Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
luglio: 2017
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Elogio di Tomas Milian

Schermata 2017-03-24 alle 12.58.26Ogni tanto, in qualche film dei Novanta, capitava di imbattersi in Tomas Milian. Così, quasi a tradimento. Non era mai l’attore protagonista, eppure a un certo punto compariva. I registi erano importanti: Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Steven Spielberg. Riconoscerlo non era facile, non tanto perché fosse invecchiato male ma perché appariva diverso – troppo diverso – dall’immagine che gli si era sedimentata addosso (e attorno) sul finire dei Settanta. Quella del Monnezza, ma pure di Nico Gilardi (che tanti confondono ancora). Chissà se Tomas Milian, nato a L’Avana il 3 marzo 1933 e morto mercoledì a Miami, convivesse davvero bene – come diceva e tutto sommato sembrava – con quella strana carriera, lunga e gloriosa, fatta di parti “importanti” con registi “impegnati”. E poi esplosa quando nessuno se l’aspettava più, nella maniera meno prevedibile possibile. Tomas Milian, vero nome Tomás Quintín Rodríguez Milián, esule cubano dal passato tremendo e i demoni in servizio permanente, pareva convivere bene con quel ghiribizzo del destino perché – è lecito supporre – si intendeva di ghiribizzi e destini. E perché conosceva bene quanto fosse difficile essere Er Monnezza. Era qualcosa che richiedeva talento, incoscienza e camaleontismo: far ridere crogiolandosi nell’apparente trogolo – ché poi trogolo non era – del vernacolo spinto, del turpiloquio disinvolto. Della battutaccia che doveva essere sempre peggiore della precedente. C’era la rima caciarona: «E chi è il cane di Mustafà?»; «Quello che lo stà a pià ‘nder culo e dice che stà a scopà!». C’era la risata da Google Maps trucido: “Ecco, appena l’hai trovata te ce fai benedì, poi piji la via p’annà affanculo che tanto ‘a strada ‘a sai…”. E c’era pure l’accenno esistenzialista: “Vòi scommette che er giorno in cui la merda diventa oro, noi poveracci nasciamo senza er culo?”. La critica arricciava il nasino, il pubblico rideva di gusto e chiedeva il bis. Che arrivava, finché non c’era proprio più nulla da spremere. Nel frattempo Tomas Milian era ormai “solo” il Monnezza (e Nico Girardi). Sempre in coabitazione con Ferruccio Amendola, perché quei ruoli potevano funzionare solo con quella voce. Milian partecipava alla sceneggiatura, aggiungeva dialoghi all’impronta e usava come bussola Quinto Gambi, l’amico pesciarolo di Tor Marancia che faceva pure la controfigura nelle scene d’azione.  Milian ha più volte detto che gli sarebbe piaciuto farsi seppellire a Roma. La città che più gli ha voluto bene. La stessa che, nel 2014, lo aveva riaccolto come un imperatore stanco conferendogli il Marc’Aurelio. Nel frattempo era potuto ritornare a Cuba, dopo averla lasciata nel 1956. Milian ha vissuto mille vite. Esistenze, esperienze. Traumi, suicidi. Passioni, fallimenti. Figlio di un generale del dittatore Machado, severo e violento, che si tolse la vita nel 1945 davanti agli occhi del figlio. Tomas aveva 12 anni. Si trasferì negli Stati Uniti, prima Miami e poi New York. L’accademia, i teatri di Broadway, le prime serie televisive. L’Actors’ Studio, il metodo Strasberg. La stima di Jean Cocteau. Nel 1959 ha cinque dollari in tasca e non si sa come arriva in Italia, partecipando al Festival di Spoleto con una pantomima di Franco Zeffirelli. In Italia capisce che può vivere di recitazione. Recita per Bolognini, Visconti, Lizzani. In quegli anni Er Monnezza non è neanche un’ipotesi: è un’eresia. Poi Sollima, Corbucci, Lizzani. Quindi un film di Fulci, derubricato oggi a “cult horror”: Non si sevizia un Paperino. La sevizia è la cifra di un film in cui Milian dà il meglio (perché era bravo, molto bravo) e il peggio (perché la sceneggiatura lo esigeva). Anno 1974, titolo Milano odia: la polizia non può sparare. La regia è di Umberto Lenzi, con cui Milian creerà di lì a poco il Monnezza. E sarà proprio il Monnezza, di cui Milian prolungherà l’esistenza scegliendo per La banda del trucido un altro regista (Massi), a rovinare il rapporto tra i due. Ma siamo già oltre, quando il genere declina in parodia. Prima, in Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata (dove Milian è l’inquietante Gobbo), c’è solo violenza. Milian, nella prima pellicola, incarna Giulio Sacchi. Uno dei cattivi più sadici, psicopatici e respingenti nella storia del cinema italiano. La sua è una prova prodigiosa e portentosa, dopo la quale – chissà, forse per una strana nemesi o magari per cercare una catarsi a tutta quella violenza – il poliziottesco diviene monnezzismo. Milian – anche discreto cantante – non si libera più di quella fama e di quel peso, e non bastano le parti in JFK, Amistad o Traffic per invertire la rotta. Che, peraltro, l’attore non aveva la fregola di invertire. Il resto sono nostalgie, risse, sbornie. Dipendenze. Rivelazioni sulla sua sessualità (era bisessuale), ruoli quelli sì improbabili (testimone di nozze al matrimonio di Eva Henger). E poi una costante: aver vissuto una vita forse non sua, non del tutto almeno, ed essercisi comunque trovato benissimo. (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2017)