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Beppe Fenoglio, la maratona con il Partigiano Johnny

IMG_1077Lui c’è rimasto, “ritto sull’ultima collina”. Se n’è andato il 18 febbraio 1963 a neanche 41 anni, ma Beppe Fenoglio appare – oggi più di ieri – non tanto e non solo brutalmente attuale, ma anche e soprattutto vivissimo. Domani, in quella sua Alba che non lo amò abbastanza e che ne contestò il matrimonio civile, lo ricorda con la doverosa consuetudine annuale della maratona fenogliana. Il ritrovo sarà alle ore 16 in Piazza Rossetti al Centro Studi Beppe Fenoglio, animato dalla figlia Margherita. Avvocato, quando il padre morì aveva due anni. Negli ultimi giorni della sua vita, Fenoglio poteva comunicare solo scrivendo. Era stato tracheotomizzato. Quei biglietti autografi, così eroici e così strazianti, sono prova ulteriore di una lucidità inaudita e di una radicata refrattarietà alla retorica: proprio come nei suoi racconti e romanzi, sempre compiuti nella loro fatale incompiutezza (sono usciti spesso postumi e dunque in versioni non autorizzate dall’autore). Ogni biglietto era un commiato: alla figlia, alla moglie Luciana, ai genitori, a Don Bussi. Al fratello Walter scrisse: “Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi”. E così fu. Fenoglio non è scindibile dalla Langa. I percorsi fenogliani riconducono a Mango, San Benedetto Belbo, Mombarcaro. Tutto, in quei luoghi, rimanda a lui, e resta una vergogna che Alba gli abbia dedicato solo una via marginale, quasi che quel partigiano eterno imbarazzasse ancora qualcuno. Non è stato fortunato, Beppe Fenoglio. A volte non parve neanche convinto delle sue qualità, per esempio quando Elio Vittorini bocciò La paga del sabato (“C’è troppo cinematografo”) e ridimensionò (pur pubblicandola) La malora. L’unico che lo capì sin dall’inizio fu Italo Calvino, con cui si confrontava sempre e che – dopo la pubblicazione postuma de Una questione privata – dichiarò: “Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è”. Fenoglio, però, sapeva di essere Fenoglio. Alla moglie ripeteva che, un giorno, tutti avrebbero letto La malora per capire com’è che si viveva in Italia a inizio Novecento. E così è andata. A chi gli consigliava di non polemizzare con Pasolini, replicava: “Non lo conosco, né come uomo né come scrittore. beppeE poi lo spirito di scuderia (due garzantini) nemmeno mi sfiora. Io sarò un brocco, ma un brocco brado”. E alla madre, che lo rimproverava per non essersi laureato, ripeteva che un giorno la laurea gliel’avrebbero portata a casa. E così, ancora, è stato (nel 2005). Per Fenoglio la scrittura era esigenza e dolore. I suoi manoscritti sono consumati, torturati, arati. Dietro le 60 sigarette fumate al giorno c’era una tensione scrittoria implacabile. Ha inseguito fino alla fine una lingua che restituisse l’epica obliqua della lotta partigiana e per questo ha scritto in “fenglese”. La prima stesura era in inglese, che amava e conosceva bene. L’inglese era “il palo della vigna” come ha notato Gian Luigi Beccaria: il sostegno per ricreare un mondo e vivificare parole che in italiano non rendevano appieno (l’entità del rosso, in Fenoglio, diviene per esempio “redness” e poi “rossità”). Innamorato dell’Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria, non visitò mai quei luoghi sognati: non ne ebbe il tempo, e poi non voleva sporcarne l’utopia con la volgarità del reale. Per lui la collina era un mare, infatti i suoi partigiani “veleggiano”. E per lui la lotta partigiana fu – oltre che l’unica cosa da fare – guerra civile. La retorica comunista storse il naso, ma gli Zdanov e gli Staino son sempre esistiti. Nei suoi libri ci sono pochi giudizi e ancor meno anime salve, e quelle poche non hanno scampo: l’amato professor Cocito, impiccato dai nazisti; Dario Scaglione “Tarzan”, fucilato alle spalle dai fascisti a Valdivilla. Fenoglio scortecciava le parole, detestava i fronzoli e fu uno shock: linguistico, contenutistico, morale. Sognava una nuova ripartenza, ma prim’ancora del 25 aprile vide troppi repubblichini reinventarsi partigiani e capì che senza epurazione non poteva esserci Liberazione. Viveva dentro “giorni impartoribili”, inseguiva l’eleganza, coltivava il rigore e non cercava case in collina come Cesare Pavese, pure lui uomo di Langa (ma una Langa diversa): l’amore non è più evasione, bensì propellente per attuare una sorta di “guerra puritana” ideale, tra Omero e il Paradiso perduto di Milton. Fenoglio era un lord da battaglia, un partigiano con pochi sorrisi, uno scrittore d’anticipo. C’è, nelle sue opere, una primavera di bellezza continua, la stessa che si percepisce in quel concerto – così perfetto – con cui i CSI lo ricordarono il 5 ottobre 1996 ad Alba. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano»: così chiese. Molti non lo conoscono, che è colpa ma anche un po’ fortuna: non sanno la meraviglia che li aspetta.
(Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2015)