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“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)

Pisapia, l’eterno uomo del quasi

Schermata 2017-07-04 alle 16.40.25C’è Pisapia, all’anagrafe Giuliano, e c’è Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. In due non ne fanno uno, o almeno così sembra. Un po’ si somigliano, anzitutto nel collezionare i quasi. Quasi di sinistra, quasi di rottura, quasi alternativi a Renzi. Quasi di opposizione, quasi arrabbiati, quasi ribelli (parecchio quasi). Entrambi odiano il carisma, essendo in ciò pienamente ricambiati. Come noto, una delle ultime frasi scritte da Salinger prima di andarsene fu questa: “Uscendo di casa ho visto un frassino. Mi è parso anonimo, poi però ho visto Pisapia e Orlando in tivù e mi è venuta voglia di rivalutare il frassino”. Pisapia è da un po’ sulle prime pagine, e già questo ci fa capire uno dei motivi della crisi dell’editoria: disquisire di ciò che interessa solo all’editoria, in un continuo trip da metalinguaggio solipsistico (l’ultima frase non vuol dire nulla, ma dà l’illusione di essere arguta. Come gli interventi di Philippe Daverio). Conoscete una persona – non cento: una – che non vede l’ora di votare Pisapia? No. Eppure se ne parla come se, dalle scelte di questo novello Berlinguer, dipendessero le sorti della sinistra italiana. Di più: del paese intero. Di più: dell’intera galassia. Prima che l’iconoclastia ci travolga, com’è poi tipico del Fatto, vanno qui ribaditi due concetti importanti. Uno: Pisapia è una brava persona. Due: Pisapia è stato un buon sindaco. Non è poco: magari, nella sinistra italiana, ci fossero stati più Pisapia e meno Genny Migliore. Da qui però a farne il nuovo Subcomandante Marcos, ce ne passa. Anche perché lo stesso Pisapia, arrogandosi una forza perlopiù immaginaria, prim’ancora di “ricostruire il centrosinistra” ha posto dei veti. Niente Fratoianni, perché lui non vuole; niente Civati, perché lui non vuole; niente Falcone-Montanari, perché lui non vuole. Già così si evince che l’idea di Pisapia, peraltro assai confusa, non è tanto quella di un nuovo centrosinistra ma di un vecchio centro, si presume più accettabile di quello di Renzi (ci vuol poco) e di Alfano (va be’, Alfano). L’uomo non manca di testimonial importanti, da Claudio Amendola a Sabrina Ferilli. Non si capisce però dove voglia andare. E qui torniamo a quel suo collezionar “quasi”. Se umanamente è un galantuomo, politicamente Pisapia chi è? A che gioco gioca? Da che parte sta? Sinora è stato (inconsapevolmente?) uno specchietto per le allodole al servizio di Renzi. Un abbindolatore di delusi di sinistra comprensibilmente schifati dal renzismo, che Pisapia porta a sé con l’illusione di “essere di sinistra”. Per poi però consegnarne i voti a Renzi. In questo senso, Pisapia è a tutt’oggi un fiancheggiatore del renzismo: se è questa la sua idea politica, il suo più che un progetto nazionale è una iattura biblica. Anche a Milano, con quella lista-civetta cara ai Lerner e Vecchioni, non ha fatto che condurre alla vittoria Sala. Cioè un berlusconiano. Cioè Renzi. Tomaso Montanari rimprovera a Pisapia – tra le mille cose – di avere votato sì al referendum del 4 dicembre. E’ però solo una delle tante criticità, anzi ambiguità, di Pisapia. Mentre tutta la stampa di quasi-sinistra ne parla, e con ciò spera (per esempio Scalfari) che assurga a decisiva stampella dell’Allegra Combriccola dei Lotti&Picierno, Pisapia continua a dire tutto e il suo esatto contrario. Prende tempo, tergiversa, cincischia. Se Veltroni era l’uomo del “ma anche”, lui è quello del “quasi”. Quasi renziano, quasi orlandiano, quasi prodiano. Quasi tutto. Quasi niente. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 4 luglio 2017)

Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)

Claudia Fusani, renziana querula di seconda fila

Schermata 2017-05-30 alle 09.07.29Ognuno è folgorato sulla via che merita. Chi da Dark Side Of The Moon, chi dai tempi dilatati di C’era una volta in America. E chi dal fascino di Dario Nardella. E’ accaduto, o così parrebbe, alla fiorentina Claudia Fusani. Per chi non lo sapesse, e la lista è lunga perché non parliamo di Dacia Maraini ma di una che da anni scrive per un quotidiano che non compra nessuno (ma che paghiamo noi), Claudia Fusani è quella signora bionda che sta sempre su La7 a difendere Renzi in tivù. No: non stiamo parlando di quell’altra, la Meli, anche se confondersi è naturale. Entrambe bionde, più o meno coetanee, turbo-renziane e ancor più anti-grilline. La Fusani, come subito si intuisce, patisce già un problema: è derivativa. E’ salita sul carro del niente, cioè del renzismo, quando c’era già troppa gente. Quindi la notano in pochi. In più è così diversamente pungente da apparire sempre una Rondolino in diesis minore, o una Meli che non ce l’ha fatta a essere Meli: e questo, lo capite bene, è un destino terribile. Attenti, però: Lady Fusani non è sempre stata così. Un tempo ormai lontano era firma di punta di Repubblica e sapeva fare il suo lavoro. Certo, allora riteneva intoccabile D’Alema (oggi lo lapiderebbe) e insopportabile Berlusconi (oggi tutto sommato le piace), ma scriveva anche bei pezzi: sulla “cricca”, sulla P3, sulle papi girls. Sul G8, sulla liberazione di Clementina Cantoni. Poi arriva la storiaccia Abu Omar, che travolge i vertici del Sismi: il capo Nicolò Pollari, i due funzionari Marco Mancini e Gustavo Pignero. Il Sismi si era creato un giro di fonti giornalistiche per spiare (anche) le firme sgradite. La spia più famosa era Renato Farina. Ma non c’era solo Farina. Giornalettismo riassume così: “A fungere da informatori, oltre all’agente Betulla, sono stati, per un certo periodo, anche due giornalisti di Repubblica: ovvero, proprio Luca Fazzo e Claudia Fusani. Come si evince dalle intercettazioni i due hanno intrattenuto rapporti con Mancini – e fin qui nulla di male – ma gli hanno anche inviato via fax una serie di articoli della coppia Bonini-D’Avanzo che raccontavano le magagne del Sismi”. Ovviamente, quando la cosa si sa, gli spiati e Repubblica non ci rimangono bene. Fazzo viene licenziato in tronco, la Fusani (che “ammette tutto e spiega che ha agito in questa maniera per preservarsi la fonte Mancini”, ricorda Giornalettismo) viene relegata al sito della testata. Poi passa a L’Unità su invito della neo-direttrice Concita De Gregorio. Si reinventa pure (simpatica) critica letteraria per Marzullo. Poi, mentre il quotidiano fondato da Gramsci e ammazzato da Renzi agonizza, arriva la folgorazione sulla via della faina guizzante di Rignano. Da allora la Fusani funge da pretoriana querula di seconda fila: se la Meli è la Santanché di Renzi, la Fusani è la Biancofiore qualsiasi del primo Gozi che passa. Le siamo vicini. Ogni tanto però sa dare spettacolo anche lei. Giorni fa, a Coffee Break, ha ribadito che il caso Consip non esiste: se quel caso avesse riguardato la Raggi, avrebbe come minimo evocato l’intervento della Wehrmacht sulle note di Farinetti. Poi – e qui si è tinta davvero di leggenda – ha accusato il collega Francesco Verderami di avere una voce sgradevole. Ecco: la Fusani che attacca un altro perché ha l’ugola stridula è come Giovanardi che accusa la Lorenzin di essere bigotta. Oltre la logica, oltre il buon senso, oltre il ridicolo. Tutte cose di cui la Fusani, ultimamente, non pare tenere granché di conto. (Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2017, rubrica Identikit)

 

Mario LaVia, un eroe contemporaneo

Schermata 2017-05-23 alle 11.33.27Nella colpevole indifferenza generale, un uomo lotta per noi contro le ingiustizie. Si chiama Lavia, Mario Lavia. A prima vista potrebbe venirvi voglia di pronunciare il cognome con l’accento sulla prima “a”, magari immaginandolo parente del grande regista teatrale Gabriele. Non è così: l’accento va sulla “i”, a conferma di come l’uomo in questione tenda sin dall’anagrafe a sbagliare tutto. Il cognome diviene quindi una sorta di “La via”: della conoscenza, della saggezza, dell’illuminazione. Potrebbe poi venirvi l’ulteriore desiderio – ancor più se nascondete perversioni stranissime – di cercare qualche sua notizia. Verosimilmente su Wikipedia. Spiacenti: Wikipedia è grillina e, in virtù di ciò, ha negato a Lavia il diritto di una voce su Wikipedia, che ormai non si nega a nessuno. Nemmeno al primo Nardella che passa. E’ però possibile che Lavia non sia su Wikipedia poiché non esistente in natura, assurgendo dunque a mera essenza: a idea, a concetto, a topos. Più che un uomo, un’ipotesi di vita. In questo caso, laddove non esistente ma solo immaginato, il primo a guadagnarci sarebbe Lavia stesso, perché le uniche notizie che si trovano su di lui riguardano l’abbattimento efferato – di cui si sarebbe reso protagonista – di testate imprecisate come “Europa” oppure un tempo nobilissime come “L’Unità”. Più che un giornalista, un cecchino. Anzitutto di se stesso. Per vie misteriose, La Via è spesso in tivù. Si direbbe che sia al soldo di Di Maio e Di Battista, perché nessuno come lui fa propaganda grillina. Nemmeno questo giornale, come noto (e come asserisce La Via) house organ di Grillo & Casaleggio. Una settimana fa La Via era a DiMartedì. Giovanni Floris, che quando vuole è più sadico del marchese De Sade, lo ha introdotto come “giornalista dell’Unità tivù”, che è un po’ come invitare un cronista alla Domenica Sportiva e presentarlo come “firma della Polisportiva Fracazzo di Trastulla Moscia”. Non solo: Floris lo ha messo contro Travaglio e Davigo. Lasciando stare il primo, che in quanto direttore di questo giornale empissimo ha torto a prescindere, mettere Lavia contro Davigo è come schierare Pupo contro Jimi Hendrix. Infatti è stato un massacro. Sangue ovunque nel selciato. Una mattanza. Di cui, beninteso, La Via neanche si è accorto. Non sapendo mai nulla di nulla, ha sempre l’aria di uno che non si accorge mai delle castronerie che regala. E questo, oggi, aiuta. Le caratteristiche di La Via sono tre. La prima è quella di non avere caratteristiche. La seconda è quella di sudare sempre copiosamente. Per carità, ognuno ha le ghiandole che si merita, e tutti noi se fossimo nati ghiandola sudoripara di La Via saremmo incazzati da mane a sera e per questo come minimo iper-produttivi, ma andare ogni volta in tivù come Zidane a fine partita fa un po’ senso alla vista. La terza caratteristica di La Via è la sua capacità camaleontica di imitare alcuni dei più grandi esponenti politici della seconda Repubblica. La Via, in particolare, ha un debole per Ghedini e Biancofiore. Ne ha così creato un mix, che predica non più il Culto di Silvio ma il Vangelo di Matteo. Nonché il Santissimo Verbo di Maria Elena. In questa sua veste di imitatore, La Via eccelle. E’ davvero straripante. In taluni casi ricorda persino Bondi. O addirittura Capezzone. Certo, ne è derivazione e quindi versione fatalmente minore, ma la sua opera è comunque meritoria per zelo, impegno e abnegazione. Sia dunque lode: egli è La Via. (Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2017, rubrica Identikit)

Richetti, il Matteo bravino che fa carriera al servizio di Renzi

Schermata 2017-05-17 alle 15.41.29Secondo uno studio recente dell’Università dell’Illinois, le tre cose più difficili da riscontrare in natura sono gli ufo, un centrocampista buono nel Milan e un renziano preparato in tivù. Quando si tratta di invitare un fan del renzismo, cioè del niente, nelle redazioni scatta il panico. I programmi del mattino e del pomeriggio sono costretti a raccattare le prime Rotta e Morani che trovano, oppure il primo Ricci che suona al citofono. Se il dramma è poi totale, ci si accontenta perfino di qualche renziano di terzo o quarto pelo, tipo Andrearomano (tutto attaccato, come un mantra laico), Rondolino o Genny Migliore. Non ci permetteremmo mai di asserire che tutti i renziani siano così, ma di sicuro lo sono (quasi) tutti quelli che cianciano ne piccolo schermo. Per questo, nell’ecosistema, la funzione di Matteo Richetti risulta decisiva. Egli è l’eccezione che conferma la regola, nonché la dimostrazione che per far parte del giglio magico-tragico non è obbligatorio odiare i neuroni come la lebbra o il tifo. Richetti è nato a Sassuolo nel 1974. Giornalista pubblicista, ex Margherita, rottamatore ante-litteram con Renzi, Civati e Faraone (non è una battuta). Richetti ha vissuto un lungo periodo in naftalina. I motivi non si sono mai saputi. Secondo molti, la rottura con Renzi&Boschi atteneva più a motivi privati che politici. Di sicuro, per quasi tutta la legislatura attuale, Richetti è stato l’anello di congiunzione tra renzismo e civatismo. La versione “maanchista” post-contemporanea: lui era contro Renzi, ma anche a favore. A lui non piaceva il governo, però tutto sommato gli piaceva. Lui non stimava alcuni colleghi di partito, almeno fuori onda, però poi in onda li stimava parecchio. E via così, tra un Otto e mezzo e un DiMartedì. A differenza di molti renzini di allevamento, Richetti si è guadagnato la prima serata in virtù di preparazione, eloquio e faccia da bravo ragazzo. Persona preparata, intelligente e simpatica, Richetti adotta sistematicamente la tattica del “non sono d’accordo con lei ma la rispetto”. Non appena si trova davanti un giornalista che non ha il poster in camera di Nardella, cerca di ammansirlo dicendo cose tipo “io stimo gli amici del Fatto Quotidiano”. Fa sempre così. E’ medaglia d’oro nella specialità “Indoramento di pillola”. Richetti non è uomo da panchina e, con pazienza, ha saputo riguadagnarsi la scena. E’ accaduto quando, nel periodo pre-referendario, l’impreparazione della “classe dirigente” renziana è esplosa in tutta la sua mestizia. A quel punto Renzi ha dimenticato i dissapori passati e lo ha assoldato in fretta e furia come fedelissimo. Il suo ruolo? “L’intelligente garbato” nel gran circo barnum renzino. Da allora Richetti è diventato un Orfini bellino, maramaldeggiando alla Leopolda come ai bei (?) tempi e garantendo che il “sì” ci avrebbe mondato da tutti i peccati. Dopo la sconfitta, non ha fatto un plissé. Anzi: è sempre più querulo e potente. “Pisapia ha votato Sì e ora deve scegliere tra noi e D’Alema”. “Gentiloni deve attuare le riforme di Renzi”, “Non è nato il partito di Renzi: è nato il nuovo Pd”. “Mai con D’Alema e Bersani”. Eccetera. Matteo (quello bravino) è lanciatissimo. Sarà presto ministro e lo attende una carriera trionfale. Complimenti. Certo, guardando la sua parabola vien da ripensare a quel che disse Nanni Moretti a Gianfranco Fini, ovvero se valesse la pena fare carriera a costo di diventare il maggiordomo di un caudillo improponibile. Ma non si può avere tutto dalla vita. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2017, rubrica Identikit)

Torna in te, Benigni: vederti così fa troppo male

Schermata 2017-04-25 alle 14.52.51Ci sono personaggi che è divertente criticare. Per dire: Nardella. Lo guardi e ridi. Per altri viene naturale e quasi doveroso. Poi ce ne sono altri che, invece, vorresti continuare a stimare. Di più: a volergli bene. Solo che non ce la fai più. Forse sei cambiato troppo tu, forse è cambiato troppo lui. E non certo in meglio. Appartiene a questa ultima categoria, ed è forse il primo della lista, Roberto Benigni. Che gli è successo? Il caso Report, tra divieti di sosta, sorpassi contromano e patenti sospese neanche fosse un Balotelli tardivo, è solo l’ultimo esempio. Quando le inchieste riguardavano Berlusconi, Report era la trasmissione più bella del mondo. Quando hanno raccontato una vicenda che lo riguarda, e dalla quale gli auguriamo di uscire indenne e cioè (realmente) innocente, ha reagito come Berlusconi. Come Berlusconi e come il suo amicone Renzi. Quel Renzi di cui è diventato cantore indefesso. Era già stato non poco indigesto – e pure pallosetto – vederlo tramutato da piccolo diavolo a nuovo pretino, pronto a insufflare ogni cosa di retorica: l’amore, l’inno di Mameli, la Costituzione (ops), la Divina Commedia. Qualsiasi cosa. Magari pure le istruzioni della caldaia, come immaginò su queste pagine Stefano Disegni (facendo arrabbiare da morire il suo permalosissimo entourage). Era stato indigesto, ma se non altro potevi ammirarne ancora il talento da divulgatore. Non puoi essere Cioni Mario per sempre. Certo. Ma neanche per forza devi diventare il Bondi spennacchiato del renzismo. Il suo voltafaccia sulla Costituzione è stato pietoso. Prima era la più bella del mondo. Poi si poteva cambiare, ma solo perché ora il “riformatore” aveva la maglia del Pd e non di Forza Italia (il cui capo, comunque, se non erriamo gli distribuiva i film). Poi è tornata la più bella del mondo, ma per poco: alla fine si poteva cambiare, ma giusto perché la riforma andava a toccare esattamente quelle parti che anche lui aveva sempre reputato (senza averlo mai detto prima) modificabili. Il “sì” avrebbe salvato il mondo, mentre il no sarebbe stata una sciagura come la Brexit, l’invasione delle locuste o uno strip di Orfini. Com’è diventato volubile, l’ultimo Benigni. Così volubile che, dopo il trionfo del no, si dice sia stato uno dei primi a chiedere di farsi cancellare dai sostenitori illustri del sì. Così volubile da dare sempre più ragione a Mario Monicelli, che lo riteneva un furbacchione per avere fatto liberare Auschwitz non ai russi ma agli americani, meritandosi (anche) con ciò l’Oscar. Qualcuno, soprattutto in Toscana, dice che è sempre stato così: un tipo bravo ad adattarsi. Non vogliamo crederlo. Che ti è successo, Roberto? Dov’è lo splendido guastatore degli esordi, quello con Carlo Monni, quello che non sembrava aver paura di nulla? Che senso ha essere satirici, se poi si diventa turiboli del potere? La storia degli artisti/intellettuali “di sinistra” è sempre più piena di delusioni cocenti. Molti di questi bastava guardarli e sentirli bene, per intuire come fossero solo dei bluff più scaltri di altri. C’erano però poi casi di comici brillanti, bischeri e genialoidi. Bastava una loro battuta e ti sentivi meno solo. Poi, di colpo, niente. Solo Yoko Ono travestite da Nikolette Brasky, tigri innevate a caso, messe laiche e peana al Potere. Rapportato al primo Benigni, quello attuale sembra un Robert Plant passato da Whole Lotta Love a una cover del Volo con lo zufolo. Torna in te, “il fu Robertaccio”: vederti così fa troppo male. (Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2017, rubrica Identikit)

Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)