Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
giugno: 2017
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Non ci conosciamo, eppure giudichiamo e addirittura tifiamo (a proposito dell’omicidio di Vasto)

Schermata 2017-02-05 alle 19.30.23L’omicidio di Vasto mi ha colpito molto, come immagino molti di voi. Tutti ne stanno parlando da giorni: tivù, giornali, social. E molti stanno dando il peggio: anzitutto i social, che sono ormai quasi sempre una cloaca a cielo aperto. Persino di fronte alla morte si ragiona per tifo: da una parte quelli che “ha fatto bene ad ammazzarlo” e dall’altra i luogocomunisti buonisti, che hanno sempre una parola buona per tutto (soprattutto se la vita è quella degli altri e non la loro). Ho letto belle riflessioni. Per esempio Matteo Grandi. Selvaggia Lucarelli, stamani sul Fatto, sottolinea come negli omicidi stradali è naturale immedesimarsi in Fabio, che ha perso la moglie investita mentre passava col verde (e l’auto col rosso). Mentre non ci viene naturale immedesimarsi con Italo, l’investitore, che spesso (non sempre) esce distrutto dalla vicenda. Dico “spesso”, e “non sempre”, perché mi è capitato di conoscere famiglie che hanno vissuto il dramma di Fabio, e ciò che li devastava non era “solo” la morte, e nemmeno la sua assurdità, ma l’indifferenza che pareva trapelare dall’omicida. E’ possibile perdonare chi ha ammazzato una persona a noi cara? Mi è venuto sempre in mente Fabio Salvatore. Attore e scrittore, è un caro amico. Dieci anni fa, nel 2007, suo padre è stato investito e ucciso da tre ragazzi ubriachi. Lui e sua madre hanno perdonato. Non so come abbiano fatto. Nel frattempo lo Stato ha fatto qualcosa per punire l’omicidio colposo, ma dieci anni dopo sono ancora in attesa di giustizia. Giusto ieri, Fabio scriveva: “Il dolore ti mangia il cuore e l’anima. Ti annienta. Ti toglie ogni cosa. (..) Lui ha scelto di ammazzare chi ha ammazzato. Nessuno può giudicare. Nessuno può additare. Ma tutti possiamo impegnarci a cambiare questo stato che non da giustizia. Io sono al punto di partenza. Come nove anni fa. Mio padre è ancora un numero di procedura penale. Il 28 febbraio ci sarà l’ennesima udienza dopo tre anni di silenzio ! Molti scelgono di farsi giustizia, io ho solo chiesto giustizia. Nessuno osi giudicare chi vive il dolore !!! Mio padre è stato ammazzato sulla strada. Il suo corpo si è perso nel sangue. Oggi si chiamano omicidi stradali. Ma nulla cambia. Perché in questo stato non c’è pena. Non c’è giustizia. Non c’è certezza della pena”. Oggi, a Domenica In, a parlare di omicidio stradale in rappresentanza dello Stato c’erano Gasparri e Picierno. Non è una battuta: c’erano proprio loro. Roba da vergognarsi in eterno. Fabio, che dopo l’omicidio ha lasciato la pistola davanti alla lapide della moglie Roberta come a dire “Adesso è finito tutto”, dice che Italo non ha mai chiesto scuso. Che se n’è fregato. Che lo ha addirittura provocato e sfidato. La famiglia di Italo afferma il contrario: era distrutto, non riusciva a più a vivere e tutti lo avevano abbandonato. Italo aveva 21 anni, era incensurato e faceva 62 km/h in una strada con limite a 50. Non era ubriaco. Forse stava guardando whatsapp, come facciamo a vent’anni e purtroppo non solo a vent’anni. Quante volte lo abbiamo fatto anche noi, e abbiamo avuto solo il culo di non investire nessuno mentre smanettavamo come deficienti sullo smartphone? Lo Stato non poteva punirlo più di così, perché la legislatura è questa. In tutto questo, ed è ciò che mi atterrisce, mi chiedo: io, al posto di Fabio, cosa avrei fatto? E voi cosa avreste fatto? Noi, che giudichiamo sui social dall’alto del pulpito di questo cazzo: noi, se fossimo stati coinvolti direttamente, come avremmo reagito? Se non avessimo avuto l’aiuto e il supporto necessari a elaborare un lutto probabilmente mai elaborabile, e se fossimo stati calati in una comunità che “chiedeva giustizia?, cosa avremmo fatto? La verità, almeno per me, è che non ho risposte. Sono obiettore di coscienza, pacifista e non ho mai preso in mano un’arma. Eppure non so, non lo so per niente, come reagirei se una persona mi togliesse un affetto caro. Non lo so. Farei bella figura, qui, a dire che “avrei perdonato”, ma non lo so se ci sarei riuscito. Non lo so per niente. Una parte di me, pur sapendo che ha sbagliato e pur avendo ben chiaro i pericoli del “branco” assetato di sangue, capisce il comportamento di Fabio. Sì: non lo condivide, ma lo capisce. Ci sono momenti, nella vita, in cui sai benissimo che non devi fare una cosa, perché sai che è sbagliata, eppure ti sembra l’unica soluzione.Basta una parola sbagliata, uno sguardo equivoco e poi è già troppo tardi. La vendetta è uno dei sentimenti più drammaticamente umani che esistano. Ed ecco cosa mi fa male: che tutti noi giudichiamo o peggio tifiamo, dimenticando che l’unica certezza è che – in quel maledetto incidente – sono morti non in uno ma in tre. Ecco cosa mi spaventa: che non ci conosciamo mai abbastanza, eppure pretendiamo addirittura di giudicare gli altri.

Alessia Rotta, la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno

rotta1Non sembra, ma Matteo Renzi è un uomo democratico: conscio di avere quasi tutta l’informazione dalla sua parte, si autosabota circondandosi di giannizzeri al cui confronto Mara Carfagna è Rosa Luxemburg. Dopo l’avvento sul pianeta Terra della “nuova classe dirigente renzina”, il concetto di vuoto cosmico è stato totalmente riscritto. Nardella, Gozi, Nicodemo, Picierno, Morani, Ascani, Boschi, Faraone, Carbone, eccetera: il nulla assoluto, però arrogante. Per questo, anche se non sembra, Renzi è democratico: inondando la tivù di tali paninari invecchiati e droidi renzine, vanifica larga parte dell’instancabile lavoro che la stampa celebrante compie per lui. E ristabilisce un meritorio equilibrio democratico tra le parti in campo. Di questa tragicomica galassia di turiboli e scherani fa parte tal Alessia Rotta, che potremmo definire la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno. Di lei non si sa sostanzialmente nulla, non per discrezione ma perché nulla c’è da sapere. Wikipedia la definisce “politica e giornalista”, e non si sa se sia più ironica la prima definizione o la seconda. Nata a Tregnago nel 1975, ha l’apertura mentale della Biancofiore e pare buffamente uscita da una tela gotico-incazzosa di Goya.  Tal Rotta staziona con una certa regolarità in tivù non perché sia preparata (ahahah), ma perché “fa casino”. E’ usata nel piccolo schermo per creare confusione e far salire non tanto lo share, che con lei si suicida, ma i decibel. La Rotta ha oggi la funzione che nel ventennio berlusconiano avevano i Ghedini e le Santanché, solo che è molto meno efficace (nonché tutto sommato meno telegenica) di entrambi. Non avendo argomenti ma unicamente propaganda, accetta di andare in tivù solo con chi crede di dominare (eccedendo puntualmente in autostima) e non appena è in difficoltà (sempre) cambia argomento. Se qualcuno – legittimamente snervato da cotanto parossismo di niente – osa criticarla, lei parte con la immutabile rotta2Renzo-litania in tre mosse imparata nel “Manuale delle giovani Rondolino”. Fase uno: faccette schifate, tipo “emoticon disgustata dal mondo” (o da se stessa, chissà). Fase due: accuse generiche all’interlocutore, tacciato di fascismo e faziosità (che per la Rotta va bene solo se coincide con una Meli). Fase tre: sessismo. Se non sei d’accordo con tal Rotta, o anche solo non la ritieni bellissima e intelligentissima, sei automaticamente un “sessista misogino maschilista”. Va da sé che il sessismo è tale solo se riguarda lei o la Boschi: se l’attacco colpisce una Raggi o Taverna, sticazzi. A conferma di come Renzi sia tanto democratico quanto appena masochista, la Rotta nel Pd non fa la hooligan marginale ma è addirittura “responsabile della comunicazione Pd”. E questo spiega tante cose. Tal Rotta, più che renzina, è anti-grillina: parla solo di loro, e ovviamente malissimo. Su Twitter, dove non arriva a 8mila followers (daje) e dove lodevolmente usa come profilo un primo piano sfuocato, a dimostrazione di come lei stessa si vergogni di se stessa, ripete – ignorata dai più – che i 5 Stelle sono fascisti perché si sono accordati con la Lega per i ballottaggi. Stranamente non mostra lo stesso imbarazzo nell’essere alleata organicamente con Verdini, o nell’avere per stampelle al Senato quei filosofi sopraffini di D’Anna e Barani. La sua ultima missione è far vincere Giachetti al ballottaggio: “#iocicredo”, è il suo grido di battaglia. Solidarietà a Giachetti: nessuno si merita un bacio della morte così. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 14 giugno 2016)