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Bertinotti, il subcomandante nato leninista e finito ciellino

Schermata 2017-08-30 alle 14.32.23La cosa più bella della biografia di Fausto Bertinotti si incontra giusto alla fine della prima riga della sua pagina Wikipedia: “ex politico”. In quella prima parolina, “ex”, è racchiusa tutta la gioia liberatoria provata quando ripensi a qualcosa che prima purtroppo c’era e ora per fortuna non più. Certo, si potrebbe asserire non senza fondamento che quelli dopo di lui son quasi riusciti a farlo rimpiangere, ma si sa: essere di sinistra in Italia è dolore, è golgota, è martirio. Di fatto la sinistra italiana, salvo meritorie eccezioni, esiste per darti ogni giorno più voglia di diventare di destra. Ogni tanto di Fausto Bertinotti si torna a parlare, quasi sempre a fine agosto, quasi sempre durante l’avvincente meeting di Comunione e Liberazione. E’ qui che, ogni anno, l’ex compagno Fausto ci guida e – con ciò – ci detta la linea. Nato 77 anni fa a Milano, il subcomandante Berty ebbe l’anno scorso a dirci: “Il movimento operaio è morto, in CL ho ritrovato un popolo”. Parole forti, e soprattutto a caso. Come quasi sempre. La ricetta bertinottica, che faceva impazzire tanti barricaderi assai presunti e ben poco veri, è sempre stata così: un po’ di questo, un po’ di quello. E una spolveratina di niente. La tecnica oratoria era consolidata: parlar tanto per non dir nulla, abusando di immagini il più possibile auliche affinché tutti capissero che lui era comunista. Molto comunista. Sì. Però colto. Colto e figo. Tanto figo, come testimoniavano i completini di cachemire, il sigaro pendulo per sentirsi quasi Che Guevara, i portaocchiali al collo che in tutta la storia dell’umanità si è potuto permettere giusto Ivan Graziani. E poi quella “erre”, che il Lider Fausto soleva arrotare su se stessa con fare sommamente compiaciuto, prima di dispensare l’agognato Verbo lenin-marxista-bertinottista. Di lui forniva un’imitazione magistrale Corrado Guzzanti, più vera del vero come lo è quella di Maurizio Crozza quando dà vita al sempre più improponibile Renzi. Emblema della sinistra salottiera e velleitaria, massimalista al punto giusto da non contare nulla e per questo stimatissimo dalla destra, Bertinotti – lo si scrive ai più giovani o a chi, senza neanche troppa fatica, ne ha già dimenticato le gesta politiche – è stato uno dei tanti ad alimentare speranze per poi spazzarle via. Bombardando pure, ove possibile, le fondamenta di quelle stesse speranze così bellamente disattese. Uomo del “tutto o niente”, come lo erano un tempo i Chicco Testa, gli Staino Sergio e i Genny Migliore, ha presto finito con l’accontentarsi civettuolamente della maglietta di Presidente della Camera dei Deputati. L’ha indossata, con orgoglio e medio cipiglio, dal 2006 al 2008. Dieci anni prima, come non smette di rinfacciargli Nanni Moretti (e mica solo lui), disarcionò Prodi permettendo così che la sinistra perisse definitivamente – o giù di lì – grazie alla brodaglia del governo D’Alema. Bei momenti. Sindacalista mai domo, o così pareva, il subcomandante Berty ha sempre detto di sentirsi a cavallo tra “socialismo lombardiano” e “comunismo ingraiano”. Qualsiasi cosa volesse dire. Pochi giorni fa, dal pulpito notoriamente bolscevico di CL, Egli ci ha parlato ancora. Ascoltiamolo: “La sinistra si è disfatta della storia, CL no”; “Dobbiamo porci il problema della fede”; “Il futuro senza tradizione rende succubi”. E giù applausi, e poi ovazioni, e quindi supercazzole. Così parlò il subcomandante Berty, l’uomo nato leninista e finito ciellino. Lasciando, nel mezzo del suo e nostro cammino, macerie politiche inaudite. Di cui, probabilmente, neanche si è accorto. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 29 agosto 2017)