Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Elogio ulteriore del pupillino cherubino Shapovalov

Schermata 2017-08-12 alle 03.34.38Sono le ore 3.12 italiane e Denis Shapolavov ha appena battuto Mannarino, qualificandosi con ciò – poco più che 18enne – al Masters 1000 di Canada. Ho visto la partita in diretta, preferendola alla finale di canasta con Tony Binarelli e la Madia, e questo (lo capite ben) dice già molto. I suoi connazionali canadesi stentano a crederci: hanno da tempo Raonic nei top ten e pure Pospisil ha fatto qui semi, ma Shapovalov è proprio un’altra cosa. Molto più forte del secondo, molto più divertente del primo (ci vuol poco: anche una mietibatti è più divertente di Raonic). Al primo turno il pupillino cherubino Denis ha salvato quattro match point a Dutro Silva e ora si ritrova in semifinale dopo avere battuto – sempre in rimonta – Del Potro, Nadal e Mannarino: il tennis è proprio strano.
Il match con Mannarino è stato forse il più difficile. Era il primo in cui Denis aveva qualcosa da perdere, partendo “quasi” da favorito. Il francese a inizio torneo lo sovrastava di 101 posizioni (42 a 143), ma alla vigilia l’entusiasmo era tale che l’underdog sembrasse il transalpino: errore, perché Mannarino attraversa un ottimo momento di forma. Shapovalov ha cominciato malissimo, andando sotto 0-4 e annullando più volte lo 0-5 con un game chilometrico al servizio. Ha poi perso il set 2-6, ma quell’1-5 è stato fondamentale perché lo ha  se non altro ridestato un po’. Nel secondo set, sul 3-2 Denis senza break, altro momento chiave: breve interruzione per pioggia. Nei dieci minuti e poco più di pausa Mannarino si è un po’ smarrito. E l’altro – il Pupillino Cherubino – è salito di tono. Di tono e di entusiasmo. Vinto il secondo set 6-3, Shapovalov ha vissuto il terzo momento chiave: andato avanti di un break sul 2-1, con il servizio e 30-30 ha sbagliato una volée (una delle tante) in maniera indecente. Controbreak, 2-2, e poi 3-2 Mannarino. Un giocatore meno solido mentalmente – Fognini, Dimitrov, Kyrgios, eccetera – si sarebbe spento: lui no. Ha servito ancora meglio. Ha spazzato le linee. Ha breakkato ancora Mannarino (vagamente menomato e sicuramente frustrato) al nono gioco. E ha chiuso c6-4. Apoteosi. Stasera verrà macellato, vilipeso e spolpato – sangue ovunque – in semifinale dal dittatore in pectore del tennis futuro, il segaligno ariano-sovietico Zverev (mentre scrivo deve ancora giocare con il plumbeo sudafricano Anderson), ma chi se ne frega: il Pupillino Cherubino avrà ogni tanto il tempo e il modo di rifarsi, nelle 378 sfide che lo vedranno d’ora in poi opposto al kaiser 20enne.
Shapovalov sa già essere esaltante. Ci saranno next gen che vinceranno più di lui, lo so bene, ma tra i giovani (diciamo dai classi ’95 in poi) come spettacolo è secondo solo al miglior Kyrgios (e “miglior Kyrgios” è ormai spesso un ossimoro, porca miseria).
Note dolenti del Pupillino Cherubino: il servizio è migliorabile, la percentuale di prime è bassa e i doppi falli (anche nei momenti chiave) sono troppi. Denis è poi davvero surreale a rete: ci va quando deve, d’accordo, ma lì si fa prendere dal terrore e a quel punto sembra un Nardella qualsiasi. Note sommamente gaudiose del Pupillino Cherubino: tutto il resto. La sua capacità di variare ritmo è incredibile, come pure i cambi di direzione. Sublime il suo feticismo per i lungolinea. Un maglio garbatamente efferato il dritto. Un incanto inesausto il rovescio a una mano: nel terzo servizio, sotto 3-4, ha fatto un passante incrociato pazzesco di rovescio, in scivolata e schiena alla rete. Paz-ze-sco). Vi è poi in lui una grande forza mentale, nonché una istrionica propensione a caricarsi con il pubblico e una dimensione gladiatoria iridescente. Anche le sue esultanze hanno un che del primo Nadal: gioiamo tutti.
Con questo risultato, Shapovalov entrerà lunedì nei primi 70: prima del torneo era 143. La crisi – spero non definitiva – del pupillo pazzo Kyrgios mi aveva gettato nello sconforto: non credo che saprei farmi bastare i Thiem, i Donaldson e i Kachanov (che mi piacicchiano, sì, ma i cortei li faccio per altri). Fortuna che c’è Shapovalov, il Pupillino Cherubino che ne perderà tante, e sarà lunatico il giusto, ma quando entrerà in modalità “sicumera crassa” porterà in dono lo spettacolo vero. Sia dunque Lode: per ora media, si spera un giorno inesausta.

Elogio di Shapovalov (e riflessione sui next gen)

Schermata 2017-08-11 alle 09.25.09Sia lode: è forte quanto speravo. Denis Shapovalov ha battuto qualche ora fa Nadal, 7-6 al terzo, negli ottavi di finale del Masters 1000 di Montreal. Essendo canadese, giocava più o meno in casa. E’ nato nel 1999 ed è il più giovane dei “next gen”. Già così è dentro i 100, a poco più di 18 anni, e stasera non è certo chiuso con Mannarino. Potrebbe trovare in semifinale Alexander Zverev, più “vecchio” di due anni e già top ten e fortissimo, sicuro numero 1 al mondo (come Thiem?) nel prossimo futuro: la sfida Zverev-Shapovalov si ripeterà spesso. Un anno fa, dopo la vittoria di Djokovic al Roland Garros, scrissi che l’auspicato (da me) ricambio generazionale sarebbe stato rallentato dalla dittatura livida, efferata e sanguinosa del Dittatore serbo. Sbagliai, con mia somma gioia, perché da allora il feroce robottino ha cominciato a perdere con agio. Non sbagliai però sul rallentamento del ricambio generazionale, limitato prima da Murray (bleah) e poi dalla rinascita di Federer e Nadal. Ora è lecito credere che, dal 2018, gli Slam non saranno più cosa dei soliti quattro, con qualche eccezione (Wawrinka, Cilic). Molti ventenni stanno arrivando, o sono arrivati. Quest’anno (a Milano) ci sarà persino la prima edizione del Masters Next Gen, i migliori otto tennisti dell’anno nati dal 1996 in poi, con regole assurde: set a 4, niente vantaggi, etc. All’interno di questa galassia, il mio preferito è Kyrgios, classe (tanta) 95, ma profondamente scellerato, stupido, nichilista e con un fisico fragilissimo (anche perché male allenato). Se bastassero talento e spettacolo sarebbe il nuovo Fenomeno, ma non bastano. Zverev è un pennellone segaligno nato vincente: non fa impazzire mai, non lo detesti mai. Sta lì, a metà del guado. Vincerà tantissimo. Altri cavallini su cui puntare con sicurezza, e limito il raggio dai classe ’95 in poi togliendo quindi il già affermato Thiem, sono Kachanov (notevole randellatore), Medvedev, Rublev, Cheung. Da valutare nel tempo gli americani Tiafoe, Fritz, Opelka (Isner 2 La Vendetta) e Paul. Più sicuro il futuro dell’altro statunitense Donaldson. Kokkinakis è pazzo quasi quanto Kyrgios, ma darà segno di sé (gli australiani hanno anche Santillan). Il croato Coric è forte, ma anche molto altalenante. Non mi dispiace il norvegese Casper Ruud. Diventerà molto forte l’austriaco Ofner, che però è davvero brutto. Conosco poco, per ora almeno, Escobedo, Bublik, Tsitsipas e Halys. Gli italiani possono sperare in Berrettini. Tenetevi stretto Shapovalov. E’ l’altro mio preferito con Kyrgios. I pallosi del politicamente corretto lo massacrarono perché, per disgrazia, un anno fa dopo un errore colpì con rabbia la pallina e quella andò a beccare proprio in un occhio il povero giudice di sedia. Shapovalov venne giustamente squalificato, ma fu un umanissimo (per quanto odioso) scatto di rabbia. Nato a Tel Aviv da genitori russi, nazionalità canadese. Ha vinto Wimbledon juniores un anno fa e, in doppio sempre juniores, gli Us Open 2015 (e finalista a Wimbledon 2016). Come insegnano i casi Nargiso e Quinzi, far bene a Wimbledon nei juniores non è di per sé indice di fenomeno assoluto: lui, però, è bravo sul serio. Come lineamenti è uguale a Danny Rayburn da giovane, il protagonista della serie tivù Bloodline. A livello tennistico è splendidamente anacronistico, con quel rovescio a una mano così fuori tempo per un diciottenne. Mancino, ottimo servizio. Gran dritto, rovescio sontuoso con movimento aperto e “teatrale”, alla Gasquet o Youzhny (più che alla Wawrinka). Alto, magro, senza punti deboli evidenti. Non disdegna il gioco a rete, dove se la cava ma può – e deve – migliorare. Capello lungo, gioca quasi sempre con il cappello girato all’ingiù. Nella notte ha battuto un Nadal che, se fosse arrivato in semi, sarebbe tornato 1 al mondo: il maiorchino non gli ha regalato nulla. Nel terzo set il giovane canadese sembrava spacciato. Ha annullato sei palle break (mi pare) e nel tiebreak finale è andato subito sotto 0-3: pareva spacciato, invece l’ha girata con grande bravura. Attenzione: nel turno precedente aveva battuto Del Potro, che su queste superfici è particolarmente temibile anche se non al top. Shapovalov poteva uscire al primo turno, quando ha annullato addirittura quattro match point a Dutra Silva. Con Mannarino – in stato inspiegabile di grazia – è favorito, sempre che regga di testa. Domani invece, con Zverev, partirebbe in svantaggio. Ma è una sfida che, come detto, avremo modo di vedere più volte. Non perdetelo di vista: è forte, temo non quanto l’ariano-sovietico Zverev ma è forte, e pure (quel che più conta?) divertente.

La bellezza e le quattro vite di Roger Federer

Schermata 2017-07-18 alle 10.39.28Il campione che ha vinto tutto e ancora non gli basta, ha vissuto almeno quattro vite. La prima, da iconoclasta spensierato e fenomenale, che spaccava racchette, si tingeva i capelli come Mirko di Kiss Me Licia e poteva forse accontentarsi di vivere una carriera da Fognini molto più forte. Non si è accontentato. Giunse quindi la seconda vita, quella della dittatura livida e garbatamente efferata. Sangue ovunque degli avversari, ridotti a meri e spesso pavidi vassalli. Fu il tempo della dittatura algida: Federer, da potenziale Gilles Villeneuve, divenne un Prost che non sbagliava (quasi) mai. Un Michael Schumacher pressoché infallibile. Un talento inaudito, un genio totale, un fenomeno forse senza pari. Poiché però gli avversari non c’erano, o se c’erano marcavano quasi sempre visita, se eri uno spettatore neutrale – e non un fan di strettissima osservanza – qualche sbadiglio veniva. Come quando ascolti un disco dove non c’è una nota fuori posto o come quando guardi una donna bellissima, che ti appare così perfetta da risultare per contrasto fredda. Troppo fredda. Ecco allora che, con mite inesorabilità, giunse la terza vita. Rafael Nadal costrinse Federer a scoprire una cosa che neanche concepiva, al punto da piangere infantilmente quando capitava: la sconfitta. Spesso Roger ci perdeva per motivi poco tecnici e molto freudiani, quasi che Rafa – prim’ancora che tennista – fosse kryptonite iberica ideata a sua misura. Così, pur continuando a vincere, Federer non fu più dittatore. Gli storici, sul pianeta Terra come su Plutone, chiameranno quella fase “autunno del patriarca”. Sembrava il tramonto. sembrava. Quando nessuno ne avrebbe probabilmente avvertito il bisogno, il più che trentenne Federer ha deciso di migliorarsi ancora. Di non arrendersi. Di concepire, almeno, un ultimo colpo di coda epocale. Contro il tempo, contro gli infortuni: forse perfino contro la logica. Prima ha chiesto aiuto a Stefan Edberg, e solo per questo meriterebbe peana eterni. Poi si è affidato a Ivan Ljubicic, che da giocatore umiliava con sadismo sordo alla pietà. Nel mezzo Schermata 2017-07-18 alle 10.39.14c’è stato il suo annus horribilis: il 2016. Tutto è andato male. Capolinea? Non esattamente: di là dal tunnel, la quarta vita. Il presente. L’epifania. L’ottavo Wimbledon (ennesimo record) vinto due giorni fa è apparso addirittura normale: l’epica c’era, c’è e ci sarà, ma quando vinci triturando tutto e non lasciando neanche un set ai rivali, come aveva peraltro fatto il mese prima Nadal (un altro “ritornante” miracoloso) a Parigi, lo strapotere è tale che non viene quasi neanche voglia di esultare. Infatti, mentre il mondo esondava già di enfasi e retorica, lui ha reagito con umanissima incredulità. Se l’Australian Open di gennaio è stata impresa, il Wimbledon di domenica è stata “solo” constatazione di una natura agonisticamente divina. Nel bruttissimo tempo in cui Djokovic e peggio ancora Murray sembravano i più vincenti, rivedere Federer sul tetto di uno o più Slam non appariva un’ipotesi percorribile. Anche per chi scrive: che bello, a volte, sbagliare. Roger Federer ha vinto tutto: 19 Slam, 6 Tour Finals, 93 tornei, una Coppa Davis, due medaglie alle Olimpiadi (oro in doppio e argento in singolare). Non gli manca nulla, se non la fame di se stesso e dell’arte che ama. Su questo gli storici si divideranno, ma delle sue quattro vite le più belle ci sembrano – senza dubbio alcuno – la prima e l’ultima. Prima la follia non ancora irreggimentata, poi questa maturità che trasuda oltremodo incanto. Onore a te, Campione.
(Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 18 luglio 2017)

Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)

 

Wimbledon: istruzioni per l’uso

djokoSolo un infortunio o una sorpresa inaudita possono impedire a Novak Djokovic di vincere il suo quarto Wimbledon (terzo consecutivo). I Championships cominceranno lunedì prossimo. Se Djoko trionferà sarà ancora più vicino al Grande Slam, l’impresa di vincere nello stesso anno i 4 Slam. Gli mancherebbe “solo” lo Us Open, che ha già conquistato due volte. Nel tennis maschile il Grande Slam non si verifica dal 1969, quando a ottenerlo fu Rod Laver. Non c’è riuscito McEnroe, non c’è riuscito Sampras, non ci riuscirà Federer. Djokovic lo avrebbe già ottenuto un anno fa, se solo in finale al Roland Garros non si fosse imbattuto nella versione perfetta e irripetibile di Wawrinka. Sorpresa clamorosa, superata solo da Roberta Vinci che a New York batte Serena Williams. L’esito scontato dell’imminente Wimbledon non aggiunge fascino a un torneo comunque magico. In più c’è la constatazione di come il tennis sia sempre più atletico e sempre meno “romantico”. Un aspetto che colpisce soprattutto gli spettatori occasionali, che si imbattono ogni tanto in qualche incontro, hanno più di quarant’anni e si chiedono: dove sono quelli che fanno serve and volley? Perché giocano tutti uguale? Ormai le superfici si somigliano e non c’è più la differenza abissale tra erba e terra. Infatti Nadal, che a rete non va quasi mai, ha vinto Wimbledon due volte. E lo stesso Murray, che qui ha trionfato tre anni fa, non è certo un volleatore. L’evoluzione dei telai, parallelamente alla cura sempre più certosina della componente atletica, hanno poi reso il tennis ancora più muscolare. Se solo un tennista osa fare sistematicamente serve and volley, lo macellano a suon di passanti. Wimbledon, e con lui il tennis, restano però affascinanti. I personaggi da seguire ci sono, anche se non sempre di primissima fascia. Non esistono più i Pat Cash, ma ci sono quelli che sull’erba nei primi turni possono battere chiunque (o quasi): Mahut, Brown, Stakhovsky, Muller, Florian Mayer, eccetera. Attenzione poi a una componente: il tennis sta vivendo una fase di pre-rottamazione. Nuove leve si affacciano nei piani alti del ranking, destinate a rimanerci. Chi dice che oggi il tennis è noioso non si ricorda dei tempi mesti durante i quali Federer – campione indiscutibile – dominava gli Slam giocando da solo, beneficiando di vassalli che di fronte a lui si scioglievano pietosamente: Philippoussis, Hewitt, Roddick, Soderling, Gonzalez, Henman, Ljubicic, Baghdatis. Un’era bella i federeriani: peccato però che il tennis si giochi in due, altrimenti è onanismo. C’è stata poi la fase dei Fab Four, dove Nadal e Federer erano dominanti e subito dietro Djokovic e Murray. Ora che Nadal è assente e Federer non più favorito, Djokovic (all’apice della carriera) giganteggia. E Murray assurge a perfetto (eterno) secondo. La finale naturale di questo Wimbledon è Djokovic-Murray: sarebbe la 35esima sfida tra loro, con il serbo avanti 24 a 10. Federer qui può fare tutto, ma parte indietro. Nadal non ci sarà, in forse Tsonga. Wawrinka non ama l’erba. Attenzione a Raonic. Tutto già scritto, ma con una novità: la top ten verrà riscritta a breve. Thiem (1993) è già 7, ha fatto semi al Roland Garros e può ripetersi qui se non incrocia prima Djoko. Goffin (1990) è 11 e destinato a una bella carriera. Kyrgios (1995) è 18: fenomeno, ma dannatamente umorale. E’ ormai nei primi trenta Zverev (1997), naturale numero uno del futuro come Thiem. E poi ci sono Coric, Pouille, Kokkinakis, Fritz, Edmund, Chung e tanti altri. Finalmente il tennis ci regalerà un ricambio drastico. Perché ciò si realizzi appieno, manca però ancora un anno o poco più. Ovvero la fine del 2016 e buona parte del 2017. Periodo durante il quale Djokovic vincerà tutto. O quasi. (Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2016)