Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Luttazzi e il problema di essere Luttazzi (Caro Daniele, frigna di meno e torna a teatro. Se ce la fai)

Schermata 2016-02-02 a 19.12.35Ringrazio Daniele Luttazzi per l’attenzione. Nella sua replica al Fatto Quotidiano di ieri si guarda bene dal rispondere nel merito del mio articolo (“la scomparsa della satira dalla tivù”), preferendo dilungarsi sull’analisi logica del testo dell’estensore. Evidentemente, in questi anni clandestini, dev’essersi autoconvinto di somigliare al Sapegno. Il suo è un testo contorto e confuso, spesso fuori fuoco, ma è comunque un passo avanti: negli ultimi sei anni Luttazzi o non rispondeva o si intervistava da solo, scegliendo il giornalista – io ovviamente ero bandito – e imponendo di farsi mandare il testo prima di pubblicarlo. Per poi riscriverlo daccapo, quasi come Berlusconi o Renzi. Ops.
Il mio articolo di sabato, peraltro benevolo nei suoi confronti, come immaginavo lo ha stanato. Ho provato a togliere dalla sua risposta le parti rancorose, poco lucide e tromboneggianti. Solo che, se le toglievo, non restava niente. Così le ho lasciate. E’ la prima volta che vengo usato come un predellino da satirici un po’ in disgrazia, ma tutto sommato non è male. Pensavo peggio. Prendo poi atto di essere la sua nuova ossessione, anche se lo preferivo quando andava in fissa per Martina Colombari spalmata di Nutella a Barracuda. In questa replica mi dilungherò più che sul cartaceo. Altre considerazioni.
Daniele descrive il nostro rapporto tratteggiandomi come una sorta di stalker che “seguiva ogni mia data toscana”. Macché “ogni data”, lo andavo a vedere quando si esibiva nei dintorni di Arezzo: era Luttazzi, mica Roger Waters. Non ero un fan: eravamo amici. Lo siamo stati dal 2002, quando lo intervistai dopo l’editto bulgaro per Il Mucchio Selvaggio, fino all’ottobre del 2010. Se si esibiva in provincia di Arezzo, era ospite a casa nostra (al tempo ero sposato). Persona oltremodo garbata. Ci sentivamo spesso e fui io, per esempio, a informarlo della chiusura di Decameron su La7. Dicembre 2007. Scrivevo su La Stampa e mi aveva appena avvertito Gramellini. Era tarda sera, lo chiamai, il suo cellulare era spento. Mi richiamò poco dopo: era uscito dal cinema e non sapeva nulla. Ci rimase malissimo. Ho visto molte sue anteprime teatrali. Ci sentivamo regolarmente. Ricordo come fosse ora la sua emozione dopo l’ultima intervista televisiva da Enzo Biagi (“kitsch sentimentale” anche quello?). Gli scontri con Fabio Fazio. Gli attacchi continui che riceveva. Ricordo anche quando, più volte, mi battei perché alcune sue (belle) interviste censurate uscissero comunque. E spesso ci riuscivo. Lo aiutai tante volte in quegli anni, e così fece lui. Lo ricordo bene. La sua memoria, invece, col tempo ha perso colpi. Peccato.
Perché è finita? Perché, dopo Raiperunanotte (25 marzo 2010), comincia a circolare il video del plagio. Io, da amico, ci rimango di merda. Mi sentii preso in giro, come larga parte del suo pubblico. E io non amo essere preso in giro: men che meno da chi stimo e da chi si dice integerrimo. Poco dopo Le Iene lo va a beccare a Fregene. Lui, di fronte a Elena Di Cioccio, scappa in bicicletta (mamma mia) e straparla di diffamazione. Per Daniele fu una mattanza indicibile. Un disastro. In  confronto Di Pietro a Report ne uscì bene. Ne soffrii e gli mandai un messaggio. Mi chiamò subito, tutto entusiasta, dicendomi: “Hai visto come sono stato bravo e che figura le ho fatto fare?”. Rimasi allibito: secondo lui ne era uscito vincitore. Ebbi la sensazione che si stesse creando un mondo parallelo per immaginarsi ancora immacolato agli occhi del pubblico. Mi permisi di dirgli quello che ho sempre pensato, ovvero che restava un grande della satira ma che dalla vicenda ne era uscito male e doveva ammetterlo. Lui non gradì e chiuse la telefonata. Nei mesi successivi, attraverso molti articoli, ho più volte esortato Daniele a tornare in tivù o almeno a teatro. Da quel giorno mi ha però cancellato, reputando che non lo avessi “difeso” abbastanza. Pazienza. Poi, ieri, si è divertito ad attaccare, astiosamente e confusamente, una delle due o tre persone che ancora lo rivorrebbero a teatro (e in tivù) e non ne negano il talento. Chi lo capisce è bravo.
In quella telefonata gli dissi anche che mi ero separato. Daniele si raffreddò ancora di più. Evidentemente non è ancora riuscito a superare il trauma, se è vero che ieri ha cominciato il suo pezzo sul Fatto alludendo – con eleganza rara – alla mia vecchia casa e alla mia ex moglie (la “dolce Linda”). In termini di morale e apertura mentale, Luttazzi ha un concetto di amici e coppia paragonabile a quello di Nanni Moretti in Bianca. Però più talebano.
In uno dei suoi ultimi libri, Luttazzi mi ha pure messo nelle liste di proscrizione, tra i giornalisti a lui sgraditi. Daniele è sempre stato “più permaloso di una mina” (lo diceva di D’Alema), persino più di me, e se non lo incensi per rappresaglia invade la Polonia. E’ fatto così.
Schermata 2016-02-02 a 19.12.47Con prosa criptica, bolsa e sempre più involuta, Luttazzi critica sul Fatto la mia propensione al “kitsch sentimentale”. Ci sta, e “Mogol dei coccodrilli” non è male. Certe critiche fanno solo bene. Daniele arriva a sostenere che io non sia sincero nel raccontare a teatro figure che ho conosciuto e amato, e faccio finta di non averlo letto. Del resto è comprensibile, per un teatrante senza più teatro, provare astio per chi oggi frequenta con soddisfazione il teatro. Come è comprensibile, per chi generava appartenenza, provare ora nostalgia: ho molto rispetto delle ferite aperte altrui. Poi però, con consueta hybris, Daniele scrive che artisti come Gaber e De André “non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa”. Cioè: lo decide lui cosa sia lecito e cosa no. Cosa si possa fare e cosa no. Accidenti: quest’uomo ha un ego addirittura superiore al mio.
Luttazzi cita la sua prefazione al mio libercolo C’è tempo (2003). Credo che per quel libro avesse abbastanza ragione: la critica di “kitsch sentimentale” era pertinente. Fu peraltro la stessa critica che mi rivolse Gianni Mura, altro giornalista depennato dai “meritevoli” perché una volta aveva osato dargli un’insufficienza (ve l’ho detto che Daniele è permaloso come una mina). La cosa buffa è che Luttazzi si arroghi ora il merito (l’ennesimo) di avermi messo in guardia dal rischio di “kitsch sentimentale” con quella prefazione. Macché: era una prefazione così arzigogolata e autoriferita che la capì solo lui. Anzi: forse neanche lui.
Per Daniele i miei articoli sembrano necrologi e mirano a dimostrare che un artista un tempo grande ora non lo è più. Forse, chissà, si è sentito parte in causa. Parla anche di “decomposizione” che “solo io vedo”. Dipende: se alludiamo alla sua carriera, è vero il contrario. Ovvero che lui è l’unico a non vedere la “decomposizione”. Teatralmente e televisivamente, Luttazzi è fermo da sei anni: un tempo che poteva permettersi Kubrick, mica lui.
Semplificando, Luttazzi mi accusa di plagiare sempre me stesso. Be’, se anche fosse, sempre meglio che copiare gli altri. No, Daniele?

Schermata 2016-02-02 a 19.15.55Daniele è intimamente terrorizzato da tutto ciò che è “sentimentale”. Lo ritiene proprio un morbo purulento. A ciò contrappone una apparente scorza dura da “vero satiro”, che scherza sulla morte e invita a non usare la cannuccia per succhiare i liquidi da una bara (ah ah ah). Gioca al satiro cinico e freddo. Appunto: gioca. E’ una posa. Una delle (sue) tante.
Chiuso nel bunker, Daniele ha forse perso qualche passaggio legato all’attualità. Parlando di Benigni, sostiene che solo io ritenga che il referendum “sfasci la Costituzione”. Gli consiglio, tra i tanti, la lettura di Zagrebelsky e Pace. Appena più rilevanti, come costituzionalisti, di tal Daniele Fabbri.
Nella parte più stimolante della sua sbrodolata astiosa, Daniele cerca di smontare l’impalcatura dei miei articoli. Lo ringrazio del volenteroso tentativo. Purtroppo Luttazzi finge di non sapere che sono proprio i suoi pezzi a seguire sempre le stesse rotaie. Funzionano così: Daniele parte con uno zuccherino dedicato al personaggio che sta per demolire. Segue una parte in cui ci spiega che “lui sa”. Parte poi il citazionismo diffuso, per farci sapere che lui legge tanto (avendo del resto molto tempo libero). Arriva quindi il momento della masturbatio, durante la quale Daniele affastella frasi oscurissime come fosse Antani (“aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp”: ehhhhhh???). Poi, immancabile, il finale sarcastico. Non cambia ricetta dal ’91 e questo lo porta a continue reiterazioni di se stesso: il suo articolo di una settimana fa su Grillo, per esempio, è identico a quello (splendido) che scrisse sempre su Grillo a settembre 2007 dopo il primo V-Day.
Per dimostrare la forza del suo (strepitoso) monologo a Raiperunanotte, Daniele elenca i numeri delle tante visualizzazioni su Youtube. Libero di farlo, ma se i numeri valgono allora Matano che scorreggia è Dio. Non è che la Rete può coincidere con la qualità solo quando conviene a Luttazzi. Altrimenti potrei rispondere che il mio pezzo su Benigni è stato uno dei più condivisi sul sito del Fatto e “quindi” è inattaccabile.
Sulla satira Daniele ha sempre avuto le idee chiarissime: la satira, in Italia, è solo lui. Crozza? “Umpf, lui fa sfottò”. Sabina? “Naaaa”. Corrado? “Bravino, però pigro”. Benigni? “Proprio no”. Per essere tollerato da Luttazzi, devi accettare i due SPL (Sacri Postulati Luttazzici). Uno: lui è l’unico satirico in Italia. Due: la querelle plagio non esiste. Buonanotte, Daniele.
Daniele mi chiede se abbia letto i suoi ultimi due libri: sì, purtroppo li ho letti.
Daniele mi accusa di “propaganda grillina”. Attenzione: il suo problema non è che io faccia “propaganda”, cosa ovviamente falsa nonché diffamatoria, ma che (nella sua testa) la faccia a Grillo. Se la facessi a Luttazzi, invece, gli piacerebbe da pazzi. Oltretutto Daniele prende a pretesto una frase innocua che nulla c’entra con la propaganda (“Grillo si è fatto megafono di una protesta trasversalmente condivisa”). Se i 5 Stelle sono arrivati al 30% o giù di lì, e se i 5 Stelle li ha fondati Grillo, la “propaganda è trasversalmente condivisa”. Mero dato di fatto. Che poi Luttazzi abbia altre idee o si sia vantato in passato di avere ispirato coi suoi scritti il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando (stica), attiene alle perversioni e alle parafilie.

Schermata 2016-02-02 a 19.17.45Luttazzi detesta Grillo. Lo odia così tanto che, pur di andargli contro, sarebbe persino disposto a dar ragione a Benigni (ops). Quando ci frequentavamo, mi raccontava come Grillo gli avesse rubato (giuro: non sto scherzando) una battuta su Papa Giovanni Paolo II e Parkinson. Battuta bruttina, peraltro. Di contro Grillo lo ha sempre visto come “quello lì che parla veloce e legge dal leggio”. Si detestano, ma mica è colpa mia.
Ops” è una citazione. Anzi, no: una “caccia al tesoro”. Ops.
Nel 5% di articolo in cui non si esercita nell’arte povera di togliersi nervosamente i sassolini dai mocassini, Luttazzi scrive cose molto sensate sulla satira in Italia: le stesse cose che avevo scritto io tre giorni prima. Lui però fa finta che sia tutta farina del suo sacco: dev’essere proprio un’inclinazione atavica, la sua.
Sulla querelle plagio, Luttazzi propone sempre la solita ricetta tripartita. Fase uno: “il plagio non esiste” (ovvero: creazione di un mondo immaginario, che lo illude di essere innocente). Fase due: la supercazzola (ovvero: infarcire articoli e “interviste” di tapioche prematurate, tipo i lisergici “ruoli attanziali” che ormai fanno giurisprudenza quando si parla di “epic fail”). Fase tre: “Mi hanno voluto colpire perché ero diventato scomodo”. Che è verissimo, ma non sposta di una virgola l’evidenza del video in cui troppe battute combaciavano.
Schermata 2016-02-03 a 13.56.09Per alcune di quelle battute, a sua volta, Luttazzi lamentava la “copiatura” da parte di Bonolis e altri colleghi. Una volta era il cervello di Keith Richards che smetteva di funzionare se non si drogava, quell’altra la mosca (o era una falena?) che scorreggiava. Sfortunatamente si era dimenticato di dirci, o non ci aveva detto abbastanza, che alcune battute le aveva allegramente attinte da altri durante i suoi continui viaggi a New York. Sperando che nessuno se ne accorgesse o che magari qualcuno bombardasse Youtube. Chi vuole farsi un’idea può andare a (ri)vedere i video, sempre ammesso che la Krassner Entertainment (di Luttazzi) ne abbia lasciato in giro qualcuno.
Luttazzi ha ragione quando se la prende con il “mandante” del video, ma resta il contenuto del video. E il contenuto è sconfortante. Come gli dissi dopo la gogna a Le Iene, avrebbe dovuto chiedere scusa e ripartire. Invece si è messo a fare mirror climbing. Uno spettacolo avvilente: la “caccia al tesoro”, la semiotica, l’estrapolazione, “il testo è solo uno dei tre elementi che caratterizza la battuta come joke”. Daniele: ma de che? Uno strazio, e il bello (va be’) è che lui sembra crederci. Per una sorta di contrappasso brutale, Luttazzi pare diventato come il Berlusconi di Montanelli, così bravo nell’esser bugiardo da credere ormai alle proprie bugie. In questi sei anni si è fatto male ogni giorno di più, obnubilato da una presunzione smisurata e sorda a qualsivoglia consiglio amichevole. Ha perso tempo e forse smalto: le sue sporadiche battutine su Twitter sembrano scarti di Lercio (“Basta polemiche: Bruno Vespa è incensurato come Vittorino Casamonica”; tutto qui, Daniele?). E pure la sua articolessa a me dedicata non strappa un sorriso neanche per sbaglio. Uhm.
– Luttazzi ha preso (e perso tempo) anche per paura: avendo avuto il merito di crescere un pubblico tanto attento quanto esigente, larga parte di quello stesso pubblico non può perdonarlo, perché si è sentita tradita dalla persona che meno di tutti poteva permetterselo. Se oggi Luttazzi è uno degli artisti più in difficoltà di Italia, e se ogni volta che lo citi nove persone su dieci rispondono (ingiustamente) “ah sì, quello che copiava”, non è (solo) colpa di censura, potere e media: è anche colpa di alcuni suoi errori. Ed è un peccato vero, perché il talento c’era (c’è?) e le battute interamente e sicuramente sue erano tante. Spesso strepitose. Luttazzi è stato appartenenza vera: appartenenza preziosa. Per questo la ferita collettiva è stata così grande. E ora, anche se mai lo ammetterà, Daniele ha paura che quel pubblico non ci sia più. Anzi: ne ha terrore. Non è solo censura: sta zitto per paura. Per rancore. Per senso di colpa.
Caro Daniele, smettila di frignare. Scegli ossessioni migliori del sottoscritto. Ritrova la tua lucidità antica. Sii meno noioso. E – se ce la fai – muoviti a tornare a teatro: ce n’è un gran bisogno. (Il Fatto Quotidiano, Extended Version, 3 febbraio 2016)

Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa (a parte Crozza)

Schermata 2016-01-31 a 10.16.18Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa, tranne Maurizio Crozza e poco altro. Pochissimo altro. E’ una scomparsa pesante, perché la satira – se ispirata e ben fatta – aiuta a tenere alta l’asticella dell’indignazione. Permette di restare vigili. Induce a porsi domande e ti porta a non accettare supinamente tutto quel che decide (cioè impone) il Potere.
Forse perché costantemente stimolata da governanti imbarazzanti, in Italia la satira ha sempre avuto grandi esponenti. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta pensare al dualismo Benigni-Grillo negli anni Ottanta. Il primo, iconoclasta e sboccatissimo, ieri era incendiario e oggi pompiere. Ieri voleva bene a Berlinguer e oggi a Renzi. Ieri prendeva in giro “Woytilaccio” e oggi è più papista di Ferrara. Ieri (anzi l’altroieri) celebrava “la Costituzione più bella del mondo” e oggi vota sì al referendum che ne sancirà lo sfascio. L’altro, cioè Grillo, che nell’86 si vedeva cacciato dalla Rai per una battuta su Craxi, ha battuto per anni i palazzetti all’insegna di una inedita “satira economico-ecologico-politica”, decisiva per il suo approdo in politica. Un approdo di successo, che sancisce però un cortocircuito pericoloso per un satirico. Lo scriveva già bene Daniele Luttazzi ai tempi del primo V-Day. Due giorni fa è tornato sull’argomento: “Dal momento in cui il comico decide di compiere questo passo, la sua satira diventa, inevitabilmente, propaganda (..) Grillo adesso vorrebbe tornare quello di prima, dice che si fa da parte. Troppo tardi. Ed è falso: ha forse rinunciato alla proprietà del marchio Movimento 5 Stelle? Ci rinunci, dunque, e potremo giudicare fino a che punto è credibile la sua satira contro Casaleggio, Fico, Di Battista e Di Maio”.
Luttazzi è un altro nome decisivo: pochi hanno saputo scudisciare il berlusconismo come lui. Cacciato dalla Rai per aver osato intervistare Marco Travaglio a Satyricon nel 2001 su RaiDue, vittima dell’editto di Sofia con Santoro e Biagi, Luttazzi è stato negli anni Duemila una vera e propria appartenenza. Altro aspetto fondamentale: laddove la politica abdicava al suo ruolo, deludeva costantemente e si allontanava dagli elettori, milioni di persone si affezionavano a chi aveva il coraggio di opporsi. Era già accaduto a Paolo Rossi con Su la testa! su RaiTre, al tempo della caduta di Craxi, e sarebbe accaduto ancora di più negli anni successivi. Non solo a Luttazzi: fratelli Guzzanti, Crozza. Il satirico si sostituiva al politico, perché il politico a sua volta era evaporato in una nuvola di niente. E a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi restava a metà (Sabina Guzzanti) e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo). Una situazione anomala e scivolosissima, che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tivù con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (25 marzo 2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.
FullSizeRender (3)E poi? E poi è stato il nulla. Soprattutto in tivù. Per una serie di motivi. Per una nuova generazione con un talento inferiore. Per il ruolo meno dominante (ma ancora maggioritario) della tivù nella veicolazione dell’informazione e dell’indignazione, anzitutto nelle nuove generazioni. Quelle generazioni che, oggi, ridono di più con Maccio Capatonda (o magari si accontentano di Frankie Matano). Ha inciso molto anche l’effetto Zelig, oggi in crisi ma comunque decisivo nel far passare il messaggio che in tivù la comicità che più funziona è quella meno divisiva. Censura (e autocensura) restano poi attivissime, oggi come e più di ieri. C’è però anche – soprattutto? – un altro motivo: con Berlusconi al potere, fare satira era facile. Certo, servivano comunque talento e coraggio, ma Berlusconi incarnava pienamente il “nemico”. Se lo attaccavi, il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi no: oggi è più complicato. Ora che al potere c’è un uomo che fa le stesse cose e ha un’idea analoga di satira e giornalismo (l’ennesimo caso Giannini-Ballarò ne è prova), ma che appartiene al Pd, il satirico “di sinistra” si trova davanti una situazione imbarazzante: per fare veramente satira, dovrebbe recidere una volta per tutte il cordone ombelicale con quel che resta del vecchio PCI (cioè niente) e trattare il renzismo per quel che merita. Ma non ce la fa. Non ce la fanno, salvo i soliti casi sparuti. E il risultato è questo gigantesco vuoto. Una iattura autentica, perché servirebbero come il pane voci ispirate e urticanti a più livelli, dalla satira politica allo sberleffo feroce (per esempio) contro tutti questi teo-con sulle barricate per le unioni civili. Luttazzi ripete da anni che “la satira è un punto di vista e un po’ di memoria”. Ecco: qua di punti di vista ce ne son sempre meno, e la memoria è sempre più sbiadita. La situazione ideale per una “dittatura garbata”, gentile nei modi e spietata negli intenti. (Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2016)