Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Pd’

Pisapia, l’eterno uomo del quasi

Schermata 2017-07-04 alle 16.40.25C’è Pisapia, all’anagrafe Giuliano, e c’è Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. In due non ne fanno uno, o almeno così sembra. Un po’ si somigliano, anzitutto nel collezionare i quasi. Quasi di sinistra, quasi di rottura, quasi alternativi a Renzi. Quasi di opposizione, quasi arrabbiati, quasi ribelli (parecchio quasi). Entrambi odiano il carisma, essendo in ciò pienamente ricambiati. Come noto, una delle ultime frasi scritte da Salinger prima di andarsene fu questa: “Uscendo di casa ho visto un frassino. Mi è parso anonimo, poi però ho visto Pisapia e Orlando in tivù e mi è venuta voglia di rivalutare il frassino”. Pisapia è da un po’ sulle prime pagine, e già questo ci fa capire uno dei motivi della crisi dell’editoria: disquisire di ciò che interessa solo all’editoria, in un continuo trip da metalinguaggio solipsistico (l’ultima frase non vuol dire nulla, ma dà l’illusione di essere arguta. Come gli interventi di Philippe Daverio). Conoscete una persona – non cento: una – che non vede l’ora di votare Pisapia? No. Eppure se ne parla come se, dalle scelte di questo novello Berlinguer, dipendessero le sorti della sinistra italiana. Di più: del paese intero. Di più: dell’intera galassia. Prima che l’iconoclastia ci travolga, com’è poi tipico del Fatto, vanno qui ribaditi due concetti importanti. Uno: Pisapia è una brava persona. Due: Pisapia è stato un buon sindaco. Non è poco: magari, nella sinistra italiana, ci fossero stati più Pisapia e meno Genny Migliore. Da qui però a farne il nuovo Subcomandante Marcos, ce ne passa. Anche perché lo stesso Pisapia, arrogandosi una forza perlopiù immaginaria, prim’ancora di “ricostruire il centrosinistra” ha posto dei veti. Niente Fratoianni, perché lui non vuole; niente Civati, perché lui non vuole; niente Falcone-Montanari, perché lui non vuole. Già così si evince che l’idea di Pisapia, peraltro assai confusa, non è tanto quella di un nuovo centrosinistra ma di un vecchio centro, si presume più accettabile di quello di Renzi (ci vuol poco) e di Alfano (va be’, Alfano). L’uomo non manca di testimonial importanti, da Claudio Amendola a Sabrina Ferilli. Non si capisce però dove voglia andare. E qui torniamo a quel suo collezionar “quasi”. Se umanamente è un galantuomo, politicamente Pisapia chi è? A che gioco gioca? Da che parte sta? Sinora è stato (inconsapevolmente?) uno specchietto per le allodole al servizio di Renzi. Un abbindolatore di delusi di sinistra comprensibilmente schifati dal renzismo, che Pisapia porta a sé con l’illusione di “essere di sinistra”. Per poi però consegnarne i voti a Renzi. In questo senso, Pisapia è a tutt’oggi un fiancheggiatore del renzismo: se è questa la sua idea politica, il suo più che un progetto nazionale è una iattura biblica. Anche a Milano, con quella lista-civetta cara ai Lerner e Vecchioni, non ha fatto che condurre alla vittoria Sala. Cioè un berlusconiano. Cioè Renzi. Tomaso Montanari rimprovera a Pisapia – tra le mille cose – di avere votato sì al referendum del 4 dicembre. E’ però solo una delle tante criticità, anzi ambiguità, di Pisapia. Mentre tutta la stampa di quasi-sinistra ne parla, e con ciò spera (per esempio Scalfari) che assurga a decisiva stampella dell’Allegra Combriccola dei Lotti&Picierno, Pisapia continua a dire tutto e il suo esatto contrario. Prende tempo, tergiversa, cincischia. Se Veltroni era l’uomo del “ma anche”, lui è quello del “quasi”. Quasi renziano, quasi orlandiano, quasi prodiano. Quasi tutto. Quasi niente. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 4 luglio 2017)

Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)

Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Aiuto, viene (quasi) voglia di rivalutare D’Alema

dalemaSono davvero tempi strani. Ci si sente così soli, tristi e spaesati che capita di essere d’accordo con Brunetta. Capita pure di trovare condivisibile Ciriaco De Mita. Addirittura: capita di aver quasi voglia di rivalutare Massimo D’Alema. Politico di innegabile preparazione e scaltrezza, ha sempre ostentato quella sua antipatia contagiosa, che sarebbe parsa peraltro evidente anche senza ostentarla. La sua idea di opposizione a Berlusconi era, come minimo, diversamente ficcante. Infatti si è inventato la Bicamerale e altri demoni. Uomo permaloso come pochi e forse nessuno, escludendo (va da sé) dal conteggio Baricco e Ligabue, D’Alema tollera benissimo le critiche. Se lo prendi contropelo, non ti punisce certo col confino: poiché altamente democratico, si limita a giurartela in eterno. Ovvio che, partendo da presupposti simili, l’ipotesi di (quasi) rivalutarlo non appariva fino a ieri probabilissima. E invece: vedi te quel che riesce a ottenere Renzi. Molti dicono che D’Alema sia l’avversario ideale per l’attuale Presidente del Consiglio: più Baffino esorta a votare per il no, più tutti si reinventano fan di Staino e Verdini. E’ possibile. Eppure, se fosse possibile limitarsi a quel che una persona scrive e dice, senza considerarne la simpatia e antipatia, risulterebbe complicato dare torto a D’Alema quando parla delle “riforme” costituzionali pensate (parola grossa) dai renzini. Ogni volta che lo cercano, D’Alema infierisce su qualsivoglia rivale politico con adorabile supponenza. La sua dialettica ha sempre avuto pochi rivali, sin da quando era aduso a mettersi in tasca Ferrara nei confronti diretti (e mettersi in tasca Ferrara, lo capite bene, non è mai stata operazione da tutti). Ora, però, alla dialettica si è unito un surplus di perfidia sadica. Ancor più quando parla di Renzi, su cui D’Alema suole infierire con sicumera rara, trattandolo come un pesce forse pingue ma certo piccolo. Anzi piccolissimo. D’Alema è un fiume in piena: zimbella Casini, perculeggia i Don Abbondio della minoranza Dem e scudiscia con adorabile arroganza questa “nuova classe dirigente” piddina, fatta spesso da droidi giulive e yesmen fragilissimi. D’Alema resta imperdonabile, e senza i suoi errori oggi non dovremmo probabilmente sopportare questo erede caricaturale di Berlusconi, ma allo stato attuale è uno spettacolo. E’ così in forma da reagire alla consegna di un Tapiro consegnando lui stesso un tapiro all’inviata di Striscia la notizia, come un attore consumato. Il rovesciamento di questa nostra contemporaneità è tale da far venire voglia di difendere D’Alema anche quando dà una manata al vassoio degli agnolotti di una giornalista de L’Arena. Certo, è stato maleducato, ma poche cose sono sacre come portare a spasso il proprio cane. E’ un momento di sospensione dalle brutture e delle storture. Una parentesi quasi divina. “Non rompetemi le palle proprio adesso”, ha lasciato intendere D’Alema. Il gesto resta scortese, ma la motivazione è un’altra volta granitica. (Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2016, rubrica Identikit)

Alessia Rotta, la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno

rotta1Non sembra, ma Matteo Renzi è un uomo democratico: conscio di avere quasi tutta l’informazione dalla sua parte, si autosabota circondandosi di giannizzeri al cui confronto Mara Carfagna è Rosa Luxemburg. Dopo l’avvento sul pianeta Terra della “nuova classe dirigente renzina”, il concetto di vuoto cosmico è stato totalmente riscritto. Nardella, Gozi, Nicodemo, Picierno, Morani, Ascani, Boschi, Faraone, Carbone, eccetera: il nulla assoluto, però arrogante. Per questo, anche se non sembra, Renzi è democratico: inondando la tivù di tali paninari invecchiati e droidi renzine, vanifica larga parte dell’instancabile lavoro che la stampa celebrante compie per lui. E ristabilisce un meritorio equilibrio democratico tra le parti in campo. Di questa tragicomica galassia di turiboli e scherani fa parte tal Alessia Rotta, che potremmo definire la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno. Di lei non si sa sostanzialmente nulla, non per discrezione ma perché nulla c’è da sapere. Wikipedia la definisce “politica e giornalista”, e non si sa se sia più ironica la prima definizione o la seconda. Nata a Tregnago nel 1975, ha l’apertura mentale della Biancofiore e pare buffamente uscita da una tela gotico-incazzosa di Goya.  Tal Rotta staziona con una certa regolarità in tivù non perché sia preparata (ahahah), ma perché “fa casino”. E’ usata nel piccolo schermo per creare confusione e far salire non tanto lo share, che con lei si suicida, ma i decibel. La Rotta ha oggi la funzione che nel ventennio berlusconiano avevano i Ghedini e le Santanché, solo che è molto meno efficace (nonché tutto sommato meno telegenica) di entrambi. Non avendo argomenti ma unicamente propaganda, accetta di andare in tivù solo con chi crede di dominare (eccedendo puntualmente in autostima) e non appena è in difficoltà (sempre) cambia argomento. Se qualcuno – legittimamente snervato da cotanto parossismo di niente – osa criticarla, lei parte con la immutabile rotta2Renzo-litania in tre mosse imparata nel “Manuale delle giovani Rondolino”. Fase uno: faccette schifate, tipo “emoticon disgustata dal mondo” (o da se stessa, chissà). Fase due: accuse generiche all’interlocutore, tacciato di fascismo e faziosità (che per la Rotta va bene solo se coincide con una Meli). Fase tre: sessismo. Se non sei d’accordo con tal Rotta, o anche solo non la ritieni bellissima e intelligentissima, sei automaticamente un “sessista misogino maschilista”. Va da sé che il sessismo è tale solo se riguarda lei o la Boschi: se l’attacco colpisce una Raggi o Taverna, sticazzi. A conferma di come Renzi sia tanto democratico quanto appena masochista, la Rotta nel Pd non fa la hooligan marginale ma è addirittura “responsabile della comunicazione Pd”. E questo spiega tante cose. Tal Rotta, più che renzina, è anti-grillina: parla solo di loro, e ovviamente malissimo. Su Twitter, dove non arriva a 8mila followers (daje) e dove lodevolmente usa come profilo un primo piano sfuocato, a dimostrazione di come lei stessa si vergogni di se stessa, ripete – ignorata dai più – che i 5 Stelle sono fascisti perché si sono accordati con la Lega per i ballottaggi. Stranamente non mostra lo stesso imbarazzo nell’essere alleata organicamente con Verdini, o nell’avere per stampelle al Senato quei filosofi sopraffini di D’Anna e Barani. La sua ultima missione è far vincere Giachetti al ballottaggio: “#iocicredo”, è il suo grido di battaglia. Solidarietà a Giachetti: nessuno si merita un bacio della morte così. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 14 giugno 2016)

Identikit: Mario Adinolfi (che non è sempre stato così)

adinolfi 4Sembra impossibile, ma Mario Adinolfi non è stato sempre così. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui era spesso condivisibile. O comunque stimolante. Ha sempre avuto una natura catto-comunista e dunque intimamente contraddittoria, ma nella seconda metà degli Anni Zero capitava di essere d’accordo con lui. Per esempio quando, in tivù, con la sua dialettica notevole zittiva i Sallusti e Barbareschi. Tra i primi a capire il potenziale di Renzi, tra i pochi a sapere di cosa stesse parlando quando nei talkshow si affrontava l’argomento “Grillo politico” (prim’ancora che il Movimento 5 Stelle nascesse). Provocatore, ma tutto sommato centrato. Nel 2007 si candida alle primarie del neonato Partito Democratico, dimostrando già allora un feticismo patologico per le percentuali da prefisso telefonico. Nel 2008 è primo dei non eletti nel Pd, venendo ripescato nel 2012 e ritrovandosi deputato per neanche un anno. Era già allora un Giuliano Ferrara in diesis minore, ma sembrava al tempo possibile riscontrare nel suo percorso un filo logico. Poi, tragica, la slavina: da Ferrara debole a Giovanardi extralarge, da anti-Veltroni a neo-inquisitore caricaturale. Povero pokerista Mario: che gli sarà mai successo? Le prime avvisaglie del crollo si erano scorte quando era divenuto franceschiniano e fornariano, difendendo con trasporto orgasmico la sciagurata riforma e trattando gli esodati come appestati purulenti. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E’ vero che i grandi dividono sempre, o li ami o li odi, ma Adinolfi di grande ha ormai solo il girovita. E’ tanto noto quanto odiato, quasi che il suo obiettivo fosse divenuto – chissà perché – assurgere a Gasparri 2.0. Uno di quelli che citi quando vuoi prendere un esempio terra terra: appunto, come Gasparri. Poco celebre e molto celeberrimo, Adinolfi non ha fan né pubblico. Ma finge di non saperlo. Scrive libri raggelanti sui “falsi miti del progresso”, tipo “Voglio la mamma”, e per venderli deve fare il porta a porta (ma non gli apre nessuno). Fonda quotidiani esiziali dai titoli cristologici, tipo “La croce”, che hanno vita cartacea più breve di qualsivoglia governicchio balneare (4 mesi e tre giorni). Pervaso da un misticismo al cui confronto Brosio è agnostico, colleziona ulteriori contraddizioni sposandosi a Las Vegas (nota enclave cristiana) e confessandosi a La adinolfi 3Zanzara (noto consesso timorato di Dio). Tiene una rubrica settimanale su Radio Maria, “Il mormorio di un vento leggero”, che solo a sentirla una volta diventi ateo in un amen (ops). Arringa le masse al Family Day e poi, con narcisismo tronfio, torna a sopravvalutarsi. Al punto da candidarsi a sindaco di Roma: “Penso che andrò al ballottaggio con Giachetti”. Come no: 0.6%. Il solito plebiscito. Lui però non molla e anzi rilancia dal pulpito di Facebook: “Qualsiasi cosa accada oggi, il sangue è tornato a circolare nelle nostre vene”. Parole in libertà. Quella “libertà” che, negli altri, lo terrorizza e lo porta ad attaccare tutto ciò che gli sembra satanico: i gay, l’aborto, l’eutanasia. E già che c’è pure Kung Fu Panda. Nel frattempo anche la dialettica è invecchiata, infatti si fa travolgere in radio da Fabio Volo o su Italia 1 da Mughini. Un tempo dotato e oggi 45enne irrimediabilmente perso, di lui restano massime medioevali – “La donna deve essere sottomessa al marito” – e foto da Maalox, come i suoi piedoni massaggiati da quella santa martire della sua (seconda) moglie. Peccato, Mario: una volta non eri così. O non lo sembravi. (Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2016)

L’allegro fascismo del renzismo (Esposito vs Fedez)

Schermata 2016-05-19 a 12.58.46Non smette di commuovere l’autentica tolleranza dei governanti al dissenso. Stefano Esposito, il braccio comicamente violento del renzismo, tra una comparsata inutile e l’altra pietosa nel piccolo schermo ha tuonato: “Canti e non faccia comizi”. Ce l’aveva con Fedez, reo di esibirsi a Torino per la chiusura del Giro d’Italia. Esposito ha proseguito: “Conoscendo Fedez, noto per le sue simpatie politiche, trovarlo a fare un concerto una settimana prima della chiusura della campagna elettorale, a Torino, pagato anche con i soldi dei contribuenti, gli ho voluto far sapere che siamo una grande città aperta a tutti gli show artistici, ma che si ricordi che ci sono elezioni, quindi faccia un concerto ma non faccia propaganda”. Una logorrea straziante, resa addirittura drammatica da consecutio profuse a casaccio e – quel che è peggio – da un eccesso commovente di autostima: “Democratici sì, fessi no”. E qui non si capisce se faccia più ridere il ritenersi “democratici” o il non ritenersi diversamente guizzante. Spazio poi alla minaccia: “Si ricordi che non suona per il M5S, ma per la chiusura del Giro d’Italia, quindi ci risparmi le sue opinioni politiche. A Torino diciamo uomo avvertito mezzo salvato”. Il simpatico manganellatore mediatico ha pure messo in mezzo il povero Schermata 2016-05-19 a 12.59.24Morandi: “Pensate se il 29 a quel concerto avesse suonato Gianni Morandi, noto per essere amico di Fassino. Avrebbero cominciato a dire che c’era un complotto” (certo: il famoso “Complotto di Morandi”, di cui già parlano i libri di storia). Gran finale: “Lui deve cantare. Quello è il suo mestiere”. E anche qui si sorride ancora, sia tenendo conto che per Esposito un cantante debba “solo” cantare (idea illiberale financo per Farinacci), sia che Esposito dia consigli musicali pur avendo ascoltato al massimo il bootleg di Gino Latilla a Tegoleto. Brevi considerazioni a margine di cotanta pochezza. Uno: Esposito è sempre più la variante pelaticcia di Anzaldi. Due: Esposito è sempre più caricatura di se stesso (e sì che sembra difficile, ogni giorno, far peggio di quello prima). Tre: così facendo, il rutilante Esposito ha regalato a Fedez ancora più popolarità di quella che già aveva. Genio. Se non fossero tanto arroganti quanto pericolosi, verrebbe quasi da compatirli, questi pretoriani queruli del nulla. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016)