Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
gennaio: 2017
L M M G V S D
« Dic    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Articoli marcati con tag ‘Renzi’

Ebbene sì, la playstation è divertente anche a 40 anni

fullsizerender-6Le donne lo sanno, come cantava Ligabue. Tra le molte cose che sanno, c’è la sostanziale deficienza del genere maschile. Essa si esplicita in varie forme, che vanno dal grado ameno a quello rondolinico. Assai prossima al grado ameno c’è quella che definiremo qui demenza “cazzara”. Comporta quasi solo cose positive – divertimento, relax, spensieratezza – e si esplicita in varie forme. Una di queste, e si chiede qui ancora perdono alle amatissime lettrici, è giocare alla Playstation. E giocarci non tanto a venti o trent’anni, ma a quaranta. O a cinquanta. O – insomma – a qualsiasi “anta” che volete. Molti, e più che altro me, inorridiranno: “Davvero non avete di meglio da fare, voi maschietti?” Certo che ce l’abbiamo, e peraltro lo facciamo (quasi tutti: Nardella probabilmente no), ma questo è un giornale timorato di Dio. E poi non è mai elegantissimo star lì a elencare le proprie performance amatorie: mica siamo Cruciani qualsiasi. Gli attacchi però proseguiranno: “Non potreste, al limite, guardare una serie tivù o andare al cinema”? Certo, e anche questo lo facciamo, però non è che uno può guardare tutta la vita solo Breaking Bad o The Affair. Anche perché prima o poi le serie finiscono, Heisenberg muore e – soprattutto – una serie come The Affair provoca la rottura del rapporto di coppia che stavi vivendo: non è che uno può soffrire tutta la vita, ragazze. Ed è anche per questo che, a coloro che stanno per accusarci di “disimpegno” perché a 40 e passa anni preferiamo Uncharted 4 al cicaleccio politico, ribadiamo che c’è davvero un limite al masochismo: farsi calpestare in tacco 12 da Rosario Dawson è normale e anzi incentivabile, guardare al mattino Chiccotesta (sì, tutto attaccato) o Andrea Romano no. Quella è perversione, per giunta delle peggiori. Non ignoriamo la critica peggiore: “Anche Renzi gioca alla Playstation”. Ebbene sì. E posta pure le foto mentre lo fa con qualche suo pretoriano spelacchiato, magari in una delle molti notti in cui prima delle elezioni hanno vinto di sicuro e poi puntualmente (stra)perdono. Ecco: Renzi che gioca alla Playstation è il piccolo specchio tragicomico di una generazione rimasta impigliata in quella eterna (quasi) giovinezza che li porta a reiterare, da quarantenni, le stesse cose che facevano a vent’anni. E’ la crisi di mezza età 2.0, però spensierata e tutto sommato piacevole. Non è tremendo che Renzi giochi alla Playstation: è tremendo che sia stato Presidente del Consiglio (e forse lo sarà ancora, sempre per quella storia del masochismo frainteso). Lo si dica, lo si gridi: giocare alla playstation è divertente: a qualsiasi età. E’ una stacco innocuo, che non fa danno alcuno, a meno che il maschio suddetto fullsizerender-7passi tutto il tempo davanti alla tivù, magari un 65 pollici 4K comprato proprio alla bisogna. Nel qual caso, amiche lettrici, qualora il vostro compagno non assolvesse appieno ai suoi ruoli eroici di compagno, amico e amante: punitelo, traditelo, lasciatelo. Farete benissimo e se lo sarà meritato. In caso contrario, lasciatelo rincoglionire al 20% con Fifa 2017, mentre è convinto di essere stato acquistato dal Barcellona o di avere appena fatto un gol in rovesciata a Buffon su assist del mirabile Suso. Lasciatelo armeggiare con quella cosa mediamente astrusa che una volta si chiamava joystick e ora DualShock. Lasciatelo nel suo comico brodo di giuggiole fatto di “R2”, tasto “quadrato” per tirare e “triangolo” per il passaggio filtrante: è una cosa grave, ma non seria. Fidatevi. (P.S. Questo articolo, che tutta la redazione maschile del Fatto Quotidiano voleva scrivere ma non ne aveva il coraggio, contiene forti tracce autobiografiche. Se ne sconsiglia l’uso a seriosi/e noiosi/e). – Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2017

Crudelia Morani, la rondolina tatuata

schermata-2016-12-13-alle-09-38-22Eccola, è lei: Alessia Morani, la Rondolina tatuata. Matteo Renzi l’ha scelta a fine 2013 come “responsabile giustizia all’interno dell’ufficio di segreteria del partito”. E anche solo questo basterebbe per non votare mai Renzi, neanche se fosse l’unica alternativa a Steve Dickart in arte Mefisto. La sua pagina Wikipedia è sostanzialmente vuota, e in questo forse le somiglia. Le sue gaffe sono tali dal renderla una Bondi renzina, con l’unica differenza che il poeta Sandro (ovviamente renzino pure lui) non era dotato di crine, laddove invece Alessia si propone a noi con un fiero fascio altero di capelli spaghettati. Crudelia Renzon 2.0, Alessia Morani è una Picierno più incazzosa. Ambiziosa a caso e sempre accigliata, nonché schifata dal grillismo, Crudelia Morani soffre verosimilmente la sua condizione di renzina di terza fila. Fa parte dell’arredo dei programmi mattutini, ma non la ritengono degna delle prime serate. In passato è accaduto, ma venne dialetticamente zimbellata con agio atarassico da Massimo Cacciari. E quindi addio. Poiché al Fatto siamo house organ della Lombardi (di cui la Morani è variante mora), citiamo il più sobrio Espresso: “L’avevano fatta sparire dalle tv a fine agosto, dopo l’ennesima gaffe di fronte a un gruppo di terremotati. E invece adesso, complice forse l’avvicinarsi del referendum, Alessia Morani, 40 anni, renziana di marmoreo entusiasmo, avvocatessa del montefeltrino e vicepresidente dei deputati Pd, vive una nuova primavera catodico digitale, con la solita baldanza anche di fronte a un indice di avversione sul web (da parte dell’area grillina soprattutto) giunto a livelli massimi”. Forse è stata un’idea del mitologico Jim Messina, ma per il referendum la Morani è stata scongelata. E i risultati si sono visti. Quando c’è da sbagliarne una, la Morani signoreggia. Inciampa sui terremotati, straparla di aggressioni grilline, insulta chi non ha lavoro (“evidentemente chi è a reddito zero non è che nella vita precedente abbia combinato granché”) e giganteggiasui pensionati: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, e che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse e che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Traduzione brutale: Pensionati, siete poveri e vi attardate a morire? Ipotecate la casa e non rompete le scatole. Si vola. Dopo le gaffe, la Morani è solita metttere la toppa peggiore del buco nella sua pagina Facebook, che vanta peraltro meno fan di Tabacci. Ancora l’Espresso: “Mentre nelle sacre stanze del Pd qualcuno si metteva le mani nei capelli, Morani ha continuato imperterrita a difendere la sua uscita, anche su Facebook e gli altri social network. Somigliando in questo caso le sue argomentazioni a quelle del berlusconiano Niccolò Ghedini, del resto avvocato pure lui, che ha sempre avuto la sublime capacità di confermare, entro la quinta riga, la notizia che tentava in prima riga di smentire”. Rondolina tatuata, Ghedini 2.0 e Bondi spaghettata: son soddisfazioni, Crudelia Morani. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 13 dicembre 2016)

Chicco Testa, idolo di noi tutti

schermata-2016-12-06-alle-10-09-00La gogna indicibile di Renzi e renziani, spazzati via dal 60% di “no” alla loro obbrobriosa riforma, genera gioia su tutti noi. Non siate parchi: esultate smodatamente, ora con cortei e ora con vere e proprie torcide. Tale gioia diviene quasi parossistica se si pensa al dolore che sta devastando i pretoriani del Mister Bean di Rignano. Quando siete tristi, pensate alle sofferenze che stanno provando in queste ore Carbone, Serracchiani e Rondolino. Abbeveratevi con goduria ai loro patimenti e non abbiate pietà di loro, come loro non volevano averne nei confronti della Costituzione. Se poi Rondolino non vi basta, alzate la posta (anche perché abbassarla è impossibile) e pensate a Chicco Testa. Molti di voi non lo conosceranno: tranquilli, non vi perdete poi granché. Chicco Testa è la versione più anziana di Andrea Romano. Entrambi assai svolazzanti nella coerenza politica, condividono la tendenza a correre sempre in soccorso del vincitore. Ma condividono pure la capacità di trasformare – in un nanosecondo – quel vincente in perdente. Se Romano ha ammazzato in rapida sequenza D’Alema, Monti e ora Renzi, Chicco Testa vantava un’orgogliosa appartenenza alla sinistra ambientalista quando non radicale. Legambiente, PCI, PDS. Mica niente. Lo si vedeva, nel salotto poco buono ma divertente di Gianfranco Funari, e veniva oggettivamente da pensare: “Toh, mica è male questo qua”. Poi, come quasi tutti i leader “de sinistra”, l’ineffabile Testa si è rivelato appena deludente. Nonché vagamente contraddittorio, per esempio quando da ecologista si reinventò nuclearista fervente. Uomo pacato e mai sopra le righe, l’ex presidente dell’Enel minacciò in diretta il geologo Mario Tozzi con parole sature di misericordia e democrazia: “Ti spacco la faccia!”. Convertitosi al pensiero debolissimo del renzismo arrembante, da mesi l’indomito Testa ristagna in tivù. Soprattutto su La7. Sempre garbato e piacevole, ha definito Gianluigi Paragone “straccione” e si è fatto umiliare da Salvini come un Nardella qualsiasi. L’ameno bergamasco Testa, che si fa ancora chiamare Chicco sebbene non ne abbia più l’età, ha seguito lo spoglio del referendum su Twitter. Era convinto di vincere, ma la sconfitta l’ha comunque presa benissimo. All’apice del rispetto per gli avversari, nella notte ha infatti twittato: “Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza (testuale, NdA) e il peggiore a Napoli, Bari e Cagliari. C’ e’ (testuale, NdA) altro da aggiungere?”. Di fronte alle accuse di razzismo, il sedicente tombeur de femmes Chicco Testa non ha cancellato il tweet. Ancora di razzismo venne accusato d’estate, quando affermò sobriamente: “I profughi di Capalbio? Non vengano a bighellonare”. Ieri mattina, più spennacchiato e accigliato del solito, il mitologico Testa era di nuovo su La7. Ha detto che Renzi in fondo ha vinto, perché ha preso il 40% dei voti e col 40% si vincono le elezioni. Poi, mentre Sallusti lo zimbellava, è arrivata l’ambulanza. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2016. Rubrica Identikit)

Aiuto, viene (quasi) voglia di rivalutare D’Alema

dalemaSono davvero tempi strani. Ci si sente così soli, tristi e spaesati che capita di essere d’accordo con Brunetta. Capita pure di trovare condivisibile Ciriaco De Mita. Addirittura: capita di aver quasi voglia di rivalutare Massimo D’Alema. Politico di innegabile preparazione e scaltrezza, ha sempre ostentato quella sua antipatia contagiosa, che sarebbe parsa peraltro evidente anche senza ostentarla. La sua idea di opposizione a Berlusconi era, come minimo, diversamente ficcante. Infatti si è inventato la Bicamerale e altri demoni. Uomo permaloso come pochi e forse nessuno, escludendo (va da sé) dal conteggio Baricco e Ligabue, D’Alema tollera benissimo le critiche. Se lo prendi contropelo, non ti punisce certo col confino: poiché altamente democratico, si limita a giurartela in eterno. Ovvio che, partendo da presupposti simili, l’ipotesi di (quasi) rivalutarlo non appariva fino a ieri probabilissima. E invece: vedi te quel che riesce a ottenere Renzi. Molti dicono che D’Alema sia l’avversario ideale per l’attuale Presidente del Consiglio: più Baffino esorta a votare per il no, più tutti si reinventano fan di Staino e Verdini. E’ possibile. Eppure, se fosse possibile limitarsi a quel che una persona scrive e dice, senza considerarne la simpatia e antipatia, risulterebbe complicato dare torto a D’Alema quando parla delle “riforme” costituzionali pensate (parola grossa) dai renzini. Ogni volta che lo cercano, D’Alema infierisce su qualsivoglia rivale politico con adorabile supponenza. La sua dialettica ha sempre avuto pochi rivali, sin da quando era aduso a mettersi in tasca Ferrara nei confronti diretti (e mettersi in tasca Ferrara, lo capite bene, non è mai stata operazione da tutti). Ora, però, alla dialettica si è unito un surplus di perfidia sadica. Ancor più quando parla di Renzi, su cui D’Alema suole infierire con sicumera rara, trattandolo come un pesce forse pingue ma certo piccolo. Anzi piccolissimo. D’Alema è un fiume in piena: zimbella Casini, perculeggia i Don Abbondio della minoranza Dem e scudiscia con adorabile arroganza questa “nuova classe dirigente” piddina, fatta spesso da droidi giulive e yesmen fragilissimi. D’Alema resta imperdonabile, e senza i suoi errori oggi non dovremmo probabilmente sopportare questo erede caricaturale di Berlusconi, ma allo stato attuale è uno spettacolo. E’ così in forma da reagire alla consegna di un Tapiro consegnando lui stesso un tapiro all’inviata di Striscia la notizia, come un attore consumato. Il rovesciamento di questa nostra contemporaneità è tale da far venire voglia di difendere D’Alema anche quando dà una manata al vassoio degli agnolotti di una giornalista de L’Arena. Certo, è stato maleducato, ma poche cose sono sacre come portare a spasso il proprio cane. E’ un momento di sospensione dalle brutture e delle storture. Una parentesi quasi divina. “Non rompetemi le palle proprio adesso”, ha lasciato intendere D’Alema. Il gesto resta scortese, ma la motivazione è un’altra volta granitica. (Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2016, rubrica Identikit)

Le promesse di Renzi, dal Ponte sullo Stretto all’abolizione della morte

renzi1La promessa del Ponte sullo Stretto è solo la prima di una lunga serie di mosse, studiate per far vincere il sì dai guru della comunicazione Jim Messina (già sicario di Cameron) e Jim Massew (noto motivatore creato da Maccio Capatonda). Da qui al 4 dicembre, in un esaltante crescendo, Renzi vi prometterà quanto segue.
Varo del Gelmini’s Tunnel. Se voterete sì, Renzi si impegnerà personalmente a creare quel tunnel dal Gran Sasso al Cern di Ginevra che la troppo umile Ministro Mary Star Gelmini si era solo limitata a sognare. Tale tunnel, realizzato in titanio, sarà lungo 900 chilometri. L’opera, di per sé monumentale, verrà eseguita personalmente da Cantone e creerà 370mila nuovi posti di lavoro.
Abolizione della forfora. Basterà un “sì” il 4 dicembre e la forfora verrà alfine estirpata. Se poi degli avamposti di dermatite seborroica dovessero odiosamente sopravvivere alla vittoria del sì, e dunque al trionfo della democrazia, per ucciderli sarà sufficiente leggergli il nuovo articolo 70 in tutto il suo chilometrico splendore. A quel punto la forfora si suiciderà da sola.
Cena a lume di candela con Filippo Sensi. Renzi è stato a lungo dubbioso in merito a tale promessa, e in effetti il di cui sopra Sensi non è esattamente quel figaccione che ci si aspetti. Anche Jim Messina non era troppo convinto. Quando però gli hanno detto che la promessa alternativa era un cappuccino con Orfini appena sveglio, Messina si è convinto. Italiane tutte: votate “sì”. Sensi vi aspetta. E forse anche Orfini.
Scudetto alla Fiorentina. Renzi ha promesso a tutti i suoi concittadini lo scudetto che manca a Firenze da quasi cinquant’anni. Certo, una tale promessa potrebbe indispettire i tifosi di tutte le altre squadre, provocando con ciò un’erosione dei consensi. A ciò si ovvierà promettendo lo scudetto a tutte le città visitate da Renzi, comprese Casalbuttano (“Vi meritate la Champions”, ha già detto Matteo ai casalbuttanesi) e Ortignano Raggiolo. A fine campionato qualcuno resterà scontento e scoprirà il bluff, ma tanto saremo a giugno e avremo già votato da un pezzo. Quindi stica.
renzi2Eataly Sun. Se vincerà il sì, Renzi permetterà agli italiani di toccare con le loro manine il Sole. Per far ciò, lo farà smontare dalla Galassia tramite una spedizione spaziale guidata da AstroSamantha, che provvederà poi a riporre il Sole in una teca di ghisa gentilmente fornita da Oscar Farinetti. A quel punto, per toccare il Sole, basterà andare da Eataly e, già che ci siete, ordinare una Pizza Margherita Boschi con lievito madre e farina di kamut.
Iscrizione gratuita a FacePicierno. Con la vittoria del sì, Renzi potrà coronare uno dei sogni a cui maggiormente tiene: varare un social network tutto suo. Per questo, ieri, ha detto: “Grazie al sì sarò il vostro nuovo Zuckerberg”. Il nuovo social network, studiato da Andrea Romano, si chiamerà FacePicierno perché tutti gli avatar degli utenti dovranno ritrarre per legge un primo piano della nota europarlamentare campana. FacePicierno sarà caratterizzato da una grafica sobria, una chat privata con Gozi e una voce guida doppiata da Laura Boldrini.
Menu Rondolino. Chi voterà potrà gustarsi gratis, nel ristorante che preferisce, un Menu Rondolino. Il menu prevede, tra gli altri, Bave alla Meli, Abbacchio alla Carbone, Peposo di Lavia e Mascarpone con scaglie di Nardella Glassato.
Voodoo Mania. Chi voterà “sì” avrà anche in regalo una bambolina voodoo della Gufi Collections, che ritrae i peggiori professoroni del paese. Potrete scegliere tra Zagrebelsky Il Vile, Picchia Travaglio, Criminal Gomez, Lo Zozzo D’Alema, Skanzi Suka, Il Poro Civati e mille altri. Gli spilloni per trafiggere le bambole sono stati disegnati personalmente da Marchionne.
Pena di morte alla morte. Con la vittoria del sì, Renzi ha solennemente promesso che abolirà la morte. Dal 5 dicembre morire sarà vietato. Qualora poi la morte non fosse d’accordo, sarà condannata essa stessa a morte. (Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2016)

Bignami del M5S, dai VDay alla sfida a Renzi

foto1Il Movimento 5 Stelle nasce a Milano il 4 ottobre 2009, per volere di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. E’ la versione definitiva di ciò che erano stati i Meet Up, gli Amici di Beppe Grillo e le Liste Civiche. Il vero anno di nascita è il 2005, quando vede la luce il blog di Grillo. Il successo dei primi VDay (2007 e 2008) dimostra che Grillo ha un potere politico enorme, ma i media nostrani dormono e rosicano. I segnali del boom del 2013 sono molteplici: il buon risultato nel 2010 in Piemonte (la Bresso darà ai “grillini” la colpa della sconfitta con Cota) e in Emilia Romagna, culla dei primi successi ma anche delle faide interne più virulente. L’anno prima Grillo si candida alla segreteria del Pd: già al tempo ripeteva “meglio un nemico vero di un amico finto”, a conferma di come detestasse di più l’apparente democrazia del Pd rispetto alla palese negatività dei berluscones. Nel 2011 il M5S cresce ancora, entrando in 28 comuni e stupendo da più parti (per esempio ad Arezzo). Nel 2012 vince clamorosamente a Parma. A ottobre 2012 il Movimento è prima forza in Sicilia. Celebre il gesto dell’attraversamento a nuoto dello stretto di Messina da parte di Grillo, che tanti paragonano alle imprese muscolari di Mussolini per riverberare il concetto che “i grillini sono fascisti” (ma all’occorrenza comunisti, leghisti o terroristi). Il risultato alle politiche di febbraio 2013 è un terremoto: 25.55% di voti in Italia, 9.67% all’estero e 8 milioni e 700mila voti alla Camera (109 deputati). Bene m5sanche in Senato:23,79% in Italia e 10% all’Estero (54 senatori). Per il Parlamento italiano è una rivoluzione: entrano 163 “cittadini”, per nulla politici di professione. Dentro c’è di tutto: gente scampata alla legge Basaglia (spesso espulsa nelle tante epurazioni), figure anonime e profili che stupiscono per carisma e preparazione: da Di Maio a Di Battista, da Morra a Lezzi. Mentre i giornalisti si impegnano alla “caccia al grillino scemo”, i 5 Stelle riescono a perdere un milione di voti in un colpo solo, quando – durante lo streaming con Bersani – Crimi e Lombardi giocano pietosamente al poliziotto buono e cattivo. I 5 Stelle fanno bene a dire no a Bersani, che non chiede loro di governare assieme ma un furbastro appoggio esterno, mentre sbagliano a non fare il nome di un premier gradito durante il secondo giro di consultazioni (e Letta ringrazia). Le Quirinarie dicono Rodotà, ma il Pd prima accoltella Prodi e poi rispolvera Napolitano: per il M5S è una botta tremenda. Da allora i 5 Stelle si distinguono per una opposizione vera e senza sconti, ma anche per una ipercoerenza che scivola talora nel velleitarismo politico. Mentre i media elucubrano sulla “mancanza di democrazia interna” e su “Casaleggio nuovo Goebbels”, spunta Renzi. All’inizio è lui a vincere tutto: li trita alle Europee e li tratta da pezzenti negli streaming. Poi, dopo la vaccata del #vinciamonoi e l’harakiri dell’Aventino televisivo (ma anche la vittoria a Livorno) nel 2014, cambia tutto: Renzi cala e i 5 Stelle crescono. Dimostrano di averci visto giusto in molte occasioni, risalgono nei sondaggi e varano – su volere di Casaleggio, scomparso il 12 aprile 2016 – un “Direttorio” composto da 5 figure di spessore (a parte il tragicomico complottista Sibilia). E’ la fase 2, quella del “passo di lato” di Grillo. Il resto è storia (e trionfi) di ieri. Se Renzi aveva come primo obiettivo quello di uccidere i “grillini”, non solo non ci è riuscito: li ha pure rafforzati. (Oggi, 26 giugno 2016, Il Fatto Quotidiano dedica uno speciale di quattro pagine al M5S. A me è toccato il riassunto breve delle puntate precedenti)

Identikit: Mario Adinolfi (che non è sempre stato così)

adinolfi 4Sembra impossibile, ma Mario Adinolfi non è stato sempre così. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui era spesso condivisibile. O comunque stimolante. Ha sempre avuto una natura catto-comunista e dunque intimamente contraddittoria, ma nella seconda metà degli Anni Zero capitava di essere d’accordo con lui. Per esempio quando, in tivù, con la sua dialettica notevole zittiva i Sallusti e Barbareschi. Tra i primi a capire il potenziale di Renzi, tra i pochi a sapere di cosa stesse parlando quando nei talkshow si affrontava l’argomento “Grillo politico” (prim’ancora che il Movimento 5 Stelle nascesse). Provocatore, ma tutto sommato centrato. Nel 2007 si candida alle primarie del neonato Partito Democratico, dimostrando già allora un feticismo patologico per le percentuali da prefisso telefonico. Nel 2008 è primo dei non eletti nel Pd, venendo ripescato nel 2012 e ritrovandosi deputato per neanche un anno. Era già allora un Giuliano Ferrara in diesis minore, ma sembrava al tempo possibile riscontrare nel suo percorso un filo logico. Poi, tragica, la slavina: da Ferrara debole a Giovanardi extralarge, da anti-Veltroni a neo-inquisitore caricaturale. Povero pokerista Mario: che gli sarà mai successo? Le prime avvisaglie del crollo si erano scorte quando era divenuto franceschiniano e fornariano, difendendo con trasporto orgasmico la sciagurata riforma e trattando gli esodati come appestati purulenti. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E’ vero che i grandi dividono sempre, o li ami o li odi, ma Adinolfi di grande ha ormai solo il girovita. E’ tanto noto quanto odiato, quasi che il suo obiettivo fosse divenuto – chissà perché – assurgere a Gasparri 2.0. Uno di quelli che citi quando vuoi prendere un esempio terra terra: appunto, come Gasparri. Poco celebre e molto celeberrimo, Adinolfi non ha fan né pubblico. Ma finge di non saperlo. Scrive libri raggelanti sui “falsi miti del progresso”, tipo “Voglio la mamma”, e per venderli deve fare il porta a porta (ma non gli apre nessuno). Fonda quotidiani esiziali dai titoli cristologici, tipo “La croce”, che hanno vita cartacea più breve di qualsivoglia governicchio balneare (4 mesi e tre giorni). Pervaso da un misticismo al cui confronto Brosio è agnostico, colleziona ulteriori contraddizioni sposandosi a Las Vegas (nota enclave cristiana) e confessandosi a La adinolfi 3Zanzara (noto consesso timorato di Dio). Tiene una rubrica settimanale su Radio Maria, “Il mormorio di un vento leggero”, che solo a sentirla una volta diventi ateo in un amen (ops). Arringa le masse al Family Day e poi, con narcisismo tronfio, torna a sopravvalutarsi. Al punto da candidarsi a sindaco di Roma: “Penso che andrò al ballottaggio con Giachetti”. Come no: 0.6%. Il solito plebiscito. Lui però non molla e anzi rilancia dal pulpito di Facebook: “Qualsiasi cosa accada oggi, il sangue è tornato a circolare nelle nostre vene”. Parole in libertà. Quella “libertà” che, negli altri, lo terrorizza e lo porta ad attaccare tutto ciò che gli sembra satanico: i gay, l’aborto, l’eutanasia. E già che c’è pure Kung Fu Panda. Nel frattempo anche la dialettica è invecchiata, infatti si fa travolgere in radio da Fabio Volo o su Italia 1 da Mughini. Un tempo dotato e oggi 45enne irrimediabilmente perso, di lui restano massime medioevali – “La donna deve essere sottomessa al marito” – e foto da Maalox, come i suoi piedoni massaggiati da quella santa martire della sua (seconda) moglie. Peccato, Mario: una volta non eri così. O non lo sembravi. (Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2016)

L’allegro fascismo del renzismo (Esposito vs Fedez)

Schermata 2016-05-19 a 12.58.46Non smette di commuovere l’autentica tolleranza dei governanti al dissenso. Stefano Esposito, il braccio comicamente violento del renzismo, tra una comparsata inutile e l’altra pietosa nel piccolo schermo ha tuonato: “Canti e non faccia comizi”. Ce l’aveva con Fedez, reo di esibirsi a Torino per la chiusura del Giro d’Italia. Esposito ha proseguito: “Conoscendo Fedez, noto per le sue simpatie politiche, trovarlo a fare un concerto una settimana prima della chiusura della campagna elettorale, a Torino, pagato anche con i soldi dei contribuenti, gli ho voluto far sapere che siamo una grande città aperta a tutti gli show artistici, ma che si ricordi che ci sono elezioni, quindi faccia un concerto ma non faccia propaganda”. Una logorrea straziante, resa addirittura drammatica da consecutio profuse a casaccio e – quel che è peggio – da un eccesso commovente di autostima: “Democratici sì, fessi no”. E qui non si capisce se faccia più ridere il ritenersi “democratici” o il non ritenersi diversamente guizzante. Spazio poi alla minaccia: “Si ricordi che non suona per il M5S, ma per la chiusura del Giro d’Italia, quindi ci risparmi le sue opinioni politiche. A Torino diciamo uomo avvertito mezzo salvato”. Il simpatico manganellatore mediatico ha pure messo in mezzo il povero Schermata 2016-05-19 a 12.59.24Morandi: “Pensate se il 29 a quel concerto avesse suonato Gianni Morandi, noto per essere amico di Fassino. Avrebbero cominciato a dire che c’era un complotto” (certo: il famoso “Complotto di Morandi”, di cui già parlano i libri di storia). Gran finale: “Lui deve cantare. Quello è il suo mestiere”. E anche qui si sorride ancora, sia tenendo conto che per Esposito un cantante debba “solo” cantare (idea illiberale financo per Farinacci), sia che Esposito dia consigli musicali pur avendo ascoltato al massimo il bootleg di Gino Latilla a Tegoleto. Brevi considerazioni a margine di cotanta pochezza. Uno: Esposito è sempre più la variante pelaticcia di Anzaldi. Due: Esposito è sempre più caricatura di se stesso (e sì che sembra difficile, ogni giorno, far peggio di quello prima). Tre: così facendo, il rutilante Esposito ha regalato a Fedez ancora più popolarità di quella che già aveva. Genio. Se non fossero tanto arroganti quanto pericolosi, verrebbe quasi da compatirli, questi pretoriani queruli del nulla. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016)

 

Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)