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La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Euro 2016: presentazione breve

IMG_4682Gli Europei stanno per cominciare, per l’esattezza il 10 giugno, e a dar retta a Sky saranno i più belli degli ultimi anni. In uno spot tanto trasmesso quanto diversamente avvincente, assistiamo al dialogo rutilante tra Gigi Buffon e Fabio Caressa. Il primo garantisce che, degli Europei da lui disputati, questi saranno sicuramente “i più belli”. L’altro, con eccitazione gratuita, gli ricorda garrulo che un giorno “su Sky addirittura cominceremo con le partite alle 15 e finiremo alle 5 di mattina, eh eh eh”. Eh eh eh. Detto che esistono metodologie di godimento più appaganti rispetto allo stordirsi un giorno intero di Europei e Copa America, è vero che questi Europei sembrano più equilibrati del solito. Non c’è una squadra platealmente superiore alle altre, sebbene Germania e Spagna partano più avanti delle altre. Di sicuro dell’Italia, sulla carta una delle più deboli di sempre. Soprattutto in attacco e a centrocampo. Più debole dei Mondiali 1986 di quelli 2010, che videro un’Italia appagata dal trionfo di quattro anni prima. Stavolta nessun appagamento: solo una generazione senza fenomeni, qualche infortunio che ha spolpato il centrocampo (Marchisio, Verratti) e scelte non proprio inattaccabili di Conte, che non sarà distratto dall’imminente avventura con il Chelsea ma che certo non sta convincendo appieno. Fuori Jorginho e Bonaventura, dentro Eder e Sturaro. Bah, Per non parlare di Pavoletti, neanche tenuto in considerazione o quasi. E lo stesso dicasi di Lapadula. Il Sassuolo è arrivato sesto schierando spesso nove italiani su undici, ma non c’è neanche un giocatore del Sassuolo tra i 23 convocati. Straziante, poi, vedere come nei decenni la maglia azzurra numero 10 sia passata da Rivera ad Antognoni, da Baggio a Del Piero, da Totti a Cassano. E adesso a Thiago Motta: se già appariva sommamente insondabile l’idea di convocarlo, appare ora osceno dargli quella maglia. Molto più naturale affidarla a Insigne o Bernardeschi. Guai però a dare l’Italia spacciata: non lo è. Il girone (E) non è certo impossibile: arduo il Belgio, fattibili (ma da non sottovalutare) Svezia e Irlanda. Se arrivasse prima, l’Italia troverebbe una tra Turchia, Croazia e Repubblica Ceca (la seconda del girone D, quello della Spagna). euro 2016Qualora invece arrivasse seconda, incrocerebbe la prima del girone F (quindi Portogallo o Austria, difficilmente Ungheria o Islanda). Il sorteggio non è stato malevolo e, oltretutto, per far felici le tivù si è deciso che passeranno anche quasi tutte le terze (4 su 6). Di fatto, per essere eliminati, bisogna arrivare ultimi: l’Italia, anche volendo, dovrà impegnarsi molto. Tenendo conto che abbiamo una difesa notevole, è improbabile una Waterloo assoluta. Così, a occhio, sembra una Nazionale da quarti di finale e poi vada come vada.
Delle 51 partite totali, le prime 36 – quelle della fase eliminatoria con 6 gironi da 4 squadre ciascuno – serviranno per eliminare la miseria di 8 squadre su 24. Una follia in piena regola, che rimpolperà le casse dello show business ma che aumenterà anche il rischio di gare inutili e (quindi) “biscotti” e combine. Si giocherà in Francia, dal 10 giugno al 10 luglio. Dieci città coinvolte e tre orari di gioco: 15, 18 e 21 (ora locale). Le ultime partite della fase a gironi si giocheranno simultaneamente. Sky trasmetterà tutti gli Europei, mentre la Rai avrà solo 27 partite su 51. Tra queste, tutte quelle dell’Italia, i quattro migliori ottavi, tutti i quarti, entrambe le semifinali e la finalissima. Il pallone, che riprende il tricolore francese, si chiama “Beau Jeu” (Bel Gioco). Curiosità, in particolare, per Galles (nel girone dell’Inghilterra), Irlanda del Nord e Islanda. Buon divertimento. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2016)