Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)

 

Fognini, Seppi, Bolelli: è vera gloria

seppiNon ho mai guardato granché alla nazionalità negli sport. Men che meno in quelli individuali. Sfido chiunque, del resto, ad avere amato più Patrese di Piquet o Gianni Ocleppo di John McEnroe. I miei idoli, nel tennis, sono stati Edberg, McEnroe, Cash, Leconte, Noah, Korda, Rafter, Ivanisevic, Kuerten. Gli unici italiani che ho amato davvero sono stati Canè e Camporese. Anche adesso, tra i miei pupilli autentici, ci sono Kyrgios, Tsonga, (quel che resta di) Gasquet, (quel pazzo di) Janowicz, (quell’umorale di) Dolgopolov, Gilles Muller, Stakhovskiy. Gente così, quasi sempre figlia di dèi minori e quasi mai italiana.
L’Italtennis maschile aspetta da più di 30 anni un top ten. Non nasce dai tempi di Adriano Panatta e Barazzutti. In questi anni abbiamo avuto, al massimo, qualche top 30 (Volandri, Starace), qualche top 20 (Camporese, Gaudenzi, Furlan, Seppi) e un top 15 (Fognini). E’ però innegabile che, negli ultimi anni, qualcosa sia cambiato e migliorato. Basta anche solo mettere in fila i risultati di questo inizio 2015: Seppi che batte Federer a Melbourne, Bolelli che batte Raonic a Marsiglia, Fognini che batte Nadal a Rio. E poi ancora Bolelli e Fognini che vincono in doppio gli Australian Open.
Per chi non li ha mai visti, breve descrizione dei tre. Andreas Seppi (best ranking 18) è uno dei giocatori più ripetitivi e noiosi degli ultimi 147 anni, ed è usato anche in medicina per aiutare gli insonni, ma ha davvero tratto il massimo da mezzi non certo illimitati. Bravissima persona, è il classico esempio di abnegazione (cit). Negli ultimi tempi è diventato anche un po’ meno addormentante: con Federer, per esempio, è stato sublime. Simone Bolelli (best ranking 36), per talento ed eleganza, sarebbe il bolellimigliore dei tre. Un giocatore d’altri tempi. Sulle superfici veloci, se sta bene e crede in se stesso, merita tutta la vita i primi 30. Purtroppo tende a smarrirsi, non brilla in grinta e “scioglie” puntualmente nei momenti chiave. Resta Fognini, che definii in tempi sospetti “il Balotelli del tennis”. Simpatico fuori dal campo, lo è molto meno in campo. Questo gli ha inimicato i feticisti del politicamente corretto e gli appassionati del presepe tennistico. Fognini è stato 13 al mondo: la migliore classifica di un italiano dai tempi di Panatta. In campo è in grado di distruggere tutto quel che crea, e lo fa spesso con una maleducazione assoluta, ma il punto è: chi se ne frega? Capisco la rabbia per Balotelli, uno che gioca in uno sport collettivo e dunque – se rema contro – non danneggia solo se stesso ma tutta la squadra. Non è il caso di Fognini: il quale, Davis a parte, quando sbaglia fa male solo a se stesso. Fognini non è un esempio, un modello, un maestro di virtù: è un tennista. Un tennista tipicamente italiano, pazzo e umorale, alla Cané. Chi lo odia dice che è un sopravvalutato, che pensa più alle donne che agli allenamenti (digli scemo) e che ha costruito la sua classifica solo in tornei minori; ora che ha vinto con fogniniNadal (sulla terra battuta), replicheranno senz’altro che il maiorchino si è infortunato sul 5-5 del terzo set e che ormai anche Nadal non è più quello di una volta. Tutte cose vere, ma solo in parte: Nadal non lo batti mai per caso, non certo sulla terra battuta, e Fognini – sulla terra – vale i primi 10. Purtroppo li vale solo quando gli gira: un anno fa, da maggio in poi, ha buttato via tabelloni “facili” e forse irripetibili che gli avrebbero permesso di entrare nei top ten. Restano, però, il suo talento e la sua follia che, se ben convogliata, equivale a genio e bellezza. Quanto al suo essere “maleducato”, lo erano anche McEnroe e Connors: chi se ne frega. Chi confonde il tennis col presepe, può sempre guardarsi la registrazione di Bruguera-Berasategui. Nel tennis il “maleducato” serve eccome, altrimenti sai che palle se tutti fossero come Seppi o Bautista Agut. Il punto, casomai, è potersi “permettere” quella maleducazione. Ed è qui, nei risultati, che Fognini deve lavorare: per capirsi, vincere stasera in finale con Ferrer avrebbe un peso ancora maggiore rispetto all’impresa (vera) con Nadal, perché significherebbe non essersi fermato all’exploit – come spesso capita all’Italtennis – ma avere ormai una dimensione continuativa da giocatore di vertice.
Tre tennisti così, comunque, l’Italia non li vedeva – intendo contemporaneamente – da decenni.

(A proposito di tennis. Oggi, ore 17, sarò con Luca Vanni al Carnevale di Foiano. Alle ore 17 la sua cittadina in Valdichiana gli regalerà un abbraccio per l’exploit di due settimane fa a Sao Paolo e il best ranking di 108 al mondo. Sul palco, anzi sulla terrazza, lo introdurrò io. Vi aspettiamo).