Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Il Fatto Quotidiano’

I migliori di noi (recensione Il Fatto)

img_7621“L’amicizia vive di contrappesi tutti suoi, di bilanciamenti, di non detti, di un codice Morse che serve anzitutto per superare le frizioni. Per tollerare la lontananza. Per non dimenticare che l’amicizia è l’antidoto più efficace allo scorrere del tempo e l’unica cosa che, ai massimi livelli, riesce perfino a fottere la morte”. Ma anche “una strana malattia appiccicosa”.
E’ vero, non vale prendere un pezzo di libro per cominciare quella che dovrebbe esserne la recensione (ammesso che il genere esista ancora). Non ce ne vogliano i lettori, una ragione c’è ed è presto detta: I migliori di noi (da oggi sugli scaffali delle librerie con Rizzoli) di Andrea Scanzi è soprattutto un libro sull’amicizia, con svariate e insperate e sfumature di tenerezza. Insperate perché è difficile anche solo sospettarle dall’immagine pubblica dell’autore (può trasmettere l’idea di pensare al mondo come a un posto popolato di troppa gente che in una gara d’idiozia riesce a perdere). Ci sono Max e Fabio, cinquantenni, amici, ex fratelli ammesso che si possa diventare ex nella fratellanza. Uno di loro ha tradito, o sembra averlo fatto. Quasi a sua insaputa, per superficialità, noia, horror vacui. Di certo soldi e successo non sono stati gratis. Si paga tutto e qui si paga il prezzo dell’abbandono e dell’opportunismo: il mondo non sempre è dei furbi, non è vero che vince chi dimentica. Fabio è rimasto a casa, non ad aspettarlo, semplicemente a vivere. Non ha bisogno nemmeno di i-migliori-di-noi-coverperdonarlo, l’aveva fatto prima del suo imprevisto rientro in città. L’avrà aiutato Federica, compagna di tutta la vita, un amore miracolosamente sopravvissuto integro alle pantofole e ad altri accidenti della routine? L’avrà aiutato Bergie, adorabile e acutissima esemplare di Leonberger (un canone, mezzo San Bernardo mezzo Terranova), dotata di qualità telepatiche? Forse Fabio è semplicemente uno che sa come va il mondo, non è mitomane, sa che nel rapporto con l’altro (e più in generale nella vita) noi facciamo e diamo quello che possiamo mentre l’altro è con noi; è uomo abituato alle assenze, visto che suo figlio Marco, ormai adulto, vive a Londra e non telefona tutti i giorni.
Le cose vanno o non vanno: lo sa bene Fabio che per vivere scrive fiction (di successo) per Rete4. Non proprio un sogno, ma dà da mangiare. E magari lo sa anche Max che ha avuto la ventura (fortuna forse non si può dire) di scrivere una canzone di super successo trent’anni prima: il massimo che gli può capitare è ricevere una mail da Alex Britti o Ligabue (deliziosa perfidia dell’autore) che gli domandano se possono farne una cover. Lui sul computer tiene un file con la risposta valida per tutti, si limita a un copia-incolla nel testo-mail: cambia solo il nome dell’intestazione. Nei suoi occhi si vedono roteare i dollari come in quelli di Zio Paperone, ma l’ombra che sta dietro è il vuoto. Ha una risposta prefabbricata e la salvezza maledetta dell’immortale (non per dire, è diventato un classico) brano Dammi il bikini (non provate a cantarlo, chi scrive l’ha incautamente fatto e non è consigliabile). Della rockstar gli è rimasto solo tingersi i capelli e incassare le royalties. Infatti è lui il destinatario della domanda più dolorosa: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa”. Si possono rincollare i cocci? Risposta: sì. Il mastice è il vino, la musica, la bici (tutti ingredienti che si trovano anche nel precedente La vita è un ballo fuori tempo, di cui rispuntano personaggi e suggestioni: l’arzillo ottuagenario Vaiana, il giornale la Patria, un cane telepatico).
domenico-bigIl racconto, dice Calvino, “è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo”. E il tempo di questa storia, oltre al palleggio passato-presente, è quello di un’attesa, la più temibile: l’esito di un esame medico a cui Fabio si è sottoposto. Ma, a dispetto delle paurosissime circostanze, non è una prospettiva disperata. Il tempo dell’aspettare è riempito, naturalmente di bilanci (e di elenchi), ma anche di molta leggerezza dell’essere. Di piaceri in barrique, battute, riscoperte, bariste meravigliose (ce n’è una anche nel primo romanzo). Lo spazio è invece una città non immaginata ma reale. Arezzo, cui l’autore sembra voler restituire qualcosa, forse – azzardiamo – autonomia e distanza dalla straripante narrazione della toscanità “che piace e va incontro” come la sinistra che fu: Etruria non è solo una banca. E la colonna sonora (c’è, questo libro suona)? Tra le tantissime citazioni, vince una di Roger Waters: “Lo sai che mi importa di quello che ti succede/ e lo so che anche tu ti interessi di me/ Così non mi sento solo/ o non sento il peso della pietra”. Dopo aver raccontato le fragilità della generazione dei figli nei precedenti due libri, questa volta Scanzi si occupa dei padri: lo fa maneggiando con cura la materia, con il suo abituale sarcasmo, molte note umoristiche e continue sottolineature. Ma non ci sono giudizi universali da dispensare, solo vite da illuminare.
Proust – che di questo legame non sembra avere una gran idea – scrive che “Il piacere dell’amicizia si basa sulla menzogna che vorrebbe indurci a credere di non essere irrimediabilmente soli”. Non è detto sia vero. Forse l’amicizia è davvero un farmaco per creature “continuamente minacciate di morte, cioè tutti gli uomini”. Fabio e Max ve lo spiegheranno. (Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2016. Articolo di Silvia Truzzi)

Il tragico mondo degli hotel

Il mondo degli hotel sottostà a regole specifiche e rispetta usi del tutto precipui. Vediamone alcuni.
La gogna della tessera magnetica. Ogni hotel ha molte camere. Per entrare in camera basterebbe una chiave, ma sarebbe troppo facile. Il legiferatore del mondo degli hotel aveva un gusto assai spiccato per il ghiribizzo. Per questo chiunque voglia entrare deve accettare una tessera magnetica, in via teorica sufficiente a far aprire la porta. In reception, almeno, ti dicono così. Poi però ci provi e non si apre nulla. Così ti affidi a riti apotropaici, filastrocche antiche e abracadabra pagani affinché essa si apra. Ma niente. Dopo che ci hai provato per mezzora, non disdegnando anche l’uso sobrio del piede di porco, chiedi aiuto a qualcuno. E lui, sempre, riesce ad aprire la porta. Al primo colpo. E’ lì che ti poni molte domande sul senso della vita.
Tutto tranne il buio. Gli hotel moderni sono sempre più fighi, ma nascondono un trucco: non appena si fa notte, scopri che entra luce ovunque. Il viaggiatore, pur di avere un po’ di buio e dormire, a quel punto è disposto a tutto: attacca i poster di Valerio Scanu alle finestre, erige muraglie di mobilia davanti ai punti di luce, fa brillare le fondamenta dell’hotel col C4 per creare una barriera di macerie che oscuri i raggi di sole. E’ una guerra straziante.
Non c’è pace, non c’è silenzio. Le pareti che dividono una camera dall’altra sono fatte con i mattoncini della Lego, e per questo i rumori dalle altre stanze arrivano nitidamente alle tue orecchie. Bambini che piangono, coppie che copulano, milizie di adenoidi incazzose che russano. Un calvario, che il viaggiatore prova ad attutire usando tappi di ghisa. Però i tappi non bastano. Allora il viaggiatore li spinge sempre più giù, ben oltre le trombe di Eustachio. Alla fine, esausto, perde i sensi. Quando poi si sveglia, scopre che il silenzio continua: a furia di spingere i tappi nel condotto uditivo, è diventato sordo.
“Posso pinzare, gentilmente?”. Nelle reception degli hotel non ci sono esseri umani ma cyborg costruiti sul modello delle Leggi Robotiche di Asimov. Le frasi preferite dal Robot Receptionist sono “Una firma gentilmente” e “Posso pinzare la ricevuta qui, signore?”. Chissà perché, il Robot Receptionist è un feticista delle parole “gentilmente” e “pinzare”. Mah.
Muesli e agonia per colazione. Se l’Armageddon esiste, somiglia alle colazioni negli hotel. Prima di avvicinarti allo stanzone, vieni crivellato da zaffate rancide di uova alla coque. Osservi poi lo spettacolo mesto di uomini e donne che, come automi, trascinano i piedi tra formaggini del ’57, cracker mummificati e crostatine al gusto di muesli e agonia. Gli uomini hanno ancora le cispe agli occhi e le donne indossano ciabatte sommamente inaccettabili. Il viaggiatore, negli hotel, non fa colazione: fa le prove generali per il Giorno del Giudizio.
Non bussate a quella porta. Nel mondo degli hotel le cameriere entrano sempre senza bussare. Non solo: lo fanno sempre nei momenti più imbarazzanti per il viaggiatore. Quando è in bagno, quando è nudo, quando sta guardando Riotta in tivù. Una volta entrata, la cameriera reagisce sempre allo stesso modo: finge di stupirsi (“Pensavo non ci fosse nessuno”) e chiede scusa, ma in realtà se la ride di gusto. E subito corre a raccontare alle colleghe quanto è depravato il tizio della 307: “Pensate, stava addirittura guardando Riotta in tivù!.
IMG_1100Ditta Traslochi sempre attiva. Nel mondo degli hotel, dalle 8, partono i traslochi. Gente che urla come indemoniati, che sbatte le porte, che sposta i mobili. Il viaggiatore, stremato, chiama la reception per lamentarsi, ma in reception gli rispondono solo “Posso pinzare, gentilmente?”. Allora il viaggiatore si alza, apre la porta e controlla se in corridoio fanno casino. Ma non c’è nessuno. Così si convince che i rumori che sente sono solo nella sua testa. E telefona al primo psicologo junghiano con un’ora libera al pomeriggio.
Il mio regno per un aspirapolvere. Nel mondo degli hotel il suono che scandisce il ritmo del giorno non è quello degli usignoli: è quello delle aspirapolveri. Sono sempre accese, soprattutto di notte. Più che aspirapolveri, sono geyser. Hanno il rombo livido degli Stealth, ti entrano in testa come un riff di Keith Richards e non servono a nulla: ci sono più acari nelle moquette degli hotel che parole tronche nel canzoniere di Cremonini.
Tutto tranne le cose facili. Nel mondo degli hotel nulla è facile. Le prese della corrente non sono quasi mai dove dovrebbero essere, per esempio accanto al comodino. Il wi-fi funziona solo nella hall dell’albergo, che per questo è sempre piena di gente che bivacca lì con lo smartphone inchiodato sul livescore di Vitiano-Akragas. I minibar si aprono solo con mine, da acquistare previamente su Ebay, che permettono di far saltare la maniglia e dunque permetterti di degustare le anelate arachidi Cameo. Le serrande si chiudono solo se premi tre pulsanti e contemporaneamente reciti tutta la discografia di Memo Remigi per sbloccare il codice di accesso. Infine, se entri tardi e in reception non c’è nessuno, niente paura: basta usare la porta sul retro, scassinare la serratura, superare 5 prove mortali, sedare il cane di guardia, colpire alla nuca il vigilante, prendere le scale di emergenza, manomettere l’allarme, fare una piroetta, strisciare fino alla stanza e andare a letto senza accendere la luce (altrimenti ti scoprono). E’ dura, la vita negli hotel.
(Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2015)

E’ rimorto Antonio Gramsci

gramsci1In una parte di Sardegna poco turistica, ma non per questo meno affascinante, si nasconde – ma poi non troppo – la casa in cui crebbe e visse gli anni migliori uno dei più grandi pensatori del Novecento. Ghilarza, altipiano di Abbasanta, provincia di Oristano. Qui Antonio Gramsci, nato nel 1891 ad Ales, arrivò a sei anni dopo la condanna per peculato del padre. La vide un’ultima volta nel 1924. Quella casa, semplice e dignitosa, è anche la Casa Museo di Antonio Gramsci. Prima proprietà del PCI e poi della Fondazione Enrico Berlinguer e dunque dei Ds (che non esistono più, ma come proprietà esistono ancora), è stata totalmente dimenticata dal “partito”. Probabilmente un pensatore così enorme, e così libero, è ancora per molti imbarazzante. E del resto è tutto da dimostrare che uno come Renzi, “cresciuto tra De Gasperi e gli U2” (ma più che altro tra Jerry Calà e Righeira) lo conosca granché. E – sempre del resto – il giornale da lui fondato (L’Unità) ospita ora in prima pagina tal Rondolino, che è come riorganizzare Woodstock chiamando i Modà al posto di Jimi Hendrix. Un tempo luogo di convegni, Casa Gramsci merita ancora – ed eccome – una visita. Riporta le cose care a Gramsci: quelle con cui giocava (poco), quelle con cui leggeva (gli occhiali), quelle con cui sopportò confino e galera (gli oggetti del carcere). Molti di questi documenti, come le lettere e i 33 quaderni, sono arrivati a noi grazie alla cognata Tania Schucht, la sola a restargli vicina fino alla fine. Secondo alcuni i quaderni del carcere, che Gramsci scriveva più per sopravvivere che per ipotizzarne la pubblicazione (e che nondimeno sono divenuti uno dei testi italiani più tradotti al mondo), erano 34. Il 34esimo sarebbe andato perduto per volere di Togliatti, impaurito dal fatto che proprio in quel quaderno Gramsci avesse vergato il suo allontanamento dal comunismo e l’inatteso approdo al liberalismo. Di sicuro Gramsci, anche in carcere, ebbe quasi tutti contro. Compresi i comunisti, quelli duri e puri, che lo ritenevano traditore e “deviazionista” perché a Turi godeva di “facilitazioni” – inesistenti: i fascisti gli concedettero solo quaderni e penna – e perché osava dialogare con due anarchici e “con il social-gramsci2fascista Sandro Pertini”. Prima confinato a Ustica e poi arrestato nel febbraio ’27, il processo al deputato Gramsci cominciò più di un anno dopo perché neanche i fascisti riuscirono a inventare con rapidità reati credibili. Alla fine fu condannato – da quella caricatura chiamata Tribunale Speciale Fascista – a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione per “attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe”. Nato nel 1891, al momento della condanna aveva 37 anni. A due anni era stato colpito dal morbo di Pott, una forma di tubercolosi ossea che ne bloccò la crescita – era alto 1 metro e 45 centimetri – e lo deformò: gibbosi, sterno sporgente. A 4 anni, vittima di emorragie e convulsioni, fu dato per morto al punto che la madre comprò la bara. Da bambino, convinti di allungarlo, i familiari lo appendevano al soffitto con pesi alle caviglie. Nella Casa Museo raccontano tutto questo e mostrano poi lettere strazianti, come quella alla madre dopo essere stato arrestato: “Vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”. La prigiona peggiorò il già precario quadro clinico. Il “detenuto 7047” del carcere di Turi fu minato nel 1931 da arteriosclerosi: ebbe per questo, come “premio”, una cella individuale (fino a quel momento la divideva con quattro detenuti). Dal ’33 soffrì di allucinazione e deliri. Era insonne e le guardie, come ha raccontato Pertini, facevano più rumore possibile per svegliarlo. Solo nel ’35 fu trasferito – comunque sorvegliatissimo – in una clinica, prima a Roma e poi a Formia. Liberato nel ’37 e devastato da gotta, crisi epatiche e ipertensione, morì una settimana dopo – 46enne – all’alba del 27 aprile. Quando il Pm Isgrò ne chiese la condanna, disse: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. Ci riuscirono. Pertini lo descriveva così: “Occorre immaginare il corpo debole di un pigmeo e, su questo corpo, la testa di un Danton (..) Gramsci è stato certamente il cervello più forte, l’uomo di più vasta cultura che io abbia conosciuto lungo il mio cammino”. gramsci3La Casa Museo di Ghilarza riceve una media di 7mila visite l’anno. Il “partito” ha smesso di sostenerla – 15mila euro annui – con la fine dei Ds. Anche la Regione deve ancora dare i 36mila euro annui del 2014. Resistere è dura e di leader nazionali, in giro, non se ne vedono da tempo. Gli ultimi sono stati Diliberto, Bertinotti e Vendola. Mai visto un renziano di grido, a parte una comitiva guidata da Pigliaru prima delle Regionali 2014. “Anche D’Alema non viene dai tempi della FGCI”, raccontano i volontari che ora ne sorreggono,  da soli e senza aiuto, tutto il peso. A fine anno vorrebbero ricordare Nanni Loy, altro sardo dimenticato, nato 90 anni fa e morto due decenni or sono, ma pure quella sarà un’impresa: arduo, al tempo di questa generalizzata idiozia conquistata a fatica, esercitare il rivoluzionario diritto e dovere della memoria. (Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2015)

Il talento di Ivan Graziani calpestato dalla sua terra

Il chitarrista che chiedeva un occhio di riguardo al suo Dio, e quel riguardo non lo ha avuto, compirebbe tra poco settant’anni. Ivan Graziani è nato a Teramo il 6 ottobre 1945 e se n’è andato troppo presto, il Primo Gennaio 1997 a Novafeltria, il luogo della moglie Anna in cui si era trasferito da tempo. La sua bella città dovrebbe come minimo organizzare una festa di compleanno per uno dei suoi cittadini più illustri, ma la giunta fa poco. Anzi nulla. Gli amanti del cantautore più atipico italiano stanno lamentando – per esempio nel gruppo chiuso “Maledette malelingue” su Facebook – il disinteresse dei politici locali. Non è una novità. Evidentemente una delle cifre di Graziani, il cui talento è stato tanto enorme quanto insolito, è quella di essere stato sottovalutato in vita come in morte. Un anno fa, a dicembre, ha avuto luogo nel Teatro di Teramo – gremitissimo, perché il pubblico c’è sempre stato e sempre ci sarà – la 17esima edizione del Festival Pigro a lui dedicato. NeIvan-Graziani esisteva anche una versione primaverile a Bolognano (Pescara): oggi non esiste né l’una né l’altra. A Teramo, lo scorso dicembre, sfilarono tra gli altri Cristiano De André e Enzo Decaro, Fausto Mesolella e il figlio Filippo, la cui voce è davvero vicina al timbro – pure quello personalissimo – del padre. Fu una festa, in parte rovinata da una conferenza stampa tesa. Il sindaco Maurizio Brucchi (Forza Italia, secondo mandato) e l’assessore alla Cultura Francesca Lucantoni sottolinearono le difficoltà della serata gratuita (pare che il costo fosse 14mila euro ivate, di cui 3mila dal Comune) e presagirono un’edizione a pagamento nel 2015. Di contro, la famiglia Graziani lamentò la perdurante freddezza di Regione e Comune. Di lì a poco, per il concerto di Capodanno, la giunta ebbe la straordinaria pensata di spendere 37800 euro più Iva (sic) per il concerto di Marina Rei. Un flop fragoroso, per via del freddo e non solo. Secondo la Digos c’erano poco più di 250 persone, anche se l’assessore Lucantoni postò su Facebook una foto della piazza piena e scrisse con impeto involontariamente comico: “Nonostante la temperatura, in risposta alla solita blanda e patetica strumentalizzazione politica, ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con grande spirito di squadra!”. Subito scoperta e zimbellata dal web (e dalFattoquotidiano.it), la Lucantoni provò a farfugliare che la foto non l’aveva scattata lei e che i soldi erano tutti derivanti da sponsor, anche se secondo il M5S “9mila euro erano stati sborsati da un ente pubblico come il Bim”. Un disastro fragoroso, che si poteva evitare facilmente: bastava invitare Filippo Graziani, che avrebbe garantito molta più gente e che oltretutto sarebbe costato assai meno. A parlar troppo di beghe così infime sorge però il sospetto di fare un torto ulteriore a Ivan Graziani, e sarebbe imperdonabile. Graziani è stato tante cose: chitarrista sontuoso e artista eclettico, pittore FullSizeRendere scultore, nonché disegnatore che a inizio carriera si arrabattava tra esperienze pop di pregio (Anonima Sound) e fumetti quasi-porno per riviste svedesi con tanti “pupazzetti scopatori”. Ora lirico – ma a modo suo – e ora boccaccesco, con un gusto tutto suo per la parola cantata e con un’inclinazione mirabile per i ritratti femminili (Agnese, Cleo, Dada, Angelina, Federica, Marta eccetera), resta
l’unico cantautore in grado di scrivere brani su uomini intenti a leggere sulla tazza del cesso (Io che c’entro) e far poesia con assoli di neanche trenta secondi (Olanda). Ivan Graziani ha toccato vette che ancora troppi faticano a vedere. Nella seconda metà dei Settanta era posseduto da un demone che lo ha portato a partorire dischi – semplicemente – perfetti come “Pigro” (1978) e “Agnese dolce Agnese” (1979), opere che da sole valgono più di mille Roberto Vecchioni. Gli anni Ottanta sono stati per molti cantautori un’ecatombe creativa e pure lui ha sofferto, andando per esempio al Sanremo ’85 con una canzone che giustamente non piaceva neanche a lui (Franca ti amo), ma ad averne oggi di Limiti e di Navi, per non parlare della ispirata risciacquata nel rock di fine decennio (Ivangarage). Quanta follia geniale c’è nella sua Motocross, quanta crudezza di provincia nella sua Fango. E come vola alta quella perla inaudita chiamata Fuoco sulla collina. Difficile passare senza smarrirsi da “Ivette senza tette”, “capelli fermi come il lago” e “parole appese a un gancio come quarti di vitello”: difficilissimo, ma a lui riusciva. Non ci è dato a oggi sapere se la giunta di Teramo tornerà sui suoi passi: sarebbe bello, e sarebbe il minimo. Se ciò non accadrà, sarà solo un altro esempio di ignoranza crassa. Pazienza: vorrà dire che la festa di compleanno la faranno, e faremo, altrove.
(Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2015)

Beppe Fenoglio, la maratona con il Partigiano Johnny

IMG_1077Lui c’è rimasto, “ritto sull’ultima collina”. Se n’è andato il 18 febbraio 1963 a neanche 41 anni, ma Beppe Fenoglio appare – oggi più di ieri – non tanto e non solo brutalmente attuale, ma anche e soprattutto vivissimo. Domani, in quella sua Alba che non lo amò abbastanza e che ne contestò il matrimonio civile, lo ricorda con la doverosa consuetudine annuale della maratona fenogliana. Il ritrovo sarà alle ore 16 in Piazza Rossetti al Centro Studi Beppe Fenoglio, animato dalla figlia Margherita. Avvocato, quando il padre morì aveva due anni. Negli ultimi giorni della sua vita, Fenoglio poteva comunicare solo scrivendo. Era stato tracheotomizzato. Quei biglietti autografi, così eroici e così strazianti, sono prova ulteriore di una lucidità inaudita e di una radicata refrattarietà alla retorica: proprio come nei suoi racconti e romanzi, sempre compiuti nella loro fatale incompiutezza (sono usciti spesso postumi e dunque in versioni non autorizzate dall’autore). Ogni biglietto era un commiato: alla figlia, alla moglie Luciana, ai genitori, a Don Bussi. Al fratello Walter scrisse: “Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi”. E così fu. Fenoglio non è scindibile dalla Langa. I percorsi fenogliani riconducono a Mango, San Benedetto Belbo, Mombarcaro. Tutto, in quei luoghi, rimanda a lui, e resta una vergogna che Alba gli abbia dedicato solo una via marginale, quasi che quel partigiano eterno imbarazzasse ancora qualcuno. Non è stato fortunato, Beppe Fenoglio. A volte non parve neanche convinto delle sue qualità, per esempio quando Elio Vittorini bocciò La paga del sabato (“C’è troppo cinematografo”) e ridimensionò (pur pubblicandola) La malora. L’unico che lo capì sin dall’inizio fu Italo Calvino, con cui si confrontava sempre e che – dopo la pubblicazione postuma de Una questione privata – dichiarò: “Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è”. Fenoglio, però, sapeva di essere Fenoglio. Alla moglie ripeteva che, un giorno, tutti avrebbero letto La malora per capire com’è che si viveva in Italia a inizio Novecento. E così è andata. A chi gli consigliava di non polemizzare con Pasolini, replicava: “Non lo conosco, né come uomo né come scrittore. beppeE poi lo spirito di scuderia (due garzantini) nemmeno mi sfiora. Io sarò un brocco, ma un brocco brado”. E alla madre, che lo rimproverava per non essersi laureato, ripeteva che un giorno la laurea gliel’avrebbero portata a casa. E così, ancora, è stato (nel 2005). Per Fenoglio la scrittura era esigenza e dolore. I suoi manoscritti sono consumati, torturati, arati. Dietro le 60 sigarette fumate al giorno c’era una tensione scrittoria implacabile. Ha inseguito fino alla fine una lingua che restituisse l’epica obliqua della lotta partigiana e per questo ha scritto in “fenglese”. La prima stesura era in inglese, che amava e conosceva bene. L’inglese era “il palo della vigna” come ha notato Gian Luigi Beccaria: il sostegno per ricreare un mondo e vivificare parole che in italiano non rendevano appieno (l’entità del rosso, in Fenoglio, diviene per esempio “redness” e poi “rossità”). Innamorato dell’Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria, non visitò mai quei luoghi sognati: non ne ebbe il tempo, e poi non voleva sporcarne l’utopia con la volgarità del reale. Per lui la collina era un mare, infatti i suoi partigiani “veleggiano”. E per lui la lotta partigiana fu – oltre che l’unica cosa da fare – guerra civile. La retorica comunista storse il naso, ma gli Zdanov e gli Staino son sempre esistiti. Nei suoi libri ci sono pochi giudizi e ancor meno anime salve, e quelle poche non hanno scampo: l’amato professor Cocito, impiccato dai nazisti; Dario Scaglione “Tarzan”, fucilato alle spalle dai fascisti a Valdivilla. Fenoglio scortecciava le parole, detestava i fronzoli e fu uno shock: linguistico, contenutistico, morale. Sognava una nuova ripartenza, ma prim’ancora del 25 aprile vide troppi repubblichini reinventarsi partigiani e capì che senza epurazione non poteva esserci Liberazione. Viveva dentro “giorni impartoribili”, inseguiva l’eleganza, coltivava il rigore e non cercava case in collina come Cesare Pavese, pure lui uomo di Langa (ma una Langa diversa): l’amore non è più evasione, bensì propellente per attuare una sorta di “guerra puritana” ideale, tra Omero e il Paradiso perduto di Milton. Fenoglio era un lord da battaglia, un partigiano con pochi sorrisi, uno scrittore d’anticipo. C’è, nelle sue opere, una primavera di bellezza continua, la stessa che si percepisce in quel concerto – così perfetto – con cui i CSI lo ricordarono il 5 ottobre 1996 ad Alba. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano»: così chiese. Molti non lo conoscono, che è colpa ma anche un po’ fortuna: non sanno la meraviglia che li aspetta.
(Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2015)