Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2017
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Roger Waters a New York: una recensione

Schermata 2017-09-12 alle 12.49.04E’ parso quasi commuoversi, Roger Waters, alla fine della prima data newyorckese di “Us+them”. Barclays Center di Brooklyn, 11 settembre. Non un giorno qualsiasi, men che meno qui a New York. Lui, uno degli artisti più smisuratamente spigolosi e ancor più smisuratamente geniali delle galassie, a fine concerto lo dice. I 18mila – sold out o giù di lì – non smettono di applaudire e lui, tra una pausa emozionata e l’altra, dedica la serata a tutte le vittime innocenti della guerra. E’ in giro da Waters praticamente ogni sera, Stati Uniti e Canada (forse Italia nella seconda metà del 2018 o 2019), ed è ormai un compiaciuto animale da palcoscenico. Con i Pink Floyd, che ha fondato con Syd Barrett e poi guidato/dominato fino a The Final Cut del 1983, non lo era. Non così, almeno. Nella fase psichedelica saliva sul palco, urlava belluinamente in Careful With That Axe, Eugene e non nascondeva i demoni con cui combatte dalla nascita (ora perdendo e ora no). Dopo il successo di Dark Side Of The Moon, l’alienazione prende il sopravvento, al punto da portarlo a sputare a un provocatore idiota a Montreal nel ’77 e a scrivere poi The Wall. Una volta solista, patisce il fatto che i Pink Floyd restanti riempiano gli stadi mentre lui, pur avendo accanto Eric Clapton, no. Così, con i live smette. Per poi ricominciare a fine Novanta, anni dopo quel capolavoro che era e resta Amused To Death. Da allora Waters ha regalato spettacoli straordinari per resa sonora e visiva: uno dei suoi marchi. E’ stato così per l’In The Flesh Tour, è stato così per The Wall . E’ così anche per Us+Them. Parte quasi in sordina, con interpretazioni “normali” di Breathe, Time e The Great Gig In The Sky (in cui le due coriste dei Lucius, che lo accompagnano, non convincono). Molto meglio One Of These Days, unico recupero da Meddle, e una strepitosa Welcome To The Machine. La parte dedicata all’ultimo disco, Is This The Life We Really Want?, trova il suo apice con Deja Vu. Durante Picture That ha problemi al microfono. Due tecnici entrano tardivamente, lui li caccia via: probabilmente, a fine primo tempo, sono stati scotennati con giustezza. Ottima una Wish You Were dolentemente country, poi mini suite da The Wall con The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick In The Wall Part 2 e 3. E qui Roger gioca in casa. Se la prima parte è buona, la seconda è monumentale. Si apre con un gigantesco schermo che cala dall’alto e squarcia in due il Barclays Center, riproducendo le ciminiere di Animals. Con le suite di Dogs e Pigs (quest’ultima dedicata interamente a Trump), si vola verso vette quasi imbarazzanti per noi umani. Money convince meno, poi però c’è Us and Them e si piange. Inesorabilmente, com’è giusto che sia, perché quando Richard Wright lo voleva tu lo facevi. Small The Roses convince più live che su album. Quindi l’apoteosi finale di Brain Damage ed Eclipse. Il bis è il trittico Vera, Bring The Boys Back Home (entrambe acustiche) e Comfortably Numb. Si vola. Waters scende dal palco e saluta le prime file. Ha sempre la maglietta nera aderente, jeans scuri e gambe infinite da fenicottero. Sorride e pare addirittura felice: qualcosa di inaudito per lui. Dice che in questo tour avverte “un grande amore” e senz’altro pensa al padre morto ad Anzio, perché ogni cosa che fa è per lui. Magari pensa pure a David Gilmour, secondo cui Roger è uno che si arrende solo quando muore. Quando glielo riferimmo, durante l’intervista per Il Fatto, inizialmente se la prese. Poi capì che non era una critica, ma un complimento. E a quel punto disse che sì, lui è davvero uno che si arrende solo quando muore. Il pane della sua vita è la sfida: rendere possibile l’impossibile. Lo era il live di The Wall, lo sono anche queste due ore di Us+Them. Alla prossima, Roger, se vorrai che una prossima ci sia. (Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2017)

Il giudizio di Dio Waters

1437993332140.jpg--La vita di un giornalista è piena di momenti improbabili. Per esempio quella volta che mi trovai davanti la Santanché coi bigodini nei camerini di Saxa Rubra, prima di una puntata di UnoMattina, e ciò nonostante non mi diedi all’alcol. Oppure quell’altra che feci l’opinionista a X Factor e riuscii a convincere persino me stesso che Nevruz era bravo davvero. O ancora, quando Kate Moss fece saettare generosamente la sua lingua nel mio orecchio, nei camerini del Tenax di Firenze durante un’intervista, per fare ingelosire il fidanzato che ci stava davanti. Una cosa anche bella, solo che il fidanzato era Pete Doherty e lui, chiaramente imbenzinato come neanche Keith Richards, non la prese benissimo.
Bei tempi.
Quando però Marco Travaglio mi ha imposto di narrare una cosa surreale capitatami, e se rispondevo di no era già pronta la mia cessione al Foglio con Niang, Belotti e la comproprietà di Kubilay Türkyılmaz, ho pensato che il racconto non avrebbe potuto che riguardare la mia intervista con Dio.
Come noto, Dio è Roger Waters. Come altrettanto noto, l’ho intervistato per questo giornale e la bellezza del nostro colloquio è stata tale che anche Philip Roth ha esclamato: “Cazzo, era davvero buona Andrea!”. Lo ringrazio. Raramente però le cose belle sono facili. Prima dell’agnizione c’è sempre il dolore. Tanto dolore.
Se dovessi citare i tre grandi miti della mia vita, non avrei dubbi: i tacchi di Olivia Newton John in Grease, Zagor Te-Nay e Roger Waters. Roger è sempre stato un punto di riferimento irrinunciabile. Genio di dimensioni oscene e uomo di conclamato fascino, soprattutto quando da giovane imitava con efficacia l’ominide di Cro Magnon nel Live at Pompei, Waters non è solo la mente sublime dei Pink Floyd: è anche il tipo meno allegro dell’Universo. In ogni sua canzone ci sono almeno dodici morti, tre bombardamenti e un riferimento allo sbarco ad Anzio. Lì, nel 1944, morì suo padre Eric Fletcher. Per Roger tutto ruota attorno a quella perdita. Ma proprio tutto: se anche scrivesse una canzone sulla Citrosodina, sosterebbe che è stata inventata pensando a suo padre ad Anzio.
Avrei dato tutto per intervistare Roger Waters. Persino la mia collezione di film sadomaso in VHS. Non ho però mai pensato di avere possibilità reali. Invece, ad aprile, la Sony mi dice di avermi scelto come unica firma italiana autorizzata ad avvicinarsi al Suo Cospetto. Deduco che abbia deciso così solo perché quel giorno Maria Lavia aveva il Subbuteo, e così si sono dovuti accontentare del primo che passava. E’ il 25 aprile, giorno della Liberazione: la data perfetta, quando stai per fronteggiare l’Armageddon. In volo da Milano a New York ero felice. Emozionato. Terrorizzato. Di Roger Waters so tutto. Anche cose che lui stesso ignora. L’intervista non poteva che rivelarsi la più bella delle galassie. Già mi immaginavo Roger che, alla fine, mi diceva: “Ti va diincidere con me il seguito di The Wall”. Certo che mi va: mi andrebbe anche di rileggere tutto Shine On You Crazy Diamondcon lo zufolo e Rondolino al banjo, se solo me lo chiedessi.
L’agnizione è alle 15 ore locali. Mi siedo, mi microfonano. Per stemperare la tensione, recito a memoria la formazione del Milan 96/97. Un Milan di merda, lo so, ma quando devo concentrarmi faccio sempre così. Nel frattempo Lui è arrivato. Da vicino scopri che non è un uomo ma un fenicottero: ha gambe lunghissime e busto da lillipuziano. Si siede e ovviamente gli girano i coglioni. Odia le interviste e l’ultima volta che ha riso c’era ancora Cromwell. Penso alla prima domanda: devo stupirlo, non devo essere scontato. Devo conquistarlo subito. La sparo, convinto di avere avuto un’idea genialissima. Sicuramente Lui apprezzerà.Invece mi guarda male, cioè più male del solito, e sentenzia con aria livida e marziale: “Credo proprio che non hai capito il testo della mia canzone”.
Vi rendete conto? Lo capite il dramma? Sei lì che vivi il momento da sempre sognato, che ti giochi ogni cosa, che sei a un passo dal nirvana. E sbagli tutto. E’ la fine. La gogna. L’abisso. Nulla ha più senso: uccidetemi, o peggio ancora iscrivetemi al Fan Club di Nardella.
Dissimulo a fatica il dolore – un dolore indicibile – e calo la seconda domanda: se sbaglierò anche questa, Roger imbraccerà il fucile e mi mitraglierà con giustezza, quasi come in Run Like Hell. Non posso sbagliare: non posso. La domanda infatti è buona, o almeno così mi pare, ma Lui ferma tutto e dice: “Non mi funziona l’auricolare”. E fa per andarsene.
E’ davvero la fine. Nulla ha più senso. Lasciatemi qui col mio dolore, non merito di vivere: sono una persona vile, empia e fallace.
18423734_1728770557139265_6931228318022438957_nInseguendo un colpo di reni immaginario, cerco un’ultima volta di far breccia sulla Linea Maginot Watersiana. Così, con un filo di voce, esalo la terza domanda. Non ci credo più: non ci spero più. Mentre già immagino la Picierno e Orfini che mi passano sotto casa con uno striscione enorme dal vago sapor petrarchesco (“Suka!”), accade l’imponderabile: Roger, il mio Roger, risponde.Perfino con garbo. E così per la quarta domanda. Per la quinta. E via così, fino alla fine. Ordina pure alla Sony di andare avanti un altro po’, sforando i venti minuti pattuiti. Sono così frastornato che non mi accorgo neanche che mi sorride – mi sor-ri-de! –. Poi mi stringe la mano, col vigore insindacabile di un Messer Satanasso momentaneamente sereno. Quindi dice: “E’ stato un piacere”. E mi sorride ancora.
Lì, distintamente, mi sono sentito felice. Tanto felice. Infantilmente felice.

(Il Fatto Quotidiano, E la chiamano Estate – 25 agosto 2017)

Il Fatto 1 25.08.17

Il Fatto 2 25.08.17

 

Lo scrigno magico dei Pink Floyd

pink-floydCosta uno sproposito, ma è francamente difficile immaginare un cofanetto più bello di questo. I Pink Floyd, negli ultimi anni, non hanno certo lesinato celebrazioni: le rimasterizzazioni “Discovery”, le versioni arricchite “Experience” e i box “Immersion” – oltremodo irresistibili – dedicati a Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e The Wall. Mancava giusto qualcosa che eternasse la prima fase. Ed ecco, appunto, The Early Years 1965-72. Nota dolente: il prezzo (462 euro su Amazon). Per quanto però possa apparire eretico, li vale tutti. Dieci Cd, 9 Dvd e 8 Blu-ray. Demo e unreleased, apparizioni tv, 7 ore di registrazioni di concerti, 15 ore di video, interviste, 3 lungometraggi. Venti brani mai pubblicati, una nuova versione della colonna sonora di Zabriskie Point. Eccetera . La parte audio comprende 130 tracce, tra cui 12 ore e trenta di canzoni non pubblicate, BBC sessions e outtakes. Due brani mai pubblicati prima, Vegetable Man e In the Beechwoods, sono stati nuovamente mixati. Tutto, in questo cofanetto, è definitivo e maestoso. Uno scrigno dei desideri, con tanto di vinili e singoli riproposti come se fosse possibile tornare ancora indietro a quegli anni. Molte di queste rarità erano note ai floydiani di stretta osservanza, ora grazie a bootleg e ora tramite lo spaccio sotterraneo di capolavori tra fan, ma nulla era mai stato ascoltato con questa ricchezza. Con questa qualità. Con questa mesmerizzante bellezza. Gli anni dal 1965 al 1972 sono quelli in cui i Pink Floyd nascono, crescono e diventano pienamente i Pink Floyd. Il cofanetto si ferma un attimo prima che tutto cambi, quando il successo di Dark Side Of The Moon sarà per loro tanto enorme quanto devastante. Secondo una teoria che piace assai ai feticisti della nicchia, i Pink Floyd muoiono quando il loro fondatore Syd Barrett impazzisce, (anzitutto) per la schizofrenia e (poi) per gli acidi. E’ una delle più grandi sciocchezze nella storia della musica. Come ha più volte riassunto la divinità Roger Waters, Syd scoprì le galline dalle uova d’oro e senza di lui nulla ci sarebbe probabilmente stato. I suoi meriti sono immensi, come immenso è il rimpianto per un talento (potenzialmente illimitato) troppo presto evaporato. Al tempo stesso, Barrett ha realizzato “soltanto” The Piper At The Gates of Dawn, il primo album effettivo della band. Già dalla fine del 1967 non era più lui, al punto che Roger, Richard Wright e Nick Mason dovettero chiamare David Gilmour. Tutto quello che resterà nella storia – ed è una mole sconfinata di epifanie e intuizioni – è stato creato senza Syd. Questo cofanetto lo conferma. Il materiale di musica e filmati ammalia, commuove e quasi sconcerta. Com’è stato possibile generare così tanta perfezione? L’incanto è continuo. Nel primo volume (1965-67) c’è ancora Bob “Rado” Klose, chitarrista della band prim’ancora che si chiamasse Pink Floyd e poi andatosene per dissidi con Syd Barrett: di fatto il Pete Best del gruppo. In una traccia spunta perfino Frank Zappa alla chitarra. Le BBC Sessions sono pazzesche, qualche live è inaudito. Ci si perde ascoltando le varie versioni della suite Atom Heart Mother (con o senza orchestra), ci si inebria di fronte alle stazioni della creazione – “Nothings”, “The Son Of Notihing”, “The Return Of The Son Of Nothing” – che portarono alla nascita di “Echoes”. Ogni cosa è illuminata e non ancora travolta dalla fama. I Pink Floyd non sono mai stati granché amici: fu sin dall’inizio un rapporto di lavoro. C’è sempre stata una sorta di lotta intestina continua tra la coppia Gilmour-Wright e quella Waters-Mason. Eppure, e questo cofanetto lo conferma, per un certo periodo anche a loro parve possibile essere – addirittura – amici. Una cosa sola. Accadde tra Atom Heart Mother Dark Side Of The Moon. Gli anni 1971-72: quelli di Meddle, di Zabriskie Point, del Live at Pompeii e del sottovalutato Obscured by cloudsThe Early Years costa tantissimo, sì: ma è bellezza pura. A tratti quasi insostenibile.
(Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2016)

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Un evento da gustare: Live at Pompeii dei Pink Floyd

live at1E’ uno dei concerti più famosi nella storia della musica, ma non fu neanche un concerto. E i brani eseguiti dal vivo, in quel luogo così ricco di storia, furono appena tre. Neanche eseguiti di fila, bensì prima suonati e subito dopo meticolosamente controllati dalla band con le cuffie: se non erano perfetti, assolutamente perfetti, andavano rifatti.
Si torna a parlare di Live At Pompeii dei Pink Floyd perché il chitarrista (e co-leader) del gruppo David Gilmour tornerà a Pompei il 7 e 8 luglio. Live At Pompeii uscì nel 1974, quando i Pink Floyd erano all’apice della notorietà dopo il successo di Dark Side Of The Moon. Racconta però un momento molto diverso del gruppo, fotografato dopo Meddle e prima che la fama esplodesse appieno. L’idea fu del regista Adrian Maben, che provò inizialmente a convincere Gilmour a scrivere musiche che si integrassero con immagini pittoriche. Gilmour declinò. Mesi dopo, nell’estate del 1971, Maben fu colpito dall’immagine dell’Anfiteatro Romano di Pompei al crepuscolo. Era lì con la fidanzata, per vacanza e perché lì credeva di aveva smarrito il passaporto giorni prima. live at2Ebbe così l’idea di far suonare i Pink Floyd in quella location. Però senza pubblico. Grazie all’amicizia con un professore dell’Università di Napoli, Maben ottenne l’autorizzazione dalla Soprintendenza locale per sei giorni di riprese chiuse al pubblico. I Pink Floyd si impuntarono su due aspetti: i brani andavano eseguiti rigorosamente live e, per questo, occorreva trasportare via camion tutta la strumentazione, per garantire una qualità sonora equiparabile ai lavori in studio. Arrivata a Pompei, la troupe di Maben si rese conto che non c’era corrente sufficiente. Si decise quindi di prenderla direttamente dal Municipio: un lunghissimo cavo percorse tutte le strade di Pompei, dal Municipio all’Anfiteatro. I giorni di lavorazione si ridussero da sei a quattro, dal 4 al 7 ottobre 1971. Di fatto Maben ottenne due sequenze forti: i quattro Pink Floyd che si arrampicano tra i vapori delle solfatare di Pozzuoli; e (solo) tre brani eseguiti dal vivo. Peraltro neanche integrali: Echoes e One Of These Days, tratti da Meddle, il loro disco più elegante e delicato, dove si sente particolarmente il tocco della coppia Gilmour-Wright; e A Saucerful of secrets, title track dell’album del 1968, all’interno del quale il diamante pazzo Syd Barrett non c’era già più (se non nella traccia Jugband Blues). Di Echoes, però, a Pompei il gruppo eseguì la prima metà e il finale. Mancava la parte centrale. E non mancava solo quella. Il girato di Maben, per quanto qualitativamente alto, non era sufficiente per confezionare un film vero e proprio. In più il regista aveva terminato il budget, e ciò lo costrinse a ultimare il montaggio della prima versione live at4(pre-Dark Side) a casa sua. Non fu l’unica sfiga che si abbatté su Maben. Molte bobine andarono distrutte, ed è anche per questo che in One Of These Days le immagini non staccano quasi mai da Nick Mason: era una delle poche sequenze del brano non andate perdute.
Per rimpolpare il materiale, Maben convinse il gruppo a girare altre immagini in uno studio cinematografico francese, l’Europasonor di Parigi, dal 13 al 20 dicembre del 1971. Maben cercò di ricostruire l’ambientazione di Pompei usando immagini di repertorio della Soprintendenza, oltre alle sequenze di Pozzuoli proiettate alle spalle della band. I Pink Floyd, a Parigi, suonarono Set the Controls for the Heart of the SunCareful with That Axe, Eugene e la sezione centrale di Echoes. E’ opinione comune che le versioni di Echoes e A Saucerful of Secrets contenute in Live At Pompeii siano le migliori di sempre. Indimenticabile anche il Waters – qui fisicamente prossimo a un allucinatissimo uomo di Cro Magnon – che suona il gong in Set The Controls for the Heart of the Sun. Merita poi un capitolo a parteCareful with that Axe, Eugene. Canzone dalle mille vite, contiene uno degli urli più famosi e inquietanti di sempre. L’urlo belluino di Waters, con titolo diverso, confluì anche in Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. La versione perfetta resta quella di Ummagumma: per Live at Pompeii Waters optò per una variante più “parlata” (si fa per dire: borbottata). Nessuno ha mai capito con chi ce l’avessero in quel brano: forse con un serial killer dei Sessanta (Eugene Craft), forse con il chitarrista dei Grateful Dead (Jerry Garcia) a cui mancavano due dita perché il fratello gliele aveva tranciate (appunto) con un’ascia. Bah: comprendere le meccaniche divine di Roger Waters è impossibile, ed è del resto una delle sue molteplici qualità.
live at3Poiché sommamente insondabili, i Pink Floyd vollero anche eseguire a Parigi un divertissement contenuto in Meddle, ovvero Seamus, sorta di blues in cui a cantare (cioè ululare) è un cane di nome Seamus. Solo che, per il film, la canzone diventò Mademoiselle Nobs. Nobs era un levriero russo femmina, di proprietà di un’amica circense di Maben. Nel brano, fatto più unico che raro, Gilmour suona l’armonica. Era abbastanza? Non ancora. Dopo il montaggio casalingo, Maben si rese conto di avere sì e no un’ora di film. Un po’ poco. La sfortuna continuò tormentarlo, perché la prima del film, prevista il 25 novembre 1972 al Rainbow Theatre di Londra, saltò per “motivi burocratici”. Nel frattempo era arrivato il 1973 e i Pink Floyd stavano ultimando Dark Side Of The Moon negli studi di Abbey Road. Maben rimpolpò così Live At Pompeii con un mini-documentario a Abbey Road. Era il gennaio 1973 e l’album non era certo terminato. I quattro musicisti “recitarono” per Maben, suonando le loro parti sulle basi non ancora definitive: nessuna di quelle incisioni sarebbe poi finita suDark Side Of The Moon. Maben raccolse poi qualche dichiarazione del gruppo, assieme ad alcune riprese della loro colazione in studio. La versione definitiva salì a 80 minuti: contiene, tra le altre cose, frammenti in studio di Us And Them e Brain Damage. Un’ulteriore versione, la Director’s Cut, è stata licenziata nel 2003. Live At Pompeii uscì nell’agosto 1974. I Pink Floyd erano molto più famosi di tre anni prima, quando l’opera prese corpo, ma questo non aiutò inizialmente il povero Maben: il suo film raccontava un gruppo che non esisteva più. O non più in quel modo. (Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2016)

Un disco con cui deliziarsi in eterno: Meddle dei Pink Floyd

12499428_10209501084793673_492135036_oPur assai distante per clima e toni, Meddle ha sempre sofferto di una sfortuna analoga a quella caduta su Animals: essere incastrato nel bel mezzo di due album molto più noti. Atom Heart Mother e Dark Side Of The Moon, nello specifico (e tralasciando la colonna sonora di Obscured By Clouds). E’ il sesto album dei Pink Floyd, quando già non erano più “solo” psichedelici e quando non erano ancora universalmente famosi. Anche per questo è un disco affascinante e ancor più decisivo, perché fotografa una band prodigiosa poco prima che il successo planetario la travolga per sempre. Di lì a poco ci sarebbe stato il Live At Pompeii, che non avrebbe visto la luce senza Meddle. Non fu un album facile e richiese otto mesi di registrazione, da gennaio ad agosto 1971. La band era tornata da una tournée in Inghilterra e Stati Uniti per promuovere Atom Heart Mother, che oggi la band odia (stupidamente) come nessun’altra cosa al mondo. Gli studi dovevano essere quelli di Abbey Road, ma non erano abbastanza moderni per le ambizioni della band, che optò quindi successivamente per spazi più artigianali ed evoluti: l’Associated Independent Recording meddle(AIR) e il Morgan di West Hampstead. Il tecnico del suono era John Leckie, lo stesso del memorabile All Things Must Pass di George Harrison. Leckie fu scelto anche perché amava lavorare al mattino, quando il gruppo dormiva, senza troppe rotture di palle attorno. Il taglio rispetto alle opere precedenti è sancito anche dalla scelta della copertina, l’unica a cui lavorarono autonomamente i Pink Floyd. I quattro rimasero colpiti dallo scatto dell’orecchio umano in primo piano sott’acqua. Storm Thorgerson, che avrebbe inventato le epocali copertine successive e che aveva già avuto l’anno prima l’idea della mucca frisona atomica, fu coinvolto solo in un secondo momento e non rimase soddisfatto del risultato finale. Giustamente: la copertina è orrenda e se la gioca in bruttezza con The Final Cut. Ma chi se ne frega: Meddle è sempre stato uno dei miei album preferiti. Un po’ perché da ragazzo non lo citava mai nessuno, e quindi faceva figo. Un po’, e soprattutto, perché One Of These Days ed Echoes signoreggiano e soverchiano. A ciò si aggiunga il fatto che ho sempre voluto un cane e, per colpa di questo album, per anni nella mia testa ogni cane si chiamava Seamus (uuuuuuuuuuuhhhhhh, wof, wof).
Essendo una band sostanzialmente psicopatica e impossibilitata a essere normale, di fronte alla crisi creativa durante le prime settimane di registrazione si cercò di ovviare nella maniera più contorta possibile: ognuno suonava quello che gli pareva, in solitudine totale, e poi si mettevano insieme le parti sperando che meddle 3“combaciassero” o comunque suonassero bene. Ovviamente lo stratagemma non funzionò, ma Echoes cominciò a nascere proprio così. Parto faticoso: prima fu chiamata Nothings (sempre allegri, i Pink Floyd). Poi Son Of Nothings, quindi Return Of The Son Of Nothings. E infine Echoes. Meddle uscì il 5 novembre 1971 e diede vita a un tour omonimo. Consta di sei tracce, anche se quasi tutti conoscono soprattutto la prima e l’ultima. Ebbe buon successo in Inghilterra mentre non andò granché bene negli Stati Uniti, anche perché l’etichetta discografica non ci puntò per niente. E’ l’album più ventoso dei Pink Floyd ed è spesso il preferito – non senza motivo – dai fans della coppia Gilmour-Wright, che qui troneggia nella magistrale Echoes. Per certi versi è anche l’album più elegante della band. Più femminile, più “dritto”: se fosse un vino, sarebbe uno Champagne fresco, sapido e soprattutto verticale. Per nulla opulento, ma sensualmente slanciato verso l’alto. Attenzione però a sottovalutare Waters, non solo perché è Waters e dunque Dio, ma anche per almeno due motivi. 1) Il riff di basso di One Of These Days. 2) Il testo di Echoes, che mette insieme Genesi e Apocalisse, Vita e Morte, Amore e Assoluto, in una onirica anticipazione di ciò sarebbe deflagrato con The Dark Side Of The Moon. A differenza di tutti gli album successivi, non è un concept album. Ricalca anzi, per certi versi, Atom Heart Mother: primo e ultimo brano lunghi (con suite che copre pure qui un lato intero del 33 giri). E poi quattro brani (tre in Atom) relativamente “minori” al centro. In Meddle si riscontra una chiara matrice comune: una sorta di tenerezza bucolica, di atmosfera sospesa, di grazia poco prima del disastro. Una quiete prima della tempesta, laddove la tempesta è Dark Side Of The Moon o – se preferite – la psiche del Mahatma Roger. Analizziamo i brani.
One Of These Days. Per motivi che attengono più al metafisico che al servizio pubblico radiotelevisivo italiano, molti sono ancora convinti che questa sia solo la sigla di Dribbling, vecchio programma sportivo del sabato pomeriggio su RaiDue. In realtà è un’altra esplosione di genio del Songiu Roger, che trovò per caso – il suo Caso, quindi qualcosa che ha direttamente a che fare con la Creazione – questo riff di basso. Poi lo filtrò attraverso una meddle 5macchina per l’eco e lo rese qualcosa di molto simile a una cavalcata nella notte. Una notte fatta di lampi, di demoni. E di vento. Tanto vento. La linea di basso troneggia grazie alle due chitarre basso di Roger e Gilmour, che ancora non si sputavano in faccia dalla mattina alla sera (o lo facevano un po’ meno). La divina pazzia di Waters fa sì che, nel pezzo sostanzialmente strumentale, ci sia una microcitazione (la sigla del telefilm inglese Doctor Who) e una frase. Una sola frase, però tremenda. La pronuncia Nick Mason. La sua voce è irriconoscibile, perché in falsetto e filtrata elettronicamente. A Mason toccavano sempre queste parti da pinolo: era sempre lui, per esempio, a leggere le parti “blasfeme” del (finto) Salmo 23 di Sheep durante i concerti del tour Animals. La frase, scritta ovviamente dall’Uomo di Cro Magnon Waters, è allegrissima: “Uno di questi giorni ti farò proprio a pezzettini“. Subito dopo il brano esplode, in una grandeur di strumenti e genio che ti fa venire voglia di invadere la Polonia: però con allegria. Con chi ce l’aveva Waters? Con un disc jockey della BBC, reo di non so cosa ma sicuramente colpevole a prescindere, perché se resti antipatico a Waters hai sicuramente torto. A prescindere. In una intervista Waters ha raccontato anche che, prima di registrare il brano, la band ascoltasse un collage di pezzi di trasmissione del bischero della BBC per caricarsi e arrabbiarsi di più. Non ho mai capito se Roger scherzasse nel dire tutto questo, ma essendo una procedura folle è sicuramente vero. O così mi piace pensare. Il brano, va da sé, è pazzesco e vale da solo 38 carriere intere del 99% degli artisti dell’Universo. Sia lode.
A Pillow Of Winds. In una gara tra i brani meno noti dei Pink Floyd, giocherebbe tranquillamente per il podio. Non la noti quasi mai e non è né bella né brutta. Anche dal vivo, di fatto, non è stata ripresa mai più. Ha però una specificità: è un brano d’amore. Chissà cosa diavolo avessero in testa quelli lì quando l’hanno scritta. E’ addirittura tenera e sognante, cosa quasi sacrilega per i Pink Floyd. Secondo Mason, che non sai mai se prendere sul serio oppure no ma che ha scritto comunque un’autobiografia imperdibile (Inside Out), il titolo deriva da una mano del Mejong, gioco molto amato dalla band durante il tour di Atom Heart Mother.
meddle 4Fearless. Canzone famosa principalmente per il coro finale “You’ll never walk alone” dei tifosi del Liverpool. C’è però di più: ha una struttura garbatamente epica che supporta un testo stranamente speranzoso: evidentemente i demoni di Waters, in quei mesi, erano in ferie o quasi. Il titolo, peraltro, mi ricorda un film di Peter Weir con Jeff Bridges che ho sempre amato. Anche per questo, a Fearless ho sempre voluto bene.
San Tropez. Brano marginale, al di là di una criticuccia ai “lussi vacanzieri”. E’ l’unica traccia in cui a cantare è Waters e non Gilmour (spesso con Wright). Per anni è andata avanti la vulgata secondo cui, nel testo, fosse citata Rita Pavone. Colpa di alcuni testi tradotti in Italia quando ancora non c’era Internet, per esempio i volume Arcana (che ovviamente comprai subito). La stessa Rita Pavone ci ha giocato per anni e nega ancora l’evidenza. E’ vero che Rita Pavone alloggiò nello stesso hotel della band nel ’73, proprio sulla Costa Azzurra. Appunto: era il ’73. Due anni dopo il brano e il disco. Quindi quell’aneddoto non dimostra niente. Molto più semplicemente, il verso erroneamente trascritto come «I hear your soft voice calling to me / Making a date for Rita Pavone» è in realtà «I hear your soft voice calling to me / Making a date later by phone». Rita se ne faccia una ragione.
meddle 2Seamus. Intermezzo durante il quale si racconta cosa faccia Seamus in cucina. In Live at Pompeii, fatto quasi inaudito, a suonare la Fender Stratocaster non è qui Gilmour ma Waters, mentre David è dirottato all’armonica a bocca (e soprattutto alla voce). Seamus era il cane di Steve Marriott, chitarrista di Humble Pie e Small Faces. Nel brano è proprio Seamus a ululare. E ulula benissimo. Quanto l’ho amato, ‘sto cane. Uuuuuuuuuuuuhhhhh.
Echoes. Attenzione alla durata: 23 minuti e 31 secondi. Abbastanza per occupare tutto il lato B, ma soprattutto lo stesso tempo del segmento finale (chiamato “Giove e oltre l’infinito”) di 2001 Odissea nello spazio. Non è un caso: Echoes deve molto a quel film. Il rapporto tra Pink Floyd e Kubrick è sempre stato conflittuale. Kubrick, per esempio, voleva usare parti di Atom Heart Mother per Arancia meccanica ma i Pink Floyd non vollero. Decenni dopo, Waters chiese la voce di Hal 9000 per Perfect Sense (contenuta nel magistrale Amused To Death), ma il regista disse no. E a quel punto, per vendicarsi, Waters lo sfanculò in un messaggio nascosto del brano e letto al contrario (ve l’avevo detto che Roger è pazzo). Echoes è la suite attorno a cui ruota tutto il disco, nata dopo mesi e mesi di lavoro spesso frustrante. Decisivo, ancora una volta, Richard Wright. Un giorno quest’uomo meraviglioso e anzitempo volato via trova una nota per caso e gli piace. A quel punto estende quel suono, ottenuto da un meddle 6pianoforte a coda, e lo amplifica con un altoparlante Leslie. E’ il suono iniziale che tutto genera: un po’ ricorda un sonar, un po’ una goccia d’acqua che cade. Tale suono trova simbiosi divina con la nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour. La suite cambia più volte, si avviluppa, si accartoccia: entra la batteria, si distende su atmosfere new age, avvolge il cantato e vira poi su un mood improvvisamente funk. Il tema centrale viene poi come spazzato via dal vento, riemergendo dalle ceneri grazie al solito Wright, che qui dà del tu agli dèi come farà in The Great Gig In The Sky e in Shine On You Crazy Diamond Part VI-IX. Echoes è forse la suite in cui la band è a tutti gli effetti una band. Esiste solo il collettivo. Tutti marciano dalla stessa parte e lo fanno in stato di grazia. Basta ascoltare il giro di basso poco prima del minuto quattro: momento di g-r-a-z-i-a rara. Tanto cervellotici quanto ambiziosi, i Pink Floyd a fine suite riproducono l’effetto della Scala Shepard, ovvero il “canone eternamente ascendente”. L’effetto inseguito è quello di una scala che sale di altezza in modo indefinito. Qualcosa che trovi in Bach, ad esempio nelle Offerte musicali, ma quasi mai nella musica “leggera”: c’è in Echoes, c’è in I Am The Warlus dei Beatles. Non molto altrove. Echoes è impreziosita da uno dei primi testi pienamente maturi del Divino Roger. Le sue parole sono enigmatiche e inquietanti (strano): da una parte c’è un uomo che parla a una donna, o più verosimilmente a Dio (conoscendo Roger, io qui voto Dio). Dall’altra c’è una sorta di bignami della Genesi (sempre poco ambizioso, Roger). Il tempo è congelato, Dio accetta di incontrare l’uomo (“Io sono te e quello che vedo sono io“) e l’uomo non riesce appieno a scorgere il Divino (“Nessuno ci fa abbassare lo sguardo ma nessuno vola intorno al Sole“). Dopo il lungo intermezzo vagamente new age, tra vento (ancora) e albatros cristallizati, esplode il riff di chitarra che sta(rebbe) ad indicare il Big Bang dopo la pioggia e la quiete. Per quanto la si ascolti e la si conosca ormai a memoria, Echoes impone un ascolto sempre integrale. Interromperla prima della fine dovrebbe comportare come minimo l’ergastolo: non si interrompe mai la perfezione.
Buon ascolto, buon vento, buona meraviglia.

 

Un disco da maneggiare con cautela: The Final Cut dei Pink Floyd (anzi di Roger Waters)

final cutPerché parlo di The Final Cut dopo Animals e Wish You Were? Ci sono dischi dei Pink Floyd più famosi e riusciti, certo, ma da una settimana l’agognato “taglio finale” del Mirabile Nevrastenico ha (ri)cominciato a stregarmi. Perché? Boh, che ne so.
The Final Cut è uno dei dischi più divisivi e sottovalutati della storia del rock. I gilmouriani, in questa lotta idiota tra “fan di David” e “adepti del Messia Livido Roger”, lo odiano perché ormai Waters aveva preso il sopravvento. E in generale lo si conosce poco. E’ un peccato: non è un album perfetto, ma è ricco di intuizioni, vanta non poche meraviglie e mostra tutti i demoni di Roger. E’ qui, persino più del solito, che un artista tanto geniale quanto ferito mette a nudo ogni suo incubo e cicatrice. Ascoltando questo disco – lasciatevelo dire da chi lo sta facendo ininterrottamente da giorni – è come se si toccassero con mano tutti i fantasmi di Waters: la sua follia, la sua paranoia, il suo dolore. E’ un ascolto claustrofobico, quello che vi (ri)attende. Ma è un ascolto necessario, vuoi perché il “peggior” Waters (ma peggiore de che, poi?) è comunque divino e vuoi perché c’è una qualità letteraria enorme. Ogni brano nasconde variazioni, cambi di registro, rivoli inattesi. E’ uthe final 4n calvario in musica: un bel calvario, giusto e coraggioso. Tanto politicamente (poche opere sono così infarcite di nomi e cognomi) quanto umanamente (a ogni canzone viene voglia di abbracciare Roger e dirgli: “Dai, ti voglio bene, non fare così).
I Pink Floyd non esistono più. Divisi durante Animals, esplosi durante The Wall. Cito a memoria Nick Mason, per farvi capire il clima: “Quando Roger se n’è andato, ci siamo sentiti come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin“. Waters ha allontanato definitivamente Richard Wright, adducendo problemi matrimoniali e di cocaina (che il tastierista ha sempre negato). E’ l’unica cosa che non perdono a Roger: Richard non andava toccato. Lo scontro era già stato totale durante The Wall, al punto che Wright durante il tour fu relegato a “turnista” (curiosamente fu anche l’unico dei quattro a essere pagato, perché in quanto “turnista” doveva essere la band – che si svenò durante il tour di The Wall – a pagare i musicisti). Waters sostituisce Wright con Andy Brown e Michael Kamen. E sostituire un Pink è durissima. Negli anni immediatamente successivi, per sopperire alla mancanza di Gilmour, Waters dovrà infatti sparare altissimo e cercare prima Eric Clapton (The Pros And Cons of Hitch-Hiking) e poi Jeff Beck (Amused To Death: ascoltatevi la sua chitarra in What God Wants e godete selvaggiamente).final cut 2The Final Cut nasce ex novo, anche se qualche brano è in realtà uno “scarto” da The Wall. Il titolo iniziale era Spare Bricks, “Mattoni avanzati”. Waters aveva già scritto The Pros And Cons, che secondo Mason era superiore a The Wall (parliamone). Come ultimo capitolo dei Pink, Roger preferì però scrivere questo ennesimo concept album, stavolta dedicato al “requiem per il sogno del dopoguerra“. Un sogno, va da sé, ucciso anzitutto da “Maggie”. Cioè l’odiata Thatcher. E’ a tutti gli effetti, o quasi, il primo album solista di Waters e non l’ultimo dei Pink. Le atmosfere sono radicalmente cambiate, proseguendo lo stile di The Wall e anticipando quel capolavoro totale che sarà Amused To Death. Nel retrocopertina, non a caso, c’è scritto: “di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd“. Gilmour e Mason hanno un ruolo marginale, al di là di due o tre assoli celestiali di David di cui parlerò tra poco. La copertina è una delle più brutte nella storia dell’uomo e anche questo non ha aiutato. Il Divino Roger, che qui scopre l’olofono (microfono particolarissimo), esacerba quel suo cantato contronatura, fatto di parole scandite e/o sussurrate – che paiono giungere direttamente dall’Ade – e urla dilaniate non riproducibili da nessuno, se non dalla sua Ugola Folle.
roger 1Al disco non fece seguito alcun tour. Curiosamente gli unici che volevano intraprenderlo erano Gilmour e Mason: fu il Dux Waters a dire no, prima di andare in causa con la band (perse lui). L’album uscì il 21 marzo 1983. Dodici tracce, tredici nella edizione del 2004. Tanto per infondere ulteriore allegria, è pieno di suoni inquietanti, schegge fosche e bombe. Tante bombe. Waters, forse il pacifista più incazzato del mondo dopo Gandhi (che però l’incazzatura la celava benissimo), si scaglia contro l’assurdità della guerra delle Falkland, immagina di ricoverare i grandi (stronzi) della Terra in un ospizio che ha il nome del padre morto ad Aprilia e tocca apici celestiali quando pronuncia sadicamente “glitterati” (“gli-de-rad-di”). E’ qui che si nota, persino più del solito, quella sua maniera di pronunciare le parole sollevando il labbro superiore ai lati (“The Final Caaaaat“), che lo porta a esibire una smorfia giustamente luciferina. Più che cantare, sentenzia. Più che suonare, ci regala un de profundis allucinato eppure lucidissimo. Analizziamo i brani.
The Post War Dream. Si parte con una gran gioia di vivere. Un bell’organo da funerale, poi le prime parole: “Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso?/ E’ per questo che papà è morto?/ Era per te, ero io?“. Torna il tema della morte del padre, che qui domina molto più che in The Wall. E torna quel senso di colpa per la sua morte, esplicitato da Roger in un passaggio esiziale del film Roger Waters – The Wall del 2015. Il momento in cui Waters scandisce “What have we done/ Maggie, what have we done“, e poi fa la pausa prima di sillabare “to En-gland“, è una delle cose più solenni che abbia mai ascoltato: io amo quest’uomo.
roger 2Your Possible Pasts. Alcune frasi del ritornello vengono lette nel film The Wall di Alan Parker da quel citrullo querulo di Bob Geldof. La canzone racconta una volta di più l’impossibilità dei soldati di rifarsi una vita, dopo i demoni della guerra. La voce di Waters saltella dagli Inferi alla Morte come un po’ in tutto l’album, dando l’abbrivio a un assolo notevole di Gilmour: uno dei pochi momenti in cui ci si accorge che, nel disco, c’è anche David.
One Of The Few. Scartato da The Wall, comincia con un ticchettio e vede protagonista l’insegnante odioso di The Happiest Days Of Our Lives, che qui però è meno carogna e appare come un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Il titolo è una citazione da Winston Churchill. Per motivi ignoti, da ragazzo era una delle canzoni che amavo di più. E questo spiega forse molte cose.
When The Tigers Broke Free. Nella versione del 1983 non c’era, mentre compariva – diviso in due parti – nel film di Alan Parker. Interamente dedicato a Eric Fletcher Waters, padre di Roger morto ad Aprilia nel 1944 dopo lo sbarco ad Anzio. Talvolta è scritto con la “y” in “Tygers“. Il titolo fa riferimento a un carro armato tedesco usato nella Seconda Guerra Mondiale, il Tiger I. E’ l’unico brano in cui compare Wright, alle tastiere e pure come seconda voce. Si racconta come il padre di Roger morì in “un miserabile mattino nell’oscuro ’44” e nessuno si salvò dei Fucilieri Reali della Compagnia C. Nell’ennesimo parossismo autobiografico, Waters ricorda anche la lettera che Sua Maestà inviò alla madre per dirle che il marito era morto (“Era, ricordo, a forma di pergamena“). La chiusura è straziante: “La maggior parte di loro morti/ il resto morenti/ ed è così che l’Alto Comando/ portò via mio padre da me“. I demoni di Waters hanno raggiunto il grado 3000 della Scala Richter.
roger 3The Hero’s Return. Tutti in piedi: è un brano pazzesco, nel testo (come tutto l’album) e nella costruzione musicale. Era il lato B di Not Now John, dove peraltro è presente una versione più lunga. Anche qui si comincia con una citazione cristologica (“Gesù Gesù, ma che cos’è tutto questo provare/ a far filare dritti questi poveri ingrati?“). Doveva far parte di The Wall col titolo di Teacher Teacher. L’eroe torna dalla guerra e ricorda le feste che lo accolsero, ma ora tutto è lontano e l’unica cosa che gli rimane sono le parole del’artigliere (gunner) morente. Voglio segnalarvi il cantato del Divino in questo passaggio: “Sweetheart sweetheart, are you fast asleep“. Qui Roger fa una pausa e, con tratto gutturale e anzi cavernicolo, aggiunge: “Good“. Ecco: qui scivoli nell’abisso e fai “ciao ciao” a Caronte, mentre Waters è chissà dove in giro con la sua ascia rubata a Eugene. E non sta per niente careful nell’usarla.
roger 4The Gunner’s Dream. Ci siamo: scopriamo le ultime parole dell’artigliere morente. E’ una delle canzoni più intense del disco e ogni tanto Waters l’ha ripresa dal vivo. Il brano è introdotto da una esplosione, poi a metà canzone suonano le campane a morto (alè, allegria). Prima di morire, l’artigliere si congeda dalla famiglia e dal mondo con un sogno. Che è poi il sogno di Waters. La prima parte, al piano, è particolarmente toccante. L’artigliere immagina un mondo “dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente“, dove si possono esprimere dubbi e paure “a voce alta” e dove – soprattutto – “nessuno uccide più i bambini”. Sontuoso il sassofono di Rafael Ravenscroft, encomiabile l’apporto della National Phylarmonic Orchestra. Se non vi commuovete, avete un problema grave al condotto lacrimale.
Paranoid Eyes. Canzone straordinaria. Waters tratteggia la condizione frustrante di chi torna dalla guerra ed è costretto a mascherarsi da uomo “normale”, trincerandosi dietro “occhi paranoici” e poi “pietrificati“. Il crescendo è poderoso, il pianoforte di Michael Kamen ti avvolge e c’è simbiosi rara tra voce, apertura centrale di chitarra (roba pazzesca) e i soliti rumori angosciati di fondo – bambini che schiamazzano, marce militari, musiche marziali. E cosa resta? Quasi nulla: “Ora sei perso nella nebbia/ d’una rammollita mezz’età alcolizzata/ Alla fine il miraggio si è rivelato esser lontano miglia/ E tu ti nascondi/ Dietro miti occhi castani“. Dategli subito il Nobel. Su-bi-to.
roger 5Get Your Filthy Hands Off My Desert. Si può raccontare quella idiozia totale chiamata Guerra delle Falkland in neanche un minuto? Sì, se ci si chiama Waters e si dà del tu al Genio da quando si è nati. E quindi (dopo un’altra bomba introduttiva): “Breznev s’è preso l’Afghanistan/ Begin s’è preso Beirut/ Galtieri ha preso la bandiera Inglese/ E Maggie un giorno durante il pranzo/ Ha preso un incrociatore con tutte e due le mani/ Per farsela restituire, a quanto pare“. (Per la cronaca: da ragazzo ero in fissa con la strofa “Galtieri took the Union Jack“, che ripetevo anche e soprattutto quando non c’entrava una mazza. E pure questo spiega tante cose).
The Fletcher Memorial Home. In uno dei suoi momenti più ispirati di pacifismo, Waters immagina che i potenti della Terra vengano ricoverati in una casa di riposo che ha il nome del padre, dove possano restare eterni bambini – bambini idioti, ovviamente – e giocare alla guerra. Sfilano tutti i mostri dell’epoca: da Reagan a Haig, dalla Thatcher a Begin. Fino al fantasma di McCarthy e ai ricordi di Nixon. E poi un gruppo stupido di “ricchi (“glitterati“) latinoamericani imballa-carni”. Qualcuno, sullo sfondo, chiede in italiano “scusi dov’è il bar?“. Così Waters: “Portate tutti i vostri infanti troppo cresciuti/ Via da qualche parte/ E costruitegli una casa/ Un posticino tutto per loro/ La Fletcher Memorial/ Casa per tiranni incurabili e re”. E lì fateli giocare alla guerra: “boom boom, bang bang“. Di pregio l’assolo di Gilmour, che ricorda quello (titanico) di Comfortably Numb.
Southampton Dock. Waters tiene molto a questo piccolo brano: l’ha ripreso anche nel live In The Flesh del 2000. La canzone precedente si è chiuso con la “soluzione finale da applicare“. Qui si racconta di una donna nel molo di Southampton, “nocche bianche” e “quieta disperazione“. Chitarra morbida e cambio di passo col piano, quindi – ancora – il “final cut”: “Nel fondo dei nostri cuori/ Sentimmo il taglio finale“.
roger 6The Final Cut. Sì, ma che cos’è esattamente questo “taglio finale“? Waters, tanto per cambiare, parla soprattutto con se stesso e col suo desiderio di tagliare radicalmente col passato. E per passato intende non tanto i Pink Floyd, quanto i sensi di colpa per la morte del padre: “Non ho mai avuto la forza di dare il taglio finale“. La canzone che dà il titolo al disco, impreziosita da un assolo totale di David, è un altro apice lunare. Sogni e realtà, paure e fantasie: uno dei migliori affreschi esistenziali di Waters. Idolo.
Not Now John. Se qualcuno aveva bisogno della prova che Waters e Gilmour non avevano più nulla in comune, eccola qua. Un brano incasinato e sguaiato, l’unico in cui canta (male) David. Fu usato come singolo e vendette pure: mah. Non c’entra niente col disco, è la brutta copia di Young Lust. E’ come una scoria poco ispirata di un passato non più ripetibile. Tutto ha una fine: perfino i Pink Floyd. Cazzo.
Two Suns In The Sunset. Non poteva esserci finale più efficace. E ovviamente è un finale apocalittico. Canzone incredibile, che Roger chiama spesso “Two suns” e basta. Ti stropiccia, ti stordisce, ti straccia. Soprattutto ti straccia. L’avrò ascoltata mille volte, e ogni volta quel sassofono tenore di Ravenscroft mi trafigge neanche fossi un San Sebastiano postmoderno. I due soli al tramonto evocano una nuova esplosione nucleare. Ormai è tutto rovesciato e “il sole è ad est“: “Nel mio retrovisore il sole tramonta/ Annegando dietro i ponti della strada/ E penso a tutte le belle cose/ Che abbiamo lasciato incompiute/ E avverto delle premonizioni/ Sospetti confermati/ Dell’olocausto in arrivo“. Un bambino grida “Papà! Papà“, i freni si bloccano e scivoli con Waters contro l’autotreno: “Anche se il giorno è ormai finito/ Due soli nel tramonto/ Forse la razza umana è alla fine“. Il sogno dell’artigliere è evaporato per sempre. E in fondo non siamo che polvere: “E mentre il parabrezza si scioglie/ Le mie lacrime evaporano/ Lasciando solo carbone da difendere/ Alla fine capisco/ Quello che in pochi sentono:/ Carbone e diamanti/ Nemico e amico/ Tutti siamo uguali/ Alla fine“.
Buon ascolto. E fate incubi belli, ché anche quelli servono.