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Valentino Rossi, rinascite e cadute di un Campione

Schermata 2017-09-04 alle 21.13.16L’errore più grave, quando si parla di un pilota motociclistico, è portare avanti un ragionamento che abbia al centro di tutto la razionalità. Trattarli, cioè, da persone “normali”. Non lo sono, altrimenti non farebbero quel che fanno: rischiare la vita. Ogni giorno, minuto, secondo. Ecco perché sostenere che “Rossi è stato stupido a rischiare un Mondiale per un giretto in enduro”, è un parlar di nulla senza neanche accorgersene. Se Valentino Rossi fosse razionale, e tra l’altro è uno dei più razionali tra i suoi colleghi, non sarebbe Valentino Rossi. L’incidente di due giorni fa è accaduto durante un’uscita normale con l’enduro e i piloti, tra un gran premio e l’altro, non vivono certo in teche di vetro. Fa già fatica un motociclista della domenica a stare fermo una settimana, aspettando il weekend per sfogarsi. Figuriamoci un centauro di professione. Tutti i piloti fanno come Rossi, nella vita “reale”. Che è poi, pure quella, una vita irreale. Vita pazza. Vita spericolata, costantemente spericolata. Corrono in moto, sia essa da strada o da cross o da enduro, perché è la cosa che amano di più. Perché è il loro modo di allenarsi. E perché è la cosa che gli riesce meglio: se gliela togli magari non si infortunano, però dentro implodono. Valentino Rossi, 38 anni, è stato operato ieri. L’intervento è riuscito. Frattura scomposta, ma non esposta, di tibia e perone. Per una persona normale sarebbe un infortunio grave e di tornare in moto non se ne parlerebbe per mesi. Forse per anni. E forse anzi la chiuderemmo lì. Non per Rossi, non per i centauri. Corrono pieni di viti e placche, imbottiti di antinfiammatori e con una soglia del dolore fuoriscala. A Rossi accadde una cosa analoga nel 2010. Prove del Mugello. Anni duri. In quel caso la frattura fu anche esposta: l’osso spuntò fuori dalla gamba. Restò fermo 40 giorni e saltò due gran premi. Ora accadrà probabilmente la stessa cosa. Salterà di sicuro Misano Adriatico (10 settembre) e probabilmente Aragon (24). Rientrerà a Motegi il 15 ottobre, trittico Giappone-Australia-Malesia, per poi chiudere il 12 novembre a Valencia. Alla fine del Mondiale mancano 6 gran premi e con uno o due “0” in pagella il titolo volerà via per forza di cose e aritmetica. Oltretutto Rossi ha chance, sì, ma è pur sempre quarto dietro Dovizioso, Marquez e Vinales. E’ staccato di 26 punti da Dovizioso. Ogni vincitore di gran premio ne prende 25, il secondo 20, il terzo 16. Rossi non sarebbe stato il favorito neanche senza infortunio. Non vince dal 25 giugno (Assen) e negli ultimi gran premi è stato sistematicamente battuto da Marquez e, più ancora, Dovizioso. Colui che, fino a pochi mesi fa, non riusciva a sconfiggerlo quasi mai. Forse è anche questo un segnale: laddove Rossi fallì, ovvero con la Ducati, DesmoDovi sta trovando quella luccicanza lungamente attesa. Valentino ha vinto 9 mondiali, in ogni categoria, e il fatto che sia ancora così competitivo a 38 anni ribadisce la sua grandezza. Sta percorrendo il viale del tramonto con garbo e cipiglio. Si è rialzato tante volte e lo farà anche in questa occasione. Ma non basterà a conquistare il decimo mondiale. L’occasione perfetta capitò nel 2015, ma andò come andò, tra biscotti iberici e ghiribizzi del fato. Un campione a fine carriera diventa sempre più simpatico: la prossimità con l’oblio agonistico lo rende ancor più prezioso. Per Valentino saranno giorni difficili. Non si arrenderà. Perderà, probabilmente. Ma non smarrirà un’oncia di quel che è: non c’è gloria senza caduta, sia essa metaforica o con un enduro. (Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2017)

Lode breve al Dovi

Schermata 2017-08-13 alle 14.56.24Ho fatto l’inviato del motomondiale per due anni. Dal 2009 al 2011. Lavoravo alla Stampa e fu una democratica decisione dell’allora direttore Calabresi, che mi dirottò sulle moto per non farmi parlare di politica. Viva la libertà di stampa. Ma non è questo il punto: ognuno ha il talento che si merita e la dignità che si concede. Fu un’esperienza faticosa, per mille motivi, ma che mi permise di vedere (un po’) il mondo e di conoscere persone splendide. I colleghi, i motociclisti. I dirigenti, i meccanici, gli uffici stampa. Il motomondiale è un circo sempre in giro dove tutti conoscono tutti. Il paddock è un piccolo paese itinerante, che vive di regole precise e specifiche. Quasi sempre immutabili. I piloti sono come te li immagini: pazzi e geniali. Non ti aspetti invece che siano anche alla mano. Quasi tutti. Quanti bei ricordi. Con Simoncelli, ragazzo meraviglioso. Con Rossi, genio autentico (anche) della comunicazione. Con Pedrosa, sottovalutato come pochi. Con Lorenzo, che nelle interviste era sempre uno dei più cerebrali. Con Hayden, che viveva con lo stupore continuo di essere stato campione del mondo e di divertirsi in un mondo dove tutti gli volevano bene. E poi c’era, c’è il Dovi. Ha sempre pagato quell’aria da bravo ragazzo e il fatto di non essere “abbastanza mediatico”. “Bravo, sì, ma mai abbastanza. E poi non rischia mai”. In tanti dicevano così e qualche volta l’ho detto anch’io. Alle sue conferenze stampa andavo sempre, anche se non erano per lui anni reggenti. Spesso eravamo in pochi. Dovi non era mai banale. Si dilungava su dettagli marginali, rispondeva a tutto. Sempre con quell’aria da bravo ragazzo, con quegli occhi da Rocky Balboa che non avrebbe vinto mai con Apollo Creed e una ritrosia assoluta al gossip e alle cazzate (per quelle citofonate ad altri). Campione razionale e per questo ossimoro, oggi “il Dovi” si è inventato una delle vittorie più belle degli ultimi anni: spettacolo puro. La sfida senza esclusione di colpi con Marquez rimarrà nella storia. Non ha solo vinto: ha trovato, forse per la prima volta, una piena dimensione epica. Sarà durissima vincere il titolo, ma nessuno gli toglierà più tutto il talento che ha. Onore a te, Andrea. Te lo meritavi, te lo meriti.