Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
dicembre: 2017
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Ivan Graziani, artista irregolare e geniale

Schermata 2017-02-07 alle 15.38.35Senza memoria non si va da nessuna parte, e la memoria è un muscolo che si atrofizza: se non la eserciti di continuo, smette di funzionare. Dimentica tutto, e noi con lei. Se capita con ciò che attiene alla Storia, e noi italiani dovremmo saperlo bene, finisci per commettere gli stessi errori del passato (che però non ricordi più). Se accade con l’Arte, smarrisci spesso la smisurata grandezza di chi ha regalato genio e bellezza. E’ il caso di Ivan Graziani. Manca da più di vent’anni: se n’è andato il Primo Gennaio 1997, sei anni prima di Giorgio Gaber e come molti altre voci italiane che ci hanno salutato anzitempo in quel mese. Come Tenco e come De André, che non per nulla scrisse cinquant’anni fa Preghiera in gennaio. Ivan Graziani, talento smisurato e anomalo, dimenticato (non da tutti) e sottovalutato (da troppi), è stato colui che per primo ha saputo coniugare in Italia rock e canzone d’autore. Due mondi alieni per la molta critica, e pure per troppi cantautori tromboni: ma non per Ivan. Lo si capisce bene anche da questo triplo cd appena uscito per la Sony, “Rock e Ballate per quattro stagioni”. Trentacinque brani prodigiosi, più la riproposizione dell’album postumo Per sempre Ivan (1999). Dentro è possibile ritrovare quella “voce da bambina depravata” (la definizione è dello stesso Ivan), quella scrittura così cinematografica e quella capacità di fotografare (anzitutto) donne e quotidianità. Cacciatore di dettagli per altri insignificanti ma per lui decisivi, Graziani era troppo poco “politico” per la critica fastidiosamente militante e troppo poco noioso per assurgere a “cantautore depositario del Verbo”. La sua cifra è l’unicità, perché nessuno è stato sommamente originale come lui. Nella città di nascita (Teramo). Nell’apprendistato Schermata 2017-02-07 alle 15.39.10(l’arte, il disegno, la scultura, il fumetto). Nei primi lavori (dischi strumentali, brani in inglese). Nel look, nella voce. Nell’uso della lingua. In tutto. Compreso quel desiderio ostinato di non essere etichettato mai, al punto da dire no – quando ancora non era nessuno – a Mina, Mogol, Pfm e chissà quanti altri. Chitarrista strepitoso (cercatevi su YouTube la versione live de Il topo nel formaggio), prima della carriera solista lo si trova in dischi di Venditti, De Gregori e soprattutto Battisti: Lucio era un amico autentico, che ne comprese appieno il talento. Talento che, ieri come oggi, seduce e ammalia in Olanda e PasquaLugano addioFuoco sulla collina (tra le canzoni più belle della musica italiana), Paolina e Signora bionda dei ciliegi. Generatore inesausto di riff irresistibili, la sua chitarra fiammeggia ancora in Motocross, Pigro, Monna Lisa, Il chitarrista e Taglia la testa al gallo. Sapeva anche esplorare il noir: il primo omicidio di Fango, il dramma della droga in Dada. Non è possibile trovare artisti a lui assimilabili, se non per certi versi Edoardo Bennato e Rino Gaetano. Tutti irregolari come lui e per questo sottovalutati. E’ il destino di pionieri e rivoluzionari: non tutti, anzi pochi, li capiscono immediatamente. Ivan Graziani ha dato il meglio di sé tra la seconda metà dei Settanta e i primi Ottanta. Gli riusciva tutto: album come Pigro e Agnese dolce Agneseerano e restano, semplicemente, perfetti. Negli Ottanta – decennio tremendo per molti cantautori – si è parzialmente smarrito, salvo poi ritrovarsi tornando alla sacra fonte del rock (Ivangarage). Pure nei Novanta, da Kryptonite a Maledette malelingue, il talento guizzava ancora. Alberto Radius, chitarrista di Battisti e Formula 3, di lui ha detto che è stato “l’unico chitarrista al contempo ritmico e virtuoso”. Analoghe le parole di Antonello Venditti: «Ivan riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare». Ossessionato dall’idea di libertà totale e per questo in conflitto con i discografici, che riteneva quasi sempre dei gran rompicoglioni stupidi e ancor più dannosi, Graziani ha toccato i grandi temi del cantautorato italiano: l’ingiustizia, la diversità. La pigrizia (e la morte) mentale. La finta rivoluzione dei presunti ribelli, dietro cui si cela il conservatorismo peggiore. Lo ha fatto sempre a modo suo: un modo bellissimo. Ha cantato la provincia e la tradizione, il nuovo e il vecchio, l’amore e il sesso (tanto sesso). L’alto e il basso. Ha scritto, cantato e inventato brani definitivi. Divertenti, commoventi: immortali. Uno spettacolo. Per dirla in breve, Ivan Graziani è stato un genio. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017)

Non è colpa mia se la musica di “ieri” è molto meglio di quella di oggi

pink-floydI social network hanno creato, tra le altre e non sempre negative cose, disastri inauditi. Uno di questi è che ti tocca leggere commenti di persone con cui non hai niente in comune. Tra queste persone ci sono coloro che, se lodi i Rolling Stones o i Pink Floyd, replicano queruli: “Che palle questa musica vecchia, perché non parli di artisti nuovi?”. A tale domanda, di per sé involontariamente idiota, si potrebbe rispondere nella maniera più facile: “Perché parlo di quello che mi pare”. Lapalissiano. Facciamo però finta, adesso, di essere persone educate e timorate di Facebook. Prendiamo in esame la critica nascosta tra le pieghe di tali post piccati: “Parlare sempre della musica di ieri vuol dire implicitamente negare che oggi ci sia musica di qualità”. E’ vero? Sì e no. No, perché ci sono artisti – più o meno nuovi – molto bravi. E magari non li conoscete. Qualche nome: Il Pan del Diavolo, Sergio Marazzi, Luigi Mariano, Filippo Graziani, Alberto Bertoli. Eccetera (sì, eccetera). Dire che il cantautorato è morto, o che nulla c’è più da ascoltare, è una gran sciocchezza. Al tempo stesso, pensate all’ultimo gruppo che secondo voi resterà nella memoria. Non stiamo qui alludendo a chi ha appena indovinato un buon disco: alludiamo a chi durerà davvero nel tempo. I nomi, fatalmente, si assottiglieranno: Radiohead, Wilco, Sigur Ros. Tutta gente nuova, ma non nuovissima. Certo, potreste qui sparare Eddie Vedder, che anche solo per il duetto con Roger Waters in Comfortably Numb o per la colonna sonora di Into The Wild, meriterebbe dodici Nobel, ma mica parliamo di uno nuovo: Vedder e i Pearl Jam c’erano già quando per Kurt Cobain citare Neil Young non era l’anticamera del suicidio ma un approccio artistico. Vale lo stesso in Italia. Nulla di personale contro Motta, ma negli anni Settanta se ne sarebbero probabilmente accorti in pochi. Invece adesso si grida al miracolo, perché lo dice il Club Tenco e forse perché non pare esserci nulla di meglio. Idem per Calcutta, col rischio che tra pochi anni di loro non resterà poi molto più di quel che è rimasto di Vasco Brondi (bravo, ma oggi lo ascoltate ancora?). C’è, in giro e nella critica di settore, un gran bisogno di fare le nozze coi fichi (e coi talenti) secchi. Non è passatismo: è la mera realtà dei rolling-stonesfatti. Diceva Goethe: “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”. Nulla di più vero, e vale anche per la musica. Come pure per la letteratura. Non si capisce perché io debba perdere tempo a farmi piacere per forza un cantante “giovane”, se posso godere come un riccio con Darkness On The Edge Of Town di Springsteen, Alchemy dei Dire Straits, Graceland di Paul Simon o Sodi Peter Gabriel. Si è qui volutamente citato opere tra Settanta e Ottanta, perché se avessimo preso l’interregno tra Sessanta e Settanta sarebbe stato troppo facile: basta la tetralogia dei Led Zeppelin, o uno Sticky Fingers degli Stones, per uccidere qualsiasi teorico paragone col presente. C’è più talento in una nota qualsiasi di Obscured By Clouds, disco “minore” per antonomasia dei Pink Floyd, che in tutta la discografia di qualsiasi artista di oggi. Ci sono contemporaneità che alimentano talenti e altri no, così come ci sono tempi in cui Pelè ha una “elle” sola e altri che ne hanno due. Per questo e per mille altri motivi, se a fine 2016 un assolo di Jimi Hendrix, Duane Allman, Eric Clapton, Jeff Beck, Ry Cooder o Stevie Ray Vaughan ci emoziona più di qualsiasi gorgheggio odierno, non rompete troppo le scatole: ognuno ha la contemporaneità che si merita, ma nella musica – per fortuna – le fughe all’indietro sono consentite. Più ancora: caldamente consigliate. (Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2016)