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Intervista Donne Sul Web

01-00250886000002(Angela Gennaro per Donne Sul Web) “Meglio essere l’Emilio Fede di Grillo che il Carlo Pellegatti di Monti o il Capezzone di D’Alema”. Non manca di sicurezza Andrea Scanzi, una delle firme di punta del Fatto Quotidiano. Tra i primi a comprendere la portata del grillismo – il suo “Ve lo do io Beppe Grillo”, uscito nel 2008, è stato ristampato nel 2012 con la prefazione di Marco Travaglio – è oggi tra gli opinionisti con più ospitate nei talk show. Per questo non è stato risparmiato dall’ironia della rete. Ironia che lui prende bene, mentre si rivela impietoso nei confronti del giornalismo all’italiana e dei suoi colleghi: “Siamo messi male da decenni, da prima del berlusconismo“, spiega a Donne sul Web. “E il punto più basso è stato toccato con il governo Monti e con l’attuale esecutivo“.
Addirittura.
Trovo bizzarro questo desiderio di volersi bene, con i giornalisti che diventano pacificatori e smussano qualsiasi spigolo in nome delle richieste di Napolitano. Vedo una corsa al cerchiobottismo, al paraculismo, a non disturbare il manovratore. Lo trovo sconfortante, anche perché poi chi prova a fare davvero il giornalista passa per il cattivo di turno. E invece il giornalista deve raccontare quello che vede, anche cose sgradevoli.

Da cosa dipende?
Dal fatto che siamo italiani. E dal fatto che questo è il giornalismo dominante, che non disturba troppo la sinistra ma che non è neanche troppo cattivo nei confronti del centrodestra. È il giornalismo televisivo e quello dei più grandi giornali, il giornalismo dei vari Pierluigi Battista e Antonio Polito. Per carità, va tutto bene. Ma non è giornalismo: è tirare a campare, difendere la casta, la corporazione e lo status quo.

Sono giorni di critiche feroci via web tra di voi. Battista è stato definito sul blog di Beppe Grillo “maggiordomo del Corriere”. Tu ti sei detto non solidale con lui e l’editorialista di via Solferino ti ha definito su Twitter “l’Emilio Fede di Grillo”. Come rispondi?
Non esprimo solidarietà a tutti i giornalisti in quanto tali. Milena Gabanelli, ad esempio, per me è una persona onesta intellettualmente, ha talento e non fa sconti. E io amo chi non fa sconti a nessuno. Battista e Polito rappresentano il giornalismo peggiore di questi anni. Battuta per battuta, meglio essere l’Emilio Fede di Beppe Grillo che il Carlo Pellegatti di Monti o il Daniele Capezzone di D’Alema. Chi mi conosce e ascolta sa bene come ogni giorno sottolinei pregi e difetti del M5S. Basta farsi un giro nella mia pagina Facebook per leggere gli attacchi ad alzo zero che mi becco quando critico Roberta Lombardi o lo stesso Grillo. Ma va bene così: se piacessi a tutti non sarei io. Battista è il cantore dell’inciucio: e non dell'”inciucio Letta”, ma dell’inciucio perenne. Scrive male, è noioso e corre perennemente in soccorso del vincitore. Peraltro ha le idee poco chiare su di me: qualche settimana fa, a microfoni spenti, disse in tivù al mio collega Malcom Pagani che gli unici bravi al Fatto eravamo lui ed io. Non è l’unico: quando mi ha attaccato sono arrivati in sua difesa gli altri membri della congrega dei “cerchiobattisti”. Antonio Polito, per dire, che mi ha dato dello “straccione”: roba da querela. Polito è uno che aveva un giornale che vendeva mille copie (Il Riformista, ndr), un giornale su cui ho pure scritto, che è morto e che non sarebbe neanche nato senza i finanziamenti pubblici. Sono figure così, marginali. Se Polito e Battista facessero uno spettacolo a teatro, andrebbero a vederli in due. Anzi probabilmente chiuderebbe proprio il teatro, come forma di autodifesa naturale.

SAMSUNG DIGITAL CAMERAFanno un altro mestiere.
Il punto è che si tratta di gente che non rappresenta quasi più nessuno, senza lettori, senza pubblico. È cambiato il mondo e loro non se ne sono accorti. O forse sì, e questo li rende nervosi. Capisco di stare loro antipatico, spesso mi detesto da solo pure io: sono fuori dal coro, in televisione funziono meglio, sono più bravo e bello (ci vuol poco, lo so). Ovvio che mi detestino. Li capisco. Al loro posto mi comporterei in maniera analoga: essere Polito o Battista tutti i giorni mica è facile.
Il concetto di intoccabilità è stato abbattuto in modo totale: scrivi un articolo e un secondo dopo arriva su Twitter qualcuno che ti dice che hai scritto una cazzata. Fare il giornalista è più difficile: appena sbagli, o anche se non sbagli, arriva l’insulto. Se all’editorialista trombone over 50 togli l’intoccabilità, si sente smarrito. Comunque se ad attaccarmi sono Battista o Polito sono contento, per me è una medaglia al valore. Se invece mi attaccasse un Gianni Mura, un Michele Serra, un Beppe Severgnini o una Lilli Gruber – persone che stimo anche se hanno idee politiche diverse da me – comincerei a preoccuparmi. Ma un Battista no. È come un attacco della Biancofiore. Torni a casa, ti guardi allo specchio e pensi: “Dai, va bene così, la strada è quella giusta”.

A proposito: cosa pensi dei toni feroci di Grillo sull’informazione? Definisce la Gruber una “compiacente cortigiana” mentre Milena Gabanelli passa dalla candidatura al Quirinale ad essere un nemico quando con Report si occupa del M5S.
Toni inaccettabili, contro persone che conosco e stimo. I 5 Stelle e Grillo sono stati, soprattutto all’inizio, salvifici: hanno scoperchiato la rabbia e messo al centro il tema dell’informazione. Finalmente qualcuno ha catalizzato il malessere che c’era soprattutto a sinistra. I lettori di Repubblica, della Stampa, del Corriere della Sera e dell’Unità avevano bisogno di qualcos’altro: è così che si spiega anche il successo del Fatto Quotidiano. Grillo lo ha capito prima di altri: pensa al secondo V-Day, quello del 2008, dedicato proprio all’informazione.

Ma?
Uno dei tanti problemi di Beppe Grillo è che continua a parlare come un comico, un provocatore e un polemista. Solo che è diventato un soggetto politico con il 25% di consensi – almeno fino a tre mesi fa: oggi ha meno, ma resta comunque forte. Questo provoca un eterno cortocircuito semantico. C’era già ai tempi del primo V-Day. Ricordo articoli bellissimi di Daniele Luttazzi che sottolineava proprio l’importanza del come e del cosa e l’ambiguità di fondo del personaggio Grillo. Se chiami “psiconano” un soggetto politico contro cui ti vai a scontrare non funziona: all’inizio piace e compiace la pancia ma poi crea problemi di ordine comunicativo e intacca anche i contenuti positivi della proposta di Grillo. Che, per carità, ha sempre avuto grandi problemi con la stampa. Anzi, non proprio sempre. Una volta lo intervistai per l’Espresso e lui mi telefonò più volte per ringraziarmi del fatto che finalmente il giornale era tornato a parlare di lui: quello stesso Espresso che oggi lui odia. Era il 2005: otto anni fa, non secoli fa. Ora il problema tra Grillo, il M5S e la comunicazione è esploso in maniera pessima. L’informazione dà il peggio quando parla dei 5 Stelle, bombardando col napalm quelle che sono spesso pagliuzze e dimenticando totalmente le travi di Pd, Pdl o Monti.

Però quelle pagliuzze ci sono, e spesso sono travi. 
Sì. Più pagliuzze che travi, ma ci sono. E lì sbaglia Grillo, che ha una totale allergia alla critica.

Ne sa qualcosa Stefano Rodotà, passato dall’essere evocato in piazza come presidente della Repubblica all’essere definito sul blog di Grillo “un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo”. Il comico sembra poi avere abbassato i toni, ma la polemica resta.
L’ho scritto su Facebook, mi sono beccato gli insulti dei grillini oltranzisti ma non me ne frega niente: quel post contro Rodotà è stata una delle più grandi cazzate che ha fatto Grillo negli ultimi mesi. Sono autogol giganteschi che alimentano la grancassa anti-M5S. Lo ha capito anche lui, che infatti il giorno dopo ha dovuto spiegare meglio il concetto. Non puoi attaccare Rodotà un mese dopo aver detto – giustamente – di volerlo al Quirinale. Puoi dire che il servizio di Report sul M5S firmato da Sabrina Giannini non fosse strepitoso. Non lo era, come non lo era quello su Di Pietro. Ma se sei un soggetto politico devi accettare queste cose, altrimenti fai la parte di quello che ama solo il giornalismo che fa inchieste sugli altri.

Il lunedì alle 22.30 conduci su La3 “Reputescion”, di Showlab – società produttrice dell’intero palinsesto del canale. Nel programma si valuta la reputazione on line di personaggi di spicco della politica, della cultura, della società e dello spettacolo. Hai avuto Carlo Freccero, Giuseppe Cruciani. I soliti noti. Non sarebbe corretto dare spazio anche a opinionisti della Rete?

Sarebbe da fare, sì. Il Fatto ha già dato una piccola scossa al mondo dell’informazione e mette al centro del dibattito personalità e giornalisti diversi. Non è solo Travaglio, insomma.

SAMSUNG DIGITAL CAMERANo, ma Travaglio resta il più invitato in tv. Funziona, è una certezza.
A livello televisivo ce la cantiamo e suoniamo, è verissimo. Il mondo del giornalismo è tremendamente autoreferenziale e ha il terrore di cambiare. Su Reputescion hai ragione, comunque. È una trasmissione nata su una televisione di nicchia, la prima che faccio come conduttore. Ci è esplosa tra le mani, perché ha avuto successo e se ne è parlato tanto. Anzitutto, per avere un reputometro, qualcuno deve conoscerti e la Rete deve avere motivo di parlare di te. Se io chiamo Freccero o Cruciani ho molto materiale. Se io chiamo una new entry, magari geniale, non so come arrivare a 30 minuti. E poi Reputescion ha delle necessità tecniche: individuiamo e invitiamo gli ospiti venti giorni prima, lasso di tempo necessario all’osservatorio Redds per fare il “reputometro”.

La ricerca sulla reputazione on line. 
Esatto. Quindi per partire ci siamo affidati a nomi sicuri che, sono d’accordo, spesso sono sempre gli stessi. Beppe Severgnini sarà il prossimo, poi probabilmente ci sarà Vauro. Sono orgoglioso e commosso per avere avuto Don Gallo: è stata la sua ultima apparizione televisiva. A proposito di fenomeni web, comunque, abbiamo avuto Maccio Capatonda, che nasce da YouTube e che ora è protagonista, regista e produttore di Mario, su MTV. L’anno prossimo cercheremo di dare spazio anche a figure nuove: farlo subito, in una trasmissione che doveva nascere e rodare certi meccanismi, non sarebbe stato facile.

Da quali esami di coscienza deve ricominciare il giornalismo? Grande è, finalmente, il dibattito su come l’informazione racconta il femminicidio. 
L’autocritica più grande si deve fare a livello generale sull’onestà intellettuale e sulla libertà. I giornalisti hanno peccato e peccano di coraggio, libertà e di autocensura più che di censura. C’è sempre il solito “tengo famiglia”. Oggi si parla di più di femminicidio e sono usciti libri molto belli. Penso a quello di Riccardo Iacona o a quello di Luisella Costamagna Noi stessi, al Fatto, ne abbiamo parlato tanto. Quello che avverto, soprattutto a livello televisivo, è che al primo posto c’è ancora una tremenda morbosità. Una dei personaggi più belli di Maccio Capatonda è secondo me Oscar Carogna, caricatura del giornalista di cronaca nera che gode letteralmente quando parla di qualcuno che è morto. C’è compiacimento nel raccontare il macabro. Può cambiare, certo, ma non credo che cambi la categoria, che si dispiace perché non ha magari fatto in tempo a dire che le coltellate erano cinque e non quattro. Scatta lo stesso meccanismo che si vede in una corsia di ospedale: l’abituarsi alla morte, alla malattia e all’agonia. Soprattutto sul piccolo schermo. (Angela Gennaro, Donne Sul Web)