Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Bersani’

Richetti, il Matteo bravino che fa carriera al servizio di Renzi

Schermata 2017-05-17 alle 15.41.29Secondo uno studio recente dell’Università dell’Illinois, le tre cose più difficili da riscontrare in natura sono gli ufo, un centrocampista buono nel Milan e un renziano preparato in tivù. Quando si tratta di invitare un fan del renzismo, cioè del niente, nelle redazioni scatta il panico. I programmi del mattino e del pomeriggio sono costretti a raccattare le prime Rotta e Morani che trovano, oppure il primo Ricci che suona al citofono. Se il dramma è poi totale, ci si accontenta perfino di qualche renziano di terzo o quarto pelo, tipo Andrearomano (tutto attaccato, come un mantra laico), Rondolino o Genny Migliore. Non ci permetteremmo mai di asserire che tutti i renziani siano così, ma di sicuro lo sono (quasi) tutti quelli che cianciano ne piccolo schermo. Per questo, nell’ecosistema, la funzione di Matteo Richetti risulta decisiva. Egli è l’eccezione che conferma la regola, nonché la dimostrazione che per far parte del giglio magico-tragico non è obbligatorio odiare i neuroni come la lebbra o il tifo. Richetti è nato a Sassuolo nel 1974. Giornalista pubblicista, ex Margherita, rottamatore ante-litteram con Renzi, Civati e Faraone (non è una battuta). Richetti ha vissuto un lungo periodo in naftalina. I motivi non si sono mai saputi. Secondo molti, la rottura con Renzi&Boschi atteneva più a motivi privati che politici. Di sicuro, per quasi tutta la legislatura attuale, Richetti è stato l’anello di congiunzione tra renzismo e civatismo. La versione “maanchista” post-contemporanea: lui era contro Renzi, ma anche a favore. A lui non piaceva il governo, però tutto sommato gli piaceva. Lui non stimava alcuni colleghi di partito, almeno fuori onda, però poi in onda li stimava parecchio. E via così, tra un Otto e mezzo e un DiMartedì. A differenza di molti renzini di allevamento, Richetti si è guadagnato la prima serata in virtù di preparazione, eloquio e faccia da bravo ragazzo. Persona preparata, intelligente e simpatica, Richetti adotta sistematicamente la tattica del “non sono d’accordo con lei ma la rispetto”. Non appena si trova davanti un giornalista che non ha il poster in camera di Nardella, cerca di ammansirlo dicendo cose tipo “io stimo gli amici del Fatto Quotidiano”. Fa sempre così. E’ medaglia d’oro nella specialità “Indoramento di pillola”. Richetti non è uomo da panchina e, con pazienza, ha saputo riguadagnarsi la scena. E’ accaduto quando, nel periodo pre-referendario, l’impreparazione della “classe dirigente” renziana è esplosa in tutta la sua mestizia. A quel punto Renzi ha dimenticato i dissapori passati e lo ha assoldato in fretta e furia come fedelissimo. Il suo ruolo? “L’intelligente garbato” nel gran circo barnum renzino. Da allora Richetti è diventato un Orfini bellino, maramaldeggiando alla Leopolda come ai bei (?) tempi e garantendo che il “sì” ci avrebbe mondato da tutti i peccati. Dopo la sconfitta, non ha fatto un plissé. Anzi: è sempre più querulo e potente. “Pisapia ha votato Sì e ora deve scegliere tra noi e D’Alema”. “Gentiloni deve attuare le riforme di Renzi”, “Non è nato il partito di Renzi: è nato il nuovo Pd”. “Mai con D’Alema e Bersani”. Eccetera. Matteo (quello bravino) è lanciatissimo. Sarà presto ministro e lo attende una carriera trionfale. Complimenti. Certo, guardando la sua parabola vien da ripensare a quel che disse Nanni Moretti a Gianfranco Fini, ovvero se valesse la pena fare carriera a costo di diventare il maggiordomo di un caudillo improponibile. Ma non si può avere tutto dalla vita. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2017, rubrica Identikit)

Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)