Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Articoli marcati con tag ‘Matteo Renzi’

Identikit: Dario Nardella e il suo carisma contagioso

Schermata 2016-07-17 a 12.53.14La cosa che più colpisce di Dario Nardella è il fatto che, quando lo guardi o addirittura ascolti, non c’è nulla che di lui ti colpisca. Nulla: proprio nulla. Sembra l’amico meno dotato e dichiaratamente anonimo che qualsiasi ragazzotto ambizioso si sceglie per avere accanto e quindi emergere. Il “ragazzotto ambizioso”, ovviamente, è (era) Renzi, che avrà subito pensato che dal confronto con Nardella non potesse che uscire vittorioso. Addirittura trionfante: così, per contrasto. Nardella è nato a Torre del Greco 1975. Il suo sogno era quello di fare il violinista, e in violino si è diplomato nel 2001 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. In quegli anni capitava anche di vederlo, nei ristoranti e negli hotel, in concerto. Un tenero violinista ambulante. Poi, sciaguratamente, si è reso conto di non essere abbastanza bravo col violino e ha ripiegato su un mondo dove spesso per emergere basta pochissimo: la politica. Il suo ex professore e direttore d’orchestra, Alessandro Pinzauti, ne ha garantito la vocazione: “L’istinto politico era presente in lui anche negli anni del Conservatorio. Già manifestava un’attitudine all’ascolto del mondo attorno a lui e la capacità di mettersi in discussione. Ce ne fossero, di politici con un background simile”. Parole inattaccabili. Mai però quanto il finale: “Speriamo che non si guasti crescendo”. E chissà se, crescendo, il buon Nardy non si sia in effetti un po’ guastato. Nardella è da due anni il sindaco ruggente di Firenze, tra scazzi con McDonald’s (ma più che altro coi fiorentini) e alluvioni sapientemente gestite, ma col violino non ha smesso. Ama impreziosire i matrimoni dei renziani con alcuni suoi mini-concerti, tra un’Ave Maria e un Bach, si presume generando sui presenti lo stesso entusiasmo che susciterebbe un unplugged di Schermata 2016-07-17 a 12.53.32Mariano Apicella alla Sagra del Baccello di Salutio. Il buon vecchio zio Nardy è uno dei più stretti collaboratori di Renzi, che del resto ama circondarsi di gente che non gli faccia ombra, e con Nardella il rischio proprio non lo corre. I due si mandano sms di continuo, rispettando (così ha scritto Marianna Rizzini sul Foglio) lo schema un po’ criptico: “Io rompo, tu ricuci, io ricucio, tu rompi”. E qui non si capisce cos’è che rompano, anche se qualche idea in merito viene. Nardella è stato collaboratore di Vannino Chiti, è laureato in Giurisprdenza e – a dispetto del look catacombale – è meno moderato di quel che sembra. O così lo dipinge chi ben lo conosce. Suole vivere in tivù, anche se col tempo è diventato un personaggio mediatico un po’ di rincalzo, da mandare al macello in trincea quando c’è da difendere l’indifendibile (per esempio dopo l’accoltellamento dal notaio di Ignazio Marino). Di persona è furbo e scaltro: cerca sempre di ingraziarsi gli interlocutori poco renziani. Dialetticamente debole, anzi debolissimo. I suoi baci della morte non sono rari. Un anno fa, prima delle comunali ad Arezzo, disse praticamente dal palco che il candidato Big Jim-boschiano Matteo Bracciali aveva già vinto. E in effetti nel Pd lo pensavano tutti. Solo che, straordinariamente, Bracciali riuscì a perdere: idolo assoluto. Uomo di impalpabile carisma e smisurata propensione alla marginalità, come si è avuto modo di scoprire anche l’altra sera a In onda estate, Nardella è lo yesman perfetto per i dittatorucoli di seconda fascia. Lo sa lui come lo sa Renzi. E i risultati si vedono. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 12 luglio 2016)

Alessia Rotta, la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno

rotta1Non sembra, ma Matteo Renzi è un uomo democratico: conscio di avere quasi tutta l’informazione dalla sua parte, si autosabota circondandosi di giannizzeri al cui confronto Mara Carfagna è Rosa Luxemburg. Dopo l’avvento sul pianeta Terra della “nuova classe dirigente renzina”, il concetto di vuoto cosmico è stato totalmente riscritto. Nardella, Gozi, Nicodemo, Picierno, Morani, Ascani, Boschi, Faraone, Carbone, eccetera: il nulla assoluto, però arrogante. Per questo, anche se non sembra, Renzi è democratico: inondando la tivù di tali paninari invecchiati e droidi renzine, vanifica larga parte dell’instancabile lavoro che la stampa celebrante compie per lui. E ristabilisce un meritorio equilibrio democratico tra le parti in campo. Di questa tragicomica galassia di turiboli e scherani fa parte tal Alessia Rotta, che potremmo definire la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno. Di lei non si sa sostanzialmente nulla, non per discrezione ma perché nulla c’è da sapere. Wikipedia la definisce “politica e giornalista”, e non si sa se sia più ironica la prima definizione o la seconda. Nata a Tregnago nel 1975, ha l’apertura mentale della Biancofiore e pare buffamente uscita da una tela gotico-incazzosa di Goya.  Tal Rotta staziona con una certa regolarità in tivù non perché sia preparata (ahahah), ma perché “fa casino”. E’ usata nel piccolo schermo per creare confusione e far salire non tanto lo share, che con lei si suicida, ma i decibel. La Rotta ha oggi la funzione che nel ventennio berlusconiano avevano i Ghedini e le Santanché, solo che è molto meno efficace (nonché tutto sommato meno telegenica) di entrambi. Non avendo argomenti ma unicamente propaganda, accetta di andare in tivù solo con chi crede di dominare (eccedendo puntualmente in autostima) e non appena è in difficoltà (sempre) cambia argomento. Se qualcuno – legittimamente snervato da cotanto parossismo di niente – osa criticarla, lei parte con la immutabile rotta2Renzo-litania in tre mosse imparata nel “Manuale delle giovani Rondolino”. Fase uno: faccette schifate, tipo “emoticon disgustata dal mondo” (o da se stessa, chissà). Fase due: accuse generiche all’interlocutore, tacciato di fascismo e faziosità (che per la Rotta va bene solo se coincide con una Meli). Fase tre: sessismo. Se non sei d’accordo con tal Rotta, o anche solo non la ritieni bellissima e intelligentissima, sei automaticamente un “sessista misogino maschilista”. Va da sé che il sessismo è tale solo se riguarda lei o la Boschi: se l’attacco colpisce una Raggi o Taverna, sticazzi. A conferma di come Renzi sia tanto democratico quanto appena masochista, la Rotta nel Pd non fa la hooligan marginale ma è addirittura “responsabile della comunicazione Pd”. E questo spiega tante cose. Tal Rotta, più che renzina, è anti-grillina: parla solo di loro, e ovviamente malissimo. Su Twitter, dove non arriva a 8mila followers (daje) e dove lodevolmente usa come profilo un primo piano sfuocato, a dimostrazione di come lei stessa si vergogni di se stessa, ripete – ignorata dai più – che i 5 Stelle sono fascisti perché si sono accordati con la Lega per i ballottaggi. Stranamente non mostra lo stesso imbarazzo nell’essere alleata organicamente con Verdini, o nell’avere per stampelle al Senato quei filosofi sopraffini di D’Anna e Barani. La sua ultima missione è far vincere Giachetti al ballottaggio: “#iocicredo”, è il suo grido di battaglia. Solidarietà a Giachetti: nessuno si merita un bacio della morte così. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 14 giugno 2016)