Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2017
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Slowhand emoziona ancora

Schermata 2017-09-12 alle 12.07.57Qualche mese fa, un uomo viene fotografato all’aeroporto di Los Angeles. E’ su una sedia a rotelle. Ha un cappuccio sopra il viso, pare voglia nascondersi. Lo trasporta la compagna, con lui c’è anche la figlia. Le foto fanno il giro del mondo. Quell’uomo, anche se non sembra, è Eric Clapton. Ha 72 anni e ha abbandonato i concerti nel 2015, festeggiando il traguardo impensabile dei 70. “Impensabile”, perché pochi come lui hanno abusato di tutto: alcol, droghe, nichilismo. Un miracolo che sia arrivato fino a questi giorni, mentre i tanti amici e colleghi – da Jimi Hendrix a Duane Allman, passando per Stevie Ray Vaughan che morì dopo un concerto con lui prendendo proprio l’elicottero che avrebbe dovuto prendere Clapton – sono anzitempo caduti come militi al fronte. Clapton, lo dirà lui stesso di lì a poco, soffre da anni di una malattia neurodegenerativa che porta lentamente alla perdita della sensibilità di braccia e gambe. Nessuno, in quel momento, avrebbe immaginato che quell’uomo sarebbe tornato sul palco. E invece. Di colpo gli torna la voglia di suonare. Decide, con la scusa dei 50 anni di carriera, di esibirsi due volte al Madison Square Garden, poi due a Los Angeles e quindi chiudere nella sua Royal Albert Hall di Londra. Il successo è tale che, a settembre, deve aggiungere altre date newyorchesi al Madison Square Garden. Sette e otto settembre. Noi c’eravamo l’8. L’ultima volta di “God” a New York, forse. “God” fu come lo chiamarono quando lo sentirono suonare nel ‘66 con John Mayall. E avevano ragione. Poi l’hanno chiamato “Slowhand”. Nel mezzo, alla fine dei Sessanta, ha trasformato in oro tutto quel che ha toccato. Con i Cream, i Blind Faith, i Derek and The Dominos, Delaney & Bonney. L’era irripetibile dei supergruppi. I Beatles lo vogliono con sé, lui dice no ma suona nella While My Guitar Gently Weeps scritta dall’amico George Harrison, che seguirà poi nel Concert for Bangladesh (ancora al Madison Square Garden). Quel giorno è drogato fino al midollo e neanche sa dov’è: una delle sue tante morti anticipate. Poi la carriera solista, i tanti dischi belli e quelli brutti. Il live perfetto di Just One Night. I molti amori, su tutti Pattie Boyd, ex di Harrison e musa di Something, Layla e Wonderful Tonight (mica niente). Prende I Shot The Sheriff di Bob Marley e la trasforma, prende Cocaine di J.J. Cale e le ridona vita. Suona con Roger Waters appena uscito dai Pink Floyd, fa concerti di beneficenza con Mark Knopfler. Si veste da fighetto negli Ottanta, poi perde un figlio e piange davanti al mondo regalandoci uno dei concerti acustici più belli di sempre. Il prossimo weekend, al festival di Toronto, verrà presentato “Life in 12 Bars”, il primo documentario su di lui. Venerdì, sul palco, Eric era accompagnato basso, due tastiere, batteria e due coriste. Senz’altro è malato, perché le foto le abbiamo visto tutti, ma a vederlo non sembrava proprio. Alcuni brani, su tutti I shot The sheriff, White Room e Crossroads, sono risultati pazzeschi. Come spesso gli capita, è stato più coinvolgente nei brani “veloci” (Key To The Highway, Cocaine, Sunshine Of Your Love) che non nelle ballatone (Wonderful Tonight). Sedici brani, di cui cinque acustici. Due ore di concerto. Alla fine, per una riuscitissima Before You Accuse Me, sono saliti sul palco anche Jimmie Vaughan (fratello dell’immortale Stevie Ray) e Gary Clark Jr (nato ad Austin come Stevie Ray). Madison Square Garden pieno, organizzazione magistrale. Niente fila all’entrata, niente fila all’uscita. Ed eravamo 20mila. Più che un concerto, è stato una riapparizione inaudita: grande Slowhand, è stato un piacere. Una volta di più. (Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2017)