Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Articoli marcati con tag ‘Fatto Quotidiano’

La domanda resta: ma Panariello è bravo?

schermata-2016-12-30-alle-10-09-52Due sere fa RaiUno ha trasmesso Panariello sotto l’albero rewind. Era il best of dello spettacolo proposto il 22 e 23 dicembre 2015 in prima serata, ancora su RaiUno. Modigliani Forum di Livorno. Involontariamente Wikipedia non ne dà una descrizione, ma una (perfida) recensione: “Classico varietà vecchio stampo con gag, personaggi, monologhi, canzoni, ospiti e balletti”. Gli ascolti, ottimi nel 2015 (share del 26.29%), sono stati buoni anche per la replica/antologia di questo Natale: 17.88% e 3 milioni e 727mila spettatori. Tanti. Come tanti erano gli ospiti: Maria De Filippi e Oriella Dorella, Massimiliano Allegri e Matt Dillon, Emma e Alessandra Amoroso, Volo e Negramaro. Eccetera. In quell’eccetera ci sono due amici con cui Panariello ha cominciato, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni. Nato a Firenze nel 1960, Panariello ha fatto la gavetta vera e alcune sue maschere sono entrate nell’immaginario collettivo: su tutte la sua versione, più vera del vero, di Renato Zero. Proprio vedendolo imitare Zero a Vibo Valentia nel 1986, Conti lo volle in quel Succo d’arancia dove debuttò anche Pieraccioni. Da ciò nacquero prima Vernice fresca e Aria fresca. Teleregione Toscana, Canale 10, Videomusic, Telemontecarlo e Rai. Panariello, di quella squadra, è stato uno dei più fortunati. Era davvero una bella fucina di talenti toscani: Ceccherini e Paci, Andrea Cambi (forse il più bravo e certo il più tormentato e sfortunato, morto nel 2009), Niki Giustini, Cristiano Militello, Graziano Salvadori. Oltre ovviamente a Conti, Pieraccioni e Panariello. Onnipresente da quasi trent’anni, Panariello è attore, regista, comico e showman. Tutto questo non ci aiuta però a rispondere alla domanda delle domande: sì, d’accordo, ma Panariello è bravo? E soprattutto fa (davvero) ridere qualcuno? Evidentemente sì, a giudicare dalla carriera quasi sempre di successo e dai numeri che ottiene a teatro e in tivù. Lui stesso si è più volte lamentato – con garbo, perché è una persona educata e corretta – di non godere dei favori della critica. Non ha torto: quando presentò Sanremo lo massacrarono, ma su quel palco si è visto tanto (ma tanto) di peggio. Resta però quella domanda: Panariello è bravo o no? Negli spot che fa – e ne fa tanti – è bravissimo a trarre il peggio da se stesso. La battuta “Siamo elfi? Facciamoci un selfie”, meriterebbe da sola dodici ergastoli. Molti suoi monologhi sono così prevedibili che li anticipi dodici ore prima. Alcune macchiette sembrano poi voler dar ragione a tutti i costi allo Stanis La Rochelle di Boris, quando sosteneva (ironicamente?) che il problema in Italia erano i troppi toscani famosi. Panariello si rifà ai varietà del passato, è conscio di non inventare niente e insegue dichiaratamente il nazionalpopolare. Forse però lo insegue troppo. La sua cifra è spesso una “simpatica banalità”: lo fa perché il suo talento non gli consente altro o perché, così facendo, vive meglio? Ai posteri, e ai Carlo Conti, l’ardua sentenza. (Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2016, rubrica Identikit)

 

Crudelia Morani, la rondolina tatuata

schermata-2016-12-13-alle-09-38-22Eccola, è lei: Alessia Morani, la Rondolina tatuata. Matteo Renzi l’ha scelta a fine 2013 come “responsabile giustizia all’interno dell’ufficio di segreteria del partito”. E anche solo questo basterebbe per non votare mai Renzi, neanche se fosse l’unica alternativa a Steve Dickart in arte Mefisto. La sua pagina Wikipedia è sostanzialmente vuota, e in questo forse le somiglia. Le sue gaffe sono tali dal renderla una Bondi renzina, con l’unica differenza che il poeta Sandro (ovviamente renzino pure lui) non era dotato di crine, laddove invece Alessia si propone a noi con un fiero fascio altero di capelli spaghettati. Crudelia Renzon 2.0, Alessia Morani è una Picierno più incazzosa. Ambiziosa a caso e sempre accigliata, nonché schifata dal grillismo, Crudelia Morani soffre verosimilmente la sua condizione di renzina di terza fila. Fa parte dell’arredo dei programmi mattutini, ma non la ritengono degna delle prime serate. In passato è accaduto, ma venne dialetticamente zimbellata con agio atarassico da Massimo Cacciari. E quindi addio. Poiché al Fatto siamo house organ della Lombardi (di cui la Morani è variante mora), citiamo il più sobrio Espresso: “L’avevano fatta sparire dalle tv a fine agosto, dopo l’ennesima gaffe di fronte a un gruppo di terremotati. E invece adesso, complice forse l’avvicinarsi del referendum, Alessia Morani, 40 anni, renziana di marmoreo entusiasmo, avvocatessa del montefeltrino e vicepresidente dei deputati Pd, vive una nuova primavera catodico digitale, con la solita baldanza anche di fronte a un indice di avversione sul web (da parte dell’area grillina soprattutto) giunto a livelli massimi”. Forse è stata un’idea del mitologico Jim Messina, ma per il referendum la Morani è stata scongelata. E i risultati si sono visti. Quando c’è da sbagliarne una, la Morani signoreggia. Inciampa sui terremotati, straparla di aggressioni grilline, insulta chi non ha lavoro (“evidentemente chi è a reddito zero non è che nella vita precedente abbia combinato granché”) e giganteggiasui pensionati: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, e che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse e che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Traduzione brutale: Pensionati, siete poveri e vi attardate a morire? Ipotecate la casa e non rompete le scatole. Si vola. Dopo le gaffe, la Morani è solita metttere la toppa peggiore del buco nella sua pagina Facebook, che vanta peraltro meno fan di Tabacci. Ancora l’Espresso: “Mentre nelle sacre stanze del Pd qualcuno si metteva le mani nei capelli, Morani ha continuato imperterrita a difendere la sua uscita, anche su Facebook e gli altri social network. Somigliando in questo caso le sue argomentazioni a quelle del berlusconiano Niccolò Ghedini, del resto avvocato pure lui, che ha sempre avuto la sublime capacità di confermare, entro la quinta riga, la notizia che tentava in prima riga di smentire”. Rondolina tatuata, Ghedini 2.0 e Bondi spaghettata: son soddisfazioni, Crudelia Morani. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 13 dicembre 2016)

Luttazzi e il problema di essere Luttazzi (Caro Daniele, frigna di meno e torna a teatro. Se ce la fai)

Schermata 2016-02-02 a 19.12.35Ringrazio Daniele Luttazzi per l’attenzione. Nella sua replica al Fatto Quotidiano di ieri si guarda bene dal rispondere nel merito del mio articolo (“la scomparsa della satira dalla tivù”), preferendo dilungarsi sull’analisi logica del testo dell’estensore. Evidentemente, in questi anni clandestini, dev’essersi autoconvinto di somigliare al Sapegno. Il suo è un testo contorto e confuso, spesso fuori fuoco, ma è comunque un passo avanti: negli ultimi sei anni Luttazzi o non rispondeva o si intervistava da solo, scegliendo il giornalista – io ovviamente ero bandito – e imponendo di farsi mandare il testo prima di pubblicarlo. Per poi riscriverlo daccapo, quasi come Berlusconi o Renzi. Ops.
Il mio articolo di sabato, peraltro benevolo nei suoi confronti, come immaginavo lo ha stanato. Ho provato a togliere dalla sua risposta le parti rancorose, poco lucide e tromboneggianti. Solo che, se le toglievo, non restava niente. Così le ho lasciate. E’ la prima volta che vengo usato come un predellino da satirici un po’ in disgrazia, ma tutto sommato non è male. Pensavo peggio. Prendo poi atto di essere la sua nuova ossessione, anche se lo preferivo quando andava in fissa per Martina Colombari spalmata di Nutella a Barracuda. In questa replica mi dilungherò più che sul cartaceo. Altre considerazioni.
Daniele descrive il nostro rapporto tratteggiandomi come una sorta di stalker che “seguiva ogni mia data toscana”. Macché “ogni data”, lo andavo a vedere quando si esibiva nei dintorni di Arezzo: era Luttazzi, mica Roger Waters. Non ero un fan: eravamo amici. Lo siamo stati dal 2002, quando lo intervistai dopo l’editto bulgaro per Il Mucchio Selvaggio, fino all’ottobre del 2010. Se si esibiva in provincia di Arezzo, era ospite a casa nostra (al tempo ero sposato). Persona oltremodo garbata. Ci sentivamo spesso e fui io, per esempio, a informarlo della chiusura di Decameron su La7. Dicembre 2007. Scrivevo su La Stampa e mi aveva appena avvertito Gramellini. Era tarda sera, lo chiamai, il suo cellulare era spento. Mi richiamò poco dopo: era uscito dal cinema e non sapeva nulla. Ci rimase malissimo. Ho visto molte sue anteprime teatrali. Ci sentivamo regolarmente. Ricordo come fosse ora la sua emozione dopo l’ultima intervista televisiva da Enzo Biagi (“kitsch sentimentale” anche quello?). Gli scontri con Fabio Fazio. Gli attacchi continui che riceveva. Ricordo anche quando, più volte, mi battei perché alcune sue (belle) interviste censurate uscissero comunque. E spesso ci riuscivo. Lo aiutai tante volte in quegli anni, e così fece lui. Lo ricordo bene. La sua memoria, invece, col tempo ha perso colpi. Peccato.
Perché è finita? Perché, dopo Raiperunanotte (25 marzo 2010), comincia a circolare il video del plagio. Io, da amico, ci rimango di merda. Mi sentii preso in giro, come larga parte del suo pubblico. E io non amo essere preso in giro: men che meno da chi stimo e da chi si dice integerrimo. Poco dopo Le Iene lo va a beccare a Fregene. Lui, di fronte a Elena Di Cioccio, scappa in bicicletta (mamma mia) e straparla di diffamazione. Per Daniele fu una mattanza indicibile. Un disastro. In  confronto Di Pietro a Report ne uscì bene. Ne soffrii e gli mandai un messaggio. Mi chiamò subito, tutto entusiasta, dicendomi: “Hai visto come sono stato bravo e che figura le ho fatto fare?”. Rimasi allibito: secondo lui ne era uscito vincitore. Ebbi la sensazione che si stesse creando un mondo parallelo per immaginarsi ancora immacolato agli occhi del pubblico. Mi permisi di dirgli quello che ho sempre pensato, ovvero che restava un grande della satira ma che dalla vicenda ne era uscito male e doveva ammetterlo. Lui non gradì e chiuse la telefonata. Nei mesi successivi, attraverso molti articoli, ho più volte esortato Daniele a tornare in tivù o almeno a teatro. Da quel giorno mi ha però cancellato, reputando che non lo avessi “difeso” abbastanza. Pazienza. Poi, ieri, si è divertito ad attaccare, astiosamente e confusamente, una delle due o tre persone che ancora lo rivorrebbero a teatro (e in tivù) e non ne negano il talento. Chi lo capisce è bravo.
In quella telefonata gli dissi anche che mi ero separato. Daniele si raffreddò ancora di più. Evidentemente non è ancora riuscito a superare il trauma, se è vero che ieri ha cominciato il suo pezzo sul Fatto alludendo – con eleganza rara – alla mia vecchia casa e alla mia ex moglie (la “dolce Linda”). In termini di morale e apertura mentale, Luttazzi ha un concetto di amici e coppia paragonabile a quello di Nanni Moretti in Bianca. Però più talebano.
In uno dei suoi ultimi libri, Luttazzi mi ha pure messo nelle liste di proscrizione, tra i giornalisti a lui sgraditi. Daniele è sempre stato “più permaloso di una mina” (lo diceva di D’Alema), persino più di me, e se non lo incensi per rappresaglia invade la Polonia. E’ fatto così.
Schermata 2016-02-02 a 19.12.47Con prosa criptica, bolsa e sempre più involuta, Luttazzi critica sul Fatto la mia propensione al “kitsch sentimentale”. Ci sta, e “Mogol dei coccodrilli” non è male. Certe critiche fanno solo bene. Daniele arriva a sostenere che io non sia sincero nel raccontare a teatro figure che ho conosciuto e amato, e faccio finta di non averlo letto. Del resto è comprensibile, per un teatrante senza più teatro, provare astio per chi oggi frequenta con soddisfazione il teatro. Come è comprensibile, per chi generava appartenenza, provare ora nostalgia: ho molto rispetto delle ferite aperte altrui. Poi però, con consueta hybris, Daniele scrive che artisti come Gaber e De André “non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa”. Cioè: lo decide lui cosa sia lecito e cosa no. Cosa si possa fare e cosa no. Accidenti: quest’uomo ha un ego addirittura superiore al mio.
Luttazzi cita la sua prefazione al mio libercolo C’è tempo (2003). Credo che per quel libro avesse abbastanza ragione: la critica di “kitsch sentimentale” era pertinente. Fu peraltro la stessa critica che mi rivolse Gianni Mura, altro giornalista depennato dai “meritevoli” perché una volta aveva osato dargli un’insufficienza (ve l’ho detto che Daniele è permaloso come una mina). La cosa buffa è che Luttazzi si arroghi ora il merito (l’ennesimo) di avermi messo in guardia dal rischio di “kitsch sentimentale” con quella prefazione. Macché: era una prefazione così arzigogolata e autoriferita che la capì solo lui. Anzi: forse neanche lui.
Per Daniele i miei articoli sembrano necrologi e mirano a dimostrare che un artista un tempo grande ora non lo è più. Forse, chissà, si è sentito parte in causa. Parla anche di “decomposizione” che “solo io vedo”. Dipende: se alludiamo alla sua carriera, è vero il contrario. Ovvero che lui è l’unico a non vedere la “decomposizione”. Teatralmente e televisivamente, Luttazzi è fermo da sei anni: un tempo che poteva permettersi Kubrick, mica lui.
Semplificando, Luttazzi mi accusa di plagiare sempre me stesso. Be’, se anche fosse, sempre meglio che copiare gli altri. No, Daniele?

Schermata 2016-02-02 a 19.15.55Daniele è intimamente terrorizzato da tutto ciò che è “sentimentale”. Lo ritiene proprio un morbo purulento. A ciò contrappone una apparente scorza dura da “vero satiro”, che scherza sulla morte e invita a non usare la cannuccia per succhiare i liquidi da una bara (ah ah ah). Gioca al satiro cinico e freddo. Appunto: gioca. E’ una posa. Una delle (sue) tante.
Chiuso nel bunker, Daniele ha forse perso qualche passaggio legato all’attualità. Parlando di Benigni, sostiene che solo io ritenga che il referendum “sfasci la Costituzione”. Gli consiglio, tra i tanti, la lettura di Zagrebelsky e Pace. Appena più rilevanti, come costituzionalisti, di tal Daniele Fabbri.
Nella parte più stimolante della sua sbrodolata astiosa, Daniele cerca di smontare l’impalcatura dei miei articoli. Lo ringrazio del volenteroso tentativo. Purtroppo Luttazzi finge di non sapere che sono proprio i suoi pezzi a seguire sempre le stesse rotaie. Funzionano così: Daniele parte con uno zuccherino dedicato al personaggio che sta per demolire. Segue una parte in cui ci spiega che “lui sa”. Parte poi il citazionismo diffuso, per farci sapere che lui legge tanto (avendo del resto molto tempo libero). Arriva quindi il momento della masturbatio, durante la quale Daniele affastella frasi oscurissime come fosse Antani (“aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp”: ehhhhhh???). Poi, immancabile, il finale sarcastico. Non cambia ricetta dal ’91 e questo lo porta a continue reiterazioni di se stesso: il suo articolo di una settimana fa su Grillo, per esempio, è identico a quello (splendido) che scrisse sempre su Grillo a settembre 2007 dopo il primo V-Day.
Per dimostrare la forza del suo (strepitoso) monologo a Raiperunanotte, Daniele elenca i numeri delle tante visualizzazioni su Youtube. Libero di farlo, ma se i numeri valgono allora Matano che scorreggia è Dio. Non è che la Rete può coincidere con la qualità solo quando conviene a Luttazzi. Altrimenti potrei rispondere che il mio pezzo su Benigni è stato uno dei più condivisi sul sito del Fatto e “quindi” è inattaccabile.
Sulla satira Daniele ha sempre avuto le idee chiarissime: la satira, in Italia, è solo lui. Crozza? “Umpf, lui fa sfottò”. Sabina? “Naaaa”. Corrado? “Bravino, però pigro”. Benigni? “Proprio no”. Per essere tollerato da Luttazzi, devi accettare i due SPL (Sacri Postulati Luttazzici). Uno: lui è l’unico satirico in Italia. Due: la querelle plagio non esiste. Buonanotte, Daniele.
Daniele mi chiede se abbia letto i suoi ultimi due libri: sì, purtroppo li ho letti.
Daniele mi accusa di “propaganda grillina”. Attenzione: il suo problema non è che io faccia “propaganda”, cosa ovviamente falsa nonché diffamatoria, ma che (nella sua testa) la faccia a Grillo. Se la facessi a Luttazzi, invece, gli piacerebbe da pazzi. Oltretutto Daniele prende a pretesto una frase innocua che nulla c’entra con la propaganda (“Grillo si è fatto megafono di una protesta trasversalmente condivisa”). Se i 5 Stelle sono arrivati al 30% o giù di lì, e se i 5 Stelle li ha fondati Grillo, la “propaganda è trasversalmente condivisa”. Mero dato di fatto. Che poi Luttazzi abbia altre idee o si sia vantato in passato di avere ispirato coi suoi scritti il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando (stica), attiene alle perversioni e alle parafilie.

Schermata 2016-02-02 a 19.17.45Luttazzi detesta Grillo. Lo odia così tanto che, pur di andargli contro, sarebbe persino disposto a dar ragione a Benigni (ops). Quando ci frequentavamo, mi raccontava come Grillo gli avesse rubato (giuro: non sto scherzando) una battuta su Papa Giovanni Paolo II e Parkinson. Battuta bruttina, peraltro. Di contro Grillo lo ha sempre visto come “quello lì che parla veloce e legge dal leggio”. Si detestano, ma mica è colpa mia.
Ops” è una citazione. Anzi, no: una “caccia al tesoro”. Ops.
Nel 5% di articolo in cui non si esercita nell’arte povera di togliersi nervosamente i sassolini dai mocassini, Luttazzi scrive cose molto sensate sulla satira in Italia: le stesse cose che avevo scritto io tre giorni prima. Lui però fa finta che sia tutta farina del suo sacco: dev’essere proprio un’inclinazione atavica, la sua.
Sulla querelle plagio, Luttazzi propone sempre la solita ricetta tripartita. Fase uno: “il plagio non esiste” (ovvero: creazione di un mondo immaginario, che lo illude di essere innocente). Fase due: la supercazzola (ovvero: infarcire articoli e “interviste” di tapioche prematurate, tipo i lisergici “ruoli attanziali” che ormai fanno giurisprudenza quando si parla di “epic fail”). Fase tre: “Mi hanno voluto colpire perché ero diventato scomodo”. Che è verissimo, ma non sposta di una virgola l’evidenza del video in cui troppe battute combaciavano.
Schermata 2016-02-03 a 13.56.09Per alcune di quelle battute, a sua volta, Luttazzi lamentava la “copiatura” da parte di Bonolis e altri colleghi. Una volta era il cervello di Keith Richards che smetteva di funzionare se non si drogava, quell’altra la mosca (o era una falena?) che scorreggiava. Sfortunatamente si era dimenticato di dirci, o non ci aveva detto abbastanza, che alcune battute le aveva allegramente attinte da altri durante i suoi continui viaggi a New York. Sperando che nessuno se ne accorgesse o che magari qualcuno bombardasse Youtube. Chi vuole farsi un’idea può andare a (ri)vedere i video, sempre ammesso che la Krassner Entertainment (di Luttazzi) ne abbia lasciato in giro qualcuno.
Luttazzi ha ragione quando se la prende con il “mandante” del video, ma resta il contenuto del video. E il contenuto è sconfortante. Come gli dissi dopo la gogna a Le Iene, avrebbe dovuto chiedere scusa e ripartire. Invece si è messo a fare mirror climbing. Uno spettacolo avvilente: la “caccia al tesoro”, la semiotica, l’estrapolazione, “il testo è solo uno dei tre elementi che caratterizza la battuta come joke”. Daniele: ma de che? Uno strazio, e il bello (va be’) è che lui sembra crederci. Per una sorta di contrappasso brutale, Luttazzi pare diventato come il Berlusconi di Montanelli, così bravo nell’esser bugiardo da credere ormai alle proprie bugie. In questi sei anni si è fatto male ogni giorno di più, obnubilato da una presunzione smisurata e sorda a qualsivoglia consiglio amichevole. Ha perso tempo e forse smalto: le sue sporadiche battutine su Twitter sembrano scarti di Lercio (“Basta polemiche: Bruno Vespa è incensurato come Vittorino Casamonica”; tutto qui, Daniele?). E pure la sua articolessa a me dedicata non strappa un sorriso neanche per sbaglio. Uhm.
– Luttazzi ha preso (e perso tempo) anche per paura: avendo avuto il merito di crescere un pubblico tanto attento quanto esigente, larga parte di quello stesso pubblico non può perdonarlo, perché si è sentita tradita dalla persona che meno di tutti poteva permetterselo. Se oggi Luttazzi è uno degli artisti più in difficoltà di Italia, e se ogni volta che lo citi nove persone su dieci rispondono (ingiustamente) “ah sì, quello che copiava”, non è (solo) colpa di censura, potere e media: è anche colpa di alcuni suoi errori. Ed è un peccato vero, perché il talento c’era (c’è?) e le battute interamente e sicuramente sue erano tante. Spesso strepitose. Luttazzi è stato appartenenza vera: appartenenza preziosa. Per questo la ferita collettiva è stata così grande. E ora, anche se mai lo ammetterà, Daniele ha paura che quel pubblico non ci sia più. Anzi: ne ha terrore. Non è solo censura: sta zitto per paura. Per rancore. Per senso di colpa.
Caro Daniele, smettila di frignare. Scegli ossessioni migliori del sottoscritto. Ritrova la tua lucidità antica. Sii meno noioso. E – se ce la fai – muoviti a tornare a teatro: ce n’è un gran bisogno. (Il Fatto Quotidiano, Extended Version, 3 febbraio 2016)

Roma Termini evacuata, tra fucili finti e Intercity masochisti

Schermata 2016-01-27 a 17.02.11E’ una sensazione di gioia inattesa, quella che ti pervade quando stai viaggiando su un treno italiano in orario. Ed è lì, quando credi che il pericolo sia scampato, che il destino ti frega. Lunedì 25 gennaio, Intercity 595 Trenitalia. Parte da Trieste alle 13.02 e arriva (arriverebbe) a Roma Termini alle 20.36. Ad Arezzo dovrebbe giungere alle 18.26 per ripartire alle 18.28. Ha solo sei minuti di ritardo. E’ andata bene: di solito sono tra i quindici e i trenta. Un ritardo costante, che il viaggiatore accetta con stoica rassegnazione.
Il treno arriva a Orte con “soli” dieci minuti di ritardo. E’ l’ultima sosta prima di Roma Termini, il traguardo è vicino e il peggio sembra passato. Sembra. Il treno non riparte. Cinque minuti. Va be’, pensi: la solita Trenitalia. Dieci minuti. Va be’, imprechi: la solita Trenitalia. Venti minuti. Ecco, pensi: ora Trenitalia esagera. Una voce femminile, dagli altoparlanti, informa che la sosta dipende da “un problema tecnico alla stazione di Roma Termini. Ripartiremo usando la linea vecchia. Ritardo previsto: sessanta minuti. Ci scusiamo per il disagio”. Non occorre essere Sherlock Holmes per capire che qualcosa non torni. Ci sarebbe arrivato anche Gasparri. Oddio, Gasparri forse no. Oltretutto la voce femminile aveva un tono tipo “Moriremo tutti, pazienza”. La voce ha anche aggiunto che, per ulteriori informazioni, si può parlare con il capotreno alla carrozza 3. Sono da poco passate le ore 20 e controllo Twitter. Tutti parlano della stazione Termini evacuata. Pare ci sia un uomo armato e inseguito da mezzo mondo. Ah. Sono nella carrozza 2. Spengo l’iPod con Animals (e la cosa mi fa male, perché stava giusto passando Pigs). In fondo alla carrozza c’è un mesto conciliabolo. C’è il capotreno, c’è una sua collega. Il capotreno, garbato e un po’ attempato, insiste coi “problemi tecnici”. Gli faccio presente che è un po’ un eufemismo definire così un rischio attentato. Lui, gentile ma forse sceso da Plutone: “E lei come lo sa?”. Gli svelo una cosa incredibile: hanno inventato Internet. La rivelazione lo sconvolge oltremodo. Segue ulteriore conciliabolo. “Perché avete parlato di problemi tecnici?”. “Per non agitare i passeggeri. Abbiamo eseguito gli ordini”. Il capotreno, dopo questa citazione involontaria di Priebke, riprende a parlare con la collega. Nel frattempo Repubblica posta la foto del tizio col fucile. Twitter esplode di cinguettii idioti, a conferma di come i social network logorino chi ce li ha. C’è un allarme che andrebbe spiegato in diretta, ma tutti cazzeggiano. Va be’. Mi pare ovvio non arrivare fino a Termini, descritta in quel momento come il set di un saloon postmoderno, ma fermarsi prima a Tiburtina. Facile, no? No. “Non è previsto”. Ho capito che non è previsto, ma l’alternativa è consegnarsi al martirio e tra i miei miti non c’è ancora San Bartolomeo. “Lei non sa quanto sia complicato fermarsi in una stazione”. Sarà anche complicato, ma pure farsi ammazzare mica è bello. “E poi serve un’autorizzazione”. Appunto, la chieda. Seguono telefonate del capotreno a varie entità superiori, che rimpallano una tale responsabilità immane ad altre entità superiori. “Se poi cadete mentre scendete e vi fate male a una caviglia, la responsabilità è mia”. Invece, se moriamo tutti a Termini, gli danno un encomio. Postumo. Ecco poi il responso: “Andiamo a Termini, anche se è tutto bloccato e dovremo attendere un’altra mezzora”. Perfetto: non solo moriremo, ma pure in ritardo. E Tiburtina? “Non abbiamo l’autorizzazione e l’autorizzazione è importante”. Importantissima: meglio morire in regola che salvarsi sporcando il protocollo. “Però, se il treno si ferma un attimo a Tiburtina e io sono costretto a scendere, non posso impedirvi di scendere”. Ah, buono a sapersi. Potremmo dunque scendere di soppiatto, oppure lanciarci dal finestrino. Figo. Nel frattempo Twitter continua a dare il peggio di sé. Forse il fucile era finto, forse il traffico è ripreso. Forse, forse, forse. Il capotreno, garbato e compassato, discute di banche e politica interna con la collega: non sia mai che, prima del trapasso, l’Intercity 595 non abbia appieno sviscerato l’annosa tematica del bail in. Ogni tanto si girano e chiedono a me aggiornamenti: cioè, lo chiedono loro a me. Mica il contrario. Devono essere degli obiettori di coscienza del web. La torre di controllo conferma: niente Tiburtina, o Termini o morte. Termini. Con cinquanta minuti di ritardo, però vivi. Che – di questi tempi – è sempre meglio che niente.
(Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2016)

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Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)

Fenomenologia dei logorroici (come salvarsi dal bla bla)

Schermata 2015-12-08 a 12.34.31Senza quasi che il mondo se ne accorgesse, si è sparso ovunque un morbo. E’ una malattia che dilaga ormai ovunque, una pandemia a cui pochi resistono: la logorrea. Tutti parlano, soprattutto se hanno poco da dire, e parlano tanto. Troppo. Sempre. Salvarsi è impossibile. Breve antologia dei logorroici.
“Non puoi sapere cosa mi sia successo”. Quando ti parlano, cominciano spesso così: “Non puoi sapere cosa mi sia successo”. E già cominciano male: è ovvio che non sai cosa gli sia successo, altrimenti non te lo racconterebbe. Certo, ci sarebbe anche una variabile da calcolare, ovvero che magari all’interlocutore non è che interessi poi granché di quello che sta ascoltando. E’ però una variabile che il logorroico non contempla neanche. Altrimenti non sarebbe logorroico.
“Ciao, come sto?”. E’ la tipologia di logorroico che comincia il dialogo chiedendo qualcosa di te, ma solo per alimentare sull’interlocutore l’illusione che gli interessi non solo la sua vita. Ma pure la tua. La domanda iniziale è solo un pretesto: un mero pretesto. Per esempio. Il logorroico ti chiede: “A casa tutto bene?”. Tu sei lì che rispondi, o almeno ci provi, e hai pure voglia di sfogarti perché è un brutto periodo, ma il logorroico ti ha già interrotto: “Ah guardi, lei è fortunato, niente in confronto a quello che mi è successo ieri”. E a quel punto, considerato che gli avevi appena detto che un meteorite ti aveva polverizzato la casa, immagini che a lui sia accaduto di tutto: un attentato, un cataclisma. Poi lui prosegue. E te lo dice: “Non ci crederà: a Tullio è caduto un dentino. Non mi ha fatto dormire tutta la notte”. E lì ci rimani un po’ male. Soprattutto quando scopri che Tullio è il nuovo criceto fucsia del logorroico.
“E quindi, alla fine, succede che io”. Tipologia dei logorroici che, per raccontarti un fatto normalissimo, impiega tre ore. Tu vorresti dirgli “sì sì, ho capito”, perché sai benissimo dove andrà a parare (e poi ti sta raccontando che a pranzo la pasta era scotta, mica la trama dei Karamazov). Niente: lui/lei dovrà terminare l’appassionante narrazione della pasta. Scotta.

Schermata 2015-12-08 a 12.34.04No, niente. Volevo dire che”. Ogni loro racconto interminabile parte così: “No, niente”. Ecco: ma se è “No, niente”, perché diavolo me lo racconti?
“Ai miei tempi mica succedeva”. Il logorroico allude sempre ai suoi tempi, reputandoli migliori del presente. E’ un aspetto a cui tiene molto. La cosa curiosa è che magari il logorroico è 16 anni, e non si capisce a quali “suoi tempi” alluda, però lo dice con un tale trasporto che alla fine gli credi.
“Sai che mi ha lasciato?”. Il logorroico ha una vita sentimentale sfigatissima. Chissà come e chissà perché, è sempre stato lasciato da qualcuno. E te lo deve raccontare. Con prolusione inaudita di particolari. Tu, ascoltandoli, pensi che magari è stato lasciato/a perché una logorrea neanche così neanche Furio di Verdone, ma dirglielo pare brutto.
“Non ci crederà mai”. Tutto è iperbolico nel mondo dei logorroici. Se trovano la fila alla posta, è accaduto solo a loro: “Non ci crederà mai”. Tu in realtà ci credi, ma questo è proprio irrilevante.
“Non so se hai capito”. Tipico intercalare del logorroico, che è sempre intimamente convinto che l’interlocutore davanti a lui sia un po’ ebete. Esempio: “E quindi a cena abbiamo fatto la bistecca, non so se hai capito”. Tu vorresti rispondergli che hai capito benissimo, anche perché stiamo parlando di una bistecca e non della teoria di Lacan, ma tanto lui non ti ascolta mica.
“Questa me l’ha già detta”. Il logorroico è spesso ripetitivo. Conduce quasi sempre una vita normalissima, a cui suole aggiungere un’enfasi del tutto fuoriluogo. E questo lo porta a ripetersi spesso. A raccontare gli stessi aneddoti. Guai però a farglielo notare, perché il logorroico è permaloso. Permalosissimo. Così lo ascolti, per la millesima volta. Con lo stesso entusiasmo che avresti se ti avessero condannato a eseguire una detartrasi a Ferrara.
“Ha visto quello che è successo?”. E’ l’incipit con cui il logorroico affronta la cronaca. “Ha visto quel che è successo a Parigi?”; “Ha visto quello sciunami (sarebbe “tsunami”, ma il logorroico segue regole tutte sue) nelle Filippine?”. E’ irrilevante che tu abbia “visto” o no: in entrambi i casi, il logorroico te lo racconterà. A modo molto suo, peraltro.
Schermata 2015-12-08 a 12.34.21“Ti rendi conto?”. Altro intercalare assai frequente. “E quindi lui ha ordinato un caffè. Ti rendi conto?”. Tu ti rendi conto benissimo, e non ti sembra strano per nulla. Non solo: non te ne frega proprio niente. Però bisogna rendersi conto.
“Ce l’ho più lungo di te”. Il logorroico ha un’idea competitiva di comunicazione. Se gli dici che hai la febbre, lui ti dice che è in coma (però vigile: infatti ti parla). Lui ce l’ha più lungo, sempre più lungo di te.
“E’ successo anche a me”. E’ il logorroico-specchio. Ti è successa la cosa più assurda del mondo? Anche a lui. Ma proprio uguale. “Sai che mi sono salvato da un incidente aereo aggrappandomi in caduta a una liana di rododendro della tundra?”. E lui: “Accidenti, è successo anche a me ieri! Ed era proprio un rododendro della tundra, l’ho riconosciuto mentre cadevo perché l’avevo visto sul National Geographic mentre facevo Pilates!”.
“Ti dico: una cosa incredibile!”. E’ il logorroico ultra-iperbolico. Tutto è incredibile, nonché eccezionale. “Ti dico: una cosa incredibile!”. Sì, ma per esempio? “Non ho trovato neanche il parcheggio”. Una cosa davvero incredibile: James Cameron ci costruirà senz’altro il suo nuovo kolossal fantascientifico. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015)

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)

Fedez: “populista hooligan, diversamente rapper”

Fedez
Va ascoltato con attenzione “Pop-hoolista”, il nuovo concept album (20 brani) di Fedez in uscita il 30 settembre. Un’opera coraggiosa e ambiziosa, in cui un artista fa nomi e cognomi e si scaglia – senza ipocrisie e con ispirazione – contro un potere tragicomico e una società prossima al rincoglionimento. Ironie e scudisciate, lettere a Barbara D’Urso (“Cara Barbara eccomi qua (..)/ Il pomeriggio alle tre/ Ho occhi solo per te/ Voto la Santanchè (..)/ La tv spazzatura C’inquina/ Barbara d’Urso, tombola”) e cazzotti al clero (“A noi le ostie a voi le ostriche, la vostra eucarestia è la nostra carestia. aspiranti don Verzè con la faccia come il culto, ipocrisia incastonata in collane e anelli d’oro pesante, più che bulli di quartiere, bulli di Cartier“), stilettate e bastonate a personaggi famosi poco graditi (“Il mio paese chiama Facchinetti figlio d’arte/ Come andare da Mcdonald e dire vado al ristorante”), duetti (Elisa, Malika Ayane, Noemi, Francesca Michielin, J-Ax) e stereotipi scorticati, giochi di parole e una riflessione insistita su un paese “dove la gente non arriva a fine mese ma si preoccupa che la batteria dello Iphone arrivi a fine giornata”. Un paese in cui “l’italiano batte la mani quando il suo l’aereo atterra/ Ma non batte ciglio quando il paese affonda/ L’italiano fa casino durante il minuto di silenzio/ Ma poi sta in silenzio per anni quando dovrebbe far casino/ L’italiano per protestare in piazza aspetta che sia il sole/ Il bollettino meteo guiderà la rivoluzione”.

Perché questo titolo?
“E’ riferito tanto a populista quanto a hooligan del rap. Volevo rimarcare il mio essere diversamente rapper, affrontando tematiche politiche e sociali con leggerezza. Ormai in Italia sono ‘populisti’ tutti coloro che non accettano ciò che impone la maggioranza. Ricordo una frase di Casaleggio: ‘Sono fiero di essere populista’. Anch’io”.
“Diversamente rapper”: un’autodefinizione che usa spesso.
“Il rap italiano è una subcultura che usa canoni estetici e stilistici imposti: da palestra del libero pensiero è diventata un Rotary Club. Pur facendo la gavetta e partendo dai centri sociali, non ho mai seguito le regole. Quindi passo per pecora nera, anche solo perché oso avere influenze pop”.
Ieri Berlusconi, oggi Renzi.
“Con il passare del tempo sono diventato più realista e più rassegnato. L’Italia resta una penisola che non c’è. Da ragazzino volevo cambiare il mondo, a 25 anni so che non è possibile. Mi limito a scattare delle istantanee. Ho perso le speranze anch’io”.
La definiranno grillino.
“E’ già successo e accadrà. In Italia abbiamo bisogno di etichettare e “grillino” è diventato un epiteto negativo a prescindere. Io condivido alcune cose dei 5 Stelle e altre no, li ho votati ma non sono un integralista. Di sicuro rappresentano la scelta migliore, sia perché sono veramente nuovi e sia perché sono l’unica scelta che abbiamo”.
I rapper di oggi sono i cantautori di ieri?
“Senza dubbio. Il rap non innova, ma rinnova. Prende tutto quello che c’è, anche il teatro canzone di Gaber, e lo rinnova. Nei dischi precedenti ricevevo la base e ci scrivevo di getto i testi, in Pop-hoolista ho fatto il contrario. Per i monologhi, che sostituiscono il classico “bridge” e ti permettono un sunto della situazione senza dover rispettare la rima, ho lavorato con Matteo Grandi. L’ho conosciuto su Twitter e mi è piaciuta la sua ironia. Siamo diventati amici, è diventato il mio psicologo artistico e sarà uno dei miei autori a X Factor”.

Fedex-articolo-20140911La chiameranno “venduto”. E non sarà la prima volta.
“Ho vissuto abbastanza male il mio imborghesimento artistico. L’underground non ti odia quando ti inizi a vendere, ma quando ti iniziano a comprare. Negli Stati Uniti è molto diverso, lì l’obiettivo è fare più soldi di tutti. In Italia no, il successo lo devi tenere nascosto”.
Le riesce?
“Sì e no. E’ un lavoro e lo devi fare, altrimenti ti scrivi i pezzi in cameretta e te ne rimani lì. Voglio allargare il mio pubblico. X Factor è una scatola mainstream, ma io sono molto diverso. Parto come l’anello debole, sono un rapper e vengo percepito dal grande pubblico come un teen-idol: un pupazzone di Walt Disney. Mi sono messo in gioco e so che, non appena indovinerò un congiuntivo, il pubblico si stupirà, farà “uoooh!” e penserà che forse che non sono un narcotrafficante ignorante pieno di tatuaggi. E’ una sfida che mi stimola molto”.
In Pop-hoolista se la prende con il potere, ma anche con la pigrizia mentale degli italiani. Chi ha più colpe?
“Gli italiani. Viviamo in democrazia e siamo noi a scegliere i governanti. Nel momento in cui la popolazione si dimentica del potere che ha, i risultati sono disastrosi come accade in Italia”.
Che effetto fa dialogare in tivù con un intellettuale contemporaneo come Giovanardi?
“Nessun rapper, da noi, si è mai esposto come me. Neanche sentivo troppo vicino il tema, perché non consumo cannabis. Potevo perderci la faccia. Volevo fare un confronto e ho trovato uno che lanciava slogan e inseguiva la caciara. Giovanardi si è però dimenticato che io sono un rapper e nella caciara sono molto più bravo di lui”.
Le ha dedicato anche dei versi in rima, peraltro indimenticabili.
“Prima di conoscerlo ad Anno Uno non sapevo se c’era o ci faceva. In realtà Giovanardi è davvero convinto di quello che dice. Ci crede proprio. Ha un’idea – sbagliatissima – e la difende. Di quella puntata mi hanno colpito ancora di più molti giovani tra il pubblico. C’era anche qualcuno di Casa Pound. Sembravano rimasti agli anni Cinquanta”.
Perché ha deciso di dare l’anteprima al Fatto?
“Siete stati il primo giornale autofinanziato, senza inquinamenti partitici. Una delle prime forme di giornalismo vero. Sono molto orgoglioso di essere dentro le vostre pagine: so che suona come una enorme leccata di culo, ma è quello che penso”.
(Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2014)

 

Grazie per le nominations ai #Mia14

rionero8Macchianera Italian Awards sono i premi più importanti che assegna la Rete. Una sorta di Oscar del web. Quest’anno, grazie ai vostri voti, ho ricevuto due nominations, una come “Miglior Personaggio” e una come “Cattivo più temibile“. Due nominations anche per Il Fatto Quotidiano, che ha già vinto quattro volte i Macchianera Awards nelle precedenti edizioni. Una nomination anche per Natangelo e Vauro, entrambi vignettisti del Fatto. Ha ricevuto una nomination anche Reputescion, il mio programma su La3 scritto da Fabio Migliorati (“Trasmissione tv più social”). Tenendo conto del peso degli altri candidati (Papa Francesco, Renzi, Grillo, Fiorello, Pif, eccetera) il mio risultato sarà quello de Il colore viola agli Oscar ’86, ma è comunque bello e stupefacente esserci. Dunque vi ringrazio, come feci e faccio ancora per la candidatura nel 2012 e la vittoria nel 2013 ai Tweet Awards come Miglior Giornalista
La premiazione dei Macchianera Awards 2014 (#MIA14) avrà luogo il 13 settembre al Teatro Novelli di Rimini, ore 21, all’interno della Festa della Rete (ex BlogFest). Si può votare fino a giovedì 11 settembre: per farlo basta compilare la scheda sottostante, dando almeno 10 preferenze (sulle 35 categorie complessive). Grazie ancora di tutto.

P.S. Lo so, le assenze di Pina Picierno e Stefano Menichini nella categoria “Miglior Personaggio” e di Europa in quella di “Miglior sito di informazione” sono oltremodo incresciose.

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