Vini ostinati e contrari: Dosaggio Zero Arici

ariciLa Franciacorta non piace granché a chi ama i vini naturali: difficile coniugare un vino di per sé “costruito” (come lo è del resto lo Champagne) con l’idea di naturalezza e artigianalità. Ancor più in una zona ricca e in apparenza “industriale”. E’ però una generalizzazione: c’è la Franciacorta asettica, furbina e per nulla intrigante, e quella che sa colpirti per eleganza. E’ il caso, e non è l’unico, di Andrea Arici. Un giovane produttore, classe ’78, che lavora nel mondo del vino da vent’anni. La sua azienda – 50mila bottiglie l’anno – si chiama Colline della Stella ed è a Gussago. Non è la parte più nota della Franciacorta, siamo relativamente distanti da Erbusco (Cavalleri) e da Coccaglio (Faccoli). E’ una terra sorprendente e verdissima, che non manca di stupire. I vigneti sono a strapiombo: è quasi viticoltura eroica. La vista dall’alto di Cellatica, dove si trovano alcuni degli ettari vitati dell’azienda, è mirabile. Arici, coadiuvato da una famiglia splendida, è stato tra i primi a credere nel Pas Dosè, il Metodo Classico senza aggiunte finali. Puoi farlo solo se hai grandi uve e sei molto bravo: Arici può farlo. Il suo “base”, 80% Chardonnay e 20% Pinot Nero, spicca per bevibilità e personalità. Anche le altre bottiglie, tra cui un Rosè riuscito, sono tutte Pas Dosè. Consigliata la visita in cantina: per la gentilezza dei proprietari, per lo scenario. E – senz’altro – per apprezzare la cucina della madre di Andrea. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2015. Ventiseiesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Anatrino Tanganelli

anatrinoVitigno usato e abusato, il Trebbiano toscano sa stupirti soprattutto quando proprio non te l’aspetti. Castiglion Fiorentino, provincia di Arezzo. L’azienda Carlo Tanganelli, ora gestita dal figlio Marco, produce poche migliaia di bottiglie. Fa parte dell’associazione VinNatur. Due le tipologie messe (poco) in commercio: Anatraso e Anatrino. Il primo si produce solo nelle annate migliori. Trebbiano non in purezza, ma coadiuvato dalla Malvasia del Chianti. Al ristorante si trova attorno ai 20 euro. E’ un bianco macerato, con vinificazione cioè a contatto (tre settimane) con le bucce come fosse un rosso. Ogni tanto qualche annata spara un po’ troppo alcol (la 2007 arrivava a 14 gradi e mezzo). Superata però la eventuale botta alcolica, l’Anatraso si caratterizza per un’inattesa piacevolezza non distante dal Pico di Angiolino Maule. Quando l’annata non lo consente, l’Anatraso non si fa e cede il passo al fratello minore Anatrino. Teoricamente un vino di riserva, ma solo teoricamente. Molto meno impegnativo e volutamente non indimenticabile, sa stupire in positivo. Eccome. La macerazione è più contenuta, solo 4 giorni. Il vino viene poi lasciato maturare in acciaio per 7 mesi, senza subire nessun trattamento chimico di sintesi e con aggiunta minima di solforosa. Costa più o meno la metà dell’Anatraso: il suo rapporto qualità/prezzo è encomiabile. L’Anatrino è un piccolo vino da grandi estati: un compagno di viaggio discreto e mai ingombrante, però sicuro. (Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2015. Venticinquesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Sur Lie Alpino Furlani

furlaniE’ una piccola realtà in provincia di Trento, terra che sa dare vita – tra le mille cose – a spumanti di pregio. Produce pochi vini, tutti semplicemente appaganti e per nulla canonici. Lui si chiama Matteo Furlani, coadiuvato da Danilo Marcucci. L’azienda fa parte dell’associazione Vini Veri. Sei ettari di vigneto e quattro di frutteto, divisi tra Vigolo Vattaro e Povo. Due i vini da segnalare. Il primo si chiama Metodo Classico Interrotto. Ottanta percento Chardonnay e venti Pinot Nero. Uno spumante non sboccato, non dosato, senza solforosa aggiunta. Un po’ torbido, bollicine poco persistenti. Vagamente imperfetto, come molti pas dosè naturali, ma di una piacevolezza spiccata (e in cantina si trova sotto i10 euro). Ancora più economico, e ancor più ruspante, è il Sur Lie Alpino. Jacopo Cossater, una delle firme enoiche più ispirate, lo descrive così: “Un rifermentato in bottiglia da uve bianche. Un vino la cui fermentazione si interrompe naturalmente con l’arrivo dell’inverno e che riparte in bottiglia con il salire delle temperature primaverili”. Un rifermentato ancestrale, molto minerale e assai agrumato. Pompelmo e lime, anzitutto. Tra i tanti pregi del Sur Lie Alpino c’è anche quello di contribuire alla scoperta di vitigni autoctoni a rischio scomparsa: Pavana, Vernaccia, Lagarino bianco, Verderbara. I vini di Furlani hanno poco alcol, rinfrescano, dissetano. Tanto poco complessi quanto sani. Genuini e mai deludenti. Consigliabili, in particolare, come aperitivo. (Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2015. Ventiquattresimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Besiosa Crocizia

besiosaCon l’arrivo dei primi caldi è consigliabile individuare un vino particolarmente quotidiano, di quelli che si lasciano bere senza impegno. Vini per nulla cari e beverini. La tipologia frizzante può rivelarsi indicata. Ecco allora la piccola azienda Crocizia. Si trova in provincia di Parma, a due passi da Langhirano, le stesse terre di una delle aziende naturali più note (Camillo Donati). Cinquecento metri sul livello del mare, un ettaro e poco più strappato al versante montuoso sinistro del torrente Parma. Il podere, abbandonato, è stato recuperato più di 15 anni fa. I proprietari, adesso, parlano di una “terrazza naturale”. Il vigneto è circondato da boschi, prati e alberi da frutto. I vitigni coltivati sono Malvasia di Candia e Sauvignon (uve bianche), Barbera, Croatina, Pinot Nero e Lambrusco Maestri (rossi). Le etichette fantasiose comunicano anch’esse un’idea di vini che non se la tirano per niente. Piace segnalare, all’interno di una produzione (frizzante) semplice e riuscita, la Besiosa. E’ una Malvasia di Candia macerata e pètillant. Si presenta con un colore tendente al rosato. L’alcolicità è contenuta, la struttura per nulla ingombrante. Lo si beve senza accorgersene, che in certi casi è un complimento. Esiste anche la Malvasia non macerata (“Znèstra”). Tra i rossi, plauso alla versione di Croatina in purezza (Pasènsja) e di Lambrusco Maestri (Marc’Aurelio). Crocizia, che produce anche un ottimo miele, è per ora poco conosciuta. Una lacuna da colmare. (Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2015. Ventitreesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Il mio primo romanzo

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Giovedì 23 aprile è uscito il mio primo romanzo. Dentro ci sono tante cose, tanti personaggi, tante passioni. E c’è anche tanto vino. Credo piacerà anche a chi mi ha scoperto con Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri. Ve lo segnalo, sperando di incuriosirvi. E grazie di tutto.

Vini ostinati e contrari: Sella dell’Acuto Pane e Vino

FullSizeRenderLa Taverna Pane e Vino, in centro a Cortona, vanta una delle migliori carte di vino di tutta Italia. Una sorta di paese dei balocchi dei vini naturali. A gestire tutto è Arnaldo Rossi, appassionato autentico con competenza rara e fissa (eccessiva) per i bianchi ossidati della Jura. Da qualche anno ha provato non solo a consigliare vini, ma anche a farli: “Ho sempre pensato che per giudicare il lavoro degli altri fosse necessario mettersi in gioco in prima persona. Così, dopo aver passato 17 anni a proporre vini naturali nel mio ristorante, ho ritenuto giusto proporre qualcosa di interamente mio”. La prima vigna è stata piantata nel 2004 in Val di Chio, sopra Castiglion Fiorentino. E’ una zona poco nota in termini vitivinicoli, mentre la vicina Cortona è ritenuta particolarmente adatta al Syrah. Rossi ha deciso di puntare sul vitigno toscano per antonomasia: il Sangiovese. L’azienda fa parte di VinNatur e produce due rossi: il Dodo, dedicato al figlio e a Fabrizio De André, che è la selezione deluxe. Venti euro, bottiglie da un litro, produzione limitata (1000). Poi, più o meno in eguale quantità ma in bottiglie canoniche da 0.75, la versione più bevibile. Costa la metà e si chiama Sella dell’Acuto. Proviene da una vigna del 2009. Il nome deriva dal condottiero Giovanni L’Acuto, che visse nel vicino castello di Montecchio. E’ un rosso piacevole, felicemente semplice, con una ispirata leggerezza sempre più rara tra i vini rossi toscani. Da provare (se lo trovate). (Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2015. Ventiduesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Vitovska Zidarich

IMG_1870La Vitovska è il vitigno autoctono bianco più importante del Carso. Si vinifica con macerazione, come se fosse un rosso. I produttori più ispirati sono Zidarick e Vodopivec. Entrambi fanno parte dell’associazione naturale Vini Veri. La Bora soffia incessante e sferza le viti, la roccia domina il paesaggio. L’azienda di Benjamin Zidarich, attiva dal 1988 e costruita giustappunto nella roccia, si trova in località Prepotto, Duino Aurisina, provincia di Trieste. Il suolo è pietroso e argilloso. Otto ettari, 25mila bottiglie prodotte. Tra queste il blend Prulke (vitovska, malvasia, sauvignon), la Malvasia, il Terrano e un assemblaggio di Merlot e Terrano (Ruje). Tutte bottiglie di pregio, ma la più ispirata e rappresentativa resta la Vitovska. E’ con lei che si capisce il territorio ed è con lei che si comprende la filosofia diZidarich. Basse rese, interventi minimi in cantina e vigna, rispetto sacrale del territorio. Solforosa in bassissime percentuali. Macerazione e fermentazione vengono effettuate in tini di roccia carsica, senza coperchi né controllo della temperatura. Dopo la macerazione, almeno due anni di affinamento in botte. Il Carso è luogo misterioso e non lo è di meno questa Vitovska, che regala note di erbe officinali, fiori di campo e sentori affumicati. Alcuni orange wine risultano opulenti e ciò limita la loro piacevolezza: non è il caso di Zidarich, la cui Vitovska – oltre che per longevità – brilla per freschezza, eleganza e bevibilità. (Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2015. Ventunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Lino Maga & Emidio Pepe: storia del vino

IMG_1658_2Freschi reduci dalla grandeur del Vinitaly, giostra immensa al cui interno trovi tutto e il suo contrario, torna – per contrappasso – alla mente una frase di Teobaldo Cappellano, maestro del Barolo ahinoi scomparso: “Io evolvo all’indietro”. Un fermo intendimento, e anzi quasi un comandamento, per chi ha a cuore quella tradizione che non vuol dire fermarsi bensì non dimenticare. Accanto al Vinitaly, a Cerea e a Villa Favorita, le associazioni Vini Veri e VinNatur hanno proposto il loro campionario di “vini naturali”, che sarebbe poi meglio definire “vini artigianali”. Produttori che, proprio come Cappellano, provano a inseguire un’idea di vino anzitutto sano (non è un ossimoro), bevibile e rispettoso dell’uomo come della natura. Ormai più di un mese fa, il 24 febbraio, all’interno della mostra “Luigi Veronelli – camminare la terra” alla Triennale di Milano, c’è stata un’altra prova di come evolvere all’indietro sia possibile. Difficile, ma possibile. Per la prima volta, di fronte a un piccolo pubblico composto da appassionati e invitati, si sono incontrati Lino Maga ed Emidio Pepe. Entrambi over 80. Il primo è il padre del Barbacarlo, il vino preferito da Gianni Brera. Il secondo è uno dei pionieri di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo. Non si erano mai incontrati prima, e il merito – un gran merito – è di Live Wine e Dan Lerner. Maga è oltremodo introverso, Pepedecisamente estroverso. Sandro Sangiorgi, che – quando vuole – il vino lo sa raccontare come pochi e che ha aiutato eccome il vino artigianale a emergere, ha provato in veste di moderatore a dare una sorta di trama all’incontro. Non ce n’era bisogno: alcuni eventi nascono tali a prescindere, senza bisogno di imbeccate e partiture. La storia vitivinicola di Maga e Pepe ha più di cinquant’anni e continuerà, perché entrambi hanno figli già in grado di aiutarli e completarli senza snaturarne la filosofia. Pepe, a cui Sangiorgi ha dedicato un bel libro, è un istrione. Sa quando fare la battuta, quando parlare in dialetto, quando raccontare del suo scontro con i critici nel ’67 (lo accusavano di avere prezzi troppo alti) e quando seppe far breccia nel mercato americano prima di tanti altri. Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo sono vini iperprodotti e dunque spesso banalizzati; Pepe li interpreta con passione e rigore, regalando bottiglie caratterizzate da eleganza e complessità. Naturalmente longeve e decisamente importanti (anche nei prezzi, però mai esosi). Ascoltava il collega Maga, alla sua destra, con sorriso sardonico e stando bene attento a non farsi rubare la scena. lino-magaEntrambi col basco, entrambi in apparenza antichissimi e in realtà così moderni: così attuali, proprio come i loro vini. Prodotti peraltro opposti e dunque non paragonabili. Lino Maga, che ovviamente aveva portato due annate diverse da quelle chieste da Sangiorgi (ha sempre fatto come gli pare), ha chiamato “Barbacarlo” il suo vino non in onore di vigneti o toponimi: “Barba”, in dialetto pavese, sta per zio e Carlo era il nome di uno degli iniziatori della saga familiare Maga. Le uve sono in larga parte croatina, poi ughetta, uva rara e barbera. Vigne vecchie, botti vecchissime. Ogni botte è dedicata a una persona cara, tra queste Brera e “Gino V.”, ovvero Veronelli, tra i primi a intuire le potenzialità di questo vino splendidamente semplice e bevibile. “Il vino deve maturare in bottiglia, non in legno”, ripete Maga. E se matura in bottiglia può partire una rifermentazione solitamente indesiderata, ma che in Maga è voluta. La venatura carbonica, per tanti un difetto, nel Barbacarlo è cifra distintiva. Da tempo, anzi da sempre, Maga corre da solo. Neanche fa più parte della Doc, dopo che la commissione gli bocciò l’annata 2003 perché il residuo zuccherino era troppo alto. Nessuno come lui ha tentato di valorizzare l’Oltrepo’ Pavese come meriterebbe. Il suo enclave è Broni, terra anche di Tiziano Sclavi, l’ideatore di Dylan Dog. Lino parla poco – in pubblico: nella sua cantina è tanto ciarliero quanto ospitale – e quel poco ha sempre un senso definitivo. Una volta, al telefono, un giornalista lo rimproverò di essere troppo testardo: “Sembra che tu te le cerchi: ti ostini sempre a fare il vino come lo si faceva quarant’anni fa”. Lui, senza perdere quel suo aplomb da contadino fiero: “Ti sbagli. La mia enologia non ha quarant’anni, ne ha duemila”. Brera definiva il suo vino così: “Ho bevuto Barbacarlo ammandorlato di Maga Lino, spesso e innocente come una sposa capace di sorridere senza malizia”. Maga, dell’amico scomparso, parla ancora a fatica: “Ero a un convegno a Torrazza Coste. Non appena venni a sapere che era morto, tornai subito a casa. Ero distrutto. E’ come se avessi avuto un lutto in famiglia. Gianni mi stimava e mi voleva bene: mi attribuiva meriti speciali, che forse non ho mai avuto”. L’Oltrepo’ Pavese è ancora una ferita aperta: “Una terra che doveva essere valorizzata di più. E’ la terra che fa la differenza, non il vitigno: ho sempre combattuto le mie battaglie per affermare questo principio. Purtroppo qui ci si è preoccupati solo di commercializzare il prodotto, non di garantirne la qualità. Così spesso mi sono trovato solo a sostenere le mie tesi: gli unici che si sono sempre schierati al mio fianco sono stati i miei più grandi amici, Gianni Brera e Luigi Veronelli”. Vedere Maga e Pepe seduti accanto, era per certi versi come salire sulla De Lorean di Ritorno al futuro. Andando a ritroso nel tempo. Evolvendo all’indietro. E sorprendendosi di stare così bene. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015).

Vini ostinati e contrari: Pinot Grigio Ronco Severo

IMG_1660_2E’ una tipologia che meriterebbe più visibilità: il Pinot Grigio ramato. La parola “ramato”, in realtà, sarebbe un’aggiunta pleonastica. Diventa però necessaria se si è abituati a bere i Pinot Grigio bianchicci, nati cioè senza macerazione. La tipologia ramata appartiene a quella galassia – ora mirabile e ora modaiola – che gli americani chiamano “orange wine”: i bianchi vinificati come se fossero rossi, macerati a contatto con le bucce (ed è la buccia che contiene antociani e dà colore). I maestri di tale tipologia sono quasi tutti nella zona di Gorizia e Trieste, fino al confine sloveno e poi il Carso. Un guru come Gravner, negli anni, ha abbandonato il Pinot Grigio reputando che l’unico vitigno bianco meritevole di attenzione fosse la Ribolla Gialla. Altri, invece, continuano. E continuano bene: Klinec, Terpin, Princic, Podversic, Radikon Junior. Una delle ultime entrate è l’azienda Ronco Severo di Stefano Novello. Fa parte di Vini Veri, si trova a Prepotto (Udine). Ventotto giorni di macerazione in tini troncoconici di rovere, senza controllo della temperatura né uso di lieviti selezionati. Niente enzimi e un’idea filosofica di biologico: “Il biologico è avere il posto giusto, il territorio dove fare la tua cosa ed essere in pace con sé stessi. Senza questi due elementi non si va da nessuna parte”. Il suo Pinot Grigio ha sentori di cognac, armagnac e mallo di noce. La bevibilità è da applausi, l’eleganza non manca. Vino per ora di nicchia, tutto da scoprire. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015. Ventesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Dogliani Pirochetta Cascina Corte

corteChi martedì scorso si è trovato al Vinodromo, ristorante di Milano zona Bocconi con pregevole carta dei vini, ha potuto imbattersi in una persona discreta e garbata. Proponeva i suoi vini quasi scusandosi di essere lì. Si chiama Sandro Barosi e, nel 2001, ha abbandonato il lavoro a Slow Food per ristrutturare una tenuta splendida a Dogliani (oggi anche agriturismo) e valorizzare quelle terre e quelle vigne. Fin dall’inizio è stato affiancato dalla moglie medico, Amalia. L’azienda, a Borgata Valdiberti, si chiama Cascina Corte e produce circa 20mila bottiglie l’anno. I primi anni si facevano aiutare da un enologo, ma da tempo camminano da soli. I vitigni sono Nebbiolo e Barbera ma soprattutto Dolcetto, proposto in versione “base” e con la selezione Pirochetta Dogliani Superiore Vecchie Vigne. Quest’ultima nasce da piante con più di 60 anni di età. Il rapporto qualità/prezzo è lodevole. Cascina Corte è biologica e fa sue alcune pratiche biodinamiche, ma non figura più in associazioni di vini veri o naturali: “Non siamo fondamentalisti”, racconta Sandro, “ma ci siamo orientati da subito sul biologico. Niente concime, per esempio, e meno ancora concime chimico”. Il Pirochetta nasce da terreni calcarei, argillosi e tufacei sulle colline di San Luigi. Vinificazione in acciaio. E’ un vino più complesso del “base”, ma che non dimentica la sua natura quotidiana e (quasi) da tutti i giorni. Tannino abbastanza evidente, buona morbidezza, bella bevibilità. Un vino riuscito. (Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2015. Diciannovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)