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Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)

Renzi, Grillo, Salvini, D’Alema eccetera: chi è più in forma? (Se la politica fosse Formula 1)

idoloSe si votasse domani, e l’ipotesi sembra sempre meno concreta, chi si presenterebbe più in forma? Immaginate la politica italiana come se fosse una gara di Formula 1. Ci sono le qualifiche, poi le prove e quindi la gara. Ognuno insegue il tempo migliore. Chi lo trova e chi no. Soprattutto no. Ecco i “tempi” dei piloti principali.
Prima fila
Renzi
. E’ al minimo storico, e tenendo conto che non è mai stato Adenauer siamo a livelli rasoterra. Anzi meno. A Rimini si è presentato bollito, rancoroso e sempre più intriso di quelle battutine stantie da Panariello grullo. Ai suoi dice che “ormai è un tiro al piccione e il piccione sono io”, piagnucolando livido come il bimbo bizzoso che è. Ormai lo zimbella chiunque, persino il primo Francesco Boccia che passa. Vive un golgota lento e parrebbe indicibile. Ciò, tocca ammetterlo, dona gioia. Dalle Europee 2014 non ne indovina mezza. Se non è ancora morto politicamente dopo il treno in faccia del 4 dicembre (Festa Nazionale della Torcida Inesausta), è solo perché gode ancora del voto degli “abitudinari”. Quelli alla Zucconi, secondo cui “voto Renzi perché voto PCI dal ‘64” (sì, buonanotte Zucconi). Attenzione però a darlo per finito: guida (ancora) il partito più potente e in Italia tutto è possibile. Anzitutto l’Apocalisse. (Se Renzi fosse un pilota di Formula 1 sarebbe Jean Alesi. Che parlava tanto. Ma tanto. E poi non vinceva mai)
Schermata 2017-02-03 alle 11.52.40Grillo. Chi lo capisce è bravo. Se la ride pensando a chi, sin dal primo VDay del 2007, lo riteneva “un fenomeno passeggero come l’Uomo Qualunque” (come no). Il M5S, sotto il 30%, non va. E’ in salute e l’Itatroiaium – quel che resta dell’obbrobrioso Italicum – gli regala il ruolo di opposizione forte: il 40% da solo è quasi impossibile, ma il proporzionale garantisce una presenza massiccia senza troppe responsabilità. Il massimo. Al tempo stesso, il lento calvario della Raggi di sicuro non rafforza il M5S. Grillo mantiene poi posizioni equivoche su Trump, alimentando gli umori belluini di quella parte di elettorato destrorso che conosce la politica (e la democrazia) come Di Maio la storia del Cile (e del Venezuela). I 5 Stelle sono così: ci trovi gente splendida, tipo Morra o Appendino, ma ci becchi pure i Sibilia e le Lombardi. Tutto e niente. (Se Grillo fosse una Formula 1, prima farebbe la pole position e poi manderebbe affanculo il cronometro)
Seconda fila
Salvini. Delira a raffica e sa di delirare. Ieri ha persino difeso i nativi d’America indossando la t-shirt di Trump, che è come andare all’asilo con la maglia di Erode. Si adatta al contesto: se parla con Cruciani vomita slogan idioti, se va dalla Gruber si improvvisa statista (moon boot a parte). Sa usare la tivù, conosce la piazza e – al netto dei limiti strutturali – ha il merito di avere cavalcato sin dall’inizio battaglie meritorie: le pensioni, le banche, gli esodati. Tutte battaglie un tempo di sinistra, se solo la sinistra in Italia non coincidesse con Renzi. Cioè col centrodestra. (Se Salvini fosse una Formula 1 arriverebbe sempre dietro a Hamilton. E darebbe la colpa al colore della pelle).
Meloni. Una delle più preparate nel centrodestra. Irricevibile quando parla di famiglia e “tradizione”, neanche ambisse al ruolo tremebondo di Adinolfi magra, è assai più efficace su economia e lavoro. Di meglio, a destra, non pare esserci. Anche lei, come l’amico e sodale Salvini, è camaleontica: da Del Debbio parla alla pancia, mentre a Otto e metro fa l’anti-establishment pensosa. (Se Meloni fosse una Formula 1, metterebbe come minimo l’olio di ricino nel serbatoio di Alfano)
Terza fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.53.34D’Alema. Ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra (per quegli strani scherzi del fato, nel frattempo è Nanni Moretti ad aver smesso di dire qualcosa di sinistra. Vedi tu che sfiga). Il clima referendario gli ha ridato una forma Slam che neanche Federer a Melbourne. Sempre adorabilmente saccente e borioso, è delizioso quando infierisce – con sadismo indomito – su niente. Cioè sul renzismo. Vecchio satanasso di un Conte Max. (Se D’Alema fosse una Formula 1, non sarebbe mai una Ferrari. Troppo rossa. Troppo volgare)
Berlusconi. Se ne sta zitto. Lascia litigare gli altri. E si prepara come sempre a passare all’incasso, con un proporzionale che lo può rendere il vecchio ago della bilancia: bentornata Prima Repubblica, anche se ti ricordavamo meno brutta di così. (Se Silvio fosse una Formula 1, sarebbe una safety car che entra nel circuito a casaccio. Dettando regole tutte sue)
Quarta fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.54.15Emiliano/Rossi/Bersani eccetera
. Appunto: siete in troppi. Impeccabili – nonché godibilissimi – quando spargono sale sulle ferite renziane, non si è ancora capito cosa vogliano fare. Il Congresso? L’Internazionale? L’Ulivo 2 La Vendetta? O forse il Nuovo Sol dell’Avvenire? Boh.  Spiegatecelo, ragazzi: non tutti hanno i superneuroni della Picierno. (Se fossero una Formula 1, sbaglierebbero partenza)
Civati/Fassina. Hanno avuto il coraggio di uscire. E si sono pure sbattuti molto (soprattutto il primo) per il “no”. Bravi. Hanno però il demerito, e il masochismo, di consegnarsi ogni volta all’irrilevanza politica. (Se fossero una Formula 1, la tivù non li inquadrerebbe mai)
Ultima fila (ma proprio ultima, eh)
Alfano
. Non esiste: Alfano non esiste. Mettetevelo in testa: Alfano non esiste. E’ solo una categoria hegeliana dello spirito. (Se Alfano fosse una Formula 1, uscirebbe di pista durante il warm up. E non se ne accorgerebbe nessuno. Neanche lui)

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017