Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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De André e le canzoni rifatte dopo l’ascolto del ragazzo del bar

deandre1Milano, viale Papiniano. E’ una tarda sera del 1996 e Fabrizio De André sta urlando a squarciagola in mezzo alla strada: “Sono la pecora sono la vacca!”. La gente, tutt’attorno, lo guarda stranito. Non sa, non può sapere, che sta cantando Princesa circondato dai rumori del traffico per renderla più vera. Non sa, non può sapere, che quel brano aprirà l’ultimo album in studio della sua carriera. Proprio “In studio” è il titolo di un cofanetto di 14 cd in uscita oggi per la Sony Music. Raccoglie i 13 album in studio di De André e tutti i singoli. Segue di tre anni “I concerti 1975-98” (ancora Sony) e costa 99 euro. “Molto meno di quello che costerebbe scaricare tutte le canzoni della discografia di Fabrizio su iTunes”, sintetizza la moglie Dori Ghezzi. Che annuncia anche un biopic: “Faremo un film su Fabrizio nel 2017, ma manca ancora il protagonista”. Non ci sono inediti, perché De André non ne ha lasciati (“ma qualcuno forse li ha”, dice Dori). L’opera è comunque impreziosita da un libro a colori di 196 pagine con foto e dichiarazioni. Parla De André, in virgolettati tratti da interviste e concerti, ma parlano anche i tanti collaboratori che lo hanno accompagnato. Quarant’anni di musica, coltivando spigoli e un’idea quasi sacrale della parola: “Bisogna stare attenti a quel che si canta e si scrive, perché poi la gente ci crede”. E’ l’insegnamento più grande che De André ha lasciato a Ivano Fossati, che ne ha incrociato spesso il cammino. Da Creuza de mà (1984) in poi, De André rallentò oltremodo i tempi di scrittura: un disco ogni sei anni. “Da giovani si scrive più facilmente”, racconta Dori. “Soppesava sempre di più le parole: sapeva di dover preservare non tanto il personaggio, quanto la sua carriera”. Già nel 1978 raccontava: «Incido molto poco, almeno secondo il mio editore e le necessità finanziarie di un qualsiasi autore. Ma se non ci fosse questo editore a strapparmi i nastri di mano, inciderei ancora meno. Mai, forse. Questo perché la mia continua ricerca della verità non approda mai ad una conclusione: appena ho fatto un testo, una canzone, ecco che vorrei cambiare, aggiornare. E appena esce il disco vorrei distruggerlo: mi sembra inutile, sorpassato». De André è amato così tanto per una serie di fattori. Per la voce, per il talento, per la preveggenza. Per la lungimiranza nel farsi sempre accompagnare dal compagno di strada migliore: i fratelli Reverberi, Riccardo Mannerini, Giuseppe Bentivoglio, New Trolls, Nicola Piovani, Francesco De Gregori, Massimo Bubola, Pfm, Mauro Pagani, Fossati, Piero Milesi. E per questa propensione alla tutela smisurata di se stesso: nel suo canzoniere non c’è mezza sillaba sprecata. Anche quando gli arrivavano testi già sviluppati, cambiava le parole giuste perché le canzoni divenissero da normali a straordinarie: è il caso, tra i tanti, di quella “Hotel Miramonti” scritta da Bubola che divenne “Hotel Supramonte”. Uomo per niente facile, De André, tormentato e in qualche modo condannato a un’idea faticosissima di perfezione. Diceva di sé nel 1993: “A parte Dori che non ho mai voluto cantare, l’unico esemplare con cui oggi posso dire di avere un rapporto di scambio della verità sono io stesso. Diffidate di me”. Lavorare con lui era emozionante e faticoso. “Spesse volte – ha raccontato Milesi, arrangiatore di Anime salvescomparso nel 2011 – su un brano che era ancora imperfetto proprio perché era in fase di elaborazione, in modo lapidario diceva: ‘E’ tutto una merda’. E lì veniva fuori il lato distruttivo”. Spigoloso, ma corretto. “Seguiva ogni parte del lavoro”, ricorda Iafelice, che curò i missaggi di quello stesso disco. “In studio gli prendeva una rigidità, una severità che incuteva timore, ma fuori era diametralmente opposto: molto rilassato, a cena chiacchieravamo di tutto. Era esigente, ma sapeva restituirti quanto ti chiedeva”. De André teneva molto al parere degli ascoltatori occasionali. Era la “prova del ragazzo del bar”. Una prova che terrorizzava i musicisti. “Il parere dei collaboratori era importante, ma in qualche modo cerebrale”, dice Dori. “Fabrizio voleva che le sue canzoni piacessero anzitutto a chi entrava per caso in studio. Era un ascolto più istintivo, più emotivo: per molti versi più attendibile”. La storia di De André è dipesa anche da molti ragazzi del bar. Uno di questi, nel 1990, entrò in studio mentre tutti stavano ascoltando la versione definita di Don Raffaè. Lasciò le pizze e andò via. De André si incupì e poi disse: “Va rifatta da capo”. Pagani, allibito, chiese perché. “Perché quel ragazzo non ha sorriso ascoltandola. Neanche se n’è accorto”. La rifecero. E venne molto meglio. (Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2015, Extended Version).

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)