Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
dicembre: 2017
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La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Identikit: Messi, il paragone con Maradona e quella porta nel cielo

Schermata 2016-06-28 a 19.38.53“Non gioco più, me ne vado”. Messi ha citato Mina senza neanche saperlo, dopo la terza finale persa in tre anni. Un record di cui avrebbe fatto a meno. Continua la maledizione: l’Argentina non sa più vincere. Non le riesce da 23 anni. Sconfitta dalla Germania in finale ai Mondiali due anni fa. Battuta in Copa America, sempre dal Cile e sempre ai rigori dopo lo 0-0, ieri e un anno fa. Ventinove anni appena compiuti, Messi ha vinto tutto. Con il Barcellona: 8 campionati spagnoli, 4 Champions League, 3 Mondiali per Club, 3 Supercoppe Europee. Eccetera. Da solo: 5 Palloni d’Oro, di cui 4 consecutivi (2009/12) e l’ultimo un anno fa. E’ pagato come nessuno nel calcio (65 milioni di euro l’anno) ed è tra i più grandi di ogni epoca. Ma il suo palmares con l’Argentina langue, al di là del Mondiale Under 20 nel 2005 e delle Olimpiadi 2008 a Pechino. Da sempre lo paragonano a Maradona e il solo paragone ne evidenzia la grandezza totale. Si muove come un giocatore della Playstation, uscito chissà come dalla consolle. Segna con facilità irrisoria. Ombroso e umorale, con qualche bega giudiziaria che ne offusca il mito. Meno “umano” e simpatico di Cristiano Ronaldo, anche se a prima vista parrebbe impossibile. Fenomeno inaudoto, con l’ombra però dell’incompiutezza. Maradona vinse un Mondiale quasi da solo, trasformando i Burruchaga in satanassi, gli avversari in birilli e le mani in prolungamenti di Dio. Messi, no. La sua – mai abbastanza – Argentina è zeppa di talenti. Probabilmente più forte di quella dell’86. Eppure non riesce a vincere. Ieri sembrava il giorno giusto. Non sarebbe bastato per cancellare tutti i dubbi, ma avrebbe cambiato lo stato delle cose. E invece. Messi non solo non ha vinto, ma ha pure Schermata 2016-06-28 a 19.39.05sbagliato il rigore nella sequenza finale. Lo ha sparato alto, oltre la traversa, come se avesse intravisto una porta nel cielo. Ai campioni, ogni tanto, nelle finali capita: a Roberto Baggio, per esempio. Il suo è stato un errore tremendo, perché Vidal aveva appena fallito e l’Argentina poteva andare in vantaggio: il suo elemento migliore, invece, l’ha lasciata sola. Il Cile non ha sbagliato più, l’Argentina sì (con il laziale Biglia). Terza finale persa su tre. Dolore, lacrime. Claudio Bravo, portiere e capitano del Cile, ha provato a consolarlo. Si conoscono bene, sono compagni nel Barcellona. Ma non puoi consolare i Re che hanno appena perso il loro Impero. “Basta, lascio la Nazionale”: ha detto così, con parole per nulla meditate e chissà quanto definitive. I tifosi argentini non l’hanno presa bene: “Maradona non ci avrebbe mai lasciato soli”. Ancora quel nome, ancora quel paragone. Ancora la sensazione di essere bravo e anzi bravissimo: non abbastanza, però. Vero: Maradona non l’avrebbe mai fatto. Neanche Cruijff. E nemmeno Nino, quello della canzone, conscio che non è mica dai particolari che si giudica un calciatore. Messi, invece, ha reputato che il particolare fosse divenuto una iattura. Un macigno. Una maledizione. Gli “anti-Messi” in servizio permanente sono già ripartiti con le solite litanie: “Facile vincere col Barcellona”, “Con Neymar e Suarez farei il fenomeno anch’io”, “Segna tanto ma mai nelle partite importanti” (certo: le finali di Champions League, come noto, non sono partite importanti). A queste frasi, di solito, si aggiunge la recensione più urticante: “Messi è un ottimo calciatore in un meccanismo perfetto come il Barça, ma non un campionissimo”. Dar loro torto, dopo ieri, sarà difficile. E nessuno lo sa come la Pulce triste. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 28 giugno 2016)