Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Vasco Rossi’

Steve Rogers ha suonato l’ultima volta

Schermata 2017-08-01 alle 10.19.52Non è esagerato affermare che, senza di lui, Vasco non sarebbe stato fino in fondo Vasco. Guido Elmi, storico produttore di Rossi, è morto ieri a 69 anni. Negli ultimi mesi appariva molto “stanco”. Così lo hanno ricordato tanto Vasco quanto Red Ronnie. Entrambi lo conoscevano molto bene e – del resto – Elmi non aveva mai neanche ipotizzato l’idea di invecchiare. Superati i quaranta e poi addirittura i cinquanta, raccontava agli amici di sentirsi smarrito perché alle prese con uno scenario non contemplabile negli Ottanta. Ha cominciato a produrre Vasco dal quarto disco, Siamo solo noi (1981), e poi in studio c’è sempre stato a parte Liberi liberi, quando lui e la Steve Rogers Band ruppero momentaneamente col Blasco. Steve Rogers era il suo soprannome: così, a inizio carriera, firmava le prime produzioni. In realtà Elmi c’era anche nel precedente Colpa d’Alfredo. Anno 1980: Elmi chitarra e percussioni, Maurizio Solieri chitarre, Massimo Riva al tempo solo ai cori, Gaetano Curreri tastiere. La Steve Rogers Band cominciò a seguire Rossi proprio dal Colpa d’Alfredo tour. Furono loro ad accompagnarlo a Domenica In. Vasco cantò Sensazioni forti, canzone che teorizza il diritto di “godere” a qualsiasi costo. Qualcuno non la prese bene. Nantas Salvalaggio, su Oggi, definì tra le altre cose Vasco “ebete, cattivo e drogato”. Il cantante, che da quell’evento trasse più che altro pubblicità, si vendicò citando Salvalaggio in Vado al massimo: “Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”. Così ieri Vasco su Facebook: “Guido se ne è andato improvvisamente… era molto stanco. Io sono molto triste. Una consolazione è che ha fatto in tempo a partecipare, vivere e vedere la grande festa di Modena Park ! Wiva Guido!”. Elmi era una miniera di aneddoti, un professionista vero e un sopravvissuto consapevole. Il giro armonico di Brava Giulia è suo e pure quello di Bollicine. In qualche album di Vasco lo trovi a suonare cembalo e conga. Ha prodotto anche Alberto Fortis, Skiantos, Marco Conidi (l’opposto di Vasco) e Massimo Riva, anche lui Steve Rogers Band e anche lui amico fraterno di Rossi, scomparso a 36 anni nel 1999. Elmi, nato e morto a Bologna, ha vissuto per un po’ nello stesso pianerottolo di Lucio Dalla. A metà degli Ottanta, vittima degli eccessi, rischiò di andarsene e scomparve qualche mese per ritrovare se stesso. Insisteva spesso su questo suo essersi salvato, chissà come e chissà perché. Era davvero incredulo: la vecchiaia non l’aveva proprio mai contemplata. Era un re delle scalette e conservava da qualche parte la ricetta infallibile per il concerto perfetto: per questo, in tanti, gli chiedevano ancora consigli. Due anni fa ha inciso quasi di nascosto l’unico disco col nome vero: un lascito, un testamento. E’ un bel disco, assai più dalle parti di Cohen che di Vasco. Prima di cantare, ogni volta, si fumava venti Malrboro rosse per avere la voce roca al punto giusto. Così per ogni brano. Fino alla fine. (Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2017)

Vasco Rossi, l’emozione, le critiche e la storia

Schermata 2017-07-11 alle 15.27.43Umberto Eco sosteneva che i social (tra le altre cose) avessero dato voce a troppi cretini. Certo, c’erano anche prima: solo che, senza social, al massimo deliravano al bar. Nessuno se li filava. Adesso, invece, tocca leggerli. Sono in servizio permanente e, per colpa loro, toccherà più prima che poi smettere coi social. Peccato. Dieci giorni fa erano tutti a straparlare di Modena Park: da una parte chi esaltava Vasco, dall’altra chi trattava lui e la sua enorme combriccola come una manica di decerebrati. Per carità: se c’è chi mette in discussione la bravura di Saramago o dei Pink Floyd, figurarsi Vasco. Giusto dar voce a tutti: del resto, da quando Rondolino ha scritto in prima pagina su L’Unità (quando ancora esistevano entrambi), vale tutto. Ci dovrebbe però essere un limite alla cazzata, anche se tale limite manderebbe in galera buona parte di questo paese. Chi vi scrive non ha mai avuto Vasco tra i punti cardinali musicali, preferendogli i Gaber, i Bruce e altre decine di artisti senza i quali l’esistenza sarebbe solo una nardellata tristissima. Da qui però a trattarlo come un rincoglionito ce ne passa. In primo luogo, se dopo quarant’anni è ancora lì che riempie gli stadi e porta più di 220mila persone (paganti) in piazza, Vasco ha vinto a prescindere. Vuol dire che ha intercettato qualcosa, e quel qualcosa è la contemporaneità. Mentre Plinio87 si titilla con l’ultima messa laica di Motta e Gervasa94 cinguetta che non esisterà altro Dio all’infuori di Justin Bieber, Vasco è ben dentro la Storia. In secondo luogo, andrebbe inseguito anche solo un minimo di lucidità. Un conto è criticare, un altro è demolire. Vasco ha sbagliato tanti dischi, soprattutto negli ultimi anni (decenni?). Spesso è ritenuto “intoccabile” da fedelissimi che renderebbero antipatico anche Papa Francesco. Non è Neil Young e neanche Bob Dylan (né ha mai detto di esserlo). In Rete girano sfottò esilaranti, come quello che raffigura la tastiera usata da Vasco per scrivere le sue canzoni: una tastiera fatta solo di “e”. Quel gran genio di Edmondo Berselli, vent’anni fa, ironizzava già sul Vasco che si muoveva sul palco imbolsito “come un tacchinone”. La sua ferocissima ufficio stampa se la prese, ma sbagliò (altrimenti non farebbe l’ufficio stampa): Eddy prendeva in giro bonariamente, ben conscio di quanto Vasco avesse saputo raccontare questo paese. Neanche lui sa come faccia, eppure lo fa. E’ sopravvissuto a se stesso, ai clippini, alle malattie. E’ arrivato a questo 2017 da sopravvissuto, fregandosene di rivalità idiote (paragonare lui a Ligabue è come accostare una Lamborghini a un triciclo bucato). C’è arrivato stanco, ma il suo popolo è sempre lì. Ed è un popolo che va ben oltre la moltitudine di Modena Park, se è vero – ed è vero – che milioni di persone lo hanno seguito in tivù. Vasco può piacere o non piacere: non è il più grande, non è infallibile, non è impeccabile. Ma è storia di questo paese. Con talento diverso e maniera tutta sua, ma non meno di Celentano. Di Battisti. Di De André (che guarda caso lo percepiva come suo erede). Mentre “il web” esondava di pippe mentali, Vasco se ne fregava – cosa in cui è bravissimo – e metteva in fila quella ventina (stiamo bassi) di brani immortali. Il Vasco migliore non scrive canzoni: scrive madeleine. Le ascolti e scorre la tua vita. La rivivi, ti commuovi, ti emozioni. C’è più genio in trenta secondi di Toffee che in tutta la carriera di un Vecchioni qualsiasi. E’ per questo che Vasco è così amato. E’ per questo che piace ancora. E’ per questo che suona, e risulta, così necessario. (Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017, rubrica Identikit)