Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

Bignami del M5S, dai VDay alla sfida a Renzi

foto1Il Movimento 5 Stelle nasce a Milano il 4 ottobre 2009, per volere di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. E’ la versione definitiva di ciò che erano stati i Meet Up, gli Amici di Beppe Grillo e le Liste Civiche. Il vero anno di nascita è il 2005, quando vede la luce il blog di Grillo. Il successo dei primi VDay (2007 e 2008) dimostra che Grillo ha un potere politico enorme, ma i media nostrani dormono e rosicano. I segnali del boom del 2013 sono molteplici: il buon risultato nel 2010 in Piemonte (la Bresso darà ai “grillini” la colpa della sconfitta con Cota) e in Emilia Romagna, culla dei primi successi ma anche delle faide interne più virulente. L’anno prima Grillo si candida alla segreteria del Pd: già al tempo ripeteva “meglio un nemico vero di un amico finto”, a conferma di come detestasse di più l’apparente democrazia del Pd rispetto alla palese negatività dei berluscones. Nel 2011 il M5S cresce ancora, entrando in 28 comuni e stupendo da più parti (per esempio ad Arezzo). Nel 2012 vince clamorosamente a Parma. A ottobre 2012 il Movimento è prima forza in Sicilia. Celebre il gesto dell’attraversamento a nuoto dello stretto di Messina da parte di Grillo, che tanti paragonano alle imprese muscolari di Mussolini per riverberare il concetto che “i grillini sono fascisti” (ma all’occorrenza comunisti, leghisti o terroristi). Il risultato alle politiche di febbraio 2013 è un terremoto: 25.55% di voti in Italia, 9.67% all’estero e 8 milioni e 700mila voti alla Camera (109 deputati). Bene m5sanche in Senato:23,79% in Italia e 10% all’Estero (54 senatori). Per il Parlamento italiano è una rivoluzione: entrano 163 “cittadini”, per nulla politici di professione. Dentro c’è di tutto: gente scampata alla legge Basaglia (spesso espulsa nelle tante epurazioni), figure anonime e profili che stupiscono per carisma e preparazione: da Di Maio a Di Battista, da Morra a Lezzi. Mentre i giornalisti si impegnano alla “caccia al grillino scemo”, i 5 Stelle riescono a perdere un milione di voti in un colpo solo, quando – durante lo streaming con Bersani – Crimi e Lombardi giocano pietosamente al poliziotto buono e cattivo. I 5 Stelle fanno bene a dire no a Bersani, che non chiede loro di governare assieme ma un furbastro appoggio esterno, mentre sbagliano a non fare il nome di un premier gradito durante il secondo giro di consultazioni (e Letta ringrazia). Le Quirinarie dicono Rodotà, ma il Pd prima accoltella Prodi e poi rispolvera Napolitano: per il M5S è una botta tremenda. Da allora i 5 Stelle si distinguono per una opposizione vera e senza sconti, ma anche per una ipercoerenza che scivola talora nel velleitarismo politico. Mentre i media elucubrano sulla “mancanza di democrazia interna” e su “Casaleggio nuovo Goebbels”, spunta Renzi. All’inizio è lui a vincere tutto: li trita alle Europee e li tratta da pezzenti negli streaming. Poi, dopo la vaccata del #vinciamonoi e l’harakiri dell’Aventino televisivo (ma anche la vittoria a Livorno) nel 2014, cambia tutto: Renzi cala e i 5 Stelle crescono. Dimostrano di averci visto giusto in molte occasioni, risalgono nei sondaggi e varano – su volere di Casaleggio, scomparso il 12 aprile 2016 – un “Direttorio” composto da 5 figure di spessore (a parte il tragicomico complottista Sibilia). E’ la fase 2, quella del “passo di lato” di Grillo. Il resto è storia (e trionfi) di ieri. Se Renzi aveva come primo obiettivo quello di uccidere i “grillini”, non solo non ci è riuscito: li ha pure rafforzati. (Oggi, 26 giugno 2016, Il Fatto Quotidiano dedica uno speciale di quattro pagine al M5S. A me è toccato il riassunto breve delle puntate precedenti)

Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)