Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
Agosto: 2019
L M M G V S D
« Mag    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Articoli marcati con tag ‘Fedez’

Marracash contro Fedez contro Gué Pequeno: scazzi ameni tra rapper

Schermata 2017-01-17 alle 12.56.34Tanto per cominciare: è tutto molto divertente. Poi: la norma dovrebbe essere questa, mica l’ipocrisia dilagante che vieta agli artisti di dire in pubblico quello che pensano davvero. Invece i rapper non hanno filtri e si sfanculano. Certo: l’eloquio non è oxfordiano e non stiamo parlando di Pasolini che scudiscia Calvino negli Scritti corsari, ma mille volte lo scazzo Fedez-Marrakesh-Guè Pequeno dei “lo penso ma non lo dico” cari a troppi divi (va be’) pop. La fredda cronaca: Marracash e Gué Pequeno, in un’intervista al Corriere della Sera, accusano Fedez e J-Ax di essere comunisti col rolex, che è poi il titolo del loro nuovo disco in uscita venerdì (al Fatto lo abbiamo ascoltato in anteprima e ne parleremo: è buono, a tratti molto buono). L’accusa: “Non sono rapportabili a noi. Basta guardare alle rime e agli artisti con cui collaborano per capire che sono una forma di pop che si maschera da rap. Fedez è una macchina da guerra del business, glielo riconosco, ma il mio fare musica ha altri obiettivi» (Marracash); «Non è un delitto fare soldi, ma io lo dico chiaramente. Non voglio essere un politico, un attivista sociale o altro. Se invece hai la psicosi che ti fa vivere per il clic, sui social finisci col dire tutto e il contrario di tutto, preghi per Aleppo, preghi per i terremotati quando in realtà preghi per i soldi» (Gué). Fedez, che si diverte parecchio a rispondere, posta un video su Instagram in cui usa quel lessico che ormai non scandalizza più nessuno tranne il “Duo Noia” Boldrini & Murgia: «Dev’essere frustrante fare le interviste ed essere costretti a pronunciare sempre il nostro nome perché se no non vi cagano». Ricorda che la prevendita del nuovo tour con J-Ax sta andando alla grande e allude a un Schermata 2017-01-17 alle 12.56.56incontro in cui Marracash abbassò lo sguardo per paura. Marracash replica: «A quanto pare al nano con la sindrome di Napoleone è partita la nave sui social, ha inventato un bel po’ di storie. Anzitutto come parli oh, sembri il Cummenda. In secondo luogo, tu mi hai visto e io ho abbassato lo sguardo… ma dove? Ti stai inventando una cazzata. Sei l’unico babbo della storia dell’umanità che va alle sfilate con il bodyguard. Al massimo io abbasso lo sguardo perché mi arrivi al cazzo». E alé: si vola. Spunta poi Gué Pequeno, che da Santo Domingo imita Fedez: «Abbiamo venduto 300 milioni di biglietti, faremo un tour su Marte, il nostro disco è il numero uno dei numeri uno, presto sarò presidente della Repubblica… Ma vai a cagare». Tutto molto divertente. Attendiamo la prossima puntata. C’è solo un paradosso, notato anche Renato Franco sul Corriere della Sera. I rapper coinvolti hanno ironizzato sui social che ormai prevalgono sul reale, ora in Vorrei ma non posto e ora in Insta Love, ma sono i primi a esserne (consapevoli) vittime. Li criticano, ma ancor più li sfruttano. Col rischio costante del cortocircuito. Al punto tale che, al posto delle scazzottate di una volta, ci si sportella sui social. Sperando solo di avere un like in più del rivale. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 17 gennaio 2017)

L’allegro fascismo del renzismo (Esposito vs Fedez)

Schermata 2016-05-19 a 12.58.46Non smette di commuovere l’autentica tolleranza dei governanti al dissenso. Stefano Esposito, il braccio comicamente violento del renzismo, tra una comparsata inutile e l’altra pietosa nel piccolo schermo ha tuonato: “Canti e non faccia comizi”. Ce l’aveva con Fedez, reo di esibirsi a Torino per la chiusura del Giro d’Italia. Esposito ha proseguito: “Conoscendo Fedez, noto per le sue simpatie politiche, trovarlo a fare un concerto una settimana prima della chiusura della campagna elettorale, a Torino, pagato anche con i soldi dei contribuenti, gli ho voluto far sapere che siamo una grande città aperta a tutti gli show artistici, ma che si ricordi che ci sono elezioni, quindi faccia un concerto ma non faccia propaganda”. Una logorrea straziante, resa addirittura drammatica da consecutio profuse a casaccio e – quel che è peggio – da un eccesso commovente di autostima: “Democratici sì, fessi no”. E qui non si capisce se faccia più ridere il ritenersi “democratici” o il non ritenersi diversamente guizzante. Spazio poi alla minaccia: “Si ricordi che non suona per il M5S, ma per la chiusura del Giro d’Italia, quindi ci risparmi le sue opinioni politiche. A Torino diciamo uomo avvertito mezzo salvato”. Il simpatico manganellatore mediatico ha pure messo in mezzo il povero Schermata 2016-05-19 a 12.59.24Morandi: “Pensate se il 29 a quel concerto avesse suonato Gianni Morandi, noto per essere amico di Fassino. Avrebbero cominciato a dire che c’era un complotto” (certo: il famoso “Complotto di Morandi”, di cui già parlano i libri di storia). Gran finale: “Lui deve cantare. Quello è il suo mestiere”. E anche qui si sorride ancora, sia tenendo conto che per Esposito un cantante debba “solo” cantare (idea illiberale financo per Farinacci), sia che Esposito dia consigli musicali pur avendo ascoltato al massimo il bootleg di Gino Latilla a Tegoleto. Brevi considerazioni a margine di cotanta pochezza. Uno: Esposito è sempre più la variante pelaticcia di Anzaldi. Due: Esposito è sempre più caricatura di se stesso (e sì che sembra difficile, ogni giorno, far peggio di quello prima). Tre: così facendo, il rutilante Esposito ha regalato a Fedez ancora più popolarità di quella che già aveva. Genio. Se non fossero tanto arroganti quanto pericolosi, verrebbe quasi da compatirli, questi pretoriani queruli del nulla. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016)

 

Lo scandalo Manuel Agnelli e gli hezbollah dell’alternativismo

afterGrande scandalo: Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, sarà uno dei quattro giudici di X Factor 2016. Ma è uno scandalo? No, ovviamente. A voler proprio scandalizzarsi per una cosa marginale come un talent, occorrerebbe indirizzarsi su Alvaro Soler, noto (poco) giusto per avere indovinato un tormentone estivo orripilante. L’unico confermato della passata stagione è Fedez. Per la nuova edizione tornerà Arisa. “Il mondo del web”, che tende sempre più spesso a dar ragione a Umberto Eco pur senza sapere minimamente cosa dicesse e scrivesse Umberto Eco, ha tuonato: “Rivogliamo Elio e Mika”. E sticazzi, verrebbe da dire. I pasdaran dell’alternativismo hanno poi aggiunto: “Agnelli è un traditore”. Un mantra che, nella musica italiana, è sempre andato di moda. Era un traditore De André perché suonava con la Pfm, era un traditore De Gregori perché aveva i biglietti troppo cari, era un traditore Gaber perché non si esibiva gratis. Bla bla bla. La storia si ripete. Qual è il reato di Agnelli? Avere accettato le sirene del “mercato”. E già qui vien da ridere, perché sembra di esser tornati al ’76, sebbene nel frattempo sian morte tanto le ideologie quanto le discografie. È vero che Agnelli, negli anni, non ha speso parole benevole sui talent in generale e Morgan in particolare (di cui prende il posto). Il suo atteggiamento pare coerente come quello di Andrea Romano o Genny Migliore. Gli hezbollah del duropurismo si sono però spinti oltre, accusando Agnelli di essere sceso a patti col nemico. Ehilà: addirittura. Dal canto suo, aumentando l’effetto comico dell’insieme, Agnelli ha fatto sapere di accettare il ruolo per amore della musica alternativa, così potrà far ascoltare gli artisti “giusti” in un contesto mainstream. La famosa storiella del combattere il nemico dall’interno.
after2La verità è molto più semplice. Così semplice da poter essere riassunta in tre punti. Uno: l’artista appartiene solo a se stesso e fa sempre quello che gli pare. Non è l’artista a sbagliare, ma il fan a sbagliare nel divinizzarlo. Due: un artista non sceglie la nicchia. Ci rimane dentro perché non riesce a vendere quanto vorrebbe, e una volta rimasto nella nicchia (spesso, non sempre) fa come la volpe con l’uva. Non è che gli Afterhours volessero essere “alternativi”: più semplicemente, e sfortunatamente, non hanno mai venduto come i Modà. E sì che esistono da 30 anni, e sono pure stati a Sanremo. Tre: Manuel Agnelli ha accettato X Factor  perché lo hanno verosimilmente coperto di soldi (se non fosse così sarebbe un pazzo, e Agnelli non è un pazzo). Sbaglia a non dirlo (Elio lo ammetteva), ma ha fatto bene ad accettare. Ha tutto il diritto, a 50 anni, di scoprirsi pragmatico: di gavetta ne ha fatta anche troppa. Chi lo critica lo vorrebbe in eterno maledetto e spiantato, sconfitto e macerato. Ma è la stessa gente che, fatto salvo qualche idealista autentico, per quella stessa cifra non solo farebbe il giudice a X Factor, ma pure il social media manager di Gasparri. Parafrasando il poeta: facile fare i puri col culo di Agnelli. Cioè degli altri. (Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2016)

Fedez: “populista hooligan, diversamente rapper”

Fedez
Va ascoltato con attenzione “Pop-hoolista”, il nuovo concept album (20 brani) di Fedez in uscita il 30 settembre. Un’opera coraggiosa e ambiziosa, in cui un artista fa nomi e cognomi e si scaglia – senza ipocrisie e con ispirazione – contro un potere tragicomico e una società prossima al rincoglionimento. Ironie e scudisciate, lettere a Barbara D’Urso (“Cara Barbara eccomi qua (..)/ Il pomeriggio alle tre/ Ho occhi solo per te/ Voto la Santanchè (..)/ La tv spazzatura C’inquina/ Barbara d’Urso, tombola”) e cazzotti al clero (“A noi le ostie a voi le ostriche, la vostra eucarestia è la nostra carestia. aspiranti don Verzè con la faccia come il culto, ipocrisia incastonata in collane e anelli d’oro pesante, più che bulli di quartiere, bulli di Cartier“), stilettate e bastonate a personaggi famosi poco graditi (“Il mio paese chiama Facchinetti figlio d’arte/ Come andare da Mcdonald e dire vado al ristorante”), duetti (Elisa, Malika Ayane, Noemi, Francesca Michielin, J-Ax) e stereotipi scorticati, giochi di parole e una riflessione insistita su un paese “dove la gente non arriva a fine mese ma si preoccupa che la batteria dello Iphone arrivi a fine giornata”. Un paese in cui “l’italiano batte la mani quando il suo l’aereo atterra/ Ma non batte ciglio quando il paese affonda/ L’italiano fa casino durante il minuto di silenzio/ Ma poi sta in silenzio per anni quando dovrebbe far casino/ L’italiano per protestare in piazza aspetta che sia il sole/ Il bollettino meteo guiderà la rivoluzione”.

Perché questo titolo?
“E’ riferito tanto a populista quanto a hooligan del rap. Volevo rimarcare il mio essere diversamente rapper, affrontando tematiche politiche e sociali con leggerezza. Ormai in Italia sono ‘populisti’ tutti coloro che non accettano ciò che impone la maggioranza. Ricordo una frase di Casaleggio: ‘Sono fiero di essere populista’. Anch’io”.
“Diversamente rapper”: un’autodefinizione che usa spesso.
“Il rap italiano è una subcultura che usa canoni estetici e stilistici imposti: da palestra del libero pensiero è diventata un Rotary Club. Pur facendo la gavetta e partendo dai centri sociali, non ho mai seguito le regole. Quindi passo per pecora nera, anche solo perché oso avere influenze pop”.
Ieri Berlusconi, oggi Renzi.
“Con il passare del tempo sono diventato più realista e più rassegnato. L’Italia resta una penisola che non c’è. Da ragazzino volevo cambiare il mondo, a 25 anni so che non è possibile. Mi limito a scattare delle istantanee. Ho perso le speranze anch’io”.
La definiranno grillino.
“E’ già successo e accadrà. In Italia abbiamo bisogno di etichettare e “grillino” è diventato un epiteto negativo a prescindere. Io condivido alcune cose dei 5 Stelle e altre no, li ho votati ma non sono un integralista. Di sicuro rappresentano la scelta migliore, sia perché sono veramente nuovi e sia perché sono l’unica scelta che abbiamo”.
I rapper di oggi sono i cantautori di ieri?
“Senza dubbio. Il rap non innova, ma rinnova. Prende tutto quello che c’è, anche il teatro canzone di Gaber, e lo rinnova. Nei dischi precedenti ricevevo la base e ci scrivevo di getto i testi, in Pop-hoolista ho fatto il contrario. Per i monologhi, che sostituiscono il classico “bridge” e ti permettono un sunto della situazione senza dover rispettare la rima, ho lavorato con Matteo Grandi. L’ho conosciuto su Twitter e mi è piaciuta la sua ironia. Siamo diventati amici, è diventato il mio psicologo artistico e sarà uno dei miei autori a X Factor”.

Fedex-articolo-20140911La chiameranno “venduto”. E non sarà la prima volta.
“Ho vissuto abbastanza male il mio imborghesimento artistico. L’underground non ti odia quando ti inizi a vendere, ma quando ti iniziano a comprare. Negli Stati Uniti è molto diverso, lì l’obiettivo è fare più soldi di tutti. In Italia no, il successo lo devi tenere nascosto”.
Le riesce?
“Sì e no. E’ un lavoro e lo devi fare, altrimenti ti scrivi i pezzi in cameretta e te ne rimani lì. Voglio allargare il mio pubblico. X Factor è una scatola mainstream, ma io sono molto diverso. Parto come l’anello debole, sono un rapper e vengo percepito dal grande pubblico come un teen-idol: un pupazzone di Walt Disney. Mi sono messo in gioco e so che, non appena indovinerò un congiuntivo, il pubblico si stupirà, farà “uoooh!” e penserà che forse che non sono un narcotrafficante ignorante pieno di tatuaggi. E’ una sfida che mi stimola molto”.
In Pop-hoolista se la prende con il potere, ma anche con la pigrizia mentale degli italiani. Chi ha più colpe?
“Gli italiani. Viviamo in democrazia e siamo noi a scegliere i governanti. Nel momento in cui la popolazione si dimentica del potere che ha, i risultati sono disastrosi come accade in Italia”.
Che effetto fa dialogare in tivù con un intellettuale contemporaneo come Giovanardi?
“Nessun rapper, da noi, si è mai esposto come me. Neanche sentivo troppo vicino il tema, perché non consumo cannabis. Potevo perderci la faccia. Volevo fare un confronto e ho trovato uno che lanciava slogan e inseguiva la caciara. Giovanardi si è però dimenticato che io sono un rapper e nella caciara sono molto più bravo di lui”.
Le ha dedicato anche dei versi in rima, peraltro indimenticabili.
“Prima di conoscerlo ad Anno Uno non sapevo se c’era o ci faceva. In realtà Giovanardi è davvero convinto di quello che dice. Ci crede proprio. Ha un’idea – sbagliatissima – e la difende. Di quella puntata mi hanno colpito ancora di più molti giovani tra il pubblico. C’era anche qualcuno di Casa Pound. Sembravano rimasti agli anni Cinquanta”.
Perché ha deciso di dare l’anteprima al Fatto?
“Siete stati il primo giornale autofinanziato, senza inquinamenti partitici. Una delle prime forme di giornalismo vero. Sono molto orgoglioso di essere dentro le vostre pagine: so che suona come una enorme leccata di culo, ma è quello che penso”.
(Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2014)