Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Fenomenologia dei logorroici (come salvarsi dal bla bla)

Schermata 2015-12-08 a 12.34.31Senza quasi che il mondo se ne accorgesse, si è sparso ovunque un morbo. E’ una malattia che dilaga ormai ovunque, una pandemia a cui pochi resistono: la logorrea. Tutti parlano, soprattutto se hanno poco da dire, e parlano tanto. Troppo. Sempre. Salvarsi è impossibile. Breve antologia dei logorroici.
“Non puoi sapere cosa mi sia successo”. Quando ti parlano, cominciano spesso così: “Non puoi sapere cosa mi sia successo”. E già cominciano male: è ovvio che non sai cosa gli sia successo, altrimenti non te lo racconterebbe. Certo, ci sarebbe anche una variabile da calcolare, ovvero che magari all’interlocutore non è che interessi poi granché di quello che sta ascoltando. E’ però una variabile che il logorroico non contempla neanche. Altrimenti non sarebbe logorroico.
“Ciao, come sto?”. E’ la tipologia di logorroico che comincia il dialogo chiedendo qualcosa di te, ma solo per alimentare sull’interlocutore l’illusione che gli interessi non solo la sua vita. Ma pure la tua. La domanda iniziale è solo un pretesto: un mero pretesto. Per esempio. Il logorroico ti chiede: “A casa tutto bene?”. Tu sei lì che rispondi, o almeno ci provi, e hai pure voglia di sfogarti perché è un brutto periodo, ma il logorroico ti ha già interrotto: “Ah guardi, lei è fortunato, niente in confronto a quello che mi è successo ieri”. E a quel punto, considerato che gli avevi appena detto che un meteorite ti aveva polverizzato la casa, immagini che a lui sia accaduto di tutto: un attentato, un cataclisma. Poi lui prosegue. E te lo dice: “Non ci crederà: a Tullio è caduto un dentino. Non mi ha fatto dormire tutta la notte”. E lì ci rimani un po’ male. Soprattutto quando scopri che Tullio è il nuovo criceto fucsia del logorroico.
“E quindi, alla fine, succede che io”. Tipologia dei logorroici che, per raccontarti un fatto normalissimo, impiega tre ore. Tu vorresti dirgli “sì sì, ho capito”, perché sai benissimo dove andrà a parare (e poi ti sta raccontando che a pranzo la pasta era scotta, mica la trama dei Karamazov). Niente: lui/lei dovrà terminare l’appassionante narrazione della pasta. Scotta.

Schermata 2015-12-08 a 12.34.04No, niente. Volevo dire che”. Ogni loro racconto interminabile parte così: “No, niente”. Ecco: ma se è “No, niente”, perché diavolo me lo racconti?
“Ai miei tempi mica succedeva”. Il logorroico allude sempre ai suoi tempi, reputandoli migliori del presente. E’ un aspetto a cui tiene molto. La cosa curiosa è che magari il logorroico è 16 anni, e non si capisce a quali “suoi tempi” alluda, però lo dice con un tale trasporto che alla fine gli credi.
“Sai che mi ha lasciato?”. Il logorroico ha una vita sentimentale sfigatissima. Chissà come e chissà perché, è sempre stato lasciato da qualcuno. E te lo deve raccontare. Con prolusione inaudita di particolari. Tu, ascoltandoli, pensi che magari è stato lasciato/a perché una logorrea neanche così neanche Furio di Verdone, ma dirglielo pare brutto.
“Non ci crederà mai”. Tutto è iperbolico nel mondo dei logorroici. Se trovano la fila alla posta, è accaduto solo a loro: “Non ci crederà mai”. Tu in realtà ci credi, ma questo è proprio irrilevante.
“Non so se hai capito”. Tipico intercalare del logorroico, che è sempre intimamente convinto che l’interlocutore davanti a lui sia un po’ ebete. Esempio: “E quindi a cena abbiamo fatto la bistecca, non so se hai capito”. Tu vorresti rispondergli che hai capito benissimo, anche perché stiamo parlando di una bistecca e non della teoria di Lacan, ma tanto lui non ti ascolta mica.
“Questa me l’ha già detta”. Il logorroico è spesso ripetitivo. Conduce quasi sempre una vita normalissima, a cui suole aggiungere un’enfasi del tutto fuoriluogo. E questo lo porta a ripetersi spesso. A raccontare gli stessi aneddoti. Guai però a farglielo notare, perché il logorroico è permaloso. Permalosissimo. Così lo ascolti, per la millesima volta. Con lo stesso entusiasmo che avresti se ti avessero condannato a eseguire una detartrasi a Ferrara.
“Ha visto quello che è successo?”. E’ l’incipit con cui il logorroico affronta la cronaca. “Ha visto quel che è successo a Parigi?”; “Ha visto quello sciunami (sarebbe “tsunami”, ma il logorroico segue regole tutte sue) nelle Filippine?”. E’ irrilevante che tu abbia “visto” o no: in entrambi i casi, il logorroico te lo racconterà. A modo molto suo, peraltro.
Schermata 2015-12-08 a 12.34.21“Ti rendi conto?”. Altro intercalare assai frequente. “E quindi lui ha ordinato un caffè. Ti rendi conto?”. Tu ti rendi conto benissimo, e non ti sembra strano per nulla. Non solo: non te ne frega proprio niente. Però bisogna rendersi conto.
“Ce l’ho più lungo di te”. Il logorroico ha un’idea competitiva di comunicazione. Se gli dici che hai la febbre, lui ti dice che è in coma (però vigile: infatti ti parla). Lui ce l’ha più lungo, sempre più lungo di te.
“E’ successo anche a me”. E’ il logorroico-specchio. Ti è successa la cosa più assurda del mondo? Anche a lui. Ma proprio uguale. “Sai che mi sono salvato da un incidente aereo aggrappandomi in caduta a una liana di rododendro della tundra?”. E lui: “Accidenti, è successo anche a me ieri! Ed era proprio un rododendro della tundra, l’ho riconosciuto mentre cadevo perché l’avevo visto sul National Geographic mentre facevo Pilates!”.
“Ti dico: una cosa incredibile!”. E’ il logorroico ultra-iperbolico. Tutto è incredibile, nonché eccezionale. “Ti dico: una cosa incredibile!”. Sì, ma per esempio? “Non ho trovato neanche il parcheggio”. Una cosa davvero incredibile: James Cameron ci costruirà senz’altro il suo nuovo kolossal fantascientifico. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015)

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)

Fedez: “populista hooligan, diversamente rapper”

Fedez
Va ascoltato con attenzione “Pop-hoolista”, il nuovo concept album (20 brani) di Fedez in uscita il 30 settembre. Un’opera coraggiosa e ambiziosa, in cui un artista fa nomi e cognomi e si scaglia – senza ipocrisie e con ispirazione – contro un potere tragicomico e una società prossima al rincoglionimento. Ironie e scudisciate, lettere a Barbara D’Urso (“Cara Barbara eccomi qua (..)/ Il pomeriggio alle tre/ Ho occhi solo per te/ Voto la Santanchè (..)/ La tv spazzatura C’inquina/ Barbara d’Urso, tombola”) e cazzotti al clero (“A noi le ostie a voi le ostriche, la vostra eucarestia è la nostra carestia. aspiranti don Verzè con la faccia come il culto, ipocrisia incastonata in collane e anelli d’oro pesante, più che bulli di quartiere, bulli di Cartier“), stilettate e bastonate a personaggi famosi poco graditi (“Il mio paese chiama Facchinetti figlio d’arte/ Come andare da Mcdonald e dire vado al ristorante”), duetti (Elisa, Malika Ayane, Noemi, Francesca Michielin, J-Ax) e stereotipi scorticati, giochi di parole e una riflessione insistita su un paese “dove la gente non arriva a fine mese ma si preoccupa che la batteria dello Iphone arrivi a fine giornata”. Un paese in cui “l’italiano batte la mani quando il suo l’aereo atterra/ Ma non batte ciglio quando il paese affonda/ L’italiano fa casino durante il minuto di silenzio/ Ma poi sta in silenzio per anni quando dovrebbe far casino/ L’italiano per protestare in piazza aspetta che sia il sole/ Il bollettino meteo guiderà la rivoluzione”.

Perché questo titolo?
“E’ riferito tanto a populista quanto a hooligan del rap. Volevo rimarcare il mio essere diversamente rapper, affrontando tematiche politiche e sociali con leggerezza. Ormai in Italia sono ‘populisti’ tutti coloro che non accettano ciò che impone la maggioranza. Ricordo una frase di Casaleggio: ‘Sono fiero di essere populista’. Anch’io”.
“Diversamente rapper”: un’autodefinizione che usa spesso.
“Il rap italiano è una subcultura che usa canoni estetici e stilistici imposti: da palestra del libero pensiero è diventata un Rotary Club. Pur facendo la gavetta e partendo dai centri sociali, non ho mai seguito le regole. Quindi passo per pecora nera, anche solo perché oso avere influenze pop”.
Ieri Berlusconi, oggi Renzi.
“Con il passare del tempo sono diventato più realista e più rassegnato. L’Italia resta una penisola che non c’è. Da ragazzino volevo cambiare il mondo, a 25 anni so che non è possibile. Mi limito a scattare delle istantanee. Ho perso le speranze anch’io”.
La definiranno grillino.
“E’ già successo e accadrà. In Italia abbiamo bisogno di etichettare e “grillino” è diventato un epiteto negativo a prescindere. Io condivido alcune cose dei 5 Stelle e altre no, li ho votati ma non sono un integralista. Di sicuro rappresentano la scelta migliore, sia perché sono veramente nuovi e sia perché sono l’unica scelta che abbiamo”.
I rapper di oggi sono i cantautori di ieri?
“Senza dubbio. Il rap non innova, ma rinnova. Prende tutto quello che c’è, anche il teatro canzone di Gaber, e lo rinnova. Nei dischi precedenti ricevevo la base e ci scrivevo di getto i testi, in Pop-hoolista ho fatto il contrario. Per i monologhi, che sostituiscono il classico “bridge” e ti permettono un sunto della situazione senza dover rispettare la rima, ho lavorato con Matteo Grandi. L’ho conosciuto su Twitter e mi è piaciuta la sua ironia. Siamo diventati amici, è diventato il mio psicologo artistico e sarà uno dei miei autori a X Factor”.

Fedex-articolo-20140911La chiameranno “venduto”. E non sarà la prima volta.
“Ho vissuto abbastanza male il mio imborghesimento artistico. L’underground non ti odia quando ti inizi a vendere, ma quando ti iniziano a comprare. Negli Stati Uniti è molto diverso, lì l’obiettivo è fare più soldi di tutti. In Italia no, il successo lo devi tenere nascosto”.
Le riesce?
“Sì e no. E’ un lavoro e lo devi fare, altrimenti ti scrivi i pezzi in cameretta e te ne rimani lì. Voglio allargare il mio pubblico. X Factor è una scatola mainstream, ma io sono molto diverso. Parto come l’anello debole, sono un rapper e vengo percepito dal grande pubblico come un teen-idol: un pupazzone di Walt Disney. Mi sono messo in gioco e so che, non appena indovinerò un congiuntivo, il pubblico si stupirà, farà “uoooh!” e penserà che forse che non sono un narcotrafficante ignorante pieno di tatuaggi. E’ una sfida che mi stimola molto”.
In Pop-hoolista se la prende con il potere, ma anche con la pigrizia mentale degli italiani. Chi ha più colpe?
“Gli italiani. Viviamo in democrazia e siamo noi a scegliere i governanti. Nel momento in cui la popolazione si dimentica del potere che ha, i risultati sono disastrosi come accade in Italia”.
Che effetto fa dialogare in tivù con un intellettuale contemporaneo come Giovanardi?
“Nessun rapper, da noi, si è mai esposto come me. Neanche sentivo troppo vicino il tema, perché non consumo cannabis. Potevo perderci la faccia. Volevo fare un confronto e ho trovato uno che lanciava slogan e inseguiva la caciara. Giovanardi si è però dimenticato che io sono un rapper e nella caciara sono molto più bravo di lui”.
Le ha dedicato anche dei versi in rima, peraltro indimenticabili.
“Prima di conoscerlo ad Anno Uno non sapevo se c’era o ci faceva. In realtà Giovanardi è davvero convinto di quello che dice. Ci crede proprio. Ha un’idea – sbagliatissima – e la difende. Di quella puntata mi hanno colpito ancora di più molti giovani tra il pubblico. C’era anche qualcuno di Casa Pound. Sembravano rimasti agli anni Cinquanta”.
Perché ha deciso di dare l’anteprima al Fatto?
“Siete stati il primo giornale autofinanziato, senza inquinamenti partitici. Una delle prime forme di giornalismo vero. Sono molto orgoglioso di essere dentro le vostre pagine: so che suona come una enorme leccata di culo, ma è quello che penso”.
(Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2014)

 

Grazie per le nominations ai #Mia14

rionero8Macchianera Italian Awards sono i premi più importanti che assegna la Rete. Una sorta di Oscar del web. Quest’anno, grazie ai vostri voti, ho ricevuto due nominations, una come “Miglior Personaggio” e una come “Cattivo più temibile“. Due nominations anche per Il Fatto Quotidiano, che ha già vinto quattro volte i Macchianera Awards nelle precedenti edizioni. Una nomination anche per Natangelo e Vauro, entrambi vignettisti del Fatto. Ha ricevuto una nomination anche Reputescion, il mio programma su La3 scritto da Fabio Migliorati (“Trasmissione tv più social”). Tenendo conto del peso degli altri candidati (Papa Francesco, Renzi, Grillo, Fiorello, Pif, eccetera) il mio risultato sarà quello de Il colore viola agli Oscar ’86, ma è comunque bello e stupefacente esserci. Dunque vi ringrazio, come feci e faccio ancora per la candidatura nel 2012 e la vittoria nel 2013 ai Tweet Awards come Miglior Giornalista
La premiazione dei Macchianera Awards 2014 (#MIA14) avrà luogo il 13 settembre al Teatro Novelli di Rimini, ore 21, all’interno della Festa della Rete (ex BlogFest). Si può votare fino a giovedì 11 settembre: per farlo basta compilare la scheda sottostante, dando almeno 10 preferenze (sulle 35 categorie complessive). Grazie ancora di tutto.

P.S. Lo so, le assenze di Pina Picierno e Stefano Menichini nella categoria “Miglior Personaggio” e di Europa in quella di “Miglior sito di informazione” sono oltremodo incresciose.

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