Sancerre 2009 Akmèniné – Riffault
Quando mi sono imbattuto in questo vino, le mie papille ultrà dei macerativi hanno esultato. E’ un Sauvignon Blanc della celebre Aoc di Sancerre, macerato con giustezza (una parola che mi è sempre piaciuta, “giustezza”: non vuol dire nulla, e infatti la si usa soprattutto nel calcio, però suona bene).
Si chiama Akmènine, annata 2009, azienda Sébastien Riffault.
E’ distribuito da Les Caves de Pyrene e su L’Acquabuona trovate una recensione calzante (questa pagina l’ho linkata spesso e la condivido in larga parte).
E’ vero che la macerazione toglie un po’ di connotati al varietale, rendendolo meno spigoloso e più conforme a quei sentori-di-albicocca tipici degli orange wines non troppo vecchi e non troppo macerati.
E’ però un vino gradevole, appagante: ammiccante con gusto.
Biodinamico spinto, niente interventi, poca solforosa. Più salato che fresco, con un finale lievemente fumè. Bella bevibilità, struttura importante ma non ingombrante.
Si trova (mi pare) sui 20-25 euro in enoteca.
Tra i bianchi francesi importati da Les Caves, uno di quelli che più mi ha convinto.
Erbaluce di Caluso 13 Mesi 2010 – Favaro
Un bianco riuscito. Pienamente riuscito.
Ho bevuto recentemente due Erbaluce di Caluso (secchi) dell’azienda di Camillo Favaro.
Sono affascinato da questo vitigno. Uno dei bianchi autoctoni italiani più sfuggenti, non etichettabili e dalle potenzialità notevolissime. Sia secco che passito (preferisco il primo, ma è molto più ricercato il secondo).
Camillo Favaro, viticoltore a Pivarone, è uno dei massimi interpreti.
Il base Le Chiusure, annata 2011, era nitido nella sua freschezza e sapidità, dritto ma non tagliente, persistenza considerevole e bevibilità spiccata. Il 13 mesi, più ambizioso (annata 2010), ribadiva le linee guida con una qualità superiore (anche se, come spesso mi capita, trovo più vicini al mio gusto i base che non le versioni evolute).
Le Chiusure si trova in Rete attorno ai 13 euro, 13 mesi (credo) attorno ai 20. Consiglio, caldamente. E devo provvedere a farne scorta.
Regole di convivenza online
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La pubblico anche qui. E per i dubbi residui potete andare qui (leggetelo bene: anch’io banno e blocco con una facilità meravigliosa).
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Terre di Franciacorta 2006 – Il Pendio
Non è facile trovare bianchi fermi pienamente appaganti in Franciacorta. E’ terra, come noto, che si esalta nella spumantizzazione (e che non manca di eccellenze).
Ieri, al Pane e Vino di Cortona, mi sono imbattuto con Perfect39 in un bianco pregevole. Terre di Franciacorta, Doc. Chardonnay in purezza. Annata 2006. Azienda Il Pendio, naturale e celebre principalmente per Il Contestatore.
Non amo granché gli Chardonnay, per meglio dire ne amo pochi e mai ciccioni. Questo è (era) splendido. Colpisce per acidità e salinità. Struttura spiccata, ma non esagerata. Naso di frutta e spezie, minerale, complesso. Ha una bevibilità che aumenta di bicchiere in bicchiere, frutto di un equilibrio per nulla piacione. Uno Chardonnay italiano che ha ben poco dello Chardonnay italiano iper-celebrato.
Ragguardevole la tenuta nel tempo: portava i suoi sei anni splendidamente, e si poteva aspettare ancora.
Al ristorante si trova sui 17 euro. Non so se le annate successive hanno mantenuto un tale livello: se è così, (ri)cercatelo.
Bucci & Cavalleri (“vecchi” amici)
Tra le mie bevute di questi giorni, ci sono state due vecchie conoscenze. La prima, di cui parlavo in Elogio dell’invecchiamento, è Ampelio Bucci. Con il suo Verdicchio mi sono avvicinato a uno dei bianchi più malamente conosciuti (e dunque spesso sottovalutati) d’Italia. Poi ne ho scoperto molti altri, certo più naturali ma non necessariamente superiori.
Ho bevuto per la prima volta il base 2011 e la Riserva 2009. Impeccabili entrambi. La Riserva mi è sembrata meno facile delle ultime annate, e lo ritengo un pregio: la sua innegabile qualità, unita al blasone, avevano portato alcune vendemmie a presentarsi con vesti gusto-olfattive sin troppo figheggianti. La 2009, per quanto impegnativa (anche economicamente), è più diretta e meno ammiccante. Bene.
Continuo comunque a preferire la versione semplice, che in questo caso era la 2011. Un Verdicchio lineare, scolastico (nell’accezione più positiva). Di bella beva, appagante, digeribile. Lunghezza non trascurabile, freschezza, sapidità: lo riconsiglio, anche per il rapporto qualità-prezzo.
L’altra “vecchia” conoscenza sono i Franciacorta only-Chardonnay Cavalleri. Ne ho parlato tanto, anzitutto ne Il vino degli altri. Ho bevuto ieri sera il Pas Dosè 2008. Secondo Giulia Cavalleri, una delle annate più felici. Confermo. Eleganza rara. Glou glou.
Pietrobianco 2011 – Daniele Portinari
Chiedo scusa per l’assenza. Tra teatro (qui le date), giornale e tivù il tempo è quello che è. Questo blog, comunque e ovviamente, andrà avanti.
Ho accumulato una decina di recensioni, frutto delle bevute in queste settimane. Le posterò nei prossimi giorni.
Dedico il post di oggi a un vino naturale atipico. E’ un Igt Bianco del Veneto, ottenuto da uve Pinot Bianco e Tai Bianco.
Vigne di circa 30 anni, vinificato in acciaio per dieci mesi e imbottigliato senza filtrazione. In enoteca sui 10 euro o poco più.
Non mi ha esaltato, ma ve lo consiglio perché è molto personale. Il Tai Bianco è sostanzialmente il (Tocai) Friulano. Tipico dei Colli Berici e del Piave, esiste anche il T(oc)ai Rosso, di fatto il Cannonau sardo (quindi prossimo alla Grenache francese e all’Alicante spagnolo).
Spesso il Friulano ha una vena erbacea spiccata, non necessariamente gradevole. Tale nota di fieno esplode – letteralmente – nel Pietrobianco 2011. A colpire è proprio questo, molto più della struttura esile e di una acidità percettibile ma non indimenticabile. Discreta bevibilità.
Più che un vino da bere, il Pietrobianco sembra quasi un vino da brucare.
Classica bevuta didattica, per comprendere cosa si intende quando un vino “sa di fieno”.
Gaber (se fosse Gaber) in Langa
Domani, giovedì 24 gennaio 2013, il mio spettacolo Gaber se fosse Gaber vivrà la sua 54esima replica (qui tutte le date) in un luogo per me particolare: Alba.
Lì, oltre a un pezzo di cuore, ho molti amici. Sarebbe bello rivederli a teatro (e so che molti ci saranno).
Il luogo è il Teatro Sociale, 600 posti. Si va verso il tutto esaurito, ma c’è ancora disponibilità.
Ci sarà una bella mostra sul Signor G (del grande Guido Harari). Ci sarà una degustazione. Ci saranno i monologhi e le canzoni.
Vi aspetto. Se vi va.
Savennières Cuvée Les Genets 1999 – Domaine Laureau
Ho aspettato un po’ a bere questo vino. In via teorica “doveva” piacermi, essendo Chenin Blanc in purezza, per giunta da una delle appellations più mitiche. Avevo però letto questa (bella) recensione, che mi aveva sufficientemente impaurito.
Il Savennières Cuvée Les Genets, un tempo importato da Cave de Pyrene, l’ho degustato (o per meglio dire sdraiato) ieri con Perfect39.
E’ effettivamente un bianco molto atipico. Un pregio e un difetto. A dire il vero, l’unico difetto risiede in questa sua originalità spiccata, che può frastornare il consumatore occasionale. E’ un bianco con 14 anni sulle spalle, biodinamico, dai vigneti più alti di Savennières. Non ha nulla di canonico. Non può piacere a tutti.
Ovvio però che questi aspetti suonino anche come pregi, se si cerca il vino di carattere e personalità. E’ un bianco che spiazza anzitutto per la scarsa corrispondenza tra naso, impatto in bocca e retrolfazione. Parte delle uve sono botritizzate, lieviti indigeni, 18 mesi di affinamento sui lieviti. I vignerons, ancor più se biodinamici, da quelle parti non conoscono mediazioni. Damien Laureau fa parte di quella categoria, anzi è uno degli esponenti più ispirati.
Les Genets (attorno ai 25-30 euro al ristorante) è lievemente arrostito al naso. Intuisci sentori di miele e una certa dolcezza che poi, puntuale, arriva in bocca. E a quel punto sembra stuccarti, pare stancarti in breve tempo. Così non è. Ancor più in abbinamento (meglio a tavola che come vino da meditazione, anche se asserirlo parrà un azzardo), il vino vanta un’acidità invidiabile. Ha bella sapidità, un’opulenza (data anche dalla muffa nobile) mitigata dalla freschezza e da un equilibrio azzardato ma innegabile. L’alcolicità (12.5 gradi) è contenuta.
E’ vero, come scrive L’AcquaBuona, che il vino ha qualcosa di trielinico e si muove tra due contrasti, la dolcezza iniziale e l’asciuttezza finale. Cammina sul filo, sul punto di cadere da un momento all’altro. Ma non cade.
P.S. Non senza stupore, alcuni lettori mi hanno fatto notare come avessi già incontrato questo vini due anni fa, da Bandini, lo splendido ristorante di Portacomaro (Asti). Non lo ricordavo. Ero già entusiasta allora. Lo sono (con toni più “dotti”) anche adesso.
Dal Centro 2009 – Baldoncini
Di questo vino non so praticamente nulla. Non esiste un sito aziendale, si sa a malapena che l’Azienda Agricola Eredi Baldoncini è a Camucia, Località Vallone.
Per quanto sia la mia zona, non ne avevo mai sentito parlare.
Il vino in oggetto si chiama Dal Centro, annata 2009. Ci è stato consigliato, giorni fa, dal proprietario della Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Prezzo onesto (sui 10-15 euro), Sangiovese (non so se in purezza).
L’azienda, anche agriturismo, produce una piccola quantità di vino. Il Dal Centro, un Igt, è l’unico che ho provato.
L’ho trovato un rosso di sorprendente beva e piacevolezza tutt’altro che scontata.
Se vi trovate in Valdichiana, e volete uscire dal solito Syrah senza svenarvi, mi sento di consigliarvi il Dal Centro: rosso senza pretese, felicemente quotidiano. Onesto. Gradevole.
(P.S. Dopo questa recensione, Arnaldo della Taverna Pane e Vino ha postato alcuni aggiornamenti sull’azienda. Li riporto anche qui: “L’azienda Baldoncini è già presente da anni nella produzione di uva, nella nostra zona (Cortona). Dopo la morte del padre, il figlio Giorgio si è incaricato di proseguire la tradizione di famiglia, concentrandosi nella produzione di vino e nello sviluppo del loro Agriturismo. Baldoncini produce 2 vini da una vigna piantata 8 anni fa nella zona di Terontola. Entrambe i vini da Sangiovese sono prodotti con metodi naturali. Il più semplice si chiama Risalto (ed è il mio preferito); l’altro, quello che hai assaggiato tu è il Dal Centro, che ha un passaggio in legno. Soprattutto il Risalto 2010 per il prezzo (9 euro al mio ristorante) è un gran bell’esempio di come un Sangiovese in purezza anche nelle nostre zone possa essere ben fatto, alla faccia di tutti quelli che pensano che il Sangiovese senza l’aiutino di altri vitigni venga bene solo nelle zone più vocate).
C’è un momento, in apparenza irrilevante e sempre sfuggente, in cui la tipicità diventa parodia. E la stranezza sconfina nella caricatura. La seconda edizione di Masterchef Italia è finita giovedì sera. Ascolti buoni, 3.05% di share. Tormentoni in Rete, liveblogging (instancabile quello di Dissapore.it). Uomini e donne che cinguettano giulivi su rapanelli mistici e “aquiloni di tiramisù rivisitato” (peccato che non abbiano visitato, e bene, anche chi gli ha dato quel nome). La cifra di Masterchef è l’esagerazione. Di tutto: dei tre ducetti, compiaciuti in una recita reiterata che rende l’imitazione di Maurizio Crozza (“Vuoi che muoro?”) perfino benevola per quanto riuscita. Dei concorrenti sull’orlo di una crisi di nervi, in grado di esultare per una quiche lorraine come neanche Tardelli-Munch nell’82. E di un format sempre più esasperato ma dalle uova d’oro, tanto che si pensa a un format per concorrenti junior (all’estero c’è già).
La puntata finale ha ricalcato le precedenti. Il “carramba” stantio dei concorrenti eliminati. 