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Shine On You Crazy Diamond (Part VI-IX)

pink-floydDopo vari conciliaboli con me stesso, sono giunto alla conclusione che in questi giorni la musica che mi commuove di più è a seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, assai meno nota della (strepitosa) prima. La parte in oggetto chiude Wish You Were Here e fu Dio Roger ad avere l’illuminazione di spezzare in due la suite, che inizialmente doveva occupare tutto un lato dell’album, come accaduto per Atom Heart Mother (lato A del disco omonimo) e Echoes (lato B di Meddle). Vado a descrivere la grandezza di questi 12 minuti e 27 secondi, riascoltandola con voi mentre godo oltremodo e al contempo mi commuovo.
La quiete prima della tempesta. La seconda parte di Shine On You Crazy Diamond vive di quattro fasi, come del resto testimoniato dalla band: parte VI, VII, VIII e IX. Si comincia con un vento che soffia, eco della appena conclusa Wish you Were Here (il brano, non il disco). Il clima è da “sta per accadere qualcosa”. Ogni tanto un basso scandisce il tempo, con la nettezza definitiva di chi sa benissimo che moriremo tutti. Una “slappata” non meno definitiva, paragonabile a un colpo di accetta di Iddio Waters, sancisce la chiamata alle armi: ci siamo, è il momento. Tutto sta per accadere. Tutto deve accadere, perché è Dio a volerlo. David si desta dal torpore, mentre Richard punteggia con grazia iridescente e Nick fa l’unica cosa che ha sempre saputo fare: lo sporco lavoro. davidSiamo catapultati in un nowhere, che è poi lo spazio nativo dei Pink Floyd, mai terreni e costantemente divini. Di quel divino che fa male, perché la Vita è dolore. E loro lo sanno. Cazzo se lo sanno.
Gilmour giganteggia come non esiste al mondo. Dal minuto due e mezzo David si libera del suo atavico fighettismo, mette finalmente le palle sul tavolo e dà del tu a qualsivoglia divinità esistita e/o immaginata, dicendo loro di spostarsi dal tavolo imbandito delle nuvole perché adesso esiste solo Lui. Nessuno, ora, può essere alla sua altezza. Quindi levatevi tutti dalle palle. E’ uno degli assolo più pazzeschi dell’universo. La sua chitarra urla, fiammeggia, ti strappa l’anima e ti travolge. Quando ne esci non sei più lo stesso. Inaudito. Semplicemente inaudito.
Adesso parlo io, fedeli. La suite si avviluppa e rallenta: è il momento del Verbo. State tutti zitti, giacché Egli parlerà. Roger, con quella voce da cavernicolo incazzato nero per non essere morto da piccolo, dispensa le sue consuete parole sature di morte e follia. Narra di Syd, ma narra (come sempre) più che altro di se stesso. Egli, sussurrando con l’angoscia senziente di chi tutto ha già visto e vissuto, ci dice: “Nobody knows where you are, how near or how far“. Il Gruppo, dopo averlo ascoltato in religioso silenzioso, rilancia: “Shine on you crazy diamond“. Carlena Williams e Venetta Fields ricamano sui cori. E’ la parola di Dio, che ci introduce all’agnizione definitiva. Preparatevi: sarà bellissimo, ma non sarà facile.
Il capolavoro di Richard. Wright è stato per i Pink Floyd ciò che George Harrison fu per i Beatles: il “terzo” di una band così straripante da far apparire quasi “marginali” due siffatti giganti. Wright, che ha sempre legato moltissimo con Gilmour e pochissimo con Dio, riteneva questo disco il migliore dei Pink richFloyd. Naturale: è quello dove il suo tocco si sente più. Questa parte finale è il suo capolavoro, assieme a Echoes, The Great Gig In The Sky e Us and Them (no, dico: ma di che brani stiamo parlando? Di che cazzo di brani stiamo parlando?). Brian Humphries, l’ingegnere del suono del disco, ha raccontato con commozione l’epifania di questa parte finale. Richard si sedette davanti agli strumenti, come un bimbo circondato dai suoi giocattoli preferiti, e improvvisò. Chi lo vide dal vivo ebbe la sensazione di un prodigio in divenire. Wright sarebbe potuto andare avanti per ore, come Keith Jarrett a Colonia. Del resto, dei quattro, era l’unico che conosceva davvero la musica, con un’impostazione “classica”. In questi minuti, molto semplicemente, Richard ci strappa l’anima. Inizialmente pare quasi divertirsi, saltellando tra organo, Minimoog, piano elettrico e acustico. L’atmosfera è jazzata e ricorda – per capirsi – certe colonne sonore poliziottesche di allora, tipo Starsky and Hutch. Poi, mentre sei lì che non sai dove Wright voglia portarti, lui –  a tradimento – prende il coltello e ce lo pianta nel cuore. Tutto rallenta e insegue una sospensione ipnotica. E’ qui che Richard varca (ancora) una nuova dimensione, ricamando arabeschi di malinconia insostenibile. Sarebbe già molto più di tanto, ma manca la lacrima finale. L’ulteriore tributo al diamante pazzo Barrett: la trama di See Emily Play. Uno dei primi singoli del gruppo, quando ancora Syd scintillava. In studio, ascoltando Richard dal vivo, tutti piansero. Proprio tutti. Anche io. Ogni volta.
Sia lode.

Un disco da amare ora e sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd

IMG_2202I Pink Floyd sono sul tetto del mondo, ma non sono felici. Anzi, non lo sono proprio perché sul tetto del mondo. Secondo una delle molte regole aureo-ferali del Divino Roger Waters, “Il successo non ti rende felice, ma ti allontana dalla società“. E il successo di Dark Side Of The Moon, l’album precedente, è stato enorme. E’ il 1975 e la band sta lavorando al nono album nello studio 3 di Abbey Road. L’album si chiamerà Wish You Were Here, ma è molto lontano dal nascere. I Pink Floyd ipotizzano anche di sciogliersi. Si sentono lontani dall’entusiasmo degli esordi e anche il tour del 1974, in cui hanno anticipato tre brani inediti, è stato faticosissimo. Waters avverte già quel totale distacco dal pubblico che esploderà con l’episodio dello sputo a Montreal ’77.
4_Pink-Floyd-Wish-You-Were-Here-1975_copertina-del-disco-dettaglioL’ingegnere del suono non è più Alan Parsons ma Brian Humpries, che ha già lavorato con i Pink Floyd per la colonna sonora di More e che li ha definitivamente conquistati quando, durante un concerto dell’agosto ’74, durante l’intervallo è andato dalla band e ha detto: “Il vostro suono è davvero orrendo”. I tre brani inediti eseguiti nel tour del 1974 sono Shine On You Crazy Diamond (inizialmente solo Shine On), Raving And Drooling (diventerà Sheep) e Gotta Be Crazy (versione embrionale di Dogs). Il secondo e terzo brano confluiranno
nel successivo Animals. Il tour ha responsi di critica contrastanti e raccoglie una stroncatura ferocissima da NME, firmata da due giornalisti nostalgici di Syd Barrett. I Pink Floyd ne soffriranno molto, perché quei giornalisti (Nick Kent e Pete Erskine) hanno ragione: la band è stanca.
Le prime sedute di registrazione sono disastrose e l’idea di continuare il tour tra una sessione e l’altra non aiuta. La band non crea nulla, Nick Mason si lamenta del suo matrimonio che va a rotoli, David Gilmour gioca a squash e Dio Roger, il più meticoloso e pazzo, soffre più di tutti perché “se io sto in studio sono lì per lavorare e non per perdere tempo“. L’empasse viene superata con l’ennesima intuizione mirabile del serial killer dei propri demoni, ovvero sempre Waters: dividere la suite di Shine On You Crazy Diamond in due parti e accantonare gli altri due brani. Tutti intuiscono che è la strada giusta, tranne Gilmour. Ne nascono scontri monumentali, che vedranno (ovviamente) vincente il bassista appena scappato da Cro Magnon (sempre Waters). Il Sommo Roger capisce che Shine non può essere usata come le suite Atom Heart Mother e Echoes, che coprivano da sole rispettivamente lato A e lato B dei precedenti lavori: devono essere spezzate in due. Nel mezzo, via i brani scritti nel ’74: servono tre nuove creazioni. Waters avverte che anche questo disco deve essere un concept. Se Dark Side parlava di vita e di morte, il nuovo lavoro parlerà anzitutto di Syd Barrett. Ma non solo di Syd Barrett: i temi saranno quelli dell’assenza e della voracità carnivora dell’industria discografica. Di fatto Waters, per superare la crisi di una band “assente” e stritolata dai discografici, scrive un concept su quegli stessi temi, in una sorta di – ennesima – catarsi artistica. Nascono così Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track.
wpid-fe82f09f0ffa54e6be936c70f42c3c70.1000x740x1Individuato il tema dell’assenza, il grafico Storm Thorgerson – lo stesso di Dark Side – può studiare copertina e packaging. Entra nella squadra pure Gerald Scarfe, scoperto da Mason con un’animazione in cui Mickey Mouse diventava un topo strafatto. La cosa (ovviamente) esalta Waters e Scarfe sarà il genio delle animazioni di The Wall, tipo i martelli che marciano o i fiori che si divorano tra loro. Secondo Gilmour, Thorgenson era bravissimo a trovare scenari lontanissimi per poi farci una vacanza con la scusa del lavoro (e coi soldi della band). Storm trova Lake Mono, che servirà come set per lo scatto del nuotatore che non increspa l’acqua. Nel retrocopertina c’è il “Floyd Salesman” che vende l’anima nel deserto (quello di Yuma). Per sottolineare il tema dell’assenza e dell'”esserci e non esserci”, il disco viene venduto dentro una busta nera asettica: scelta commercialmente suicida, infatti la Columbia si opporrà, ma vincerà la band. E sarà un successo enorme. L’unica eccezione è un adesivo attaccato alla busta nera: le due mani robotiche che si stringono. La celebre foto di copertina venne scattata negli studi Warner di Los Angeles. Furono scritturati due stuntman e a uno dei due fu dato (veramente) fuoco. Attorno alla scena c’erano molti uomini armati di estintore. L’uomo che prende (veramente) fuoco si chiama Ronnie Rondell. Il vento cominciò a soffiare in maniera inattesa e Rondell si sentì bruciare volto e baffi. Si gettò a terra e lo spensero, poi lui mandò tutti a quel paese. E scappò. Per fortuna lo scatto definitivo era già stato fatto.
81piRfL0j+L._SL1500_Il disco uscì il 15 settembre 1975. Nonostante l’esito commerciale del disco (inizialmente sottovalutato da parte della critica), i Pink Floyd non intrapresero alcun tour per promuoverlo: torneranno a suonare dal vivo solo nel 1977, dopo l’uscita di Animals. Secondo Gilmour e Richard Wright, qui in stato di grazia, Wish You Were Here è l’album perfetto dei Pink Floyd. Analizziamo i brani.
Shine On You Crazy Diamond (Parti I-V). I primi otto minuti e 40 secondi strumentali, azzardo enorme per l’epoca (ma i Pink Floyd ci erano abituati), sono una delle prove che Dio esiste e ogni tanto si diverte a illuminare persino una specie stupida come quella umana. Il brano è interamente dedicato a Syd Barrett, che di fatto fondò la band ma che già nel 1968 fu costretto a lasciare per un mix di sindromi sparse (morbo di Asperger? Schizofrenia? Epilessia?) e overdose da acidi che minarono un quadro clinico già borderline. Wright ricorda come, a fine 67, un venerdì Syd non si presentò per una intervista a Radio One della BBC. I produttori lo cercarono per giorni. Quando lo trovarono – domenica – non era più lui: “Era come se qualcuno gli avesse spento il cervello. Clac“. Seguendo come sempre una maniera di pensare tutta sua, Waters si convinse che le prime quattro note accennate da Gilmour nel 161740051-69432f88-5e0c-45e9-a7e9-51299a4557ef1974 durante un momento di prova, parlassero di Barrett. E da quelle quattro note alla chitarra – dan-dan-dan-daaaan – partì per scrivere uno dei suoi testi migliori. Lo stesso Gilmour, mai prodigo di complimenti nei confronti di Waters, ha detto: “Quei versi strabilianti lo descrivono in maniera straordinaria. Syd era davvero così“. Gilmour suonò la chitarra nello studio 1 di Abbey Road, solitamente adibito alla musica classica, per dare una dimensione più sinfonica alla suite. Nella suite compaiono anche due coriste americane di colore, già presenti nel tour di Dark Side. Le coriste sono Carlena Williams e Venetta Fields e creano un contrasto mirabile tra il suono “britannico” della band e le atmosfere Motown . Waters, in particolare, chiese di allungare l'”uuuuuuh” durante il brano. Il sassofono è di Dick Parry. L’introduzione deve molto a un vecchio progetto abortito dalla band, quello degli “oggetti della casa” (Household Objects). All’inizio viene infatti usato il cosiddetto “nastro dei bicchieri”: bicchieri da vino vennero riempiti con liquidi differenti e suonati dalla band con un dito bagnato sui bordi degli stessi.  Tale effetto verrà ripetuto negli anni a venire da Gilmour e Wright dal vivo, per esempio nel notevole Live in Gdansk (2006). A questo brano è legato uno dei momenti più commoventi della storia della musica. E’ il 5 giugno 1975 e la band sta terminando il missaggio proprio di Shine On. Entra in studio un personaggio strano, obeso e senza sopracciglia. syd_barrett_abbey_road_1975Ha in mano due buste della spesa e si aggira tra gli strumenti. Nessuno lo riconosce. Poi Gilmour guarda meglio e dice a Mason: “Non lo riconosci?”. “No”. David fa una pausa, abbasso lo sguardo e poi dice: “E’ Syd”. Non lo vedono da anni. Waters scoppia a piangere. Gli chiedono come abbia fatto a ingrassare così tanto. Syd: “Be’, in frigorifero ho molta carne di maiale e mangio tante costolette“. Barrett dirà anche: “Se volete, posso suonare la chitarra“. Allora gli fanno sentire il brano, che parla proprio di lui. Syd lo ascolta e dice solo: “Be’, suona un po’ vecchia“. Poi se ne va, dopo aver festeggiato al bar il matrimonio di David. Molti anni dopo, Waters lo incontrerà per caso ai magazzini Harrod’s. Syd morirà a 60 anni nella sua casa di Cambridge. La foto che vedete fu scattata proprio quel 5 giugno 1975 ad Abbey Road.
Welcome To The Machine. Dominano i sintetizzatori e non c’è batteria (Mason suona timpani e piatto). La “machine” è quella dell’industria discografica, ma più in generale è la “macchina” della società che ti disumanizza e riduce a mero numero. Più che cantare, Gilmour urla. Il deliberato uso e abuso dell’elettronica contribuisce a conferire al brano un surplus di cupezza. “Benvenuto figliolo/ benvenuto alla macchina/ Cos’hai sognare?/ D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare“. La qualità testuale di Waters ha ormai raggiunto livelli enormi.
Have A Cigar. Se volete fare arrabbiare il Messia Roger, intendo più di quanto non lo sia già lui col mondo, ditegli che il vostro brano preferito è questo. Curiosamente molti non sanno che qui non cantano né lui né Gilmour, ma un membro esterno alla band: Roy Harper (nella foto con Gilmour). Perché? Per una serie di motivi. Perché Harper stava registrando nello studio adiacente di Abbey Road (il 2). Perché Roy conosceva bene la band. Perché Roy era bravo. Ma più che altro harperperché David e Roger non riuscirono a cantarla. La voce di David, che peraltro non condivideva appieno la satira sferzante del testo e quindi neanche voleva cantarla, era troppo morbida. Quanto a Waters, molto semplicemente, la canzone era troppo alta e il suo registro vocale non è certo illimitato: Roger ha una voce unica, ma non è un virtuoso. Oltretutto Mahatma Roger era reduce dalla seconda parte del tour in Nordamerica (e poi Inghilterra) del 75 che lo aveva sfiancato, e la sua voce era stata ulteriormente sfibrata dalla registrazione di Shine On. Così Waters non ce la fece. Roy, che aveva molto tempo libero e bighellonava tra uno studio e l’altro, a un certo punto se ne uscì così: “Se volete la canto io“. Così fu: venne bene alla prima e fu un singolo vendutissimo. Per Roy fu anche frustrante, perché tutti erano convinti che a cantare fosse Roger. Waters, ancora oggi, reputa quella interpretazione troppo eccessiva e “caricaturale”. Al tempo seguiva le registrazioni con la solita faccia da indio nevrastenico e un basco scozzese tipo Sean Connery ne Gli Intoccabili. Roger dice ancora che “Io l’avrei fatta meno cinica quella canzone, Roy la canta con un tono di parodia che non apprezzo. Se avessi insistito, avrei fatto un lavoro migliore“. Non è vero: Have a cigar è perfetta così. Il brano sancisce un rapido cambio di scena rispetto ai brani precedenti: è quasi un brano blues, che elenca tutti i luoghi comuni del mondo della discografia. Compresa la frase: “La band è proprio fantastica, è davvero ciò che penso/ Ehi, a proposito, chi di voi è Pink?“. Era davvero la domanda che molti ponevano alla band, convinti che Pink fosse il nome di uno dei quattro. Have A Cigar di fatto non finisce e lascia spazio alla title track.
DORSI16F5_1167745F1_-kYn--683x458@Gazzetta-Web_mediagallery-articleWish You Were Here. Tutto ha inizio con suoni confusi: si è dentro una stanza e qualcuno ascolta una radio. A un certo punto un uomo si siede, suona la chitarra e canta sopra la traccia ascoltata alla radio. La radio è l’autoradio (quella vera) di Gilmour, che smanetta fino a imbattersi nella quarta sinfonia di Čajkovskij e poi nella canzone “giusta”. Ovvero Wish You Were Here. Una delle tracce più famose della band. Si crede che anche questa sia dedicata a Syd Barrett, ma non è così. O non soltanto. Il brano, più che altro, parla della naturale dicotomia di Waters – e di noi tutti? -, stretti come siamo tra ribellione e conformismo, redenzione e castigo, salvezza e condanna: “Così pensi di distinguere/ il paradiso dall’inferno?“. Il colpo di tosse è sempre di Gilmour. Alla fine si avverte appena un violino. E’ quello di Stephane Grappelli, che poi non fu accreditato perché Waters si vergognava di menzionare un jazzista così autorevole per qualche secondo di musica che neanche si sentiva. Con la versione Immersion Box di Wish You Were Here è uscita la traccia con il violino di Grappelli in primo piano. La sto ascoltando. E sto godendo.

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Shine On You Crazy Diamond (Parti VI-IV). Rischia di essere la parte meno considerata, ma in realtà per molti versi è la più commovente. E’ il trionfo di Richard Wright. Il suo capolavoro: forse addirittura più di Echoes, di The Great Gig In The Sky, di Summer ’68. Un tripudio di organo Hammond, pianoforte a coda e poi la milizia ispiratissima di sintetizzatori. Come ha detto l’ingegnere del suono Humphries, se Wright avesse suonato altri venti minuti avremmo oggi un’opera sinfonica di 40 minuti firmata Wright. E magari la metteremmo accanto a picchi inauditi tipo il The Koln Concert di Jarrett. Ci sono tanti modi per capire se una persona davanti a voi è sensibile o no: ecco, se quello davanti a voi non si commuove di fronte alla parte IX di Shine On, allora diffidate di lui. E’ qui che Wright, improvvisando, lascia che la suite si tramuti in una struggente  citazione finale di See Emily Play. E See Emily Play era stato il primo singolo della band. Scritto dall’ormai assente Syd. Quando Syd era già diamante, ma non ancora pazzo: “Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile“.
Buona meraviglia.