Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2017
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Il giudizio di Dio Waters

1437993332140.jpg--La vita di un giornalista è piena di momenti improbabili. Per esempio quella volta che mi trovai davanti la Santanché coi bigodini nei camerini di Saxa Rubra, prima di una puntata di UnoMattina, e ciò nonostante non mi diedi all’alcol. Oppure quell’altra che feci l’opinionista a X Factor e riuscii a convincere persino me stesso che Nevruz era bravo davvero. O ancora, quando Kate Moss fece saettare generosamente la sua lingua nel mio orecchio, nei camerini del Tenax di Firenze durante un’intervista, per fare ingelosire il fidanzato che ci stava davanti. Una cosa anche bella, solo che il fidanzato era Pete Doherty e lui, chiaramente imbenzinato come neanche Keith Richards, non la prese benissimo.
Bei tempi.
Quando però Marco Travaglio mi ha imposto di narrare una cosa surreale capitatami, e se rispondevo di no era già pronta la mia cessione al Foglio con Niang, Belotti e la comproprietà di Kubilay Türkyılmaz, ho pensato che il racconto non avrebbe potuto che riguardare la mia intervista con Dio.
Come noto, Dio è Roger Waters. Come altrettanto noto, l’ho intervistato per questo giornale e la bellezza del nostro colloquio è stata tale che anche Philip Roth ha esclamato: “Cazzo, era davvero buona Andrea!”. Lo ringrazio. Raramente però le cose belle sono facili. Prima dell’agnizione c’è sempre il dolore. Tanto dolore.
Se dovessi citare i tre grandi miti della mia vita, non avrei dubbi: i tacchi di Olivia Newton John in Grease, Zagor Te-Nay e Roger Waters. Roger è sempre stato un punto di riferimento irrinunciabile. Genio di dimensioni oscene e uomo di conclamato fascino, soprattutto quando da giovane imitava con efficacia l’ominide di Cro Magnon nel Live at Pompei, Waters non è solo la mente sublime dei Pink Floyd: è anche il tipo meno allegro dell’Universo. In ogni sua canzone ci sono almeno dodici morti, tre bombardamenti e un riferimento allo sbarco ad Anzio. Lì, nel 1944, morì suo padre Eric Fletcher. Per Roger tutto ruota attorno a quella perdita. Ma proprio tutto: se anche scrivesse una canzone sulla Citrosodina, sosterebbe che è stata inventata pensando a suo padre ad Anzio.
Avrei dato tutto per intervistare Roger Waters. Persino la mia collezione di film sadomaso in VHS. Non ho però mai pensato di avere possibilità reali. Invece, ad aprile, la Sony mi dice di avermi scelto come unica firma italiana autorizzata ad avvicinarsi al Suo Cospetto. Deduco che abbia deciso così solo perché quel giorno Maria Lavia aveva il Subbuteo, e così si sono dovuti accontentare del primo che passava. E’ il 25 aprile, giorno della Liberazione: la data perfetta, quando stai per fronteggiare l’Armageddon. In volo da Milano a New York ero felice. Emozionato. Terrorizzato. Di Roger Waters so tutto. Anche cose che lui stesso ignora. L’intervista non poteva che rivelarsi la più bella delle galassie. Già mi immaginavo Roger che, alla fine, mi diceva: “Ti va diincidere con me il seguito di The Wall”. Certo che mi va: mi andrebbe anche di rileggere tutto Shine On You Crazy Diamondcon lo zufolo e Rondolino al banjo, se solo me lo chiedessi.
L’agnizione è alle 15 ore locali. Mi siedo, mi microfonano. Per stemperare la tensione, recito a memoria la formazione del Milan 96/97. Un Milan di merda, lo so, ma quando devo concentrarmi faccio sempre così. Nel frattempo Lui è arrivato. Da vicino scopri che non è un uomo ma un fenicottero: ha gambe lunghissime e busto da lillipuziano. Si siede e ovviamente gli girano i coglioni. Odia le interviste e l’ultima volta che ha riso c’era ancora Cromwell. Penso alla prima domanda: devo stupirlo, non devo essere scontato. Devo conquistarlo subito. La sparo, convinto di avere avuto un’idea genialissima. Sicuramente Lui apprezzerà.Invece mi guarda male, cioè più male del solito, e sentenzia con aria livida e marziale: “Credo proprio che non hai capito il testo della mia canzone”.
Vi rendete conto? Lo capite il dramma? Sei lì che vivi il momento da sempre sognato, che ti giochi ogni cosa, che sei a un passo dal nirvana. E sbagli tutto. E’ la fine. La gogna. L’abisso. Nulla ha più senso: uccidetemi, o peggio ancora iscrivetemi al Fan Club di Nardella.
Dissimulo a fatica il dolore – un dolore indicibile – e calo la seconda domanda: se sbaglierò anche questa, Roger imbraccerà il fucile e mi mitraglierà con giustezza, quasi come in Run Like Hell. Non posso sbagliare: non posso. La domanda infatti è buona, o almeno così mi pare, ma Lui ferma tutto e dice: “Non mi funziona l’auricolare”. E fa per andarsene.
E’ davvero la fine. Nulla ha più senso. Lasciatemi qui col mio dolore, non merito di vivere: sono una persona vile, empia e fallace.
18423734_1728770557139265_6931228318022438957_nInseguendo un colpo di reni immaginario, cerco un’ultima volta di far breccia sulla Linea Maginot Watersiana. Così, con un filo di voce, esalo la terza domanda. Non ci credo più: non ci spero più. Mentre già immagino la Picierno e Orfini che mi passano sotto casa con uno striscione enorme dal vago sapor petrarchesco (“Suka!”), accade l’imponderabile: Roger, il mio Roger, risponde.Perfino con garbo. E così per la quarta domanda. Per la quinta. E via così, fino alla fine. Ordina pure alla Sony di andare avanti un altro po’, sforando i venti minuti pattuiti. Sono così frastornato che non mi accorgo neanche che mi sorride – mi sor-ri-de! –. Poi mi stringe la mano, col vigore insindacabile di un Messer Satanasso momentaneamente sereno. Quindi dice: “E’ stato un piacere”. E mi sorride ancora.
Lì, distintamente, mi sono sentito felice. Tanto felice. Infantilmente felice.

(Il Fatto Quotidiano, E la chiamano Estate – 25 agosto 2017)

Il Fatto 1 25.08.17

Il Fatto 2 25.08.17

 

A tu per tu con Andrea Scanzi e Giulio Casale