Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
luglio: 2017
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Il quotidiano eroismo dei lavoratori italiani

Schermata 2017-05-02 alle 14.30.16La cosa che più colpisce di Sole cuore amore, il nuovo film di Daniele Vicari, è la capacità del regista di tramutare la quotidianità in epica. Un’epica triste e dolente, che restituisce brutalmente tutto l’eroismo che sta dietro a una madre di quattro figli che, ogni giorno, si fa quattro ore per andare al lavoro. Due per andare, due per tornare. Il tram alle 5 di mattina da Torvaianica, tra periferia e condomini. E due ore per tornare. Ogni giorno così, e non puoi certo ammalarti perché altrimenti il lavoro lo daranno a un’altra. Nel mezzo, una vita da barista forzatamente (ma meravigliosamente) sorridente. Bus che si rompono e che ti costringono a spettrali camminate all’alba, in mezzo a tanti altri forzati del lavoro deportati di qua e di là per neanche mille euro al mese (e spesso in nero). E’ questa la storia di Eli, figlia di quattro figli e sposata con un uomo disoccupato. Il bar è in centro a Roma, anonimo come molti bar del centro di Roma e non solo di Roma. Una collega extracomunitaria che sogna di laurearsi. E un datore di lavoro efferato nel suo sadismo quasi “garbato”, come se quei pochi soldi a fine mese – in cambio di una vita prossima alla schiavitù – te li regalasse. Daniele Vicari è regista (si sarebbe detto una volta) impegnato e militante, forte di film come Diaz, documentari fieri su attori pasoliniani (Mario Cipriani), tanti premi e altrettanti nemici. Compresa quella parte di critica che, nelle anteprime, lo ha accusato di eccessiva cerebralità. Di una freddezza affettiva deliberata, tipica di chi ha così a cuore il messaggio (“Il capitalismo deviato uccide”) da sottovalutare colpevolmente forma e cuore. E’ un’accusa che lascia il tempo che trova. E’ vero che le storie parallele di Eli e della sua amica Vale, ballerina incompresa da madre e colleghe, si incrociano solo in parte, sfociando in un finale che suona forse tronco e un po’ didascalico. Come è vero che il titolo, che cerca il testacoda – come fece Blob nel 2001 col G8 – alludendo a una canzone stupidamente spensierata e dunque opposta ai colori cupi del film ,suonerà straniante e forse controproducente per parte del pubblico. Sono però le uniche pecche eventuali di un’opera fieramente civile, commossa e necessaria. Larga parte della efficacia del film dipende dalla prova strabiliante di Isabella Ragonese, sempre col suo cappotto rosso che riecheggia quello della bambina di Schindler’s List. La sua bravura è fmonumentale nel dare corpo a una via Crucis che è poi quella di tante donne, e tanti uomini, disposti (costretti) a tutto per consegnare alla morte una goccia di splendore (avrebbe cantato Fabrizio De André). Bravo anche Francesco Montanari, il marito, tenero nel suo perenne senso di sconfitta derivante da una disoccupazione a cui oppone un amore invincibile: per la moglie, per i figli, per la vita. I film riusciti dipendono anche dalla resa degli attori non protagonisti, e in questo senso risultano decisivi Francesco Acquaroli (il “padrone”) e Paola Tiziana Cruciani (la madre bigotta di Vale). Alcune sequenze sono destinate a rimanere: il razzismo “distratto”, e quasi “normale”, della moglie del padrone e delle clienti del bar. L’incomunicabilità tra Vale e la madre. Il karaoke di Sole cuore amore, eseguito da due ragazzini insopportabili e circondati da una fauna umana non meno inutilmente ilare. La “canna” liberatoria tra Eli e il marito, unico svago di un’esistenza che non può essere definita tale. E poi l’indifferenza – la nostra indifferenza – di fronte a chi ci muore davanti, giorno dopo giorno, con quel garbo di chi non vuole disturbare neanche – soprattutto – quando soffre. Sole cuore amore, palesemente ispirato alla storia drammatica di Isabella Viola (che Vicari non cita), è un bel film. La parola “bello”, qui, c’entra però poco: è piuttosto un’opera giusta e doverosa, dritta e dolente. A tratti insostenibile. Con un’attrice spaventosamente brava e bella come una martire che si sacrifica per salvare chi le sopravvivrà. (Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2017)