Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2018
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Scanzi, il diavolo aretino che San Francesco non avrebbe mai cacciato

scanziA leggere solo il titolo del suo ultimo libro, “Renzusconi”, si potrebbe azzardare la scommessa che una volta tanto Andrea Scanzi, lo scrittore, giornalista, autore, direttore artistico di Passioni Festival, la più importante kermesse di cultura popolare aretina, possa farcela a non dedicare almeno una pagina alla sua città. Scommessa persa. Certo non come con “I migliori di noi”, il suo libro interamente ambientato su Arezzo, ma anche con “Renzusconi” bene o male Arezzo c’entra eccome. Questione di cuore, ma anche di talento. A sentir parlare di talento Scanzi si schermisce, ma è lui stesso a ricordare ai lettori quello che scriveva Michelangelo al Vasari: se c’era da riscontrare del talento nella sua vita (quella di Michelangelo), dipendeva dall’aria aretina che aveva respirato da bambino. Come dire che può capitare a tutti di avere un po’ di talento se si respira l’aria di Arezzo da piccoli. A maggior ragione, può capitare anche a Scanzi che l’aria di Arezzo non l’ha respirata solo da bambino. E allora perché non tutti gli aretini lo ammettono, anche se tutti lo pensano?

La tv, arma a doppio taglio

“La colpa – dice – è della Tv, un’arma a doppio taglio: ti dà la notorietà, ma non ti permette di far capire al pubblico che non sei lì per esibirti. Per capirlo e per conoscermi, un modo c’è: vedermi a teatro. Oppure leggere almeno uno dei miei libri”. E su quelli non c’è solo il modo di conoscere Scanzi, c’è anche il modo di conoscere meglio Arezzo e gli aretini. Anche quelli che da Arezzo si allontanano ma poi ci tornano. “E’ successo anche a me – dice Scanzi- preferivo stare a Cortona solo perché non legavo con qualche aretino. A quarant’anni ho capito che Arezzo è così bella che sarebbe da stupidi farsi la guerra tra aretini. L’ho capito io, ma l’ha capito anche la stragrande maggioranza di quelli dai quali mi ero allontanato. Mi hanno ripagato , e io continuerò a ripagarli ”. Con qualcuno però, anche a Cortona, i conti restano in sospeso. “Rifarei subito la pace – ammette- con Jovanotti e con i Negrita. Sono passati dieci anni dai nostri scontri e in dieci anni ho imparato a smussare i miei angoli, ma anche a perdonare. E poi con Jovanotti abbiamo in comune anche il veterinario”. Tra un libro e l’altro, gli aretini hanno imparato a conoscere Scanzi anche in quattro anni di Passioni Festival. Una follia aver immaginato quattro anni fa che Arezzo potesse impazzire di cultura, come è già successo all’Arena Eden, con quindici eventi in cinque giorni: mille persone stipate per Proietti che al quale Scanzi fa da confessore. Lo fa con Proietti, con Verdone, ma lo fa anche con le star delle librerie, degli stadi, del cinema e della musica: le star le confessa all’Eden e all’Artistico, e intanto lui si confessa agli aretini senza armi a doppio taglio come la tv. Che altro ci si può aspettare da un trio improbabile come quello messo in piedi da Scanzi, da un politico convertito alla cultura come il patron Marco Meacci, da un giornalista perugino infiltrato in Passioni Festival come Mattia Cialini? “Intanto- mette le mani avanti Scanzi – ci si può aspettare un mio regalo, un recital in prima nazionale all’Artistico dedicato a Francesco Nuti: un mio regalo alla città anche da parte di un trio che sarà anche improbabile, ma di certo può contare su un gruppo impareggiabile, quello che dà vita a un Festival come nessun altro tra quelli che faccio in Italia”.

“Preferisco fare un assist piuttosto che un gol”

scanziContro i miti e le passioni non reggono neppure le contraddizioni. E tra i miti di Scanzi, promosso campione dell’individualismo aretino, c’è, come si è visto a Passioni Festival, Arrigo Sacchi, campione del collettivo. “Sono un po’ Narciso – ammette – ma chi lavora con me sa che faccio squadra. Mi piace fare un gol, ma ad un gol preferisco un assist”. Sacchiano fino alla fine, anche per trovare un rifugio da milanista deluso ma milanista fino alla fine. E poi tutto passa quando sale in sella alla sua Harley Davidson. Ci farebbe salire la Boschi o la Santanché? “Preferisco altre compagnie femminili, ma se proprio dovessi scegliere tra una donna della politica, sulla Harley Davidson farei salire Mara Carfagna. Amo le more”. Selvaggia Lucarelli però non è mora. E ha detto che Scanzi è l’unico suo ex con il quale, dopo un periodo burrascoso e di reciproche ripicche si sono guardati e hanno deciso che si somigliano troppo per non volersi bene. Finisce sempre così con le donne? “Mi piace piacere – confessa Scanzi – Per stare accanto a me- però- una donna deve fare molta fatica. Sono ingombrante, faticoso, lunatico, ma nessuna donna potrebbe negare di aver scoperto la mia parte romantica: per trovarla basta scavare, come dentro a un fossile nascosto da secoli”. E da Scanzi, autore, giornalista, provocatore televisivo, che altro c’è da aspettarsi? “Di poter sempre unire il mio lavoro alle mie passioni. Con l’orgoglio e la gratificazione di potermi identificare con la vera immagine della mia città: al contrario di quanto è successo con altri nel passato”. Non è successo a tutti di avere ai suoi piedi Piazza Grande gremita di aretini per un recital di “Notti sotto le stelle”. E non a tutti è capitato di commuoversi a Palazzo Cavallo per ricevere dalle mani del sindaco il Premio Civitas Aretii, che si dà solo a chi ha divulgato la conoscenza della storia, della civiltà e delle tradizioni di Arezzo.

“Sindaco io? Semmai assessore alla cultura”

“Mi sono commosso in Comune e in Piazza Grande, per me la più bella del mondo insieme a Piazza San Domenico- dice Scanzi- Mi porterò dietro per sempre l’emozione di un’ora passata a stringere le mani piene di affetto”. C’è quanto basta per candidarsi un giorno da sindaco. “Da sindaco no, anche se in passato qualcuno me l’ha chiesto. Se proprio dovessi far parte della giunta, non rifiuterei l’assessorato alla cultura. Ma fare politica non è una mia vocazione”. Scanzi la fa solo nei talk show. Ospite quasi fisso di Lilly Gruber a Otto e Mezzo. Non c’era la sera in cui con Maria Elena Boschi avrebbe potuto dar vita ad uno scontro tutto aretino. C’era il suo direttore Marco Travaglio. “Renzi e Maria Elena Boschi – rivela- non vanno mai in un talk show se ci sono io. Se ci fossi stato, a Maria Elena Boschi avrei fatto una domanda in più rispetto a quelle del mio direttore: perché dopo il referendum del 4 dicembre ha cambiato idea e non si è ritirata dalla politica?”. Potrebbe sempre chiederglielo invitandola a Passioni Festival. “No, perché a Passioni Festival i politici partecipano solo se hanno scritto libri e hanno qualcosa da dire. Preferisco Proietti e Verdone. Che amano Arezzo e ne arricchiscono l’immagine. Sto troppo male quando di Arezzo si parla solo perché non c’è più BancaEtruria”.

(Romano Salvi, Il Corriere di Arezzo, 4 gennaio 2018)

Gabbani un genio? In tempo di ciechi, beato l’occhio solo

Schermata 2017-02-21 alle 15.52.10La smisurata eco del grande nulla musicale, lasciato dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, non è ancora cessata appieno. Tra i pochi a essersi guadagnati uno strapuntino di attenzione c’è certo Francesco Gabbani. Un anno fa ha vinto Sanremo Giovani tra le Nuove Proposte con Amen, quest’anno ha trionfato tra i “Campioni” con Occidentali’s Karma. Subito è scattato il dibattito: Gabbani è un genio, un paraculo di talento o un sopravvalutato? Detto che potrebbero essere pertinenti tutte e tre le definizioni, chi lo ritiene indiscutibilmente “genio” ha ascoltato al massimo il live delle Vibrazioni e la jam session tra Giusy Ferreri e Bianca Atzei (che peraltro non ha mai avuto luogo, o almeno questa è la speranza di chi scrive). Gabbani è nato a Carrara nel 1982. Ha avuto un discreto successo con la sua prima band, i Trikobalto, che una volta hanno aperto il concerto degli Stereophonics. Dal 2011 si è messo in proprio. Ha scritto testi per Celentano, per Renga e per Fausto Brizzi (la colonna sonora di Poveri ma ricchi). Occidentali’s Karma sta avendo molta fortuna. Nella sola giornata del 14 febbraio le visualizzazioni del video ufficiale hanno superato la soglia dei 20 milioni. La  piattaforma VEVO ha garantito che il record di “views” in un solo giorno per un video italiano (4.353.802) è tutto suo. Basta per dire che Gabbani è un genio? No, ma del resto lui non ha mai ambito a esserlo. Nella vita, come diceva John Holmes, basterebbe avere misura. Gabbani ha un talento per i tormentoni (lo era anche Amen) e pure per la paraculaggine. Anche nelle interviste ha sempre la faccia di chi, a scuola, prima ti chiedeva di passargli il compito e poi ti faceva “suca” con entrambe le braccia se a essere in difficoltà eri tu. Stefano Mannucci ha ricordato sul Fatto come il successo di Gabbani sia passato attraverso una clamorosa sliding door: proprio un anno fa all’Ariston, venne eliminato nella sfida con la cantante Miele e poi ripescato – dopo insurrezione della sala stampa – perché c’era stato un problema tecnico. La votazione fu ripetuta, passò Gabbani e tutto cambiò. Un’altra firma di questo giornale sommamente criminoso, Selvaggia Lucarelli, nella sua pagina Facebook ha ricordato tra le altre cose come la trovata del gorilla non sia proprio inedita e ricordi un video dell’artista e designer Lorenzo Palmeri. Pure lui, nel 2015, aveva avuto l’idea del gorilla. Palmeri lavorava nello stesso studio milanese, con lo stesso fonico e lo stesso produttore di Gabbani, che dunque poteva quantomeno citare per educazione Palmeri accanto ai 487 riferimenti piovuti in questi giorni: da Splenger a Kant, da Buddha a Kubrick, da De André (che poi era Brassens) a Battiato. E poi Eraclito, e poi Darwin, fino ad arrivare a La scimmia nuda di Desmond Morris: un libro che ora citano tutti, anche se ovviamente non l’ha letto nessuno. Pippo Baudo dice che Occidentali’s Karma, canzone riuscita e piacevolmente accattivante (voto 6+/6.5), durerà tre mesi. Forse ha ragione e forse no. La verità, come spesso capita, sta probabilmente nel mezzo. Gabbani è bravino ed è vero che il suo brano ricorda la prodigiosa Magic Shop, ma dire per questo che è “il nuovo Battiato” sarebbe come asserire che Gabbiadini è il nuovo Van Basten solo perché entrambi sono centravanti. Molto semplicemente, come recita un antico adagio, “in tempo di ciechi beato chi aveva un occhio”. Nei Sessanta e Settanta, di un Gabbani, forse neanche ce ne saremmo accorti. Adesso sì. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 19 febbraio 2017)