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Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)

Andrea Romano campione del mondo e Pallone d’oro

Schermata 2017-03-07 alle 16.30.52Da mesi gli ascolti di La7, al mattino o nel primo pomeriggio, registrano effetti schizofrenici. Lo share sale e poi scende di colpo, per poi risalire apparentemente senza logica alcuna. Dopo lunghi e ponderati studi, si è dato a tale fenomeno il nome di “Effetto Andrea Romano”. Funziona così: uno è lì che guarda L’aria che tira, oppure Coffee break o magari Tagadà. Inquadrano qualcuno e lo spettatore si ferma. Poi inquadrano Andrea Romano. E lo spettatore scappa. Ogni giorno così. E’ lo stesso coi Rondolino o con le Meli, ma con Romano forse di più. Il nostro eroe non ha doti evidenti, o se le ha le nasconde benissimo. Scrive malino, parla pallosamente. Oltremodo respingente, ha un eloquio involuto e bolso. Trasuda supponenza e purtroppo per lui non può permettersela. Fisicamente, e pure come timbro di voce, ha un che di Filippo Timi. Però peggio. Parecchio peggio. “Politico” senza che la politica ne avesse poi così bisogno, Romano ha un fiuto raro nel non beccarne mezza. Quando scriveva su La Stampa, dieci anni fa o giù di lì, puntava su D’Alema e diceva al contempo che Grillo (dopo il VDay) si sarebbe sgonfiato subito. Ci ha preso in pieno, come sempre. Dopo aver girato qualche anno a Nardella, cioè a vuoto, ha cominciato a dirci che l’unica salvezza del pianeta Terra si chiamava Monti. Poi, quando Monti nel 2013 ha giganteggiato con la sua Sciolta Civica, si è reinventato renziano. Assieme a Genny Migliore incarna il trasformista iper-governativo, perennemente in tivù a dirci che Renzi è Dio, Carbone Gobetti e la Boschi la Madonna. Romano è un po’ assurto a Ghedini di Matteo: son soddisfazioni. Più va in tivù e più porta voti agli altri, come quasi tutti i renziani, ma tanto loro non se ne accorgono mica. Prima del referendum, Romano ci diceva che con la vittoria del “no” saremmo morti tutti. L’Apocalisse sarebbe scesa sul Pianeta Terra e tutto sarebbe stato tragedia. La riforma Boschi-Verdini la conosceva pochino, infatti con Fedriga raccattò una figuraccia epocale, ma lui pontificava comunque. I risultati, ancora una volta, si sono rivelati straordinari: quel che Romano politicamente tocca, muore. O quantomeno agonizza. E’ così anche in questi giorni, quando pascola di studio in studio per difendere Renzi, sia esso Matteo o il di lui leggendario padre Tiziano, sul caso Consip. Un caso che, ovviamente, conosce più che altro per sentito dire. Epica l’ennesima figura da Gozi nei giorni scorsi con il noto criminale Marco Lillo, in forza come sapete a questo empissimo giornale. In evidente difficoltà, che è poi spesso il suo status naturale, Romano ha ricordato a Lillo di essere un giornalista anche lui. E tutto il mondo ha riso come un sol uomo (L’Unità ha riso di meno: Romano si sta adoperando per affossare pure quella). Si potrebbe dire che, a furia di cantonate e sconfitte, lo sfavillante Romano diventerà un giorno umile. E magari capirà di avere forse sbagliato “lavoro”. Macché. Ogni giorno tromboneggia con voce rugginosa e aria sicura, senza contenuti e senza pubblico, come se tre mesi fa (vamos) non fosse stato sfanculato pure lui da 19 milioni di persone. Per lui, e per i renziani, in fondo non è successo nulla. Ed è questo uno dei tanti problemi dei renziani: continuare a sentirsi Marchesi del Grillo, quando al massimo sono Pretoriani del Renzi. Cioè di nessuno. (Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017, rubrica Identikit)