincerò. Più prima che poi.
Domenica prossima, 9 ottobre, tornerò intanto a parlare di vino in un contesto pubblico. Lo farò ad Agliano Terme (Asti), all’interno della prima edizione di “Barbera e Champagne”. E’ organizzata da Barbera Agliano in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Qui trovate tutto. Venerdì sera ci sarà Massimo Cotto, sabato sera Giulio Casale (con uno spettacolo inedito). Io ci sarò domenica pomeriggio alle ore 15. Verrò intervistato da Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber. Mi intervisterà sul mio rapporto con il vino, sui miei due libri a esso dedicati. Chiacchiereremo un po’. Niente politica, solo vino e vignerons. Vi aspetto.

Elogio breve dei vini naturali

Schermata 2016-08-21 a 15.47.05Dieci anni fa erano nicchia, ora molto meno. Il concetto di “vino naturale” è per certi versi poco chiaro, quando addirittura equivoco. E può certo nascondere la mera voglia furbastra di “farlo strano”, magari per andare incontro all’ultima moda del momento. E’ però positiva, nonché salutare, questa riscoperta delle tradizioni e – al contempo – questa attenzione alla salute. In Italia abbiamo centinaia di vitigni autoctoni, ma spesso il vino che beviamo è tutto uguale. Statico e perfettino. Incapace di emozionarci e pure poco digeribile. Perché un “solo” bicchiere ci fa bruciare lo stomaco o ci regala la mattina dopo quel mal di testa come se avessimo appena passato una notte alla Bukowski? Perché dentro certi vini, quelli che costano (troppo) poco e quelli che costano (inutilmente) troppo, c’è di tutto. Chiarificazioni oscure, sofisticazioni chimiche, solfiti in abbondanza. Volersi bene significa bere vini buoni, certo. Ma vuol dire anche bere “vini sani”, che non è necessariamente un ossimoro. Ecco allora la galassia dei cosiddetti “vini naturali”, caratterizzata peraltro da viticoltori spesso simpatici e intellettualmente stimolanti. Sono vini ricchi di identità e poverissimi di sofisticazioni, genuini e sorprendenti, con il concetto di “beva facile” al primo posto. Inizialmente potranno spiazzarvi, perché talora un po’ bizzarri e non sempre bellissimi all’esame visivo o nei profumi. Poi però scopri un mondo: un bel mondo. E a quel punto non torni più indietro. E’ come per la musica: se ascolti tutta la vita Antonacci, magari Antonacci ti sembra persino bravo. Poi un giorno ti imbatti per caso in John Coltrane. All’inizio non lo capisci, ma poi ti innamori. E di Antonacci neanche ti ricordi più. (Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2016)

Lo spritz? E’ il cinepanettone degli aperitivi

Schermata 2015-12-08 a 12.36.29E’ lecito dire, con rispetto parlando, che dello spritz non se ne può più? Per carità, ognuno può bere quello che vuole. C’è persino gente che trova divertente Siani, quindi tutto è lecito. Lo spritz non è certo il problema maggiore. E magari a qualcuno piace. Sì, ma quelli a cui piace lo sanno che c’è tanto – praticamente tutto – di meglio? Anzitutto: cos’è lo spritz? La risposta dotta è “un tipico aperitivo originario del Veneto”. La risposta corretta è “la maniera più scaltra con cui i bar smaltiscono le loro scorte di bianco orrendo”. Sì, perché lo spritz è una mescolanza tale per cui alla fine il vino viene ampiamente offuscato dal resto degli ingredienti. Lo spritz – ricorda GialloZafferano – “nasce durante la dominazione austriaca nel lombardo-veneto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Sono infatti i soldati austriaci che hanno diffuso questa bevanda, aggiungendo al vino Veneto, ritenuto da loro troppo forte, del seltz per diluirlo. Il nome spritz deriva dal verbo tedesco “spritzen” che significa appunto spruzzare”. Le proporzioni sono 1/3 vino bianco secco, 1/3 Aperol, 1/3 seltz. Più 6 cubetti di ghiaccio e mezza fetta d’arancia. Molti al posto dell’Aperol mettono il Campari e – ancor più – il Prosecco è spesso preferito al vino bianco. E qui, doppiamente, casca l’asino. Anzi lo spritz. Quale Prosecco? Quasi sempre il peggiore: quello da supermercato, quello da un euro a bottiglia, quello buono e sano come una colica renale. E quale vino bianco? Idem come sopra, tanto il sapore (va be’) verrà dominato da Aperol e seltz. Ne consegue che, fatti salvi rari e meritevoli casi, lo spritz è un accrocchio modaiolo con cui si suole fare (goffamente) Schermata 2015-12-08 a 12.36.38i fighi mentre si beve una mezza schifezza. E per giunta abbastanza cara. Lo spritz ha poi senso se lo si beve a Padova o Treviso, dove è nato e dove lo fanno molto meglio che altrove. Non si capisce invece per quale motivo si debba berlo a Milano, Roma o Catania. Ci saranno senz’altro gli adepti del genere, che lo reputeranno migliore di qualsiasi alternativa. Buono a sapersi. Rispetto massimo. Però fidatevi: c’è di meglio. Certo, a volte lo spritz costa meno di un bicchiere di bianco, ma sempre troppo se si sa – e spesso non si sa – cosa ci sia dentro. Lo spritz è il cinepanettone degli aperitivi. E neanche un cinepanettone passabile: uno di quelli con Enzo Salvi e Biagio Izzo, uno dei più scontati. Piccolo consiglio: emancipatevi da questo “sciroppetto” inutilmente e stancamente frizzante. Convertitevi al gusto del (buon) Metodo Classico, buttatevi nel magico mondo dei (buoni) Gin Tonic. O anche “solo” provate il bianco della zona (non della casa). Sarà sempre – sempre – meglio di qualsiasi spritz. (Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2015)

Premio Galvanina 2015

Schermata 2015-11-17 a 19.56.13Elogio dell’invecchiamento, per quanto ristampato questa estate negli Oscar Mondadori, è ormai lontano otto anni e Il vino degli altri più di cinque. Nel frattempo sono successe tantissime cose equasi tutto è cambiato. Permane però il mio amore per il mondo del vino, come pure di alcuni distillati, e questa pagina viene ancora seguita con passione. Molti, tra voi, mi chiedono un terzo libro sul vino (no) e più aggiornamenti su questa pagina (sarà dura, considerato la vita che faccio, ma ci proverò). C’è davvero tanto affetto, e la cosa non smette di stupirmi. Come mi ha stupito, e al tempo stesso onorato, sapere che quest’anno sarò io il vincitore del Premio Galvanina. Lo ritirerò domenica 22 novembre a Bologna, ore 16, all’interno del Festival della Cucina Italiana.  Di seguito la motivazione e la mia dichiarazione.

Schermata 2015-11-17 a 19.58.38“E’ conosciuto per i graffianti commenti su politica, spettacoli, costume e cronaca italiana, firma di punta de Il Fatto Quotidiano, opinionista su La7. Ma quanti sanno che Andrea Scanzi nutre una profonda passione per la cucina e il vino? Basterebbe guardare la bibliografia di alcune sue pubblicazioni per capire che sa maneggiare con professionalità e competenza anche questa materia. E’ proprio per la sua capacità di saper comunicare argomenti enogastronomici con acutezza e originale senso critico, in un panorama di sostanziale conformismo, che il Festival della Cucina Italiana ha deciso di conferirgli il Premio Nazionale Galvanina nella sezione giornalismo“Accolgo questo premio così importante con un piacere particolare. Ho scritto i miei due libri sul vino, Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, rispettivamente nel 2007 e 2010. Hanno avuto più fortuna di quanto credessi e il primo è stato addirittura ristampato questa estate negli Oscar Mondadori. Sono libri nati due o tre mie vite fa, ero molto diverso e lo era anche la comunicazione del vino. Spero però che siano invecchiati bene: non dico come il Pinot Nero della vita, ma almeno come un buon Barolo sì. Scrivo ancora di vino, soprattutto in Rete, e vado – eccome – ancora in cerca di cantine ricche di storia. Un tempo era lo sport a nascondere parabole sature di epica e dunque perfette per venire eternate in un libro: penso ai Garrincha, ai Senna, ai McEnroe. Oggi, se hai voglia di scovarla, l’epica la trovi dove sono in pochi a cercarla: per esempio nelle storie di piccoli artigiani del vino che, contro tutto e tutti, hanno prima salvato patrimoni culturali e poi regalato miracoli enologici. Il mondo del vino, qua e là, mantiene una salvezza – e una bellezza – che quasi commuovono. Per me scrivere di vino era e resta divertimento. E’ un gioco, una giostra, una passione. Una boccata d’ossigeno. E un gran bel vivere. Grazie, di cuore”.

Il mondo del gin

gin londonMi ha sempre dato fastidio non conoscere bene le cose. Se mi piaceva una canzone di un artista, dovevo conoscere tutta la sua discografia (e prima di Internet non era facile). Se chiedevo un vino al ristorante, non mi piaceva affidarmi docilmente al ristoratore (e infatti sono diventato sommelier). E adesso che magari chiedo un gin tonic, detesto non sapere cosa ci sia dentro. Che gin? Quale acqua tonica,? In che percentuali? Così, dopo i single malt scozzesi (Islay soprattutto) e i whiskey americani (bourbon e non solo), sto ora studiando con attenzione i gin.
E’ un mondo molto affascinante e sottovalutato. Il gin, come noto, (cito Wikipedia) “è un distillato forte, chiaro, tipicamente incolore prodotto dalla distillazione di un fermentato ottenuto da frumento e orzo in cui viene messa a macerare una miscela di erbe, spezie, piante e radici: i botanicals. Tra queste sono presenti bacche di ginepro che caratterizzano il profumo e il gusto. Il nome del distillato deriva dal nome delle piante di ginepro che producono le bacche“. E’ nato nei Paesi Bassi verso la metà del Seicento, inizialmente come cura (teorica) per le febbri di cui soffrivano i soldati olandesi nelle Indie Orientali. Anche il gin tonic ha avuto una genesi simile; la stessa acqua tonica (a base di chinino) doveva servire per curare la febbre. Non a caso l’acqua tonica più nota – e probabilmente più buona – del mondo, nata nel 2004, si chiama proprio “Fever Tree” (è inglese e in Italia è importata da Velier). Dopo i Paesi Bassi il gin invase l’Inghilterra, che lo celebrò e fece suo anche come risposta al cognac degli odiati (da loro) francesi.
Il gin è fondamentale nei cocktail ma non si beve quasi mai puro. Il cocktail più noto, e diffuso, è il gin tonic. Ognuno ha la sua ricetta e anch’io – mi sto specializzando – ho la mia. Se si beve come aperitivo meglio diminuire la dose di gin e farlo più leggero, dopo cena vale il contrario. Si parla di un 6/10 di acqua tonica e 4/10 gin, più una fetta di limone e ghiaccio. Io preferisco stare 1/3 gin e 2/3 acqua tonica, scendendo a 1/4 (ma pure 1/5) gin e 3/4 (0 4/5) acqua tonica come aperitivo. Sul limone ci sono varie teorie: chi mette solo la fettina, chi un po’ di succo di limone e la fettina, chi solo il succo, chi direttamente un’acqua tonica già limonata. Il succo di limone rende più torbido il succo, quindi capisco chi metta solo la fettina e l’acqua tonica già limonata. Io metto una fettina di lime, lo spremo in buona parte sul bicchiere vuoto e poi strofino la fettina sul bordo e sul fondo. Quindi lascio la fettina come guarnizione. Si suole mettere anche una fettina di cetriolo (lo consiglia la Hendrick’s), oppure bacche di ginepro e – più raramente – qualche piccola scorza di zenzero (ginger). Alcune ricette consigliano di aggiungere al tutto una o due gocce di angostura bitter, un amaro concentratissimo – per questo ne va usato poco – ottenuto dall’infusione di galipea cusparia (pianta medicinale anche nota come angostura trifoliata), chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, essenza di arance amare e china. Si trova in boccettine da 0.10 e 0.20, si usa soprattutto nel Manhattan Cocktail e deve il nome a una cittadina venezuelana dove era di stanza il dottore – al soldo di Simon Bolivar – che, pure lui, cercava una cura per i soldati ammalati di febbre e problemi intestinali. L’angostura, di cui esistono non poche varianti artigianali, sta bene anche nel gin tonic. Io ne consiglio due gocce alla fine, proprio come ultima cosa prima di girare e bere.
I due ingredienti principali, ovviamente, sono gin e acqua tonica. Non esageriamo coi sofismi: potete usare tranquillamente Schweppes, Recoaro, Tomarchio e al limite la Kinley (oddio, la Kinley forse no). Otterrette ottimi risultati. E’ però innegabile che la Fever Tree (più o meno 1 euro e 5 centesimi in rete, bottiglia da 0.20) garantisca un risultato difficilmente superabile. Troverete molte versioni, io consiglio la Fever Tree classica e la “Indian” (ma pure la Lemon). Di pregio, e tanto, anche l’acqua tonica Erasmus. Ovviamente va benissimo anche Lurisia. Nel gin tonic, che è meglio servire in un bicchiere balloon da vino – meno tradizionale ma più scenografico – si parte con la fettina di lime (o limone) e ghiaccio nel bicchiere. Limone o lime, oltretutto, permettono di legare meglio gli ingredienti, quindi è indicato metterli proprio all’inizio. Poi si aggiunge il gin (anche se qualcuno lo mette come prima cosa) e altre eventuali decorazioni tipo il cetriolo (se non si è messo lime o limone). Il gin comincerà subito a sciogliere il ghiaccio. Non male – come guarnizione – anche la scorza d’arancia, ma solo se il gin è particolarmente speziato. Infine l’acqua tonica, che può essere servita a parte nella boccetta da 0.20 (così uno la dosa come vuole) oppure direttamente nel bicchiere.
Resta, ovviamente, il gin. Quale scegliere? E’ un mondo sterminato, con bottiglie anzitutto inglesi e olandesi, ma pure tedesche, scozzesi, americane, dalla Groenlandia e ovviamente italiane. Si va dalle 15 euro alle 50. In casa ne ho una decina, ma ve ne consiglierò qui qualcuno in più (una trentina o giù di lì).
botanist-gin-1433-pOccitan Dry Bordiga. Lo cito subito perché è stato il primo che ho comprato. Buon entry level, bel rapporto qualità/prezzo (15 euro). Azienda storica di Cuneo, attiva dal 1888 e celebre anzitutto per il Genepy. L’Occitan Dry è il base. Ci sono poi tre Gin di livello superiore: Dry, Rosa e Smoke. Curioso l’ultimo, un po’ affumicato.
Marton’s. Un gin artigianale trevigiano, frutto della cocciutaggine e della visionarietà di Roby Marton, che ha puntato su un distillato eretico da quelle parti.
Vallombrosa. I frati di Vallombrosa, diocesi in provincia di Arezzo, fanno da sempre un gin di pregio. Ad Arezzo, la mia provincia, si trovava a prezzi accessibili nelle migliori enoteche. Tre anni fa alcuni turisti inglesi se ne sono innamorati e lì è partito il passaparola. Risultato: oggi tutto il Vallombrosa Gin lo distribuisce Velier, a prezzi ovviamente più alti, e gli inglesi hanno pure acquistato un po’ di quel ginepro particolarissimo – zona Sansepolcro – creando un gin monovarietale chiamato proprio “Arezzo”. Meritoriamente, nonostante le proposte economiche vantaggiose, i frati non hanno accettato di aumentare la produzione: avrebbe significato peggiorare il prodotto.
Caorunn. Gin scozzese, produzione limitata, ottenuto dall’infuso di cinque vegetali “della tradizione celtica”. E’ fatto dalla Balmenach Distillery, nel cuore delle Highlands scozzesei.
The Botanist. Ancora Scozia, stavolta Islay (infatti è un Islay Dry Gin). L’isola della torba. Qui la distilleria Bruichladdich produce questo gin, in Rete attorno ai 35 euro. E’ tra i miei preferiti.
Tanqueray No.10. Uno dei gin più celebri, si caratterizza per profondità e freschezza. Il No. 10 si distingue per le note di pompelmo, arancia e lime, oltre al solito ginepro e alla camomilla.
Hayman’s 1850 Reserve. La Hayman’s è una delle distillerie più importanti e antiche d’Inghilterra. Con lei si va sul sicuro. Il 1850 Reserve riproduce il gusto che aveva il gin quando nel XIXo secolo invecchiava in botti esauste di whisky. Una stranezza, perché il gin non deve invecchiare, ma al tempo si spillava dalle botti e capitava che sostasse “involontariamente” più del dovuto nella botte, finendo con l’acquisire un sapore particolare.
Old Tom Gin. La Hayman’s detiene anche gli storici Old Tom Gin, ancor più caratterizzati dalle note dei botanicals rispetto a qualsiasi altro gin precedente e successivo. Erano molto in voga nel XIX secolo. Spesso nella etichetta è raffigurato un gatto nero (Black Cat). Sono edizioni limitate e dal gusto “estremo”.
Hendrick’s. Forse il più usato e richiesto al momento in Italia, almeno tra i gin di livello. E’ scozzese e si caratterizza per il gran corpo, per la morbidezza e per gli 11 elementi – fiori, radici, semi, frutti – che ne costituiscono i botanicals. Decisive le essenze di cetriolo tedesco e l’olio di petali di rose della Bulgaria. Unisce due gin distillati separatamente con due metodi radicalmente diversi e dal sapore assai differente. Ha successo perché è davvero buono e perché è meno “difficile” di altri. Se volete andare sul sicuro, quando chiedete un cocktail scegliete lui.

hendrick'sBeefater 24. Uno dei più autentici London Dry Gin, perfetto per capire cosa intendono gli inglesi per gin. Distillato in alambicco a temperatura moderata, ingredienti di primo scelta (ginepro, radici di angelica, semi di coriandolo, anice stellato, agrumi).
Greenall’s Bloom. Molto morbido. Un gin “romantico” e dal gusto femminile, con note di arancia e miele.
Blackfriars Sainsbury. Altro London Dry Gin che difficilmente delude. Pluripremiato.
Monkey 47. Gin tedesco, per l’esattezza Schwarzwald Dry Gin. Prodotto nella Foresta Nera dalla Black Forest Distillers GmbH. Affascinante per la storia e per la zona di provenienza, per quel che vale lo adoro. Costo in Rete sui 35 euro.
Martin Miller’s. Nato dall’intento (appena ambizioso) di tre inglesi che, a Notting Hill, si sono uniti per ottenere il gin più buono del mondo. Alla consueta nota di ginepro si unisce una sfumatura di limone.
William Chase. Secondo il portale Myluxuy.it è il miglior gin del mondo. Inghilterra, Distilleria Chase nello Herefordshire. Doppia distillazione in alambicchi di rame. Note di agrumi, mele e caramello. Tra gli ingredienti principali: ginepro, buccia d’arancia, scorza di limone, mela verde, liquirizia, coriandolo, angelica, luppolo, fiore i sambuco e radice di giglio.
Bobby’s Schiedam Dry Gin. Il gin è nato in Olanda e questo, appunto, è un gin dei Paesi Bassi. Spezie dell’Indonesia, note limonate con ginepro, rosa canina, agrumi e spezie esotiche (tra cui il pepe di Giava).
Filliers Dry Gin 28. Viene dal Belgio. Il “28” si riferisce al numero dei botanicals presenti. Fatto a mano, 100mila bottiglie l’anno da mezzo litro.
Elephant Gin. Nato da poco, l’intento è quello di “catturare lo spirito dell’Africa”. L’etichetta ricorda un francobollo, tra i bothanicals ci sono l’assenzio africano, il baobab e la pianta di Buchu (tipo menta).
Darnley’s View. Altro London Dry Gin con cui non si sbaglia, attorno ai 40 euro in Rete. Distilleria Wemyss. Il nome è legato al primo incontro tra Maria Stuarda e il futuro marito Lord Danley, proprio nel castello di Wemyss.
Bunch Botanical. London Dry Gin tradizionale, in edizione limitata.
isjfordThe London No. 1. Lo riconoscerete per il caratteristico colore azzurro. E’ prodotto con un processo di tripla distillazione. Nell’ultimo passaggio vengono aggiunti 12 botanicals e solo in seguito avviene l’infusione con il fiore di gardenia, che gli dona il colore acquamarina luminoso (unico o quasi). In rete attorno ai 40-45 euro. Celebre anche il No. 3, dal caratteristico colore verde, ritenuto perfetto per il Martini Dry.
Langley’s No. 8. Definito “il gin più inglese tra i gin inglesi”, qualsiasi cosa voglia dire.
Bulldog. London Dry Gin che in Rete si trova sotto i 30 euro. Segnatevelo, perché la distilleria che lo produce opera da più di 250 anni e dunque il know how ce l’ha. Il sapore arriva da un mix di ingredienti che gli conferiscono caratteristiche assai specifiche: ginepro e iris dalla Toscana, coriandolo dal Marocco, limoni dalla Spagna, lavanda dalla Francia e l’eccentricità del Dragon Eye, un frutto di origine cinese simile al lichi, utilizzato nell’antichità come stimolante. Ci sono anche le foglie di loto, provenienti dalla Cina.
Gin Mare. Un gin mediterraneo aromatizzato con quattro “botanici” principali: basilico dall’Italia, timo dalla Grecia, rosmarino dalla Turchia, agrumi dalla Spagna e l’oliva Arbequina – cultivar tipica della Catalonia.
Bluecoat. Un Dry Gin americano. Botanicals segreti, alambicco in rame. Il nome è legato alle uniforme durante la Rivoluzione Americana.
Aviation. Dry gin americano, nato nell’estate del 2005 a Seattle. Il barista Ryan Magarian ricevette una infusione botanica estiva da un amico di Portland. Trovandola diversa da qualsiasi cosa avesse mai assaggiato in vita sua, si mise a cercare il produttore. Era la House Spirits Distillery. D’accordo col barista, la House Spirits creò uno stile di gin regionale quantomeno inusuale. E nel giugno del 2006, dopo una trentina di tentativi, è nato l’Aviation Gin.
Barrel Reserve. Altro gin americano, affinato nelle botti. Questo particolare tipo di invecchiamento, unito alla scelta dei botanicals, conferisce al gin un colore caramellato e una nota dolce inusuale (ma tipica del concetto americano di distillati).
Isfjord Premium. Un gin della Groenlandia. Forse al momento il mio preferito. Non costa poco, 40 euro in Rete o più, ma ha una storia davvero molto affascinante. Riporto dalla descrizione: “
Per oltre 180.000 anni, l’acqua utilizzata ad Isfjord è stata congelata ed è rimasta conservata sotto forma di ghiaccio nella calotta glaciale della Groenlandia. Con il passare dei secoli, Madre Natura ha rotto il ghiaccio in banchi fluttuanti, da cui milioni di iceberg naturali si sono dispersi nella regione Icefiord di Ilulissat. In questa zona unica, il ghiaccio è a portata degli abitanti locali che lo sciolgono per ottenere l’acqua naturale più pura. L’acqua viene poi utilizzata per la produzione del miglior gin, distillato 5 volte con i migliori elementi botanici e il frumento biondo“. La gradazione è di 44 gradi (il gin oscilla tra i 40 e i 47 gradi) ed è uno dei pochi gin che si può bere anche da solo.
Potrei citarne ancora tanti, ma per ora mi fermo qui. Stampatevi questo post e compulsatelo quando siete al bar e vi va un gin tonic, ma non vi va che siano gli altri a scegliere per voi. Siate competenti, siate esigenti (cit).