Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
giugno: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Grillo’

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Renzi, Grillo, Salvini, D’Alema eccetera: chi è più in forma? (Se la politica fosse Formula 1)

idoloSe si votasse domani, e l’ipotesi sembra sempre meno concreta, chi si presenterebbe più in forma? Immaginate la politica italiana come se fosse una gara di Formula 1. Ci sono le qualifiche, poi le prove e quindi la gara. Ognuno insegue il tempo migliore. Chi lo trova e chi no. Soprattutto no. Ecco i “tempi” dei piloti principali.
Prima fila
Renzi
. E’ al minimo storico, e tenendo conto che non è mai stato Adenauer siamo a livelli rasoterra. Anzi meno. A Rimini si è presentato bollito, rancoroso e sempre più intriso di quelle battutine stantie da Panariello grullo. Ai suoi dice che “ormai è un tiro al piccione e il piccione sono io”, piagnucolando livido come il bimbo bizzoso che è. Ormai lo zimbella chiunque, persino il primo Francesco Boccia che passa. Vive un golgota lento e parrebbe indicibile. Ciò, tocca ammetterlo, dona gioia. Dalle Europee 2014 non ne indovina mezza. Se non è ancora morto politicamente dopo il treno in faccia del 4 dicembre (Festa Nazionale della Torcida Inesausta), è solo perché gode ancora del voto degli “abitudinari”. Quelli alla Zucconi, secondo cui “voto Renzi perché voto PCI dal ‘64” (sì, buonanotte Zucconi). Attenzione però a darlo per finito: guida (ancora) il partito più potente e in Italia tutto è possibile. Anzitutto l’Apocalisse. (Se Renzi fosse un pilota di Formula 1 sarebbe Jean Alesi. Che parlava tanto. Ma tanto. E poi non vinceva mai)
Schermata 2017-02-03 alle 11.52.40Grillo. Chi lo capisce è bravo. Se la ride pensando a chi, sin dal primo VDay del 2007, lo riteneva “un fenomeno passeggero come l’Uomo Qualunque” (come no). Il M5S, sotto il 30%, non va. E’ in salute e l’Itatroiaium – quel che resta dell’obbrobrioso Italicum – gli regala il ruolo di opposizione forte: il 40% da solo è quasi impossibile, ma il proporzionale garantisce una presenza massiccia senza troppe responsabilità. Il massimo. Al tempo stesso, il lento calvario della Raggi di sicuro non rafforza il M5S. Grillo mantiene poi posizioni equivoche su Trump, alimentando gli umori belluini di quella parte di elettorato destrorso che conosce la politica (e la democrazia) come Di Maio la storia del Cile (e del Venezuela). I 5 Stelle sono così: ci trovi gente splendida, tipo Morra o Appendino, ma ci becchi pure i Sibilia e le Lombardi. Tutto e niente. (Se Grillo fosse una Formula 1, prima farebbe la pole position e poi manderebbe affanculo il cronometro)
Seconda fila
Salvini. Delira a raffica e sa di delirare. Ieri ha persino difeso i nativi d’America indossando la t-shirt di Trump, che è come andare all’asilo con la maglia di Erode. Si adatta al contesto: se parla con Cruciani vomita slogan idioti, se va dalla Gruber si improvvisa statista (moon boot a parte). Sa usare la tivù, conosce la piazza e – al netto dei limiti strutturali – ha il merito di avere cavalcato sin dall’inizio battaglie meritorie: le pensioni, le banche, gli esodati. Tutte battaglie un tempo di sinistra, se solo la sinistra in Italia non coincidesse con Renzi. Cioè col centrodestra. (Se Salvini fosse una Formula 1 arriverebbe sempre dietro a Hamilton. E darebbe la colpa al colore della pelle).
Meloni. Una delle più preparate nel centrodestra. Irricevibile quando parla di famiglia e “tradizione”, neanche ambisse al ruolo tremebondo di Adinolfi magra, è assai più efficace su economia e lavoro. Di meglio, a destra, non pare esserci. Anche lei, come l’amico e sodale Salvini, è camaleontica: da Del Debbio parla alla pancia, mentre a Otto e metro fa l’anti-establishment pensosa. (Se Meloni fosse una Formula 1, metterebbe come minimo l’olio di ricino nel serbatoio di Alfano)
Terza fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.53.34D’Alema. Ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra (per quegli strani scherzi del fato, nel frattempo è Nanni Moretti ad aver smesso di dire qualcosa di sinistra. Vedi tu che sfiga). Il clima referendario gli ha ridato una forma Slam che neanche Federer a Melbourne. Sempre adorabilmente saccente e borioso, è delizioso quando infierisce – con sadismo indomito – su niente. Cioè sul renzismo. Vecchio satanasso di un Conte Max. (Se D’Alema fosse una Formula 1, non sarebbe mai una Ferrari. Troppo rossa. Troppo volgare)
Berlusconi. Se ne sta zitto. Lascia litigare gli altri. E si prepara come sempre a passare all’incasso, con un proporzionale che lo può rendere il vecchio ago della bilancia: bentornata Prima Repubblica, anche se ti ricordavamo meno brutta di così. (Se Silvio fosse una Formula 1, sarebbe una safety car che entra nel circuito a casaccio. Dettando regole tutte sue)
Quarta fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.54.15Emiliano/Rossi/Bersani eccetera
. Appunto: siete in troppi. Impeccabili – nonché godibilissimi – quando spargono sale sulle ferite renziane, non si è ancora capito cosa vogliano fare. Il Congresso? L’Internazionale? L’Ulivo 2 La Vendetta? O forse il Nuovo Sol dell’Avvenire? Boh.  Spiegatecelo, ragazzi: non tutti hanno i superneuroni della Picierno. (Se fossero una Formula 1, sbaglierebbero partenza)
Civati/Fassina. Hanno avuto il coraggio di uscire. E si sono pure sbattuti molto (soprattutto il primo) per il “no”. Bravi. Hanno però il demerito, e il masochismo, di consegnarsi ogni volta all’irrilevanza politica. (Se fossero una Formula 1, la tivù non li inquadrerebbe mai)
Ultima fila (ma proprio ultima, eh)
Alfano
. Non esiste: Alfano non esiste. Mettetevelo in testa: Alfano non esiste. E’ solo una categoria hegeliana dello spirito. (Se Alfano fosse una Formula 1, uscirebbe di pista durante il warm up. E non se ne accorgerebbe nessuno. Neanche lui)

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017

Identikit: Mario Adinolfi (che non è sempre stato così)

adinolfi 4Sembra impossibile, ma Mario Adinolfi non è stato sempre così. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui era spesso condivisibile. O comunque stimolante. Ha sempre avuto una natura catto-comunista e dunque intimamente contraddittoria, ma nella seconda metà degli Anni Zero capitava di essere d’accordo con lui. Per esempio quando, in tivù, con la sua dialettica notevole zittiva i Sallusti e Barbareschi. Tra i primi a capire il potenziale di Renzi, tra i pochi a sapere di cosa stesse parlando quando nei talkshow si affrontava l’argomento “Grillo politico” (prim’ancora che il Movimento 5 Stelle nascesse). Provocatore, ma tutto sommato centrato. Nel 2007 si candida alle primarie del neonato Partito Democratico, dimostrando già allora un feticismo patologico per le percentuali da prefisso telefonico. Nel 2008 è primo dei non eletti nel Pd, venendo ripescato nel 2012 e ritrovandosi deputato per neanche un anno. Era già allora un Giuliano Ferrara in diesis minore, ma sembrava al tempo possibile riscontrare nel suo percorso un filo logico. Poi, tragica, la slavina: da Ferrara debole a Giovanardi extralarge, da anti-Veltroni a neo-inquisitore caricaturale. Povero pokerista Mario: che gli sarà mai successo? Le prime avvisaglie del crollo si erano scorte quando era divenuto franceschiniano e fornariano, difendendo con trasporto orgasmico la sciagurata riforma e trattando gli esodati come appestati purulenti. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E’ vero che i grandi dividono sempre, o li ami o li odi, ma Adinolfi di grande ha ormai solo il girovita. E’ tanto noto quanto odiato, quasi che il suo obiettivo fosse divenuto – chissà perché – assurgere a Gasparri 2.0. Uno di quelli che citi quando vuoi prendere un esempio terra terra: appunto, come Gasparri. Poco celebre e molto celeberrimo, Adinolfi non ha fan né pubblico. Ma finge di non saperlo. Scrive libri raggelanti sui “falsi miti del progresso”, tipo “Voglio la mamma”, e per venderli deve fare il porta a porta (ma non gli apre nessuno). Fonda quotidiani esiziali dai titoli cristologici, tipo “La croce”, che hanno vita cartacea più breve di qualsivoglia governicchio balneare (4 mesi e tre giorni). Pervaso da un misticismo al cui confronto Brosio è agnostico, colleziona ulteriori contraddizioni sposandosi a Las Vegas (nota enclave cristiana) e confessandosi a La adinolfi 3Zanzara (noto consesso timorato di Dio). Tiene una rubrica settimanale su Radio Maria, “Il mormorio di un vento leggero”, che solo a sentirla una volta diventi ateo in un amen (ops). Arringa le masse al Family Day e poi, con narcisismo tronfio, torna a sopravvalutarsi. Al punto da candidarsi a sindaco di Roma: “Penso che andrò al ballottaggio con Giachetti”. Come no: 0.6%. Il solito plebiscito. Lui però non molla e anzi rilancia dal pulpito di Facebook: “Qualsiasi cosa accada oggi, il sangue è tornato a circolare nelle nostre vene”. Parole in libertà. Quella “libertà” che, negli altri, lo terrorizza e lo porta ad attaccare tutto ciò che gli sembra satanico: i gay, l’aborto, l’eutanasia. E già che c’è pure Kung Fu Panda. Nel frattempo anche la dialettica è invecchiata, infatti si fa travolgere in radio da Fabio Volo o su Italia 1 da Mughini. Un tempo dotato e oggi 45enne irrimediabilmente perso, di lui restano massime medioevali – “La donna deve essere sottomessa al marito” – e foto da Maalox, come i suoi piedoni massaggiati da quella santa martire della sua (seconda) moglie. Peccato, Mario: una volta non eri così. O non lo sembravi. (Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2016)

Luttazzi e il problema di essere Luttazzi (Caro Daniele, frigna di meno e torna a teatro. Se ce la fai)

Schermata 2016-02-02 a 19.12.35Ringrazio Daniele Luttazzi per l’attenzione. Nella sua replica al Fatto Quotidiano di ieri si guarda bene dal rispondere nel merito del mio articolo (“la scomparsa della satira dalla tivù”), preferendo dilungarsi sull’analisi logica del testo dell’estensore. Evidentemente, in questi anni clandestini, dev’essersi autoconvinto di somigliare al Sapegno. Il suo è un testo contorto e confuso, spesso fuori fuoco, ma è comunque un passo avanti: negli ultimi sei anni Luttazzi o non rispondeva o si intervistava da solo, scegliendo il giornalista – io ovviamente ero bandito – e imponendo di farsi mandare il testo prima di pubblicarlo. Per poi riscriverlo daccapo, quasi come Berlusconi o Renzi. Ops.
Il mio articolo di sabato, peraltro benevolo nei suoi confronti, come immaginavo lo ha stanato. Ho provato a togliere dalla sua risposta le parti rancorose, poco lucide e tromboneggianti. Solo che, se le toglievo, non restava niente. Così le ho lasciate. E’ la prima volta che vengo usato come un predellino da satirici un po’ in disgrazia, ma tutto sommato non è male. Pensavo peggio. Prendo poi atto di essere la sua nuova ossessione, anche se lo preferivo quando andava in fissa per Martina Colombari spalmata di Nutella a Barracuda. In questa replica mi dilungherò più che sul cartaceo. Altre considerazioni.
Daniele descrive il nostro rapporto tratteggiandomi come una sorta di stalker che “seguiva ogni mia data toscana”. Macché “ogni data”, lo andavo a vedere quando si esibiva nei dintorni di Arezzo: era Luttazzi, mica Roger Waters. Non ero un fan: eravamo amici. Lo siamo stati dal 2002, quando lo intervistai dopo l’editto bulgaro per Il Mucchio Selvaggio, fino all’ottobre del 2010. Se si esibiva in provincia di Arezzo, era ospite a casa nostra (al tempo ero sposato). Persona oltremodo garbata. Ci sentivamo spesso e fui io, per esempio, a informarlo della chiusura di Decameron su La7. Dicembre 2007. Scrivevo su La Stampa e mi aveva appena avvertito Gramellini. Era tarda sera, lo chiamai, il suo cellulare era spento. Mi richiamò poco dopo: era uscito dal cinema e non sapeva nulla. Ci rimase malissimo. Ho visto molte sue anteprime teatrali. Ci sentivamo regolarmente. Ricordo come fosse ora la sua emozione dopo l’ultima intervista televisiva da Enzo Biagi (“kitsch sentimentale” anche quello?). Gli scontri con Fabio Fazio. Gli attacchi continui che riceveva. Ricordo anche quando, più volte, mi battei perché alcune sue (belle) interviste censurate uscissero comunque. E spesso ci riuscivo. Lo aiutai tante volte in quegli anni, e così fece lui. Lo ricordo bene. La sua memoria, invece, col tempo ha perso colpi. Peccato.
Perché è finita? Perché, dopo Raiperunanotte (25 marzo 2010), comincia a circolare il video del plagio. Io, da amico, ci rimango di merda. Mi sentii preso in giro, come larga parte del suo pubblico. E io non amo essere preso in giro: men che meno da chi stimo e da chi si dice integerrimo. Poco dopo Le Iene lo va a beccare a Fregene. Lui, di fronte a Elena Di Cioccio, scappa in bicicletta (mamma mia) e straparla di diffamazione. Per Daniele fu una mattanza indicibile. Un disastro. In  confronto Di Pietro a Report ne uscì bene. Ne soffrii e gli mandai un messaggio. Mi chiamò subito, tutto entusiasta, dicendomi: “Hai visto come sono stato bravo e che figura le ho fatto fare?”. Rimasi allibito: secondo lui ne era uscito vincitore. Ebbi la sensazione che si stesse creando un mondo parallelo per immaginarsi ancora immacolato agli occhi del pubblico. Mi permisi di dirgli quello che ho sempre pensato, ovvero che restava un grande della satira ma che dalla vicenda ne era uscito male e doveva ammetterlo. Lui non gradì e chiuse la telefonata. Nei mesi successivi, attraverso molti articoli, ho più volte esortato Daniele a tornare in tivù o almeno a teatro. Da quel giorno mi ha però cancellato, reputando che non lo avessi “difeso” abbastanza. Pazienza. Poi, ieri, si è divertito ad attaccare, astiosamente e confusamente, una delle due o tre persone che ancora lo rivorrebbero a teatro (e in tivù) e non ne negano il talento. Chi lo capisce è bravo.
In quella telefonata gli dissi anche che mi ero separato. Daniele si raffreddò ancora di più. Evidentemente non è ancora riuscito a superare il trauma, se è vero che ieri ha cominciato il suo pezzo sul Fatto alludendo – con eleganza rara – alla mia vecchia casa e alla mia ex moglie (la “dolce Linda”). In termini di morale e apertura mentale, Luttazzi ha un concetto di amici e coppia paragonabile a quello di Nanni Moretti in Bianca. Però più talebano.
In uno dei suoi ultimi libri, Luttazzi mi ha pure messo nelle liste di proscrizione, tra i giornalisti a lui sgraditi. Daniele è sempre stato “più permaloso di una mina” (lo diceva di D’Alema), persino più di me, e se non lo incensi per rappresaglia invade la Polonia. E’ fatto così.
Schermata 2016-02-02 a 19.12.47Con prosa criptica, bolsa e sempre più involuta, Luttazzi critica sul Fatto la mia propensione al “kitsch sentimentale”. Ci sta, e “Mogol dei coccodrilli” non è male. Certe critiche fanno solo bene. Daniele arriva a sostenere che io non sia sincero nel raccontare a teatro figure che ho conosciuto e amato, e faccio finta di non averlo letto. Del resto è comprensibile, per un teatrante senza più teatro, provare astio per chi oggi frequenta con soddisfazione il teatro. Come è comprensibile, per chi generava appartenenza, provare ora nostalgia: ho molto rispetto delle ferite aperte altrui. Poi però, con consueta hybris, Daniele scrive che artisti come Gaber e De André “non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa”. Cioè: lo decide lui cosa sia lecito e cosa no. Cosa si possa fare e cosa no. Accidenti: quest’uomo ha un ego addirittura superiore al mio.
Luttazzi cita la sua prefazione al mio libercolo C’è tempo (2003). Credo che per quel libro avesse abbastanza ragione: la critica di “kitsch sentimentale” era pertinente. Fu peraltro la stessa critica che mi rivolse Gianni Mura, altro giornalista depennato dai “meritevoli” perché una volta aveva osato dargli un’insufficienza (ve l’ho detto che Daniele è permaloso come una mina). La cosa buffa è che Luttazzi si arroghi ora il merito (l’ennesimo) di avermi messo in guardia dal rischio di “kitsch sentimentale” con quella prefazione. Macché: era una prefazione così arzigogolata e autoriferita che la capì solo lui. Anzi: forse neanche lui.
Per Daniele i miei articoli sembrano necrologi e mirano a dimostrare che un artista un tempo grande ora non lo è più. Forse, chissà, si è sentito parte in causa. Parla anche di “decomposizione” che “solo io vedo”. Dipende: se alludiamo alla sua carriera, è vero il contrario. Ovvero che lui è l’unico a non vedere la “decomposizione”. Teatralmente e televisivamente, Luttazzi è fermo da sei anni: un tempo che poteva permettersi Kubrick, mica lui.
Semplificando, Luttazzi mi accusa di plagiare sempre me stesso. Be’, se anche fosse, sempre meglio che copiare gli altri. No, Daniele?

Schermata 2016-02-02 a 19.15.55Daniele è intimamente terrorizzato da tutto ciò che è “sentimentale”. Lo ritiene proprio un morbo purulento. A ciò contrappone una apparente scorza dura da “vero satiro”, che scherza sulla morte e invita a non usare la cannuccia per succhiare i liquidi da una bara (ah ah ah). Gioca al satiro cinico e freddo. Appunto: gioca. E’ una posa. Una delle (sue) tante.
Chiuso nel bunker, Daniele ha forse perso qualche passaggio legato all’attualità. Parlando di Benigni, sostiene che solo io ritenga che il referendum “sfasci la Costituzione”. Gli consiglio, tra i tanti, la lettura di Zagrebelsky e Pace. Appena più rilevanti, come costituzionalisti, di tal Daniele Fabbri.
Nella parte più stimolante della sua sbrodolata astiosa, Daniele cerca di smontare l’impalcatura dei miei articoli. Lo ringrazio del volenteroso tentativo. Purtroppo Luttazzi finge di non sapere che sono proprio i suoi pezzi a seguire sempre le stesse rotaie. Funzionano così: Daniele parte con uno zuccherino dedicato al personaggio che sta per demolire. Segue una parte in cui ci spiega che “lui sa”. Parte poi il citazionismo diffuso, per farci sapere che lui legge tanto (avendo del resto molto tempo libero). Arriva quindi il momento della masturbatio, durante la quale Daniele affastella frasi oscurissime come fosse Antani (“aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp”: ehhhhhh???). Poi, immancabile, il finale sarcastico. Non cambia ricetta dal ’91 e questo lo porta a continue reiterazioni di se stesso: il suo articolo di una settimana fa su Grillo, per esempio, è identico a quello (splendido) che scrisse sempre su Grillo a settembre 2007 dopo il primo V-Day.
Per dimostrare la forza del suo (strepitoso) monologo a Raiperunanotte, Daniele elenca i numeri delle tante visualizzazioni su Youtube. Libero di farlo, ma se i numeri valgono allora Matano che scorreggia è Dio. Non è che la Rete può coincidere con la qualità solo quando conviene a Luttazzi. Altrimenti potrei rispondere che il mio pezzo su Benigni è stato uno dei più condivisi sul sito del Fatto e “quindi” è inattaccabile.
Sulla satira Daniele ha sempre avuto le idee chiarissime: la satira, in Italia, è solo lui. Crozza? “Umpf, lui fa sfottò”. Sabina? “Naaaa”. Corrado? “Bravino, però pigro”. Benigni? “Proprio no”. Per essere tollerato da Luttazzi, devi accettare i due SPL (Sacri Postulati Luttazzici). Uno: lui è l’unico satirico in Italia. Due: la querelle plagio non esiste. Buonanotte, Daniele.
Daniele mi chiede se abbia letto i suoi ultimi due libri: sì, purtroppo li ho letti.
Daniele mi accusa di “propaganda grillina”. Attenzione: il suo problema non è che io faccia “propaganda”, cosa ovviamente falsa nonché diffamatoria, ma che (nella sua testa) la faccia a Grillo. Se la facessi a Luttazzi, invece, gli piacerebbe da pazzi. Oltretutto Daniele prende a pretesto una frase innocua che nulla c’entra con la propaganda (“Grillo si è fatto megafono di una protesta trasversalmente condivisa”). Se i 5 Stelle sono arrivati al 30% o giù di lì, e se i 5 Stelle li ha fondati Grillo, la “propaganda è trasversalmente condivisa”. Mero dato di fatto. Che poi Luttazzi abbia altre idee o si sia vantato in passato di avere ispirato coi suoi scritti il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando (stica), attiene alle perversioni e alle parafilie.

Schermata 2016-02-02 a 19.17.45Luttazzi detesta Grillo. Lo odia così tanto che, pur di andargli contro, sarebbe persino disposto a dar ragione a Benigni (ops). Quando ci frequentavamo, mi raccontava come Grillo gli avesse rubato (giuro: non sto scherzando) una battuta su Papa Giovanni Paolo II e Parkinson. Battuta bruttina, peraltro. Di contro Grillo lo ha sempre visto come “quello lì che parla veloce e legge dal leggio”. Si detestano, ma mica è colpa mia.
Ops” è una citazione. Anzi, no: una “caccia al tesoro”. Ops.
Nel 5% di articolo in cui non si esercita nell’arte povera di togliersi nervosamente i sassolini dai mocassini, Luttazzi scrive cose molto sensate sulla satira in Italia: le stesse cose che avevo scritto io tre giorni prima. Lui però fa finta che sia tutta farina del suo sacco: dev’essere proprio un’inclinazione atavica, la sua.
Sulla querelle plagio, Luttazzi propone sempre la solita ricetta tripartita. Fase uno: “il plagio non esiste” (ovvero: creazione di un mondo immaginario, che lo illude di essere innocente). Fase due: la supercazzola (ovvero: infarcire articoli e “interviste” di tapioche prematurate, tipo i lisergici “ruoli attanziali” che ormai fanno giurisprudenza quando si parla di “epic fail”). Fase tre: “Mi hanno voluto colpire perché ero diventato scomodo”. Che è verissimo, ma non sposta di una virgola l’evidenza del video in cui troppe battute combaciavano.
Schermata 2016-02-03 a 13.56.09Per alcune di quelle battute, a sua volta, Luttazzi lamentava la “copiatura” da parte di Bonolis e altri colleghi. Una volta era il cervello di Keith Richards che smetteva di funzionare se non si drogava, quell’altra la mosca (o era una falena?) che scorreggiava. Sfortunatamente si era dimenticato di dirci, o non ci aveva detto abbastanza, che alcune battute le aveva allegramente attinte da altri durante i suoi continui viaggi a New York. Sperando che nessuno se ne accorgesse o che magari qualcuno bombardasse Youtube. Chi vuole farsi un’idea può andare a (ri)vedere i video, sempre ammesso che la Krassner Entertainment (di Luttazzi) ne abbia lasciato in giro qualcuno.
Luttazzi ha ragione quando se la prende con il “mandante” del video, ma resta il contenuto del video. E il contenuto è sconfortante. Come gli dissi dopo la gogna a Le Iene, avrebbe dovuto chiedere scusa e ripartire. Invece si è messo a fare mirror climbing. Uno spettacolo avvilente: la “caccia al tesoro”, la semiotica, l’estrapolazione, “il testo è solo uno dei tre elementi che caratterizza la battuta come joke”. Daniele: ma de che? Uno strazio, e il bello (va be’) è che lui sembra crederci. Per una sorta di contrappasso brutale, Luttazzi pare diventato come il Berlusconi di Montanelli, così bravo nell’esser bugiardo da credere ormai alle proprie bugie. In questi sei anni si è fatto male ogni giorno di più, obnubilato da una presunzione smisurata e sorda a qualsivoglia consiglio amichevole. Ha perso tempo e forse smalto: le sue sporadiche battutine su Twitter sembrano scarti di Lercio (“Basta polemiche: Bruno Vespa è incensurato come Vittorino Casamonica”; tutto qui, Daniele?). E pure la sua articolessa a me dedicata non strappa un sorriso neanche per sbaglio. Uhm.
– Luttazzi ha preso (e perso tempo) anche per paura: avendo avuto il merito di crescere un pubblico tanto attento quanto esigente, larga parte di quello stesso pubblico non può perdonarlo, perché si è sentita tradita dalla persona che meno di tutti poteva permetterselo. Se oggi Luttazzi è uno degli artisti più in difficoltà di Italia, e se ogni volta che lo citi nove persone su dieci rispondono (ingiustamente) “ah sì, quello che copiava”, non è (solo) colpa di censura, potere e media: è anche colpa di alcuni suoi errori. Ed è un peccato vero, perché il talento c’era (c’è?) e le battute interamente e sicuramente sue erano tante. Spesso strepitose. Luttazzi è stato appartenenza vera: appartenenza preziosa. Per questo la ferita collettiva è stata così grande. E ora, anche se mai lo ammetterà, Daniele ha paura che quel pubblico non ci sia più. Anzi: ne ha terrore. Non è solo censura: sta zitto per paura. Per rancore. Per senso di colpa.
Caro Daniele, smettila di frignare. Scegli ossessioni migliori del sottoscritto. Ritrova la tua lucidità antica. Sii meno noioso. E – se ce la fai – muoviti a tornare a teatro: ce n’è un gran bisogno. (Il Fatto Quotidiano, Extended Version, 3 febbraio 2016)

Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa (a parte Crozza)

Schermata 2016-01-31 a 10.16.18Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa, tranne Maurizio Crozza e poco altro. Pochissimo altro. E’ una scomparsa pesante, perché la satira – se ispirata e ben fatta – aiuta a tenere alta l’asticella dell’indignazione. Permette di restare vigili. Induce a porsi domande e ti porta a non accettare supinamente tutto quel che decide (cioè impone) il Potere.
Forse perché costantemente stimolata da governanti imbarazzanti, in Italia la satira ha sempre avuto grandi esponenti. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta pensare al dualismo Benigni-Grillo negli anni Ottanta. Il primo, iconoclasta e sboccatissimo, ieri era incendiario e oggi pompiere. Ieri voleva bene a Berlinguer e oggi a Renzi. Ieri prendeva in giro “Woytilaccio” e oggi è più papista di Ferrara. Ieri (anzi l’altroieri) celebrava “la Costituzione più bella del mondo” e oggi vota sì al referendum che ne sancirà lo sfascio. L’altro, cioè Grillo, che nell’86 si vedeva cacciato dalla Rai per una battuta su Craxi, ha battuto per anni i palazzetti all’insegna di una inedita “satira economico-ecologico-politica”, decisiva per il suo approdo in politica. Un approdo di successo, che sancisce però un cortocircuito pericoloso per un satirico. Lo scriveva già bene Daniele Luttazzi ai tempi del primo V-Day. Due giorni fa è tornato sull’argomento: “Dal momento in cui il comico decide di compiere questo passo, la sua satira diventa, inevitabilmente, propaganda (..) Grillo adesso vorrebbe tornare quello di prima, dice che si fa da parte. Troppo tardi. Ed è falso: ha forse rinunciato alla proprietà del marchio Movimento 5 Stelle? Ci rinunci, dunque, e potremo giudicare fino a che punto è credibile la sua satira contro Casaleggio, Fico, Di Battista e Di Maio”.
Luttazzi è un altro nome decisivo: pochi hanno saputo scudisciare il berlusconismo come lui. Cacciato dalla Rai per aver osato intervistare Marco Travaglio a Satyricon nel 2001 su RaiDue, vittima dell’editto di Sofia con Santoro e Biagi, Luttazzi è stato negli anni Duemila una vera e propria appartenenza. Altro aspetto fondamentale: laddove la politica abdicava al suo ruolo, deludeva costantemente e si allontanava dagli elettori, milioni di persone si affezionavano a chi aveva il coraggio di opporsi. Era già accaduto a Paolo Rossi con Su la testa! su RaiTre, al tempo della caduta di Craxi, e sarebbe accaduto ancora di più negli anni successivi. Non solo a Luttazzi: fratelli Guzzanti, Crozza. Il satirico si sostituiva al politico, perché il politico a sua volta era evaporato in una nuvola di niente. E a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi restava a metà (Sabina Guzzanti) e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo). Una situazione anomala e scivolosissima, che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tivù con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (25 marzo 2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.
FullSizeRender (3)E poi? E poi è stato il nulla. Soprattutto in tivù. Per una serie di motivi. Per una nuova generazione con un talento inferiore. Per il ruolo meno dominante (ma ancora maggioritario) della tivù nella veicolazione dell’informazione e dell’indignazione, anzitutto nelle nuove generazioni. Quelle generazioni che, oggi, ridono di più con Maccio Capatonda (o magari si accontentano di Frankie Matano). Ha inciso molto anche l’effetto Zelig, oggi in crisi ma comunque decisivo nel far passare il messaggio che in tivù la comicità che più funziona è quella meno divisiva. Censura (e autocensura) restano poi attivissime, oggi come e più di ieri. C’è però anche – soprattutto? – un altro motivo: con Berlusconi al potere, fare satira era facile. Certo, servivano comunque talento e coraggio, ma Berlusconi incarnava pienamente il “nemico”. Se lo attaccavi, il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi no: oggi è più complicato. Ora che al potere c’è un uomo che fa le stesse cose e ha un’idea analoga di satira e giornalismo (l’ennesimo caso Giannini-Ballarò ne è prova), ma che appartiene al Pd, il satirico “di sinistra” si trova davanti una situazione imbarazzante: per fare veramente satira, dovrebbe recidere una volta per tutte il cordone ombelicale con quel che resta del vecchio PCI (cioè niente) e trattare il renzismo per quel che merita. Ma non ce la fa. Non ce la fanno, salvo i soliti casi sparuti. E il risultato è questo gigantesco vuoto. Una iattura autentica, perché servirebbero come il pane voci ispirate e urticanti a più livelli, dalla satira politica allo sberleffo feroce (per esempio) contro tutti questi teo-con sulle barricate per le unioni civili. Luttazzi ripete da anni che “la satira è un punto di vista e un po’ di memoria”. Ecco: qua di punti di vista ce ne son sempre meno, e la memoria è sempre più sbiadita. La situazione ideale per una “dittatura garbata”, gentile nei modi e spietata negli intenti. (Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2016)

Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)