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Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)