Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Articoli marcati con tag ‘De Gregori’

Eppure Bertoli canta ancora

schermata-2016-10-18-alle-08-49-21 De Gregori era troppo ermetico, Baglioni proprio non gli andava giù e Vecchioni pure. Di Battisti non sopportava i testi di Mogol, e poi Lucio esagerava con le tonalità in minore. Proprio come Pino Daniele. Persino Mozart, un po’ per scherzo e no, per lui era uno che “ha fatto due pezzi e poi si è limitato a copiare se stesso”. Era difficile piacere a Pierangelo Bertoli. Edmondo Berselli si divertiva a raccontare che gli piacessero solo Beatles, Sinatra e se stesso. Leo Turrini, che di Berselli era amico e di Bertoli conterraneo, non si è divertito di meno nel raccogliere i ricordi di Marco Dieci, musicista sopraffino, per decenni chitarrista, pianista e soprattutto amico di Pierangelo. E’ un bel libro a partire dal titolo, “Eppure Angelo canta ancora”, quello che hanno firmato per Incontri Editrice. Contiene il cd “Del Volt”, documento inedito di un concerto tenuto nel 2000 al Teatro Carani di Sassuolo. Come spesso capita, il libro è nato per caso: da una chiacchierata che si è prolungata e che non poteva restare privata. Le cose che Dieci aveva da dire erano troppe, e troppo belle.
Mangiapreti come pochi, di sinistra come pochi, rigoroso come pochi. Bertoli era così. Anche per questo, forse, a quattordici anni dalla scomparsa è ricordato tanto. Sì. Però non abbastanza. Nella triste classifica dei cantautori in attesa di riscoperta definitiva, se la gioca al ballottaggio con Ivan Graziani. Benché fermamente agnostico, Bertoli aveva un’idea “sacra” del cantautore, in qualche modo paragonabile a quella di Fabrizio De André, uno dei pochi – non a caso – che diceva di stimare davvero. E’ Dieci, in questo libro-intervista, a ricordare la sua concezione di artista: “Per lui il cantautore, etichetta di moda all’epoca, o era davvero impegnato sulla carne viva della società o tale non era. Nella sua filosofia, il cantautore era l’antenna di una comunità. Aveva l’obbligo di percepire il cambiamento, anticipandolo. Poi l’interpretazione del mutamento era libera, ma o ti buttavi nella mischia o non gli interessavi”. Ovvio che, partendo da questa visione così rigida (e così utopica), di colleghi ne salvasse pochi. Attenzione però a immaginarlo altero: si concedeva parecchio, anzitutto agli artisti in cerca di gloria (o anche solo di una strada). Su tutti Ligabue. Non appena lo ascoltò, quando lo conoscevano solo a Correggio, si impuntò fino a quando non lo condusse al successo. Andò proprio in fissa, direbbe il Liga. Lo ha scoperto a tutti gli effetti lui. Si è parlato di una successiva ingratitudine di Ligabue, ma Dieci un po’ glissa e un po’ – soprattutto – ricorda come il rocker volesse cantare un brano proprio con Bertoli nel 2000: “Luciano aveva da poco perso il padre. Come tutti elaborava il lutto riflettendo sul senso della vita, lo scorrere del tempo, la malinconia che ci assale quando ci rendiamo conto di essere esposti a mutamenti che non possiamo contrastare. E stava preparando una canzone da incidere insieme a Bertoli. (..) Si sentirono al telefono e fu un dialogo molto intenso, sincero. Il brano si intitola Le cose cambiano, il progetto andò avanti ma poi Angelo si ammalò e non ci fu più il tempo. Comunque Le cose cambiano è stata poi incisa da Alberto, il figlio di Angelo”. Dieci racconta un sacco di cose, e chissà quante altre potrebbe raccontarne. Gli inizi a Milano, la militanza nella sinistra extraparlamentare, l’esperienza tutta sassolese di Roca Blues. L’autoritratto indelebile di “A muso duro“. La perfezione di “Eppure soffia”, che colpì sin dall’inizio Adriano Celentano. Il Molleggiato voleva cantarla, attratto anche dalla matrice ecologista ante litteram del brano, ma poi cambiò idea perché voleva essere il primo a farlo e non limitarsi a una cover. E invece Pierangelo l’aveva già incisa. Nel libro c’è anche Francesco Guccini, che volle Bertoli e i suoi musicisti come apripista per un concerto nel 1977. Ed ecco poi l’aneddoto prodigioso di Vasco, che aprì a sua volta un’esibizione di Bertoli: “Eravamo verso la fine degli anni Settanta e Rossi aveva ottenuto la prima notorietà con Albachiara. Noi eravamo in tour, dovevamo esibirci a Lido di Spina e il gruppo che cantava prima di noi era quello di Vasco”. Altri tempi, quando i cantautori erano percepiti come profeti. Poi il riflusso degli Ottanta. Tutto si fece più complicato. Bertoli capì subito che Il pescatore era una canzone molto forte, anche se il famoso duetto con Fiorella Mannoia avvenne a distanza: la seconda registrò la sua parte senza neanche incontrare Bertoli. Soltanto dopo sarebbero diventati amici. Per quelle strane curve del destino, Bertoli avrebbe trovato la consacrazione nazionale nel contesto a lui più distante, ovvero Sanremo. Eppure, e giustamente, Spunta la luna dal monte resta uno dei suoi brani più celebri.
Bertoli ha avuto molteplici intuizioni, non tutte così note e riconosciute. Ha per esempio puntato sulla forza del dialetto ben prima che De André ne intuisse la portata con Creuza de mà. E ha anche anticipato Tangentopoli con Italia d’oro, portata pure quella a Sanremo. Aveva poi una voce incredibile. Dieci ricorda: “Alfredo Cerruti, che era il manager della CGD quando Angelo incideva per loro, insisteva sempre: ma perché non canti brani d’amore? Tra l’altro Angelo sapeva farlo magnificamente, pensa a Per dirti t’amo, un classico del suo repertorio più antico. Lui commentò la richiesta così: certo che mi vogliono per pezzi sentimentali, in un paese dove è andato primo in classifica Alan Sorrenti con Tu sei l’unica donna per me, con quel suo timbro di voce!”. Bertoli ha scritto anche un inno della Juventus, rimasto però semiclandestino. Ne 1982 doveva volare a Nashville. Un’idea di Caterina Caselli, tra i primi a credere in lui: “La CGD aveva un contatto con gli ambienti di quella mitica città e Angelo era affascinato dalle suggestioni, era eccitato da una esperienza che avrebbe portato lui, cantante dell’Emilia profonda, alle radici del country, che tanto avevano influenzato straordinari artisti americani”. Non se ne fece nulla.
Marco Dieci, che ora suona spesso con Alberto, il figlio di Pierangelo, ripensa a fine libro a quella amicizia: “Angelo aveva una matrice molto sassolese, possedeva una schiettezza che talvolta sconfinava nella ruvidezza. Ma era sincero, non nascondeva nulla”. Dalle sue canzoni si capiva. Si capisce ancora. (Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2016)

Lucio Dalla: ipotesi di un’autobiografia

Schermata 2016-05-16 a 18.01.52Gli capita spesso, ad Adriano Celentano, di fotografare le vite altrui con lampi di genialità estemporanea. Così, di Lucio Dalla, una volta ha detto: «Mi manca tutto di te. Anche i momenti di eroica fragilità che contribuivano a renderti sempre più grande. Ti volevo e ti voglio bene». E poi Francesco Guccini: «Era un uomo profondamente vivace. Ecco: uno che viveva senza risparmi e senza paura di esaurire l’entusiasmo. Un vero testimone della musica, uno che per la musica ha vissuto». E Federico Fellini: “E’ il più bugiardo dopo di me. Forse per questo le emozioni gli venivano così bene”. E’ anche il parere di Luca Beatrice, che a Lucio Dalla ha dedicato questo “Per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” (Baldini Castoldi Dalai). L’autore torinese aveva già provato la biografia musicale raccontando la sua passione sorcina per Renato Zero. Dice che è stato convinto da Michele Dalai a scrivere “il libro definitivo su Lucio Dalla”. Parola tanto impegnativa quanto qui equivoca, “definitivo”, perché nulla lo era – ed è – in Dalla se non la certezza del talento. Più che definitivo, Dalla era – ed è – costantemente cangiante. In itinere: in movimento costante. Un work in progress perenne, che Beatrice racconta con dovizia mai cattedratica e men che meno barbosa. Peraltro un’autobiografia di Dalla è tecnicamente impossibile, perché presuppone la veridicità assoluta dell’aneddotica: assai complicato, in questo caso. E Beatrice lo sa bene: “Lucio Ferdinando Romeo Dalla nasce a Bologna il 4 marzo 1943, da Giuseppe (1896-1950), direttore del club di tiro al volo, e da Jole Melotti (1901-1976), casalinga e sarta. Almeno questo è ciò che dicono le note biografiche ufficiali, sulle quali chi ha conosciuto Dalla da piccolo nutre più di un dubbio. Lucio, figlio unico, cresce da solo con la mamma, una donna simpatica, divertente, ironica, che spesso lo prende in giro dalla1per il suo aspetto buffo”. E’ come se, fin dall’inizio, Dalla fosse stato permeato da una vicinanza con il fantastico e il non-vero, tratto che ne ha certo amplificato la sfavillante propensione all’invenzione. La sua era un’idea di arte poliedrica, sfaccettata e inesausta, col vezzo (e l’azzardo utopico) di provare a sostituire la mesta ripetitività del reale con la fantasia. Sempre così, in ogni fase della sua vita. Compresi gli anni con Roberto Roversi, fugaci e sublimi. “Sembra che Dalla abbia cercato insistentemente l’incontro e il confronto con un personaggio di una tale caratura intellettuale. Dopo il successo di 4/3/1943 e Piazza Grande sente la necessità impellente di andare oltre. La musica leggera non gli basta più, legarsi a un genere troppo facile gli appare un limite, pur consapevole che le incursioni in un territorio più impegnato potrebbero costare care in termini di risultati discografici”. Nasceranno dei capolavori, non però in maniera indolore. Così, anni dopo, Roversi: “I testi del sottoscritto perlopiù al cantante erano graditi come olio di ricino. Mai li ha imparati a mente. Li ha sempre storpiati un poco, con la piccola rabbia dell’indifferenza. Quasi a dire: toh! Il padrone sono io. Io sto davanti a questi duemila e servo il mio budino. Essi assaggiano me. Tu non rompere”.
Se c’è una ulteriore qualità nel libro di Beatrice, oltre alla consueta bella scrittura, è quella di non celare mai i rovesci (rari) e gli scontri (frequenti), che nulla tolgono – e anzi aggiungono – alla genialità irrequieta di Dalla. Emerge più volte il ruolo decisivo di Ron, per esempio nello storico tour Dalla-De Gregori del 1979. E’ lì che Ron assurge a terzo uomo e, quindi, talora a paciere. Raccontò al tempo: “Il momento più difficile è l’accordatura delle chitarre, una cosa tragica. Lucio quando è in concerto e sta suonando non vuole mai perdere tempo con queste cose e io divento pazzo perché non riesco a suonare con la chitarra scordata, e Francesco neanche».
Una delle cifre di Dalla, e dunque del libro, è il continuo smarcarsi dal passato. L’irrequietezza elevata ad angelo custode. Il Dalla del successo straripante di fine Anni Settanta nulla c’entra con quello ermetico di Roversi, gli Ottanta sono una svolta ulteriore, i Novanta ancora un’altra (non sempre centrata, ma in Dalla anche l’errore suonava comunque bene, o mal che vada sublimava in deliberato cazzeggio). E via così. Sempre diverso e mai dissonante: condannato a non fermarsi mai. Conoscendo il dinamismo e la spiccata personalità di Beatrice, dalla2colpisce il suo sapersene stare come in disparte: per non offuscare nulla dell’artista, l’autore della biografia non può qui che inseguire un minimalismo da navigato cronista, che non esclude però (e fortunatamente) accelerazioni e divagazioni.
Negli ultimi anni, quando Dalla pareva pervaso da una malinconia prossima al presagio, Lucio Dalla continuava a regalare perle. Nei dischi e nelle (rare) interviste. Per esempio: «Quando ho cominciato c’era una tensione che oggi nella musica non c’è proprio più. Il mondo della comunicazione oggi è da lacchè, abbassa il livello perché venga capito immediatamente, pensando che il pubblico fa da riferimento ai modelli televisivi, ma sono modelli già taroccati, filtrati, niente di autentico. Ma l’autenticità della musica è un bisogno insopprimibile, è fonda- mentale prendersi la responsabilità di quello che si fa, significa comunque non sottrarsi al flusso di trasformazione del mondo. Ogni trasmissione televisiva, ogni canzone che esce e non ha alcun senso di mistero e inquietudine, è un delitto, come dare della candeggina nell’acqua da bere di un asilo». E poi ancora: «Tra i sedici e i ventisei, convinto di avere il tetano, una sera sì e una sera no chiamavo l’ambulanza, mi chiamavano quello del tetano. In realtà non ho mai progettato niente del futuro, non ho mai saputo neanche che avrei cantato, se mai avevo un sogno era fare il bidello del liceo dov’ero perché vendeva dei panini alla mortadella talmente buoni che mi sembrava una forma di potere quasi kafkiano”. Infine: “Ho un catalogo talmente straordinario di esperienze e storie che a volte scrivere un testo è uno scherzo». Luca Beatrice ha il merito di restituire tutto: il genio, certo, ma pure lo scherzo. (Il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2016)