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Elogio di Roger Waters, un genio che non esiste

Schermata 2015-12-16 a 08.20.12Ha sempre girato tutto attorno allo stesso trauma, allo stesso sogno, allo stesso incubo. Nessuno come Roger Waters, tra i geni del Novecento, ha inseguito così ostinatamente le proprie paure, sfidando e talora ostentando le paranoie più ossessive. La sua vita è rimasta impigliata nella morte del padre Eric Fletcher, un pacifista iscritto al Partito Comunista che si arruolò per combattere il nazismo e morì nel 1944 – e con lui tutta la compagnia «Z» dei Royal Fusiliers di cui faceva parte – nei dintorni di Aprilia. Lasciando una moglie e un figlio di neanche un anno. Il figlio, poco più di vent’anni dopo, avrebbe co-fondato i Pink Floyd. «Mio padre era un pacifista ed era convinto che arruolarsi fosse l’unico modo liberare il mondo dalle atrocità della dittatura. Ha perso la vita per i suoi ideali di libertà e giustizia. Il suo sacrificio, e quello di tutti i suoi commilitoni hanno reso questo Paese e l’Europa un luogo sicuro. E ora tocca a noi vigilare perché quello che è stato non ritorni».
Roger, in fondo, ha cantato sempre la stessa canzone. Declinata in vari modi e quasi sempre mirabili, ma pur sempre la stessa canzone. Da ragazzo avrò visto “The Wall”, il film di Alan Parker con Bob Geldof, almeno cinquanta volte. L’ho amato persino troppo. C’ero rimasto proprio dentro, come immagino molti di voi. Waters è invecchiato molto meglio di quanto tutti credessero. Lui stesso sarebbe stato il primo a non aver puntato nulla, ai tempi di Animals, sul suo futuro. E invece. In The Flesh è un live irrinunciabile. Amused to Death, oggi, è persino più enorme di ieri. E la chitarra di Jeff Beck è semplicemente accecante.
Ho visto il film “Roger Waters The Wall”, sparandomelo a tutto volume col mio bel valvolare Magnat, e non poteva esserci chiusura migliore del cerchio. Chissà che aveva in testa, il lunatic in the grass Roger, dopo quel famoso sputo a Montreal nel ’77 che lo portò all’alienazione e lo indusse a scrivere compulsivamente. Un folle totale, Roger, sin da quando fondò i Pink Floyd con il crazy diamond Syd Barrett o quando batteva il gong (quel gong) coi capelli e le fattezze da scimmia a Pompei. Lui e il suo cantato urlato, i suoi messaggi cifrati al contrario (persino contro Kubrick), le sue esplosioni belliche. Nel ’78 si presentò alla band, che già ormai lo odiava, con due concept album scritti di getto e pure una terza idea embrionale per un altro disco. La terza idea sarebbe divenuta The Final Cut, i concept erano The Wall e The Pros And Cons of Hitch-Hiking. Richard Wright, il mai troppo lodato tastierista oggi volato via, gli disse più o meno “Fanculo, mi hai rotto le palle” (e Roger rispose analogamente). David Gilmour prese tempo di malavoglia e co-scrisse Comfortably Numb, che nessuno canterà mai bene come lui (forse giusto solo Eddie Vedder). Nick Mason, il batterista, puntò su The Pros And Cons perché – davvero – gli piaceva di più. Ma il produttore disse che no, “scegliamo The Wall, è proprio un altro mondo”. E infatti: opera magniloquente e a tratti barocca, ma empatica ed eterna come poche altre, in grado di colpire al cuore le generazioni di ieri come oggi. The Wall ha una forza che proprio non invecchia, che ipnotizza, che mesmerizza. Waters non ha mai smesso di cantarla perché, semplicemente, ha capito prima di altri di avere scritto qualcosa che sta ai nostri tempi come la Sinfonia n. 3 di Beethoven a inizio Ottocento. Tra sei secoli la suoneranno ancora.
Il film è enorme e fa un male enorme. Vedere Pink/Roger 35 anni dopo è straniante, un po’ come la saga di Star Wars. Però più triste: molto più triste. E’ di un bello che fa proprio male. I watersiani piangeranno senza speranza e sarà giusto piangere. E’ davvero come un cerchio che si chiude. Visivamente è qualcosa che non esiste. Ci sono continue sequenze indelebili: Waters che duetta con il se stesso giovane (e molto più pazzo) in Mother, la coda – che ho sempre trovato incredibilmente malinconica – di Is there anybody out there?, la delicatezza plumbea di Nobody Home, l’apocalisse di Run Like Hell. E poi quella Bentley. E quel cappotto marziale nero (domani lo compro: subito). E quel sogno ricorrente di uccidere suo padre (la colpa che lo scuote da sempre). E la visita al nonno, caduto pure lui in guerra. E quello sguardo, così schizofrenico e così dolce. E quel carisma. E quelle lacrime che mai si sono vergognate di scendere. E poi – e soprattutto – quei bicchieri della staffa, parlando in inglese davanti a un barista francese che non comprende che quell’uomo sta rivelando il segreto di una vita: e a quel punto, noi, spettatori da sempre, scopriamo – finalmente? – la fine di Eric Fletcher. Quasi come nell’ultima puntata di The Shield o Breaking Bad. E tutto si svela. Eric Fletcher che sbarca a Salerno a inizio ’44, i tedeschi a Montecassino, gli angloamericani – mandati al macello – che cercano di fare un “testa di ponte” ad Anzio. E vengono annientati: nessun sopravvissuto, come ha cantato Waters in When The Tigers Broke Free. E qui Roger, dopo aver rivelato tutto questo al bancone del bar, si ubriaca. China la testa. E noi con lui.
Nessuno, negli ultimi cinquant’anni di musica, ha scritto e cantato dei vaffanculo così belli contro la guerra come Roger Waters. Nessuno è stato così megalomane, coerente e platealmente geniale come lui.
Roger Waters è uno dei pochi motivi evidenti per essere felici di vivere in questi tempi sbandati e quasi sempre di merda. Sei un grande, “Pink”. Lo sei sempre stato.