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Lo scrigno magico dei Pink Floyd

pink-floydCosta uno sproposito, ma è francamente difficile immaginare un cofanetto più bello di questo. I Pink Floyd, negli ultimi anni, non hanno certo lesinato celebrazioni: le rimasterizzazioni “Discovery”, le versioni arricchite “Experience” e i box “Immersion” – oltremodo irresistibili – dedicati a Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e The Wall. Mancava giusto qualcosa che eternasse la prima fase. Ed ecco, appunto, The Early Years 1965-72. Nota dolente: il prezzo (462 euro su Amazon). Per quanto però possa apparire eretico, li vale tutti. Dieci Cd, 9 Dvd e 8 Blu-ray. Demo e unreleased, apparizioni tv, 7 ore di registrazioni di concerti, 15 ore di video, interviste, 3 lungometraggi. Venti brani mai pubblicati, una nuova versione della colonna sonora di Zabriskie Point. Eccetera . La parte audio comprende 130 tracce, tra cui 12 ore e trenta di canzoni non pubblicate, BBC sessions e outtakes. Due brani mai pubblicati prima, Vegetable Man e In the Beechwoods, sono stati nuovamente mixati. Tutto, in questo cofanetto, è definitivo e maestoso. Uno scrigno dei desideri, con tanto di vinili e singoli riproposti come se fosse possibile tornare ancora indietro a quegli anni. Molte di queste rarità erano note ai floydiani di stretta osservanza, ora grazie a bootleg e ora tramite lo spaccio sotterraneo di capolavori tra fan, ma nulla era mai stato ascoltato con questa ricchezza. Con questa qualità. Con questa mesmerizzante bellezza. Gli anni dal 1965 al 1972 sono quelli in cui i Pink Floyd nascono, crescono e diventano pienamente i Pink Floyd. Il cofanetto si ferma un attimo prima che tutto cambi, quando il successo di Dark Side Of The Moon sarà per loro tanto enorme quanto devastante. Secondo una teoria che piace assai ai feticisti della nicchia, i Pink Floyd muoiono quando il loro fondatore Syd Barrett impazzisce, (anzitutto) per la schizofrenia e (poi) per gli acidi. E’ una delle più grandi sciocchezze nella storia della musica. Come ha più volte riassunto la divinità Roger Waters, Syd scoprì le galline dalle uova d’oro e senza di lui nulla ci sarebbe probabilmente stato. I suoi meriti sono immensi, come immenso è il rimpianto per un talento (potenzialmente illimitato) troppo presto evaporato. Al tempo stesso, Barrett ha realizzato “soltanto” The Piper At The Gates of Dawn, il primo album effettivo della band. Già dalla fine del 1967 non era più lui, al punto che Roger, Richard Wright e Nick Mason dovettero chiamare David Gilmour. Tutto quello che resterà nella storia – ed è una mole sconfinata di epifanie e intuizioni – è stato creato senza Syd. Questo cofanetto lo conferma. Il materiale di musica e filmati ammalia, commuove e quasi sconcerta. Com’è stato possibile generare così tanta perfezione? L’incanto è continuo. Nel primo volume (1965-67) c’è ancora Bob “Rado” Klose, chitarrista della band prim’ancora che si chiamasse Pink Floyd e poi andatosene per dissidi con Syd Barrett: di fatto il Pete Best del gruppo. In una traccia spunta perfino Frank Zappa alla chitarra. Le BBC Sessions sono pazzesche, qualche live è inaudito. Ci si perde ascoltando le varie versioni della suite Atom Heart Mother (con o senza orchestra), ci si inebria di fronte alle stazioni della creazione – “Nothings”, “The Son Of Notihing”, “The Return Of The Son Of Nothing” – che portarono alla nascita di “Echoes”. Ogni cosa è illuminata e non ancora travolta dalla fama. I Pink Floyd non sono mai stati granché amici: fu sin dall’inizio un rapporto di lavoro. C’è sempre stata una sorta di lotta intestina continua tra la coppia Gilmour-Wright e quella Waters-Mason. Eppure, e questo cofanetto lo conferma, per un certo periodo anche a loro parve possibile essere – addirittura – amici. Una cosa sola. Accadde tra Atom Heart Mother Dark Side Of The Moon. Gli anni 1971-72: quelli di Meddle, di Zabriskie Point, del Live at Pompeii e del sottovalutato Obscured by cloudsThe Early Years costa tantissimo, sì: ma è bellezza pura. A tratti quasi insostenibile.
(Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2016)

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