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Buoni propositi: date uno schiaffo a chi usa male “piuttosto che”

piuttosto cheE’ un’invasione e non pare ormai esserci salvezza. Per cattiva abitudine e pessima attitudine, “piuttosto che” è diventato quel che non è: un sinonimo di “oppure”. Una tale prassi grammaticale, semplicemente tremenda, è stata sdoganata anche in tivù. La usano tutti: giornalisti, opinionisti, statisti. Tutta gente che, in via assai teorica, dovrebbe costituire l’élite di un paese. Il continuo abominio linguistico è stato criticato dall’Accademia della Crusca, che ha provato a spiegare come e perché si sia giunta a una tale mestizia: «Si tratta di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo». Secondo l’accademica Ornella Castellani Pollidori, quasi come una pandemia, l’uso sbagliato di “piuttosto che” è travasato dalle classi agiate settentrionali al piccolo schermo: «Conduttori e giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del “medium” per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo». Nanni Moretti, prima di fare i girotondi e molto prima di accettare tutto (non solo grammaticalmente), schiaffeggiava chi usava “trend negativo” e formule similmente aberranti, ben conscio che chi parla male – spesso – pensa male. Ecco perché una cosa così apparentemente piccola, forse, nasconde molto di più: l’abitudine a non rispettare nessuna regola, la propensione ad assecondare qualsiasi stortura. “Piuttosto che” vuol dire “anziché” e “invece di”: punto e basta. Indica una preferenza accordata a un elemento rispetto a un altro, come ha ricordato di recente anche Giornalettismo (tra i pochi a sottolineare con giusta nettezza il problema). Va bene davanti a proposizioni avversative e comparative, non va bene davanti a proposizioni disgiuntive. Appunto: non va bene se lo si usa al posto di “oppure”.  Se si afferma “Preferisco crepare sulle sabbie mobili piuttosto checenare con Gasparri”, oltre a dire qualcosa di profondamente sensato, si usa la formula in maniera corretta. La stessa frase non può – e non deve – essere tradotta con un “Preferisco crepare sulle sabbie mobili oppure cenare con Gasparri”. Non è la stessa cosa: non lo è per niente. Altro esempio: “Meglio una detartrasi piuttosto cheguardare la Picierno in tivù”. Perfetto. Mentre è sbagliato, e tanto, dire: “Meglio una detartrasi oppure guardare la Picierno in tivù”. Compiti per casa: ogni volta chequalcuno usa “piuttosto che” come sinonimo di “oppure”, dategli un piccolo schiaffo. Quasi come Nanni Moretti. Loro non capiranno perché, ma voi sì.
(Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2015)