Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Fenomenologia degli italiani in volo, tra ritardi e applausi

volo4Viaggiare in aereo è ormai prassi, ma per molti il volo resta qualcosa di insondabile. Paura e disabitudine scatenano reazioni bizzarre, che portano anche in Italia alla creazione delle seguenti tribù.
Metallari. Oltrepassano il controllo con le tasche ancora piene di chiavi, monete, smartphone, coltelli, monili in titanio e bazooka. Poi, quando il metal detector suona, si arrabbiano come Cacciari in tivù e gridano che “è uno scandalo, in questo paese non funziona proprio nulla!”.
Zelanti. Non appena vedono qualcuno avvicinarsi al gate, scattano in piedi e si mettono in fila. A quel punto aspettano per ore, devastati nelle articolazioni e straziati dai crampi, ma disposti a tutto pur di non perdere la posizione. Il fatto che, nel loro volo, il posto sia già assegnato e dunque fare la fila non serva sostanzialmente a nulla, è un pensiero che non li tocca. Mai.
Finestrinati. Hanno il posto corridoio, però vogliono stare al finestrino. Arrivati davanti al sedile assegnato fanno finta di nulla e dicono che “avevo chiesto il finestrino, come diavolo è possibile?”. Esaurita la sceneggiata, chiedono – anzi impongono – a chi ha il posto finestrino di cederglielo. Se ciò non accade, gridano teatralmente che “Non c’è più educazione, cazzo!”. E si siedono al loro posto con il broncio di Fedriga quando gli danno torto sull’immigrazione.
volo1Prioritari. Non hanno il biglietto “priority”, ma provano comunque a imbarcarsi prima degli altri. Si mimetizzano con scaltrezza, rubano figli e passeggini altrui per elemosinare pietà, recitano la parte dell’uomo d’affari aduso agli aeroporti. Quindi, un attimo prima della vittoria, porgono con sicumera il passaporto. Scaduto da 19 anni.
Religiosi. Li riconosci perché, prima del decollo e in coincidenza con l’allegra litania del “cosa fare in caso di disastro” recitata dalle hostess, si fanno il segno della croce ripetutamente. Chi li osserva, di rimando, si tocca per scaramanzia i genitali. Ne nasce un mantra di riti apotropaici abbastanza ameno, tipo “Gioca-Jouer ad alta quota”: “Croce!”, “Zebedei!”, “Volare!”, “Cadere!”. E via così.
Plaudenti. Tribù perlopiù italica che, a ogni atterraggio, applaude con fare liberatorio. Si presume che la stessa gente, quando prende un taxi e il tassista li conduce nonostante il traffico a destinazione, per coerenza li ringrazi intonando laTraviata. O, quantomeno, cantando a cappella l’inno di Allevi.
Connessi. Nonostante i divieti più volte ripetuti, si limitano a fingere di spegnere lo smartphone. Lo nascondono da qualche parte, quasi come le caccole a scuola sotto il banco (che bella immagine) e dopo il decollo riprendono a smanettare come nulla fosse. Quando gli viene fatto notare che un messaggio su Whatsapp non vale forse un disastro aereo, replicano stizziti: “Ehi, devo sapere che ha fatto la Roma col Frosinone!”. Ed è lì che capisci, definitivamente, che per l’animale uomo non c’è speranza.
Valigiati. Pretendono di imbarcare, come bagaglio a mano, valigie di otto metri e sette quintali. Di fronte alla fermezza della compagnia aerea, minacciano inviperiti di fare reclamo e lamentarsi con chi di dovere, “non finisce mica qui!”. Mesi dopo, all’apice del loro sdegno civico, li trovi a Forum. Nel ruolo di figuranti ilari.
Spaesati. Non trovano mai il loro posto: “Sa mica dov’è il 7A?”, “Ha per caso visto il 12C?”. Pascolano su e giù per l’aereo, senza pace e più che altro senza che nessuno li aiuti. Alla fine, quasi sempre, viaggiano nella stiva. Per non disturbare.
Rallentati. Impiegano dalle quattro alle sei ore per mettere il bagaglio a mano nella cappelliera. Nel frattempo, sul volo, si è formata una coda enorme: chi sviene, chi bestemmia, chi accoltella il tizio davanti per guadagnare qualche centimetro. Prima o poi il Rallentato riuscirà a mettere il bagaglio e chiudere la cappelliera, ma sarà sempre troppo tardi: il volo sarà già partito, con almeno un terzo dei passeggeri rimasto a terra. Pazienza.
Neanderthaliani. Chissà perché, tutti i piloti si esprimono in un idioma incomprensibile: più che parlare, gorgogliano. Se ad esempio devono dire “La durata del volo è di circa 2 ore”, farfugliano “Ghmgh durghvol circhgmore”. E tu non capisci una mazza e un po’ ti girano, perché magari lui ha appena detto al microfono: “Stiamo precipitando porca troia”. E sarebbe stato forse utile comprenderlo. L’unica spiegazione plausibile è che tutti i piloti siano uomini di Neanderthal in incognito e come maestro abbiano avuto Java, l’amico di Martin Mystère.
volo3Accumulatori. Quando passa il carrello del cibo prendono tutto, ma proprio tutto, “tanto è gratis ah ah ah”. Taralli rinsecchiti si mescolano a frollini tristi, mentre il viaggiatore arraffa birra, vino, Coca Cola Zero (per star leggeri), cioccolatini di ghisa fondente e succo Ace (“Han detto in tivù che fa bene”). Poi, alla prima turbolenza, vomitano anche l’anima.
Taccagni. Pure loro, alla vista del carrello del cibo, perdono ogni contegno e arraffano di tutto, solo che poi scoprono che in quel volo lo spuntino non è gratis. E’ allora che, per nulla imbarazzati, restituiscono la mercanzia: “Sticazzi. Tanto neanche ci avevo fame”.
Dormienti. Imbottiti di melatonina o anche solo naturalmente predisposti al letargo, si addormentano non appena si siedono. Poi, come muezzin rancorosi, cominciano a emettere suoni oscuri. Borbottano, fischiano, russano. E a ben guardarli un po’ sbavicchiano. Ovviamente sono seduti proprio accanto a te. E ovviamente è un gran bel viaggiare. (Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2015)