Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Elogio di Shapovalov (e riflessione sui next gen)

Schermata 2017-08-11 alle 09.25.09Sia lode: è forte quanto speravo. Denis Shapovalov ha battuto qualche ora fa Nadal, 7-6 al terzo, negli ottavi di finale del Masters 1000 di Montreal. Essendo canadese, giocava più o meno in casa. E’ nato nel 1999 ed è il più giovane dei “next gen”. Già così è dentro i 100, a poco più di 18 anni, e stasera non è certo chiuso con Mannarino. Potrebbe trovare in semifinale Alexander Zverev, più “vecchio” di due anni e già top ten e fortissimo, sicuro numero 1 al mondo (come Thiem?) nel prossimo futuro: la sfida Zverev-Shapovalov si ripeterà spesso. Un anno fa, dopo la vittoria di Djokovic al Roland Garros, scrissi che l’auspicato (da me) ricambio generazionale sarebbe stato rallentato dalla dittatura livida, efferata e sanguinosa del Dittatore serbo. Sbagliai, con mia somma gioia, perché da allora il feroce robottino ha cominciato a perdere con agio. Non sbagliai però sul rallentamento del ricambio generazionale, limitato prima da Murray (bleah) e poi dalla rinascita di Federer e Nadal. Ora è lecito credere che, dal 2018, gli Slam non saranno più cosa dei soliti quattro, con qualche eccezione (Wawrinka, Cilic). Molti ventenni stanno arrivando, o sono arrivati. Quest’anno (a Milano) ci sarà persino la prima edizione del Masters Next Gen, i migliori otto tennisti dell’anno nati dal 1996 in poi, con regole assurde: set a 4, niente vantaggi, etc. All’interno di questa galassia, il mio preferito è Kyrgios, classe (tanta) 95, ma profondamente scellerato, stupido, nichilista e con un fisico fragilissimo (anche perché male allenato). Se bastassero talento e spettacolo sarebbe il nuovo Fenomeno, ma non bastano. Zverev è un pennellone segaligno nato vincente: non fa impazzire mai, non lo detesti mai. Sta lì, a metà del guado. Vincerà tantissimo. Altri cavallini su cui puntare con sicurezza, e limito il raggio dai classe ’95 in poi togliendo quindi il già affermato Thiem, sono Kachanov (notevole randellatore), Medvedev, Rublev, Cheung. Da valutare nel tempo gli americani Tiafoe, Fritz, Opelka (Isner 2 La Vendetta) e Paul. Più sicuro il futuro dell’altro statunitense Donaldson. Kokkinakis è pazzo quasi quanto Kyrgios, ma darà segno di sé (gli australiani hanno anche Santillan). Il croato Coric è forte, ma anche molto altalenante. Non mi dispiace il norvegese Casper Ruud. Diventerà molto forte l’austriaco Ofner, che però è davvero brutto. Conosco poco, per ora almeno, Escobedo, Bublik, Tsitsipas e Halys. Gli italiani possono sperare in Berrettini. Tenetevi stretto Shapovalov. E’ l’altro mio preferito con Kyrgios. I pallosi del politicamente corretto lo massacrarono perché, per disgrazia, un anno fa dopo un errore colpì con rabbia la pallina e quella andò a beccare proprio in un occhio il povero giudice di sedia. Shapovalov venne giustamente squalificato, ma fu un umanissimo (per quanto odioso) scatto di rabbia. Nato a Tel Aviv da genitori russi, nazionalità canadese. Ha vinto Wimbledon juniores un anno fa e, in doppio sempre juniores, gli Us Open 2015 (e finalista a Wimbledon 2016). Come insegnano i casi Nargiso e Quinzi, far bene a Wimbledon nei juniores non è di per sé indice di fenomeno assoluto: lui, però, è bravo sul serio. Come lineamenti è uguale a Danny Rayburn da giovane, il protagonista della serie tivù Bloodline. A livello tennistico è splendidamente anacronistico, con quel rovescio a una mano così fuori tempo per un diciottenne. Mancino, ottimo servizio. Gran dritto, rovescio sontuoso con movimento aperto e “teatrale”, alla Gasquet o Youzhny (più che alla Wawrinka). Alto, magro, senza punti deboli evidenti. Non disdegna il gioco a rete, dove se la cava ma può – e deve – migliorare. Capello lungo, gioca quasi sempre con il cappello girato all’ingiù. Nella notte ha battuto un Nadal che, se fosse arrivato in semi, sarebbe tornato 1 al mondo: il maiorchino non gli ha regalato nulla. Nel terzo set il giovane canadese sembrava spacciato. Ha annullato sei palle break (mi pare) e nel tiebreak finale è andato subito sotto 0-3: pareva spacciato, invece l’ha girata con grande bravura. Attenzione: nel turno precedente aveva battuto Del Potro, che su queste superfici è particolarmente temibile anche se non al top. Shapovalov poteva uscire al primo turno, quando ha annullato addirittura quattro match point a Dutra Silva. Con Mannarino – in stato inspiegabile di grazia – è favorito, sempre che regga di testa. Domani invece, con Zverev, partirebbe in svantaggio. Ma è una sfida che, come detto, avremo modo di vedere più volte. Non perdetelo di vista: è forte, temo non quanto l’ariano-sovietico Zverev ma è forte, e pure (quel che più conta?) divertente.

Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)